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Cocci aguzzi d'illegalità

È qualche anno che manco dall'Italia e quindi la maggior parte delle nuove evoluzioni della cultura pop non mi arrivano o mi arrivano con molto ritardo. L'altro giorno mi è capitato di vedere questo:
Dal punto di vista di chi è nato e cresciuto in Italia ma ormai la osserva da lontano e la compara quotidianamente con realtà diverse, questo finto trailer rappresenta perfettamente la peculiarità italiana. Che non è quella di essere "italiano medio", tutto preso da calcio e veline, che si crede furbo perché ha la macchina a gasolio quando il prezzo della benzina sale. Ma è quella di pensare che tutti gli altri sono così, mentre tu no, sei l'unico diverso. Ogni singolo italiano pensa che tutti gli italiani siano un branco di scemi e si sente superiore perché lui, invece di fare la cosa x che fanno tutti, fa la cosa y, che lo qualifica come estraneo alla sua stessa cultura. 

E mentre pensa questo, generalmente l'italiano non si accorge che invece fa le stesse identiche cose che critica negli altri. C'è una cronica incapacità tra chi nasce in Italia nel vedere le proprie azioni in maniera obiettiva. 

Faccio un esempio semplice semplice. Generalmente gli italiani che arrivano qui in Germania, se sono giovani e laureati, sono esattamente il pubblico cui il finto trailer è destinato: disprezzano la furbizia e l'illegalità del nostro paese, sono nemici del Berlusconismo, radice di tutti i mali, e magari dicono di essersene andati perché in cerca della legalità, di un paese civile dove le regole della convivenza funzionano.

Benissimo, io con queste persone finisco sempre a litigare (e dico litigare, non scambiare differenti opinioni) per la solita cosa: quando andare a buttare il vetro nell'apposito cassonetto.

Perché dove vivo io il vetro si va a buttare nei cassonetti appositi, che sono lungo la strada e servono diverse case o condomini. L'operazione è consentita in orari determinati, dalle 7 della mattina alle 7 di sera dei giorni lavorativi. Il motivo di questa regola è evidente: buttare delle bottiglie vuote dentro un contenitore vuoto o pieno a metà di altri vetri fa molto rumore e non si vuole che tutto il vicinato sia disturbato dal casino di vetri rotti.

L'orario di per sé è arbitrario, nel senso che le sette di sera sono poco diverse dalle sette e mezza o dalle otto. Solo che, quando hanno dovuto decidere per un'ora, hanno deciso per le sette. Come per il limite di velocità, non è che 50 all'ora sia molto diverso da 55 o 60 all'ora, ma bisognava decidere un limite e si è deciso quello.

Se voi prendete uno dei nostri connazionali che sono venuti in cerca della legalità, andrà sempre a buttare il vetro dopo le sette o di domenica. E se proverete a fargli notare che esiste un regolamento che vieta di farlo dopo le sette, vi guarderà come se aveste detto la più gran castroneria dai tempi di Omero.

Perché per gli italiani che su Facebook condividono le foto dei magistrati morti e linkano gli articoli a favore della legalità, la legge è un'entità astratta e generale, nel senso che esiste in una dimensione teorica che coinvolge una ipotetica cittadinanza. Ma non appena la legge arriva a sancire il comportamento concreto ed inviduale, cioè quando vieta a te di fare la tal cosa in questo momento, tutti - e ripeto: tutti - gli italiani che conosco si irritano e reagiscono come se la legge gli impedisse di buttare il vetro per sempre e li obbligasse ad accatastare le bottiglie vuote nella vasca da bagno di casa.

E siccome a loro questo non va bene, si rifiutano di rispettare il regolamento e buttano il vetro un po' quando gli pare. E si incazzano come iene se glielo fai notare. E di solito sono io che glielo faccio notare, per il semplice motivo che è un regolamento di puro buon senso che serve a fare in modo che nessuno rompa le scatole agli altri, te compreso.

Ma attenzione, perché questo comportamento non viene percepito come una violazione delle regole. Queste persone ragionano all'incirca così: quello che faccio io è giusto; la regola vieta i comportamenti ingiusti; quindi non violo alcuna regola. Manca del tutto la percezione che il proprio comportamento concreto si attiene o non si attiene alla regola concreta e non ad un vago concetto di giustizia che viene creato dal singolo e che si applica aprioristicamente secondo la convenienza.

