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Scatto

Alla fine ci sono caduto e ho voluto provare. Mi sono preso una bici a scatto fisso (di quelle scrause, che i veri bike ti ridono dietro se ti vedono). 

Prime impressioni a caldo, considerando che comunque vengo da un'esperienza con una bici poco diversa, a parte appunto lo scatto fisso.

1. È così difficile da guidare? Non tanto, ci vuole un po' ad abituarsi, ma niente di drammatico; quando si va molto veloce a volte viene spontaneo fermare le gambe e allora c'è il rischio di essere disarcionati, ma si impara presto.

2. È più divertente di una bici normale? Sì, perché aggiunge quel pizzico di difficoltà che però non sconfina nella frustrazione.

3. È comoda in città? Sì, molto, il fatto di poter regolare la velocità con i pedali senza frenare è un grosso vantaggio, si ha molto più controllo. Ma ripeto che io venivo da una bici praticamente uguale, giravo già da prima con i pedali clipless e magari per altri l'esperienza sarebbe diversa.

4. Si fa più fatica? Un pochino, ma non ho notato differenze sostanziali. L'unica cosa è che frenare con le gambe si sente abbastanza sulle ginocchia, quello sì.

5. È vero che ti dà sensazioni completamente diverse, che ti senti un tutt'uno con il mezzo e con la strada? No. Cioè, non più che con qualsiasi altra bici, ovviamente.

6. Ti fa pensare ad una filosofia diversa di vita e di mobilità sostenibile? No. Cioè, non più che con qualsiasi altra bici, ovviamente.

7. Ma te vai brakeless? No.

Addominali a tavola e bicipiti al bancone

Quando sono arrivato in Germania mi pareva di stare in un covo di esaltati per lo sport. Non c'era solo il fatto che vedevo tutti correre, andare in palestra, correre al parco, andare in palestra, correre in riva al fiume, correre e sempre correre. 

Erano pure tutti attrezzati, impegnatissimi, con le scarpe giuste, l'occhialino aerodinamico. E le biciclette? Io che vengo da una terra di ciclismo pensavo di averne visti di esaltati, ma mi sbagliavo: perché da noi si scherza un po' sui signori che s'inguainano nei vestitini di licra, ma qui li vedi girare sulle bici da crono.

Io non sono mai stato uno sportivo, ma proprio per niente, e così ero molto impressionato e anche un po' in soggezione, perché mi sentivo veramente un botolo paffuto in mezzo a dei tronchi d'uomini che non c'era paragone proprio.

Ma, come ho già scritto, nell'ultimo annetto mi sono rimesso in una forma accettabile. Non sono un atleta, non ho gli addominali scolpiti nell'acciaio, ma insomma non faccio più pena. In poche parole mi sono trovato ad essere uno di quelli che un po' temevo un po' ammiravo anni fa. 

E a questo punto mi è crollato tutto, perché mi sono reso conto che i tedeschi fanno molto sport, corrono molto (non avete idea di quanto corrano, tutti e sempre), spendono una marea di soldi in attrezzatura, ma poi, se valuto quanta fatica fanno, quanti chilometri corrono, quante calorie bruciano, allora lì è tutta un altra storia. Perché un conto è andare a corricchiare due volte a settimana, un conto è fare 15 chilometri in un'ora. 

Le prime volte in palestra mi sono reso conto di essere sempre e comunque il più piccolo del gruppo (maledetti ariani). Tutti sti tizi con i muscoli grossi, alti e lunghi. Embé, dirà il lettore, e a te che t'importa? T'importa quando ci devi salire sul ring a fare sparring, eccome se t'importa. 

Dicevo, questi tizi col muscoletto gonfio, le scarpe da boxe alte fino al ginocchio, i guantoni da centinaia di euro... si comincia a boxare e così - mosso più da paura che da strategia - mi metto a volare in giro per il ring, a schivare, a muovermi di qua e di là. E alla fine tutti che mi dicono stupiti "ma quanto fiato hai?", "ma quanto sei veloce?"

E mi si è insinuato il dubbio: ma se una schiappa totale come me, con solo qualche mese di allenamento alle spalle dopo anni di inattività, riesce a battere sti marcantoni contando solo sul fiato, ma vuoi vedere che...

