Tutti i cretesi hanno una mappa
Giorno e Notte
Achille e la tartaruga
Dove sono capitato
Seriamente
Mi vengono così
Chiedete e vi sarà risposto
Graditi ritorni
Il rasoio di Sartre
Innesti
Psicopatologia della trasferta di lavoro
Voglio diventare grande
I quesiti dell'estate
Vademecum per il bravo ometto
Intervention
Sebbene il titolo possa far pensare ad una puntata di How I Met Your Mother, la questione è un'altra. Vorrei chiedere ai miei esperti lettori se conoscono un modo per impedirmi di accedere ad internet oltre una soglia di tempo determinata. In pratica vorrei sapere se sia possibile impedire la navigazione se non per una soglia di tempo predeterminata, oltre la quale scatta il blocco automatico.
Poiché è evidente che la mia forza di volontà non è sufficiente, devo trovare un modo per impedirmi di stare attaccato alla rete tutto il tempo, ma le mie conoscenze tecniche sono indaguate allo scopo. La condizione sta scivolando nel patologico: ormai non gioco più ai videogiochi pur di navigare. Probabilmente metà delle cose che conosco di Ubuntu le so perché navigare nel forum è una buona scusa per stare in internet (Linux è così difficile che devo passare giorni e giorni sul forum per capire come funzionano le cose; non è mica colpa mia).
Vanno bene anche consigli su come eventualmente siete usciti dal tunnel voi, ma tanto so già che non funzioneranno, ahimé.
Il credo dell'ateo
Il mio post natalizio ha creato una tempesta in un bicchier d'acqua, provocando sdegno tra gli atei lettori e simpatia tra i credenti lettori. Credo sia un segno dei tempi e, se fossi religioso, penserei che il giorno della disvelazione è vicino, perché se un ateo fa successo tra i credenti, allora il prossimo passo saranno fuoco e zolfo che piovono dai cieli, fiumi e oceani che bollono, quarant'anni di tenebre, eruzioni, terremoti, morti che escono dalle fosse, sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme, masse isteriche! E io non sono pronto, francamente: urge quindi un post da far rizzare i capelli agli amici credenti.
Spazziamo via ogni dubbio. Io vivo in condizione di peccato mortale. Non è proprio una cosa da poco, perché mi aspetta l'inferno per l'eternità. Commetto peccato mortale in violazione dei seguenti Comandamenti:
Primo: ateismo
Secondo: nome di Dio invano
Terzo: mancata santificazione delle feste
Sesto: fornicazione, concubinato, contraccezione, masturbazione, pornografia
Nono: qui dipende. Se il mero desiderio è perseguibile, allora sì. Se invece è punibile solo il tentativo o la consumazione, allora no. Se una donna che vive in concubinato è considerata d'altri, allora sì, altrimenti no.
Considerato che io sono cattolico a tutti gli effetti, in quanto cresimato, credo di poter affermare di essere in a world of shit. Se ci fossi stato io sul crocifisso a fianco di Gesù, il Figlio dell'Uomo mi avrebbe guardato, avrebbe sospirato, scosso la testa e avrebbe esclamato “Eloi, Eloi, lema sabactàni?” Invece, siccome c'era un delinquente della peggior risma, gli ha promesso un posto in Paradiso e se l'è presa con Suo Padre perché gli stava dando soltanto l'onnipotenza e l'onniscenza. È proprio vero che i figli dei ricchi non si accontentano mai.
Nei commenti al post, mi è stato chiesto cosa possa significare per me un augurio di buon Natale. Che poi la domanda in pratica si può riaggiustare e diviene: come fa un ateo, un agnostico, un non credente a vivere in un mondo di credenti? Io parlo per me e quello che dico non ha valore universale, prendetelo per come viene.