Ora, l'esempio è scemo ma pregnante, perché questa mentalità ha due conseguenze: che il singolo italiano viola le regole senza rendersene conto e - di conseguenza - che certamente violerà le regole ogni volta che queste andranno contro il suo utile.

Se parliamo di un neolaureato in cerca di lavoro in Germania, le regole infrante sono tutto sommato di poco conto. Non è che la polizia vada in giro a controllare che alle sette e dieci minuti non ci sia gente che getta le bottiglie nel cassonetto. Ma se quel neolaureato diventa col tempo un dirigente o un dipendente pubblico, si troverà ad infrangere le regole senza saperlo; solo che questa volta le conseguenze saranno ben più gravi e non si limiteranno ad un po' di rumore. Un dirigente che gestisce in maniera "allegra" i conti dell'azienda la farà fallire e farà perdere il lavoro a tanta gente. Un dipendente pubblico che acceleri certe pratiche perché sono quelle dell'amico e rallenti certe altre perché sono quelle di uno sconosciuto, moltiplicato per tutti i dipendenti pubblici, blocca il sistema nel suo complesso.

Per questo quando vedo i link tipo "Democrazia e legalità", "Parlamento pulito" eccetera, non riesco a non pensare che sia solo il nuovo bigottismo del secondo millennio. Come una volta si predicavano pubbliche virtù e poi ci si andava a far ricucire l'imene dal dottore amico di famiglia, oggi si alzano alti lai per l'illegalità della casta e poi, in privato, si viola la legge quando fa comodo.

Con la differenza che essere ipocriti sulla verginità prima del matrimonio non fa male a nessuno, essere ipocriti sul rispetto della legalità danneggia ogni singolo individuo. E lo stato in cui si trova l'Italia oggi ne è la prova.

Il dito punta dove la banca duole

Nella mia dieta non manca mai, una volta alla settimana, un menu maxi da McDonald's, accompagnato a volte da un secondo cheesburger. E innaffiato di Coca-cola. Faccio così da quando ne ho avuto abbastanza di sentirmi ripetere che il junk food fa male, che le nostre tradizioni culinarie moriranno per sempre, che usano carni OGM che mi trasformeranno in un X-man, che McD uccide i propri dipendenti per farne hamburger.

Da anni ormai non bevo più caffè espresso, ma solo il caffè che noi chiamiamo "americano" e che tutto il resto del mondo chiama "caffé", perché non ne posso più di sentire gli italiani che ne parlano schifati e si vantano di bere quella mezza tazzina di acqua nera che sa di bruciato come fosse il più grande lascito culturale del nostro Paese. A casa me lo preparo con una miscela di un famoso produttore di caffè tedesco, Tchibo, nella macchina ad infusione. E se sono fuori vado in qualsiasi negozio di Tchibo e lo prendo lì, che con 95 centesimi mi danno un bel bicchiere di squisito caffè che sa di caffè (ancora mi vergogno al ricordo di aver creduto che il caffè fosse amaro, quando invece è l'espresso che è amaro). In più, se qualcuno mi dice che senza l'espresso al mattino non si sveglia, mi vien da ridere, perché l'espresso non sveglierebbe nemmeno mia nonna: bisogna provare del vero caffè per capire cosa voglia dire svegliarsi dopo una tazza.

Quando devo fare compere, vado esclusivamente in grandi catene, centri commerciali e grandi magazzini, ma solo quando proprio non posso comprare via internet, perché se sento un'altra volta parlarmi del contatto umano col negoziante che con mani amorevoli prepara ogni singolo articolo in vendita come fosse figlio suo e vi accoglie nel suo negozio coccolandovi e facendovi i grattini mi sparo un colpo sulle rotule.

E via dicendo, la lista sarebbe lunga. Come si può vedere viviamo immersi in un mondo pieno di gente fastidiosa e petulante che - per una qualche ragione nota solo a loro - vuole cambiare il mondo irritando i proprio simili nel tentativo di far cambiare loro idea. 