Così ho cominciato a fare attenzione ai dettagli. Quando vado a correre (e io sono la vergogna per qualsiasi runner, sono un insulto vivente al concetto di corsa, dico solo che ho un total-look Kalenji) guardo quelli vestiti tutti tecnici. Di solito li guardo mentre li sorpasso, perché vanno così piano che si fanno superare persino da me. Qualche settimana fa ho fatto l'incontro di una vita: ero al parco, meteo nuvoloso con temperatura sotto i dieci gradi. Vedo questo tipo con canottiera, pantaloncini corti, calzettoni lunghi fino al ginocchio, cappello con visiera e con quella specie di veletta nella parte posteriore che si usa per proteggersi dal sole dei tropici, cintura con 4/6 borracce d'acqua, che procede a ad una velocità che si attestava intorno a "nonna che fa a fare la spesa col carrello".

Poi io giro in bici, ma non la uso per fare sport, non mi alleno per niente. Però quando esco non manco mai di trovarmi a sorpassare il gruppetto di ciclisti amatoriali con le loro bici da migliaia di euro. Che voglio dire, cosa li spendi a fare quei soldi se devi andare più piano di uno che sta uscendo a bersi una birra? E vogliamo parlare di quelli che vanno con la bici da crono sulle piste ciclabili? Una bici da crono costa un sacco di soldi e non credo sia nemmeno tanto facile da guidare: perché butti via centinaia e centinaia di euro per fare quello che potresti fare con una qualunque bicicletta presa a caso?

La cosa bella è che tutti questi sportivi poi vanno a casa e si mangiano insaccati e salsicce a colazione, mentre reintegrano i liquidi persi con ampie caraffe di birra.

Quindi ho capito che lo sport in Germania è come la religione in Veneto: in chiesa ci vai quando e perché bisogna, ma questo non ti impedisce di bestemmiare tutti i santi del paradiso quando ne senti il bisogno.

E la morale implicita è che qualunque bel principio, quando diventa senso comune, viene ridotto ad una serie di pratiche esteriori in modo che la maggior parte delle persone lo possa seguire possa pensare di adottarlo, senza però che la loro vita ne venga minimamente influenzata.

Monomarcia

Quando qualcuno guarda la mia bicicletta, si incuriosisce sempre per stessa cosa e mi chiede ragione di quella cosa soltanto.

Forse mi chiedono perché giri con ruote da 23 mm, che essendo gonfiate a 8,5 bar trasmettono tutte le sconnessioni del terreno, persino le foglie, e sono abbastanza scomode in città? No.

Mi chiedono perché un telaio corsa che è rigido, con una posizione non proprio rilassata? No.

Mi chiedono perché ci abbia messo un manubrio riser da mountain-bike (tra l'altro segato per renderlo più stretto), che non c'entra niente con tutto il resto? No.

L'unica cosa che salta all'occhio è il fatto di avere un solo rapporto. All'uomo medio sembra inconcepibile che si possa girare in città senza cambio. Eppure io, che non sono vecchio, mi ricordo benissimo che una volta tutte le bici erano ad un solo rapporto. L'introduzione del cambio in biciclette destinate al mercato "di massa" è relativamente recente.

Perché dunque un solo rapporto? Perché in città è tutto quello che serve, a patto di scegliere un rapporto che vada bene, cioè che non sia né troppo duro né troppo agile. 

Una volta guardata da questo punto di vista, la questione diventa più semplice di quel che sembra. Perché, per esempio, il cambio è stato concepito per le biciclette da corsa. Ma le bici da corsa hanno un meccanico che le accudisce quotidianamente. Il cambio è uno strumento tecnicamente bellissimo, ma richiede cura e manutenzione, va regolato e pulito con costanza. Ma se usate la bici tutti i giorni vi passa presto la voglia di pulire la bici ogni volta che la prendete in mano.

Quando la lascio fuori d'inverno e magari nevica e torno a casa con la neve e il sale tirato su dalla strada, se avessi il cambio dovrei mettermi a pulire tutto. E non è bello starsene sotto zero a togliere neve dalla bici, ve l'assicuro. 

Senza cambio non m'importa, la lascio lì e che ci pensi la termodinamica.

Una bici senza cambio è più leggera, la trasmissione subisce meno attriti, la pedalata è più efficace. L'importante è scegliere un rapporto giusto, evitare di fare i supereroi con rapporti da crono a squadre (a volte è necessario affrontare un cavalcavia partendo da fermi, oppure giornate molto ventose, oppure giornate in cui non si sta bene) così come evitare di prepararsi ad un tappone di montagna, altrimenti ci si trova a far frullare le gambe come dei criceti sulla ruota. 

Ma come fai ad andare veloce? Pedalo più veloce.
Ma come fai ad andare in salita? Spingo più forte. 

Anzi, direi che le salite sono anche più facili. Col cambio pensavo sempre a che rapporto mettere, cercavo di trovare il compromesso tra ritmo di pedalata e fatica, un sacco di storie inutili. Adesso non ci penso più, quando c'è la salita mi alzo sui pedali e spingo. E quando la salita è troppo ripida, spingo di più. Anche perché non ho scelta.