Io non ho nessun problema a convivere con la religione. Principalmente perché so sempre come comportarmi. Se vado a Messa (matrimoni e funerali) so cosa fare in ogni momento. Non devo aspettare che tutti siano in piedi per alzarmi anch'io e non vengo colto di sorpresa quando un forestiero mi porge la mano. Potrei anche partecipare attivamente a tutta la cerimonia (che so a memoria), ma non lo faccio per rispetto, visto che non credo. Invece tutti i non credenti che ho conosciuto sono tali perché i loro genitori non lo erano, a differenza mia che non lo sono per scelta. Non conoscono né la religione, né i suoi riti, né i suoi precetti, ma si trovano a vivere in un mondo che è profondamente segnato dalla religione. Col tempo ho imparato ad accettare il fatto di vivere in un mondo che non è fatto a mia immagine e somiglianza. Se quasi tutti intorno a me sono religiosi ma io no, ho due scelte: considero tutti un branco di idioti ritardati ignoranti creduloni, oppure accetto il fatto di appartenere ad una minoranza e santa pazienza.
Negli anni ho aggiunto il rispetto. C'è chi la pensa in maniera diversa dalla mia e, anche se non sono d'accordo e sono fermissimamente convinto di aver ragione, comprendo che potrei anche sbag... sbagli... sb... sba... glia... sbagliare.
Ho fatto le medie dai preti e ricordo che una volta il professore di religione ci chiese se la dimensione autentica della religione fosse quella intima o quella pubblica (non usò queste parole, riporto solo il senso). Noi belammo all'unisono che la religione era un fatto intimo di rapporto diretto con Dio. Povero professore, una classe di protestanti che non sapevano nemmeno di esserlo. Comunque, ci disse che sbagliavamo, perché la dimensione della religione (cattolica, ovvio) era parimenti intima e pubblica, perché l'aspetto più importante per il cattolico è la Messa, che è appunto il momento comunitario per eccellenza. Allora ero troppo giovane per capire davvero cosa intendesse, ma col tempo ci sono arrivato.
Come tutte le espressioni dello spirito umano, anche la religione è divisa in due gruppi: il gruppo minoritario che ha un approccio problematico, ed il gruppo maggioritario non-problematico. I primi sono coloro che hanno la vera fede, che studiano i testi, la storia, la filologia, la filosofia e che vivono l'esperienza religiosa in maniera piena. Gli altri sono i religiosi senza coscienza che vivono la fede come fattore sociale, come garante del sistema morale vigente e come serie di riti pubblici che scandiscono la vita del proprio gruppo. Questa bipartizione è comune a tutti i gruppi umani. Anche tra i comunisti c'erano i pochi che studiavano gli autori, l'economia e la storia, e i molti che gridavano in piazza e pensavano che Marx avesse in mente lo Stato sociale.
C'è insomma nella maggioranza delle persone la necessità di ordinare la propria vita sociale attraverso l'instaurazione di riti a carattere ciclico comunitario. La messa, la processione, le feste comandate. Ma anche i comizi con il capo partito che predica, le manifestazioni che altro non sono che processioni con un simbolo diverso alla testa, le celebrazioni come il primo maggio, il 25 aprile, il 4 novembre. I canti, siano essi Symbolum 77, l'Internazionale o l'inno di Mameli.
Non c'è alcuna differenza tra il 25 dicembre e il 25 aprile, perché sono riti annuali che assolvono alla medesima funzione, cioè rinforzare i rapporti tra membri dello stesso gruppo. Il teologo cattolico non partecipa alle processioni e non costruisce il presepe come mezzo per avvicinarsi a comprendere Dio, così come lo storico non partecipa alle celebrazioni del 25 aprile per studiare meglio la seconda guerra mondiale.
Per tornare a me: 25 dicembre, 25 aprile, 4 novembre, 2 giugno, 20 settembre, I maggio, Pasqua compleanno, anniversario sono ricorrenze sostanzialmente vuote, perché non esiste nessuna realtà al di là di esse. Per chi crede ai sistemi dottrinali cui appartengono, significano qualcosa; per me sono semplicemente l'espressione di un'esigenza umana insopprimibile, che però non è mia.