Avete presente quelli di Occupy? Certo, puntano il dito verso le banche, la finanza e bla bla, ma cosa mi può interessare? Anche Marx, Mussolini, Ezra Pound e il Papa puntano il dito contro le stesse cose, ma non mi sogno nemmeno dopo un chilo di peperonata di andare dietro a uno di questi, perché - ovviamente - l'alternativa che offrono non è migliore del male che indicano.

Cioè, non è importante puntare il dito su quello che non va: conta cosa proponi di fare in alternativa. Qualsiasi cattolico bigotto sa dirti che il mondo fa schifo, ma io non voglio andare in giro col cilicio e la cintura di castità. Sul serio preferisco il mondo così com'è.

Quelli che odiano McD mi propongono come alternativa un'alimentazione povera, costosa e inadatta alla mie esigenze. Vivendo in Germania, se dovessi nutrirmi come tradizione comanda, dovrei mangiare solo patate, crauti e carne di porco. Non so se avete presente cosa vogliano dire sei mesi così... immaginate una vita. E nella mia terra natia la tradizione culinaria prevede un sacco di pellagra; non ci tengo, francamente.

Quelli che denigrano il caffè "americano", chiamandolo sprezzantemente "beverone", mi propongono in alternativa quel sorsino di liquido bruciacchiato amaro come la morte. No, mi dispiace, ho provato le alternative e non torno indietro.

Quelli che odiano la grande distribuzione vogliono che entri nei vecchi negozi di una volta, piccoli, cari, senza scelta e con il padrone che ti guarda infastidito quando entri. Veramente non tornerei mai a quei giorni nemmeno se messo ai ceppi.

Tutti i movimenti antagonisti, di destra o di sinistra che siano, mi propongono come alternativa... bah non è nemmeno chiaro, ma di solito è una specie di Stato-gendarme che viene a controllare quello che penso, quello che leggo, a insegnarmi cosa pensare, cosa dire, come comportarmi. In cambio, forse, di un tozzo di pane assicurato per legge. 

Grazie, ma io sono a posto così. Voi fate quello che volete, basta che non mi tiriate in mezzo. Io nel mio piccolo do una mano ai capitalisti imperialisti plutocratici a fare in modo che le cose restino come siano, piuttosto che tutto vada in mano a certa gente.

Tuas sortes arcanaque fata

Quello che spesso mi fa disperare è vedere che nei comportamenti umani c'è sempre un sottofondo di arcaico ed irrazionale che tutto il progresso scientifico degli ultimi 250 anni non è ancora riuscito a estirpare. Generalmente noto soprattutto un approccio magico alla realtà che è lo stesso uguale identico da migliaia di anni.

Prendete l'uso della parola. Le società arcaiche consideravano la parola, sia scritta che parlata, uno strumento in grado di alterare la realtà fisica. Gli incantesimi, i libri sibillini, le formule scaramantiche, le preghiere... tutte parole che venivano usate per modificare il corso degli eventi.

Al giorno d'oggi, benché sotto altre forme, questa visione del mondo persiste molto più di quanto non si pensi. Prendiamo la cosiddetta politically correctness. Essa altro non è che il tentativo di modificare la realtà (sociale) per mezzo della parola. Così usare African-american al posto di nigger dovrebbe aiutare la situazione socio-economica degli afro-americani. Chiamare gli immigrati "migranti" dovrebbe aiutare i nuovi venuti a rifarsi una vita nel Paese ospitante.

È chiaro a chiunque dotato di un minimo di raziocinio che tutto ciò è falso. Il ragazzo che vive negli housing project, senza padre, con la madre prostituta dipendente da crack, ha le stesse probabilità di finire male sia che lo si chiami nigger, sia che lo si chiami African-american. Ugualmente chi è "migrante" avrà gli stessi problemi e le stesse difficoltà di chi è "immigrato", anzi forse un pelo di più, visto che l'immigrato è arrivato, il migrante è sempre lì che gira come uno scemo per mantenere fede al participio presente.