Da quando non ho più il cambio, se salite hanno smesso di preoccuparmi del tutto.


Achille e la tartaruga

Io lo dico sempre che non sono il carbonio e la tutina a fare la differenza.



Manutenzione fai da te

Forse il miglior motivo per cominciare ad andare in bicicletta con un vecchio scassone recuperato in garage è che lo si può usare per imparare a fare manutenzione senza paura di rompere o rovinare componenti costosi. 

Una corretta manutenzione è la cosa più importante per una bici, a mio avviso molto più che avere componenti all'avanguardia. Una componentistica di nuova generazione non serve a niente senza manutenzione, mentre dei pezzi vecchi ma tenuti correttamente permettono di fare tutto quello che si vuole senza pensieri. 

In più, siccome stiamo usando la bicicletta anche per risparmiare dei soldi, occuparsi della manutenzione ridurrà le visite dal meccanico (per la manutenzione stessa e per le riparazioni) e - visto che dalle mie parti un meccanico costa 50 euro all'ora - alla fine dell'anno la differenza si fa sentire.

Un kit di attrezzi mediamente completo non costa moltissimo, sicuramente sotto i 100 euro (cioè meno di due ore dal meccanico) e il costo si ammortizza in breve tempo. Non ci potrete fare tutto tutto, alcune operazioni richiedono un'attrezzatura particolare che non vale la pena tenere a casa,  ma ci potete fare la maggior parte dei lavori. 

Per cominciare, avendo sottomano lo scassone del garage, secondo me è una buona idea smontarlo completamente (a parte il gruppo sterzo, che è un po' più complicato). Togliere tutto, moltiplica, pignoni, ruote, freni, movimento centrale. In questo modo si riesce a capire a fondo come funziona la bicicletta. Una volta smontata, pulire tutto per bene, cambiare quello che c'è da cambiare e rimontare. In teoria la bicicletta dovrebbe diventare come nuova, in pratica non sarà proprio così, sicuramente qualcosa andrà storto, qualcosa si spaccherà eccetera, ma va bene lo stesso, è solo per imparare. 

Riuscire a lavorare sul proprio mezzo è fondamentale per chi decide di spostarsi solo in bicicletta. Oltre ai soldi risparmiati, c'è il tempo che si perde a lasciarla dal meccanico e un uso intenso della bici porta ad avere sempre bisogno di un'aggiustatina qui e lì. Inoltre saper fare la manutenzione allunga la vita dei vari pezzi non di poco e questo vuol dire ancora soldi risparmiati.

Tipi di bicicletta

Quando ci si converte al ciclismo urbano, bisogna risolvere un annoso problema: con quale bicicletta? A riguardo troverete almeno 14 diverse scuole di pensiero. Il mio percorso è stato più o meno questo: bici al grande magazzino (rubata); vecchia bici da corsa al mercato delle pulci (rubata); vecchia bici da corsa al mercato delle pulci (si è rotto il movimento centrale e non ho trovato un meccanico uno che ci volesse metter mano); bici da corsa nuova ma molto economica; ibrida di marca (questa è ancora con me e funziona, ma la tengo per il dì di festa); infine golem autocostruito (per l'uso quotidiano).

Di solito la tentazione è quella di andare a informarsi in internet e farsi fare un preventivo in negozio. Ritengo questa opzione molto pericolosa. L'accoppiata appassionati di bici da un lato, venditori di bici dall'altro cercherà in tutti i modi di convicervi che - in base al detto "chi più spende meno spende" - per avere una bici di qualità appena accettabile dovrete sborsare almeno 500 euro, ma comunque è meglio partire dai 700, perché a meno credi di risparmiare, ma poi la bici cade a pezzi un mese dopo e quindi ce ne devi mettere altrettanti.

Dopodiché diventerete matti per cercare di capire quale tipo di bicicletta vi serve: alcuni vi proporranno delle bici da trekking con quintordici rapporti, portapacchi davanti e dietro, forcella ammortizzata, fanale a combustione nucleare, sella massaggiante, pneumatici chiodati perchè così sono le ruote a bucare i vetri per terra e non viceversa. Altri vi assicureranno che l'unico vero modo per girare in città è la bici da pista, telaio in criptonite, manubrio piega che in curva sfiora l'asfalto, ruote in carbonio (lenticolare dietro, aerospoke davanti), pneumatici da 19 mm e pedali a sgancio rapido. Pignone fisso, niente freni, niente luci.