Comprendo tuttavia che scambiarsi gli auguri a Natale e a Pasqua serva alla mia relazione con gli altri e quindi lo faccio, perché nel sistema sociale in cui viviamo le cose funzionano così. Perché quando faccio gli auguri a mia zia che va a messa ogni domenica e lei li fa a me, non stiamo discutendo una posizione teologica, né stiamo affermando degli articoli di fede. Lei non mi sta dicendo “sono cattolica e te lo dimostro” e io non le sto nascondendo il fatto di essere ateo. Stiamo semplicemente rinforzando il nostro legame nel modo codificato dalla nostra cultura. Se io non le facessi gli auguri, la sua percezione non sarebbe “ah, quindi sei ateo”, ma sarebbe “ah, ma che bel maleducato”.
Farei lo stesso in casa di musulmani, cioè adotterei le forme codificate di rispetto che vigono in quel gruppo, qualora dovessi esserne all'interno. Così come se entro in una sinagoga indosso la kippah non perché voglia far finta di essere ebreo, ma perché mi adatto al gruppo sociale in cui mi trovo e ne adotto le forme rituali.
L'idea che partecipare a questi riti sia un'imposizione della società cattiva che riduce le libertà del singolo è una sciocchezza sesquipedale. La nostra vita è intrecciata a quella degli altri e ci sono delle modalità attraverso cui organizziamo la socialità. Non sputiamo a terra, diamo del lei a chi non conosciamo, cediamo il passo alle signore, non gridiamo al cinema, facciamo gli auguri di compleanno ad amici e colleghi. Sono tutti comportamenti privi di significato oggettivo e sono un'imposizione della società sul singolo, al pari degli auguri Natale. Immagino che anche il più incarognito dei mangiapreti andrebbe al funerale religioso di una persona cara, come forma di rispetto e ultimo atto di vicinanza. Non occorre essere credenti per andare al funerale. E nessuno obbliga a partecipare. Ma se non si partecipa, si capisce cosa si sta infrangendo. Io applico questo concetto a tutte le feste comandate. Potrei starmene in Germania ed evitare il casino delle feste e scendere invece quando mi fa più comodo, tanto cosa cambia, io nemmeno sono credente... Invece scendo, sto con la mia famiglia e faccio gli auguri a zie, cugini, vicini di casa e a tutti quelli che mi capitano a tiro. Perché so che sono felici se lo faccio e mi sembra così disumano privarli di un po' di affetto solo perché ho deciso di essere diverso dagli altri.
Se invece qualcuno crede di essere più sveglio degli altri perché non va a Messa, se crede di essere più intelligente perché non fa gli auguri di Natale, probabilmente l'unico risultato sarà di vivere una vita con la gastrite e di non accorgersi di fare le stesse cose di un cattolico medio: partecipare alla liturgia settimanale, andare alla processioni vestito di viola, citare a vanvera la Bibbia civile, inventarsi forme diverse di moralismo d'accatto. Credo che prima di affibbiare i gagliardetti di stupidità ai credenti, bisogna essere sicuri di non averne una medaglia appuntata al bavero. Ma siccome si nota di più la pagliuzza nell'occhio altrui che la trave nel proprio, consiglierei di lasciare a terra la pietra, perché di solito l'adultera non ha commesso più peccati di noi.
Voi che portate la sembianza umile
Da quando sono bimbo sento sempre parlare di questo problema, delle donne che sono ridotte ad essere degli scheletrini per colpa della nostra società maschilista che le vuole conciate alla maniera di bambole bellissime senza cervello. Di solito su cosa si basano questo genere di discorsi? Su quello che si vede in giro. E nel 2009, quello che si vede in giro significa “giornali e televisione”. Qualcuno a questo punto potrebbe pensare che le varie donne ivi rappresentate siano causa dei sogni concupiscenti dei maschi. Niente di più sbagliato.
Quelle donnine sono il frutto del lavoro di due categorie di persone, le donne e gli omosessuali. Ora, io non ho niente contro queste due categorie, ma su una cosa non c'è dubbio: che non conoscono quale tipo di donna piace ad un uomo. Quando leggo una rivista e vedo che le donne “belle” sono denutrite, senza seno e con le guance incavate, capisco subito che dietro c'è lo zampino di una donna; quando leggo che torna di moda la donna formosa e vedo l'immagine di una donna denutrita, senza seno e con le guance invacate, capisco immediatamente che è l'opera di un omosessuale.