A quanto pare un ministro italiano ha detto che il lavoro non è un diritto. Naturalmente gli sciamani si sono scatenati, perché nella loro testa neolitica definire il lavoro non come un diritto fa perdere il lavoro a chi ce l'ha e impedisce a chi non ce l'ha di trovarlo. Per qualunque persona raziocinante la questione dovrebbe apparire invece per quello che è: definite il lavoro un diritto, definitelo un non-diritto; definitelo un dovere, definitelo un piacere. Che tanto non cambia niente nel mondo reale. Che lo sia o non lo sia, è irrilevante alla fine di trovare, avere, mantenere il proprio lavoro. 

Cioè, poniamo che ci mettiamo d'accordo nel definire il lavoro un diritto. In forza di ciò, provi il candidato a trovare lavoro e dimostri che è più facile trovare lavoro. Anzi, magari provi ad andare a un colloquio e ad affermare perentorio al tiziodellerisorseumane che il lavoro è un diritto, così ci facciamo pure due risate che non ci stanno mai male.

L'unico problema che vedo qui è che abbiamo tirato su un sacco di gente che pensa di poter influenzare la realtà per mezzo delle parole. E che si aspettano un lavoro perché la magica parola scritta sul libro sacro della Sibilla della Costituzione esprime la parola "diritto".

Buona fortuna a pagare il mutuo.

Spic & Span

Prendete una casalinga, di quelle brave che tengono la casa tirata a specchio, sempre in ordine, che sanno fare la spesa oculatamente, non sprecano una lira, e poi cucinano daddio e stirano le camice che guardi signora mia nemmeno nelle stirerie professionali.

Ora, fareste mai progettare una casa a questa casalinga? No ovvio, come fa? Le mancano la cultura e le conoscenze tecniche. Moralmente lei è ineccepibile e se le date in mano una casa bella e finita state sicuri che risplenderà così tanto che la si vedrà dalla Luna. Ma questo non vuol dire niente, se dovete progettarla.

E allora, perché votate il Movimento 5 Stelle?

¡Ay Carmela!

Andando così a memoria, senza consultare alcuna fonte, non mi par di ricordare alcuna manifestazione di protesta quando il governo spagnolo gonfiava una bolla speculativa enorme, destinata a fare la fine di tutte le bolle.

Sono abbastanza sicuro di ricordare che la Spagna veniva sperticatamente elogiata come esempio da seguire, come governo illuminato e faro da seguire nella buia notte di vacche nere che avvolgeva l'Italia. 

Sempre a memoria, ricordo che tutti dicevano di voler andare in Spagna, perché c'è il lavoro e poi si sta in piedi a bere fino alle quattro di mattina, non come quello schifo di Italia, il Paese dei vecchi che non ti lasciano stare in piedi dopo le otto.

E adesso che è arrivato il conto, come se niente fosse, c'è gente che continua ad elogiare la Spagna che vuole fare la rivoluzione, non come in Italia che non facciamo mai niente.

Fuuuuuuuuu

Quotidiani disturbi

Sulla cassetta della posta c'è un bell'adesivo a rossi caratteri affilati che intima di non lasciarvi pubblicità. Tale decreto viene sistematicamente ignorato ed ogni giorno devo buttare via tonnellate di giornali e depliant che nemmeno leggo. Il fastidio è che rischio di buttare via anche la posta importante, che si va a mischiare alle pagine di annunci e notizie inutili; in più, siccome lo spam cartaceo straborda e lascia lo sportellino spalancato, quando piove (e qui piove sempre) l'acqua entra nella cassetta, infradiciando le lettere che non devono infradiciarsi.

So anche che è una battaglia persa, perché non posso fare niente per contrastare questa indegna attività. Ma ieri, rincasando dal lavoro più presto del solito, vedo una persona armeggiare di fronte alla cassetta della posta. Di fianco a sé teneva il baracchino con le ruote che usano qui per i lavori tipo postino e simili. Beccato!

Mi avvicino silenziosamente e sto per partire con una raffica di domande astiose e sarcastiche tipo "sai leggere? cosa c'è scritto qui?", quando il fellone si gira e si rivela per quello che è: una ragazza sui 18-20 anni, molto bella, con i capelli lunghi ed il taglio sbarazzino. Mi guarda, io la guardo, faccio per aprire la bocca ma poi penso.