Per il neofita la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una setta di fanatici pronti ad immolare sul fuoco banconote da 100 euro per ingraziarsi il favore della divinità a due ruote, che si materializza in forme sempre nuove e bizzarre.

Io, dopo aver provato 6 biciclette, averne consigliate ad amici e colleghi, averne riparate e messe a posto qui e lì, sono arrivato alla conclusione che per fare percorsi sotto i 10 chilometri, che durano al massimo mezz'ora, qualunque bicicletta va bene e che chi meno spende meno spende.

Per chi vuole cominciare e non ha le idee chiare la cosa ragionevole da fare è prendere la prima bici che ha in garage, oppure dare non più di 50 euro a qualcuno per una bici lasciata in garage, cambiare gomme, pattini dei freni, cavi e andare.  Che sia un mountain bike, una Graziella o una bici da corsa poco importa.

Importa poco non perché non si senta la differenza fra uno scassone in acciaio e una moderna city bike da 800 euro (si sente eccome), ma perché non fa alcuna differenza. Cioè spendere 800 euro non vi fa arrivare prima, non vi fa fare meno fatica, non vi fa prendere meno pioggia. Nel traffico cittadino, dove bisogna fermarsi ogni 300 metri, si frena continuamente e si è costretti da fattori ambientali a mantenere medie inferiori ai 20 km/h il mezzo meccanico non può fare alcuna differenza tangibile e non è nemmeno sottoposto a sforzi tali da rendere necessari componenti di fascia medio-alta.

Con questa consapevolezza ognuno poi sceglierà la bici che preferisce. Se spendere 800 euro non vi dà problemi, comprate la bici da 800 euro. Se siete un'elegante signora che va in ufficio in tailleur e tacchi alti, prendete un'olandese vintage. Se sentite il fascino della Graziella, inforcate la Graziella.

Secondo me un buon compromesso tra comodità e prestazioni è la bici di una volta, telaio robusto (da uomo, per via della rigidità), ruote non troppo larghe, parafanghi e con un solo rapporto. Purtroppo bici così non ne fanno più, almeno non a prezzi decenti. Se proprio dovessi consigliare qualcosa, eviterei biciclette con gli ammortizzatori perché, a meno che non siano veramente di buona qualità, dopo le prime pedalate comincerete a rimbalzare e buona parte del lavoro delle gambe andrà persa in questo modo. Se fate percorsi dissestati, secondo me è meglio montare delle gomme larghette che possono essere tenute ad una pressione inferiore. 




La fatica di pedalare

Oltre alla pericolosità, un altro aspetto della bicicletta che viene normalmente sovrastimato è lo sforzo fisico necessario al suo utilizzo. Mediamente si considera lo spostamento in bicicletta molto più faticoso di quanto in realtà sia e questo determina due esiti opposti: chi non usa la bicicletta per paura di stancarsi troppo e chi ritiene l'utilizzo la bicicletta in città un'attività sportiva con effetti portentosi sul fisico. 

Entrambe le posizioni sono estreme e quindi poco corrette. La bicicletta è un mezzo di trasporto decisamente efficiente: per avere un'idea, a parità di condizioni e per unità di spazio, un ciclista che viaggi a 16 km/h consuma metà delle calorie di un pedone che procede a 5 km/h. Quindi se voleste uscire di casa e andare al supermercato a piedi fareste il doppio della fatica e ci mettereste il triplo del tempo rispetto alla bicicletta.

Ciò detto e vista anche la mia esperienza, posso serenamente dire che andare in bici in città non è per niente faticoso. Non si arriva stanchi al lavoro e dopo otto ore di ufficio si può tornare a casa senza temere crampi e svenimenti. E' chiaro che un sedentario sentirà un po' di stanchezza alle gambe nei primi tempi, ma dopo un mesetto passerà.

Allo stesso modo fare il ciclista urbano non vi renderà particolarmente magri o sportivi, non migliorerà il fiato e non farà bene al cuore. Il corpo è fatto per sostenere una certa attività fisica e usare la bici in città tiene il ciclista ben al di sotto della soglia che porta a miglioramenti. Se c'è qualcuno che pensa di sostituire la macchina con la bici per fare attività fisica e magari dimagrire rimarrà fortemente deluso. In città gli spostamenti sono generalmente al di sotto dei 10 chilometri, la media credo sia di 5; ci si ferma ogni 300 metri e metà del tempo lo si passa col piede a terra. 