Non è colpa loro, è che – per forza di cose – non vedono la donna come la vedrebbe un uomo. Immagino che in effetti cerchino la bellezza, perché possono permetterselo. Anche un uomo può cercare la bellezza. In un quadro. In un mobile. In una macchina. In un paesaggio. Ma non in una donna, perché l'uomo con la donna ci vuole fare delle cose precise e con tutti gli oggetti inanimati sopraelencati no.
Non prendo in considerazione gli sviluppi profondi del rapporto tra un uomo e una donna che, si spera, si basano su questioni diverse dall'aspetto esteriore. Però esiste in noi un meccanismo ancestrale che ci mantiene sempre all'erta rispetto agli individui di genere femminile che ci passano intorno.
La prima cosa da dire è che non esistono veri canoni condivisi dai maschi. Certo, in ogni società valgono degli standard più o meno costanti al suo interno, ma se le signore pensano che il maschio abbia un'idea precisa di donna e che vada in cerca di quella a discapito delle altre si sbagliano e di molto. In questo campo l'uomo è predatore di gruppo. Cosa vuol dire? Che il maschio non va in giro ramingo cercando la preda perfetta, perché una strategia del genere lo lascerebbe sostanzialmente a bocca asciutta per sempre. In realtà il maschio batte un suo territorio che condivide con altri maschi e valuta tutte le potenziali prede che insistono in quel territorio. Dopodiché farà in modo che tutti i maschi che partecipano alla caccia abbiano la loro parte di preda. Ciò significa che tendenzialmente i maschi si scelgono ognuno un esemplare di femmina diverso, in modo da non perdere tempo ed energie a scornarsi con gli altri per avere la stessa femmina.
Ecco, bravo – direte voi – ma noi mica siamo cacciatori-raccoglitori del neolitico. Vero. Però viviamo in gruppi all'interno di un territorio e l'istinto all'accoppiamento è lo stesso da millenni. Pensateci. In ufficio prima o poi i maschi presenti confessano chi tra le colleghe aggrada o meno. E di solito ogni uomo dice di provare del desiderio per questa o quella, ma difficilmente per la stessa che un altro ha detto. L'espressione del desiderio verso le colleghe tende ad essere distribuita tra tutte, in modo che tutti i maschi possano appaiarsi acconciamente. Di solito è abbastanza irrilevante la “bellezza” delle colleghe. In questa forma di accoppiamento ritualizzato poche restano escluse e solo in casi estremi.
Questo perché il maschio ragiona da cacciatore. Immaginatelo, in cerca di cibo, che lascia andare tutte le prede che vede, perché in cerca della preda perfetta... non mangerebbe mai! Invece il cacciatore guarda le prede e sceglie tra quelle a tiro quale colpire. Così l'istinto dell'uomo non è di cercare la donna perfetta che vede sui giornali ma, tra quelle con cui viene a contatto ogni giorno, quella che gli garba di più.
E qui veniamo a noi. Quali sono i criteri che fanno una donna desiderabile agli occhi di un uomo? Difficile da dire, perché ognuno ha un gusto diverso. Ma di certo non possono essere le modelle che vedete nelle riviste di moda, perché quelle modelle hanno come caratteristica principale l'aver eliminato dal proprio corpo tutti i caratteri sessuali primari e secondari: niente seno, fianchi stretti, natiche inesistenti, ossa sporgenti. Non si tratta di essere magre. Queste non sono magre, sono semplicemente prive di tutte le caratteristiche che le connotano come donne. Non stupisce quindi che siano il frutto del lavoro di donne e omosessuali, cioè di persone che percepiscono i caratteri sessuali del corpo femminile con indifferenza o fastidio, se non come minaccia vera e propria.