Penso che quando avevo la sua età una ragazza del genere non avrebbe mai passato pomeriggi sotto zero per consegnare giornali gratuiti; penso anche che potrebbe trovare lavori migliori e meglio pagati sfruttando la "bella presenza", tipo lavorare negli stand di una fiera o cose del genere (almeno sarebbe stata al caldo); e penso che magari non se la sta passando bene, che magari fa anche la standista la sera, e la cameriera nei fine settimana e la mattina va scuola.

E allora lascio perdere, faccio finta di niente. Lei spinge via il baracchino pieno di giornali e io svuoto la cassetta delle lettere e ripongo il contenuto nell'apposito bidone della differenziata. 

Fascioforming

Da quando qualcuno ha avuto la rivoluzionaria idea di concepire lo Stato come un distributore di servizi e un redistributore di ricchezza, il mondo occidentale ha intrapreso senza indugio quella strada. A fare scuola sono stati Mussolini, Roosevelt, Hitler e Stalin e non ci voleva un genio per capire dove saremmo andati a finire.

In Italia lo Stato dalla culla alla tomba opera attraverso canali informali o apertamente illegali, attraverso la distribuzione di favori, appalti, posti di lavoro e lasciando alla famiglia una grossa parte del lavoro. Tutte cose che sappiamo.

Nel nord Europa invece lo Stato fa le stesse cose, ma sotto il mantello della legalità e delle buone apparenze. Quello che da noi succede nelle zone d'ombra o nella illegalità, lì è sancito ufficialmente. In più, lo Stato agisce anche tramite l'assistenzialismo mascherato, ovverosia creando lavori e figure professionali dal niente. Costoro hanno sicuramente un aspetto più elegante e profumato del falso invalido che vince il concorso truccato per entrare alle Poste, ma il principio è lo stesso.

Conosco persone che lavorano come dirigenti in tutta una serie di mercati artificiali dai nomi esotici come “cooperazione internazionale” o “sostegno al microcredito”; conosco ingegneri che vivono studiando, pagati dalle università, i possibili effetti idrogeologici del riscaldamento globale. Conosco gente che viene pagata per lavorare in associazioni antimperialiste e anticapitaliste. Senza contare gli innumerevoli Ph.D. di cui si sente parlare anche nei giornali italiani. E non dimentichiamo interi settori, come quello automobilistico, tenuti in vita ben oltre l'accanimento terapeutico.

Tutti lavori che non esisterebbero se non ci fosse lo Stato a crearli. Poi però bisogna anche pagarli, in qualche modo. E chi paga? Gli altri, quelli che lavorano nel mercato, meglio noto come “mondo reale”. Ma l'assistenzialismo è una droga: provoca dipendenza ed assuefazione, così bisogna averne sempre e sempre di più.

La situazione ormai sta andando fuori controllo e bisogna pagare, qualcuno deve pagare. Sempre quelli che lavorano nel mondo reale. Parliamo della Germania. Contrariamente a quanto si legge sui giornali, anche nel nord Europa c'è gente che lavora senza essere dirigente; persone e famiglie che hanno lavori normali e stipendi normali. Per queste persone non c'è nessuna assistenza particolare. Un lavoro normalmente pagato mette il lavoratore nella fascia di reddito appena superiore al limite minimo per non essere considerato legalmente povero e ciò preclude l'accesso agli aiuti fiscali e assistenziali. In questo modo una famiglia con due redditi si trova ad affrontare la tassazione completa, a dover pagare l'affitto, a dover pagare tutte le imposte dirette ed indirette, le bollette e così via.

Dunque, mentre una famiglia normale deve stare attenta a come vive, un numero sempre crescente di disoccupati mantiene lo stesso tenore di vita di quella famiglia senza lavorare, perché lo Stato fornisce un sussidio di disoccupazione che non è altissimo, ma viene integrato fornendo una serie di servizi ritenuti fondamentali per la dignità umana, come l'affitto, i mobili, le bollette e la televisione digitale (eh già: Berlusconi avrà anche finanziato i decoder con i soldi pubblici, ma in Germania hanno dichiarato la tv digitale un bene di primaria importanza e hanno pagato la televisione nuova a un sacco di gente con i soldi pubblici). Fino a ieri 27 settembre il sussidio di disoccupazione copriva anche sigarette ed alcol.