Per avere effetti tangibili sul fisico con la bicicletta bisogna passare al ciclismo sportivo: questo significa uscite da oltre 50 chilometri per 4 o 5 volte alla settimana, con l'attenzione di mantenere il battito cardiaco sopra il minimo sindacale. Non c'è niente di straordinario, io stesso senza allenamento e con una bici senza marce riesco a fare 50 chilometri ad una buona andatura senza particolari problemi. 

Non vorrei essere frainteso... piuttosto che stare seduti 12 ore al giorno, andare in bicicletta è un miglioramento. Basta avere la consapevolezza che si sta parlando di un impegno fisico moderato ed alla portata di tutti, che non interferisce con le attività quotidiane, non causa traumi o affaticamenti  e non può essere considerato un'attività sportiva vera e propria.


  

Il pericolo nel ciclismo urbano

Il più importante argomento contro l'uso della bicicletta per il trasporto urbano è la sua pericolosità. Non della bicicletta, ma del viaggiare in bicicletta nel traffico. Come per tutti i pericoli ed i rischi, il giudizio è condizionato da fattori pre-razionali indipendenti dall'effettiva quantità di rischio in gioco. 

Ho cercato di reperire un po' di dati sugli incidenti in bicicletta in Italia. Non ho trovato statistiche esaustive, perché queste si limitano a riportare il numero di morti assoluti per anno (ci si aggira intorno ai 4000 morti all'anno), la percentuale di morti in bici rispetto ai morti su strada totali e la percentuale di morti rispetto alla popolazione italiana. Non sono riuscito a trovare la percentuale di morti per il totale di utilizzatori di biciclette: significa che non so quanti morti ci siano rispetto al parco circolante e quindi è difficile avere un'idea chiara. Perché 4000 morti su 10000 utilizzatori è una cosa, 4000 su 100000 è un'altra.

Uno studio del genere l'ho visto per gli Usa e mostrava come la mortalità in bicicletta fosse sostanzialmente uguale a quella di un SUV (!!!). In mancanza di dati per l'Italia mi astengo dal giudizio, tuttavia ritengo che la pericolosità della bicicletta sia generalmente sovrastimata.

Per prima cosa noi esseri umani non valutiamo i rischi ed il pericolo in base a dati statistici a disposizione, perché la valutazione del pericolo ha lo scopo salvare la pelle in pochi secondi prendendo una decisione che viene delegata alle parti più istintive del nostro cervello. Se ci troviamo sulla strada con le auto che ci passano vicino, il nostro cervello attiva la modalità pericolo e ci avvisa che ci sono delle grosse cose pesanti che si muovono verso di noi e che quindi è ora di togliersi da lì il prima possibile. Alla parte del nostro cervello incaricata di salvarci la pelle non interessano le statistiche, interessa che "grosso oggetto" + "movimento verso di noi" = "scappa!"

Il problema di questo meccanismo è la sua intrinseca fallacità ed aggirabilità. Ad esempio stare dentro una macchina riduce immediatamente il senso di pericolo perché il cervello vede tutto quel metallo attorno e non fa scattare l'allarme. Così quando si guida una piccola utilitaria a 50 km/h nel traffico urbano non si pensa di star rischiando un incidente potenzialmente mortale, anche se in effetti è quello che stiamo facendo.

D'altro canto questi pregiudizi vengono nutriti dagli stessi ciclisti, che sono quasi sempre una minoranza ideologizzata e tendono a dividere il mondo in "noi" e "i nemici che ci vogliono uccidere e prendersi tutto il territorio". Ad ascoltar loro gli automobilisti sono degli psicopatici con tendenze omicide  che vogliono avere la strada tutta e non lasciare spazio agli altri. Ora, se questo fosse vero loro in bicicletta non ci andrebbero, ma essendo minoranze ideologizzate del 21° secolo adottano la retorica della vittima, che ha ragione in quanto vittima e che quanto più vittimizzata tanto più ha ragione.

La realtà secondo me è che andare in bici sulle strade urbane non è più o meno pericoloso che andarci in automobile. Non c'è pericolo in particolare per la bicicletta, c'è semmai una pericolosità della strada che vale per tutti gli utenti. Quello che cambia è la percezione del pericolo, alterata dal fatto di avere un abitacolo attorno o meno e dal fatto che in caso di incidente tra auto e bici si tende a chiudere un occhio in favore della bici perché è la parte fisicamente debole. Se in un incidente d'auto si cerca di capire chi ha ragione e chi ha torto, in un incidente tra auto e bicicletta si tende a vedere l'auto come la parte prevaricatrice in ogni caso e la bicicletta come la vittima sempre e comunque, anche a prescindere dalla dinamica dell'incidente.