Incolpare quindi gli uomini e il loro maschilismo per le donne denutrite e moribonde che si vedono sui giornali (per donne) semplicemente non ha senso. E ve lo posso provare. Considerate un contesto dove ci sono un sacco di uomini che esplicitamente trattano le donne come animali da esposizione e trastulli da fornicazione: il rap. Guardate le donne dei video rap... ne vedete di magroline e scheletriche? Hell, no! Controllate pure:
Perché se un uomo è maschilista e vuole una donna come strumento di piacere, la vuole con caratteri sessuali pronunciati. E possiamo raccontarci tutte le ipocrite fesserie che si dicono in società, ma alla resa dei conti i caratteri sessuali sono: seno prosperoso, fianchi larghi, ventre tondeggiante e grasso a smussare tutti gli angoli: tutto quello che serve a portare avanti una gravidanza e a sfamare i cuccioli di maschilista fino allo svezzamento.
La morale del post è quindi una: ai maschi non interessano gli ideali estetici in una donna, ma i caratteri sessuali, i quali – a loro volta – sono in aperto contrasto con gli ideali estetici dei media. Quindi, donne, volete piacere ai maschi o seguire la moda? Basta che scegliate. Ma non venite a recriminare da noi.
Anzi, le morali sono due (più che altro un piccolo suggerimento): donne, se siete in posto di lavoro misto, certamente uno o due colleghi hanno per voi un posto nel loro immaginario erotico; probabilmente non ve lo diranno mai e probabilmente non faranno mai niente, ma voi sappiatelo.
You and me baby we ain't nothin' but mammals
Tre anni
Ci siamo conosciuti al liceo, tramite amici comuni. Ci si vedeva alla ricreazione, talvolta alle feste. Non ci parlavamo molto all'epoca. Ero timido e volevo far credere di non essere interessato e poi anche tu eri così aspra all'inizio, era difficile anche solo starti vicino. Col tempo ci siamo conosciuti meglio, io ho imparato ad accettare te, tu ti sei addolcita. Finché alla fine abbiamo ceduto l'un l'altra. Quanto tempo è passato! Ci vedevamo di nascosto, anche dagli amici. Poi gli amici hanno saputo, e bastava non farlo sapere agli altri. E poi, raccogliendo tutta la spavalderia dell'adolescenza, cominciammo a non aver più timore di nessuno, ci facevamo vedere il pubblico, con aria di sfida. Ma non ai miei genitori. Loro non accettevano il nostro rapporto, non l'hanno mai accettato, nemmeno più avanti, quando era chiaro che non ti avrei abbandonata facilmente.
Ricordo che tu c'eri sempre, anche nei momenti in cui ho creduto che la vita mi si stesse rivoltando contro. Tu c'eri. Come si dice? Nella buona e nella cattiva sorte. Quando le pedate nel didietro arrivavano forti e secche, quando gli schiaffi sul viso bruciavano l'orgoglio, venivo sempre da te.
Sei stata a lungo compagna di viaggi, insieme abbiamo visto posti lontani e magnifici. In Ungheria, quando ci era persino consentita l'intimità di certi vecchi vagoni del treno; in Grecia, quando soli io e te sedemmo al Capo Sunio, senza nessuno attorno, a contemplare il mare dove nacque la civiltà.
Poi vennero tempi più duri. Quando credemmo di poter finalmente vivere il nostro rapporto apertamente e senza più vergogna, arrivarono i moralisti a condannare e giudicare e puntare il dito. Quante volte fummo io e te in un pub a godere una fresca e spumosa birra scura? Ma no, non più, ora la gente ci guardava di traverso, alla stregua degli assassini, colpevoli del solo delitto di amarci. Persino nelle stazioni del treno, il luogo dove a tutti gli amanti è consentito lasciarsi andare, non potevamo più vederci. E questo ci rese più vicini. Ma forse segnò anche la nostra fine. Cominciai a non poter fare a meno di te, ti bramavo e ti pensavo ad ogni momento. E tu non ti tiravi indietro mai, mai, nemmeno quando il desiderio volgeva in lussuria, in sfrenato abbandono ai sensi: mai hai detto “basta”, semplicemente tacevi, mi guardavi e ti lasciavi prendere una volta, due volte, tre volte, finché ansimante mi coricavo. Eri amore e sei diventata ossessione. E ti lasciai.