Dall'esterno potrebbe sembrare una semplice questione di principio, ma nel mondo reale non è così. Nel mondo reale, chi vive di sussidi entra in diretta competizione con la famiglia normale ed è avvantaggiato sotto molti aspetti. Per esempio, se non siete ricchi e cercate un appartamento in affitto sarà difficilissimo trovarne uno decente, perché i padroni di casa preferiscono affittare a chi vive di assistenzalismo: in quel caso paga lo Stato e loro sono sicuri di avere ogni mese i soldi. Il lavoratore normale invece porta con sé un rischio che, per quanto ridotto, è sempre maggiore dell'assenza di rischio garantita dallo Stato.

Se per caso siete una giovane coppia che ha deciso di fare le cose per bene, di progettare seriamente il futuro, di crearsi una certa sicurezza economica e fare figli al momento che riterrete opportuno, non riceverete nessun aiuto dallo Stato, dovrete arrangiarvi a trovare un asilo nido, la mamma dovrà sperare che il datore di lavoro la riprenda dopo la maternità e tutte quelle che cose che secondo i giornali italiani non succedono in Germania. Se invece non siete capaci di far niente, non avete voglia di lavorare, passate il vostro tempo libero a ubriacarvi e fate figli perché troppo ignoranti per sapere come evitarli, allora lo Stato vi aiuta in tutti i modi, fornendovi soldi, vitto, alloggio, assistenza sanitaria, asili nido e tutto il resto.

L'assistenza sanitaria è quasi al capolinea. Per ogni persona che paga, ce ne sono sette che ricevono le prestazioni gratuitamente. Vuol dire che un lavoratore che paga l'assicurazione sanitaria regolarmente, quell'unica volta che va dal dottore rischia seriamente di trovare chiuso perché il dottore lavora solo entro un certo budget mensile di spesa rimborsato dall'assicurazione, oppure trova il dottore, paga ancora 10 euro e si sente dire che non ha niente. Contemporaneamente ci sono 7 persone che invece dal medico ci vanno chissà quante volte al mese, tanto per loro paga quel lavoratore.

Qualcuno penserà che comunque è giusto, perché i ricchi partecipano alle spese per i poveri. Ovviamente no. I ricchi hanno le loro assicurazioni sanitarie che funzionano in maniera diversa, dove ognuno paga per sé. In quella che viene creduta la patria dell'assistenza sociale, chi può permetterselo ha una sanità separata dal resto della popolazione, esattamente come in Italia.

Ci poi sono un sacco di piccole spese che però sommate a fine anno pesano. Per dire, il canone TV costa 215 euro all'anno, in più c'è una gabella sul cavo della TV, che ne costa 216. Fanno 430 euro all'anno che si è obbligati a pagare al solo scopo di dare lo stipendio ad un baraccone che nessuno vuole, perché in Germania come in Italia come ovunque nessuno pagherebbe un soldo di cacio per tenere in piedi le tv di Stato. Ma ovviamente solo se lavorate, perché se non avete un lavoro non solo lo Stato non vi fa pagare queste gabelle, ma addirittura si è premurato di fornirvi un apparecchio per il digitale terrestre al momento del cambio.

Da queste parti c'è l'idea che gli studenti non debbano pagare niente o, al massimo, una cifra simbolica. Teatri, cinema, mezzi pubblici devono essere gratuiti per gli studenti. Un universitario che già si prende i soldi dal governo, ha l'alloggio a prezzi ridicoli (quando non gratis) può andare in giro 365 giorni all'anno sui mezzi a spese dei contribuenti, mentre un coetaneo che lavora con uno stipendio di ingresso può facilmente arrivare a pagare più di 1000 euro all'anno di mezzi. Mentre in Italia il passaggio da studente a lavoratore di solito significa un miglioramento del tenore di vita, qui in Germania spesso è il contrario: lavorare permette uno stile di vita inferiore che studiare, tranne nel caso di posti di lavoro statali o posti di lavoro altamente retribuiti, che però significano 60/70 ore di lavoro alla settimana, oppure trasferte 6 giorni su 7.