In un'altra statistica relativa agli Usa (di cui non posso verificare l'attendibilità) ho scoperto che più della metà degli incidenti tra autoveicoli e biciclette è causata dalla bicicletta e non dalla macchina. Prendo questi dati con le pinze, sia chiaro, ma è legittimo chiedersi quanti di quei 4000 morti all'anno siano dovuti ad imperizia o incoscienza del ciclista, perché allora sarebbero tutti morti da non attribuire alla pericolosità della bici in quanto tale.

E ricordate sempre che in città c'è un mucchio di gente che gira senza freni: finché ci sono biciclette che girano senza freni senza morire ad ogni uscita, la pericolosità di una strada non potrà mai essere così alta come di solito si crede. 

Prolegomeni al ciclismo urbano

L'Italia è una delle patrie del ciclismo. Ottime biciclette, ottimo seguito, lunga storia. Il ciclismo è uno sport però. È un passatempo, una professione per alcuni. Invece la bicicletta come mezzo di trasporto è quasi completamente negletta. 

È fondamentale distinguere tra la bicicletta sportiva e la bicicletta come mezzo di trasporto, allo stesso modo in cui si distingue tra un'auto da corsa e un'utilitaria da tutti i giorni. Benché siano entrambe automobili la loro destinazione d'uso è talmente diversa che - primo - non si posso paragonare e - secondo - non si possono valutare e scegliere in base agli stessi parametri. 

Di bici sportive non capisco niente. Se qualcuno fosse interessato troverà infiniti forum e siti nell'internèt. Tipo Bici da Corsa, per dire, fatto bene e pieno di gente competente. Di bici da trasporto urbano capisco poco di più, ma siccome in città mi sposto praticamente solo in bicicletta di quelle scriverò.

Si diceva che da noi la bicicletta come mezzo di trasporto è quasi del tutto ignorata. Tipicamente in Italia si fa questo discorso: "io vorrei usare la bicicletta, però..." e dopo quel però ci sta sempre una motivazione o un'altra. Quello che c'è da capire è che le motivazioni, tutte buone e legittime in sé, sono sempre secondarie rispetto alla volontà.

Quando si dice "vorrei usare la bicicletta, però..." è come si dicesse "non voglio usare la bicicletta". Se si volesse usare la bicicletta, la si userebbe e basta. Solo che subentrano l'abitudine, la cultura, i pregiudizi, l'imitazione dei propri pari eccetera, e allora non lo si fa. Io ho cominciato ad usare la bicicletta quando mi sono trasferito in Germania, perché qui la usano molto di più che non da noi. Mi è bastato vedere la questione da un punto di vista diverso ed è cambiata anche la mia volontà.

Voglio dire: qui d'estate piove sempre, d'inverno fa freddo vero, i mezzi pubblici sono più che buoni ed è il Paese che ha inventato l'automobile. Avrei mille buone motivazioni per non usarla, eppure...

Poi ci sono anche le motivazioni per usarla. A farsi un giro in rete è pieno di gente che vuole salvare l'ambiente, ridurre l'impronta ecologica, fermare il traffico. Personalmente uso la bici perché in città è il mezzo più economico e veloce per andare dal punto A al punto B. Non ho ragioni ideologiche o idealiste (Dio me ne scampi): semplicemente per andare al lavoro, dal portone di casa alla scrivania, ci metto metà del tempo che con i mezzi e l'auto, ad una frazione del costo (anche se il costo zero sbandierato dagli ideologi è una falsità).

Insomma, se qualcuno vuole diventare un ciclista urbano, deve solo volerlo. Una volta deciso, troverà il modo di affrontarne gli inconvenienti, allo stesso modo in cui affronta gli inconvenienti di usare l'automobile o l'autobus.

Contro le piste ciclabili

È da un tre o quattro mesi che volevo scrivere sulle piste ciclabili (ognuno ha i suoi pensieri per la testa, ok?) ma poi mi sono informato in giro e le argomentazioni sarebbero troppe e spiegare tutto in un blog a voi che siete in ufficio e leggete con l’ansia di dover far finta di lavorare e tanto non seguite il ragionamento non serve a niente. Quindi salto subito alla conclusione.

Le piste ciclabili non dovrebbero esistere. Dovrebbero esserci i pedoni sul marciapiede e i veicoli sulla strada. Sapete perché? Perché poi succede come qui al nord, dove i ciclisti - privati dei loro predatori naturali - sono diventati una setta di bigotti estremisti. E, come tutti i bigotti, strepitano e puntano il dito contro i peccaminosi comportamenti altrui, mentre loro si sentono superiori a qualsiasi forma di diritto positivo o di civile convivenza.