Chi mi sta intorno è felice per me. Mia madre, finalmente placata. Mio padre. I miei amici. Tutti a chiedere come sto, se è stata dura, com'è la vita dopo così tanto tempo. E io dico che è stata la scelta giusta, che doveva andare così. Lo dico, ma non lo penso. Lo dico, perché so che è ciò che gli ipocriti si vogliono sentir dire. Ora saranno felici, mi vedono senza di te. Ma loro non sanno, non possono capire cosa significava per me stare con te; cosa significava vivere una quotidianità intensa ed intima; non aver paura di portare alla bocca cose che altrimenti sarebbero state disgustose; senture il tuo profumo, che non mi abbandonava mai. Ora tutto è perso. Da tre anni. Ci siamo rivisti qualche volta, a qualche festa. Non è più stato lo stesso. So di aver rovinato tutto.
Ti ho fumata per l'ultima volta all'aeroporto e ho buttato il pacchetto ancora mezzo pieno. Ti ho aspirata lentamente, con dolore. Tu hai lasciato fare, hai lasciato che il destino si compisse. Sei divenuta mozzicone e sei stata portata via da uno spazzino qualunque.
Mi manchi.
Ciao.
Un popolo col calzino
Vivendo all'estero, ci si chiede spesso quali siano veramente le differenze tra noi e "loro" e se siano insormontabili o meno; vivendo insieme ad una donna cui si debbono insegnare le basi della civiltà, tipo che la pasta si butta nell'acqua quando questa bolle e non quando è fredda, viene naturale chiedersi quali attriti sorgeranno in futuro. Insomma, niente è dato per scontato e ogni giorno ci si trova a respirare a fondo e cercare di spiegarsi a vicenda cose che sarebbero altrimenti scontate.
A un po' di conclusioni sono arrivato. Per esempio, che sui grandi temi dell'umanità più o meno ci si trova sempre tutti d'accordo. Italiani, tedeschi, turchi, americani, australiani... difficilmente ci si trova in disaccordo sulle cose importanti. Le differenze di vedute non saranno molto diverse da quelle che si avrebbero con un connazionale. Il problema sono le piccole cose del quotidiano. E' lì che le distanze si fanno abissali.
Prendete i calzini, per esempio. Nella nostra società, gli abiti svolgono due funzioni di base: proteggere il corpo dall'ambiente e comunicare il proprio status sociale agli altri individui. Di solito, questi due elementi si trovano mischiati in parti diverse, a seconda dell'occasione: alla prima della Scala prevarrà l'elemento sociale, in una fabbrica prevarrà quello funzionale. Normalmente questo vale anche per i calzini. Ad esempio io d'inverno porto calzini neri rigorosamente lunghi fino sotto al ginocchio. Da un lato essi mi tengono caldo, dall'altro rispondono ad esigenze estetiche di base che obbligano i maschi maggiorenni a indossare calzini lunghi e scuri. Ora, se voi provate a spiegare questo semplice fatto ad un tedesco, sarà del tutto impossibile fargli comprendere quello di cui state parlando. Non è che lui, o lei, ribatta che non gli interessa essere vestito bene, o che i calzini di spugna bianca sono bellissimi o che gode nell'esibire il polpaccetto bianco striato di pelo rosso. No, è che proprio non capisce cosa stiate dicendo. Perché per i tedeschi i calzini non hanno uno scopo né funzionale né sociale, per cui il calzino è un indumento buona per tutte le stagioni, da indossare da gennaio a dicembre, che non si eleva se non pochi centimetri sopra la caviglia e che quindi – in definitiva – non protegge dal freddo né si intona al reso dell'abbigliamento. E' semplicemente una cosa che sta lì intuile come l'appendice, probabilmente (ma è solo una mia supposizione) per evitare l'attrito tra la pelle e la scarpa.
Tutto ciò porta all'inevitabile domanda che chiunque abbia trascorso le vacanze sulle coste dell'Adriatico o in riva al Garda si è posto: perché portare i sandali con i calzini? In questa domanda sta tutta la differenza culturale tra noi e loro, perché a questa domanda non riuscirete mai a trovare risposta. Se chiedete, il dialogo che ne risulta sarà qualcosa del genere:
Ma perché portate i sandali coi calzini?