Non fraintendetemi, anche in Italia i ciclisti ragionano come una setta di bigotti moralisti, ma poiché l’auto che falcia anche 7 biciclette al colpo è sempre in agguato, sono troppo impegnati a sopravvivere per alzare troppo la cresta.

Qui invece chi va in bicicletta pretende che tutta la viabilità si fatta a misura dei propri desideri: vuole una strada a parte, blindata e inaccessibile ad auto e pedoni; vuole che le auto si fermino al suo passaggio, non sorpassino mai, si fermino sulle strisce pedonali anche quando si butta senza preavviso sulla carreggiata. Ma, attenzione, il ciclista nordico sputa su tutte le regole che invoca per gli altri: passa sempre col rosso, va contromano, attraversa dove non può, corre sulle zone pedonali.

Se poi comincia a parlare, allora è la fine. Perché voi credete che lui vada in bicicletta e invece sta salvando l’ambiente, l’ecosistema, il pianeta. Soltanto pedalando il suo macinino cigolante col campanello dling dling. Mica scherzi...

Poi, quando si mettono insieme, decidono che devono rompere i coglioni a chi non gli ha fatto niente e fanno la critical mass, che nient’altro è se non la legge del branco applicata al traffico cittadino. E si mettono in tanti in mezzo alla strada, ben sapendo che la Forza Pubblica non interverrà e impediscono alla gente che vorrebbe mandare avanti la propria vita in santa pace di potersi muovere. Perché si sa, quando stai salvando il pianeta non importa a chi scassi l’anima.

Ma la cosa che più irrita dei ciclisti è che nella loro città ideale tutti dovrebbero andare in bicicletta. I moralisti credono che il mondo sarà un posto migliore se tutti fanno come loro, dimostrando di non aver imparato una delle regole fondamentali: se una cosa è bella e funziona, dipende dal fatto che sono in pochi a prendervi parte.

Se voi mettete moltissime biciclette per strada, non risolverete il problema del traffico, ma semplicemente passerete dal problema “traffico auto” al problema “traffico biciclette”. In conseguenza di alti volumi di traffico di biciclette si verificano incidenti, code, rallentamenti esattamente come per le macchine; di seguito arrivano le leggi, i regolamenti e i controlli di polizia. In Olanda hanno già cominciato a imporre un limite di velocità di fatto (20 km/h) e in Germania c’è chi invoca la targa per i velocipedi.

Detto da uno che usa la bici come principale mezzo di trasporto: lasciate che siamo pochi a usare la bicicletta. Avere la strada intasata da ciclisti è il male per chi in bici ci va. Al 99 per sono pericolosi, azzardano manovre impossibili, non rispettano le regole, fanno quello che vogliono e vanno dannatamente piano. Vorrei che i ciclisti fossero pochi, che i pericoli fossero di più e che si operasse una selezione naturale. Se dovete andare piano e non volete usare la macchina, prendete il tram. Se volete essere ecocompatibili, prendere l’autobus elettrico. Se avete paura di guidare in mezzo alle macchine, state a casa. Se volete usare la bicicletta, accettate il fatto che esistono le macchine e i pedoni.

Perché insomma, la bici è bella perché è una delle poche cose rimaste che ti puoi costruire da te, che ti permette di andare in giro senza che la polizia ti flashi, ti fermi, ti controlli i documenti e ti faccia l’etilometro, dove puoi avere ancora il gusto di violare le regole sapendo di doverne pagare le conseguenze sul proprio corpo.

Invece se tutta questa mania ecologista prende piede, mi troverò le strade intasate di biciclette guidate da scriteriati, così aumenteranno gli incidenti, aumenteranno i controlli, si inaspriranno le regole e alla fine non potrò nemmeno bere una birra se devo andare in bici.

No, pochi ma buoni, grazie. E niente piste ciclabili.

Progettazione tedesca

Oggi ho avuto una delle tante epifanie culturali che mi capitano in Germania. Il contesto è il mondo della bicicletta. Qui è popolare il cambio interno al mozzo posteriore. Questa soluzione prevede che ci sia una sola corona e un solo pignone, mentre i diversi rapporti sono alloggiati all'interno del mozzo, cui si collega un cavo per effettuare la cambiata.

Questa soluzione è tipicamente tedesca: in teoria non ha bisogno di manutenzione, perché il tutto è sigillato all'interno del mozzo, permette di cambiare rapporto anche da fermi ed elimina i problemi del cambio tradizionale legati all'usura dei componenti. In teoria, sembrerebbe la soluzione perfetta per chi vuole avere una bicicletta dotata di rapporti ma non vuole perder tempo dietro al cambio.

Ed in pratica è anche così, perché non c'e niente che questo cambio prometta che non viene mantenuto. L'unico problema è che sembra progettato come se con la bicicletta ci si facessero due cose: pedalare e cambiare rapporto. Se però con la bicicletta vi capita di bucare, o di dover cambiare pneumatici, il cambio interno al mozzo... ecco, non ha previsto questa possibilità.

Immaginate, con una bici tradizionale, di dover smontare il deragliatore ogni volta che togliete la ruota. Sembra una cosa sensata? A me no. Eppure è quello che si deve fare con il cambio interno al mozzo. Così oggi, per cambiare una gomma, ho dovuto smontare il maledetto cambio e non sono riuscito a rimontarlo perché è un meccanismo più complesso del deragliatore. E domani devo subire l'offesa di portare dal meccanico la bici per far rimontare il cambio a causa di un lavoretto da nulla che non interessava il cambio. Per evitare il fastidio di pulire e ingrassare la catena una volta ogni tanto, hanno escogitato una soluzione che rende molto molto difficile tutto il resto della manutenzione. 

E mentre ero lì a rimirarmi le mani nere rigate di sangue (taglio sul polpastrello del pollice, lunghezza 1 millimetro, profondità 2 centimetri, cl versati sulla ruota 10), mi sono reso conto che qui capita spesso di trovare delle cose che in teoria sono tantissimo migliori di quelle normali, e che appena provi ad usarle nel mondo reale ti creano più problemi di quelli che risolvono. Anzi, alla fine pensi che i problemi che volevano risolvere non erano poi neanche veri problemi, ad essere onesti. E che siccome la cosa nuova che hanno progettato loro costa due o tre volte di più, allora non ne vale proprio la pena.  

I meccanici sono come i dottori

È vero che nella vita si è condizionati dall'ambiente in cui ci si trova, signora mia. Quand'ero in Italia, per ogni spostamento usavo esclusivamente la macchina o la moto. Non esagero se dico che l'unico fastidio era quello di camminare dal salotto alla macchina, uno spazio che consideravo già eccessivo da percorrere a piedi.

Quando sono sbarcato in Germania mi sono dovuto convertire ai mezzi pubblici. Che niente da dire, sono ottimi, però hanno due difetti: uno congenito, i tempi di percorrenza sono più lunghi e le attese altrettanto; ed uno endemico, che costano proprio tanto.

Ma in Germania hanno anche la passione per la bicicletta. Per capirci, in America c'era Pimp My Ride, in Italia Pimpami il motorino, in Germania Pimpami la bicicletta. Cioè, un ragazzo si sente fico per la bicicletta, come da noi per il motorino.

Così alla fine mi sono trovato a girare in bici per risparmiare tempo e soldi. Non lo faccio per l'ambiente (per me l'ecosistema può essere distrutto, se questo significa avere una Coca Cola ghiacciata), né per la salute (considero lo sport un crimine contro l'umanità). Ci vado al lavoro e ci vado a fare le passeggiate.

Ne ho avuta ormai qualcuna e un po' di esperienza me la sono fatta. La regola fondamentale è che meno la lasciate in mano ad un meccanico meglio è. Non perché i meccanici siano malvagi, ma perché quando la bicicletta è un fenomeno di massa come qui in Germania, i professionisti tendono spontaneamente a livellarsi sugli standard buoni per la massa. E questo è male.

La situazione è che per avere una bici decente dovete pagare tanti soldi e la dovrete portare costantemente dal meccanico, il quale sta subendo la stessa trasformazione del meccanico delle macchine: non aggiusta più niente e si limita a seguire una check list per il tagliando annuale e sostituisce quello che non va, perché è entrato nell'ottica che non conviene aggiustare mai ed in nessuno caso. Sottolineo che questa non è colpa dei professionisti, ma del mercato composto da troppe persone con troppi soldi da spendere senza giudizio.

È come se il mercato dei cellulari si polarizzasse su telefoni costosissimi, con un sistema operativo completo, internet e tutto quanto, utilizzati per fare chiamate e mandare SMS. Assurdo no?

Al momento ho una bici discretamente bella. Italiana, non so neanche quanti rapporti e tutto quanto. Mi ci trovo benissimo. Ma mi sto rendendo conto che devo fare il passo successivo e costruirmi la mia bicicletta.

Come base userò la bici da corsa che utilizzavo prima di questa. La trasformerò in una monomarcia ridotta all'osso, telaio ruote catena e freni. La lascerò a ruota libera, che sono troppo vecchio per passare alla ruota fissa. Come le bici di una volta, ma più cool. Ed in più arriverò a fare a meno quasi del tutto del meccanico.