Perché fa freddo
Ma allora mettetevi le scarpe
Ma fa caldo
Ma allora toglietevi i calzini
Ma fa freddo
Allora mettetevi le scarpe
Ma fa caldo
E si va avanti così all'infinito. Forse qualcuno ha in mente che i sandali col calzino siano l'espressione di una certà anzianità del turismo tedesco. No. ll sandalo col calzino fa parte del sistema educativo, come da noi era il catechismo. Quando in autunno le scolaresche si muovono a branchi per la città (non so perché non stiano in classe in autunno, ma tant'è) tutti i bambini sotto i dieci anni sfoggiano il loro sandaletto abbinato al calzino di spugna bianco. Perchè? Inspiegabile. Finché il tempo è bello, i frugoletti avranno caldo, e quindi indossare i sandali non serve a niente, perché la loro funzione viene annullata dal calzino. C'è un solo motivo per cui possano voler tenere i piedi al caldo, e questo motivo si chiama pioggia. Solo che se piove e ai piedi avete dei calzini di spugna, assorbirete tutta l'acqua che cade dal cielo, mantenendo la temperatura dei vostri piedi vicina allo zero.
Come ben si vede, non c'è alcun motivo pratico per calzare sandali e calzini. Ci sono solo svantaggi, a prescindere da quale tempo faccia. Perché lo fanno, allora? Non lo so, perché per loro è talmente ovvio fare una cosa del genere che non riescono a spiegartene il motivo, mentre per me è talmente illogico da non riuscire a spiegarmelo, e alla fine tocca di rimanere ognuno della propria idea.
Altri esempi, in cucina. Se non avete una lavastoviglie, sarete costretti a lavare i piatti a mano (o a comprare stoviglie di plast... oh no, dimenticavo: qui le stoviglie di plastica quasi non esistono, esistono solo delle rarissime, costosissime stoviglie di carta inutilmente destinate a bucarsi). Anche in questo caso, cosa fareste voi per lavare a mano? Lavo col sapone, strofino bene, risciacquo e metto ad asciugare. Per il tedesco invece la cosa è più semplice. Metto due dita d'acqua nel lavello (che l'acqua costa), metto due gocce di sapone per piatti (non so perché così poche, credo per risparmiare), lavo col sapone e metto ad asciugare. Se non siete distratti, avrete visto che manca un passaggio abbastanza importante. Perché qui in Germania non si risciacquano i piatti. Per risparmiare acqua. Voi passate la spugnetta sopra il piatto, fate in modo che il sapone sollevi lo sporco dal piatto e, invece di lavarlo via, lo lasciate lì. Così se prima avevate un piatto sporco, ora avete un piatto sporco con del sapone sopra. E pregate soltanto che la gravità si porti via il tutto prima che riappoggiate la bocca lì sopra.
Anche in questo caso, non serve a niente cercare di ragionare. Essi non comprendono perché voi buttiate via così tanta acqua (che in Germania è rarissima, visto che piove ogni giorno che Iddio manda in Terra) senza un motivo.
Ma scusa, ma così ti mangi il sapone
Se lo vendono vuol dire che non fa male
Ma il sapone non si mangia
Se lo vendono vuol dire che non fa male
Ma non vedi che le stoviglie non vengono pulite? (sollevando un bicchiere grigio e pieno di aloni di gocce)
Sgrunf (parola intraducibile che significa più o meno “ma che te lo dico a fare, lascia stare che non capisci niente. E chiudi quel rubinetto che l'acqua costa”)
Sì va bene – direte voi – però almeno in questo caso hanno il motivo dell'acqua che si spreca. No, perché tanto poi in casa tengono per tutto l'inverno la temperatura così alta che bisogna stare in maglietta a febbraio.
Non c'è molto da fare. Sono visioni totalmente diverse che prevedono linguaggi altrettanto diversi, così che non si è in grado di comunicare. Ed io la società multietnica del futuro me la immagino così: leggi ottime, grandi principi morali unificanti da un lato; stupri e omicidi per l'immondizia e il sugo della pasta dall'altro.