Le pensioni sono ormai un sogno. Il lavoratore di oggi deve pagare le pensioni che vengono erogate oggi, mentre deve pagare anche la propria pensione di domani (sempre che sia abbastanza accorto da farlo, e che sappia rinunciare a qualcosa da giovane per non morire di fame da vecchio).

È evidente che non si tratta di una guerra tra poveri, se per poveri intendiamo quelli realmente poveri. È una guerra tra una parte di popolazione che prende i soldi e l'altra che deve fornire i soldi. È una guerra di attrito non dichiarata, ma soprattutto una guerra in cui i soldati non sanno di essere in prima linea. L'unica cosa che sanno è che la qualità della vita scende, lentamente ma inesorabilmente. Ma senza una visione d'insieme, non sanno cosa pensare.

In questo quadro non si è parlato di un fattore: l'immigrazione. Quando i primi sintomi di crisi d'astinenza indotta dall'assistenzialismo si sono fatti sentire, i pianificatori sociali – anziché interpretarli come tali – hanno preferito assecondarli ed hanno pensato “ma perché non chiamiamo un po' di negri a lavorare per noi, che tanto quelli campano con un piatto di riso al giorno e ci mantengono i nostri pensionati e il nostro ospedale?” Solo che non è andata proprio così, perché gli immigrati, arrivati in Paesi drogati di assistenzialismo, ci sono caduti anche loro.

Come i disoccupati italiani vanno in Europa a sfruttare i Ph.D., allo stesso modo gli immigrati sfruttano i sussidi di disoccupazione e vivono nelle pieghe del sistema. E perché non dovrebbero? È legale, non l'hanno nemmeno chiesto, c'è e si prende. Qualcuno si fa forse scrupoli a prendere un dottorato in Germania pagato dal contribuente tedesco perché in Italia non trova lavoro? No, mica è illegale... lo offrono loro, non lo pretende il laureato. In Germania gli immigrati si sono integrati perfettamente, campando alle spalle del contribuente al pari di milioni di tedeschi.

La coperta però si sta accorciando e il contribuente comincia a sentire fresco ai piedi. E se la prende con gli immigrati che vivono di sussidi e non lavorano. Perché se la prende con loro? Perché è razzista? No. Perché è cattivo? No. Non per questo, ma per una serie di ragioni.

Primo, l'immigrato è diverso alla vista, non si confonde, soprattutto se la pelle è di tonalità scura. Secondo, vivere con il sussidio è una forma diretta e facilmente identificabile di assistenzialismo. Terzo, i media si chiedono sempre se sia giusto o meno alzare o abbassare i sussidi ai disoccupati e agli immigrati.

Invece un tedesco che di lavoro fa il manager per un'azienda automobilistica non viene considerato come una persona che percepisce uno dei più alti sussidi di disoccupazione esistenti, ma come una persona realizzata da ammirare e da invidiare. Inoltre, i media parlano degli incentivi statali al settore automobilistico come di un aiuto all'economia e al benessere dei lavoratori.

Mentre concettualmente non c'è differenza tra il disoccupato turco che vive di sussidi ed il dirigente tedesco che vive di sovvenzioni, sul piano della percezione l'immigrato diventa la causa di tutti i problemi, mentre il dirigente non viene nemmeno considerato. Tanto è vero che un politico tedesco, cioè chi per antonomasia vive alle spalle dei contribuenti e non crea nulla di produttivo per il Paese, può scrivere un libro in cui accusa gli immigrati di vivere alle spalle dei contribuenti e di non creare nulla di produttivo per il Paese e nessuno gli ride in faccia. È come se Riina scrivesse un libro in cui accusa Provenzano di essere mafioso: non che sia falso, per carità, ma insomma...

Credendo di poter salvare il salvabile, vogliono togliere a quelli che considerano più deboli per non rimanere senza. Credono che gli immigrati siano la causa dei problemi, anziché una delle conseguenze; pensano di essere diversi solo perché hanno la macchina nuova comprata a rate invece di una vecchia comprata in contanti; appena non sono loro i beneficiari dei sussidi, scoprono quanto ingiusti ed antieconomici siano. E qualche partito di destra prende i loro voti.

Sta succedendo esattamente quello che è successo con la Lega in Italia: a parole ce l'avevano con Roma ladrona, con i terroni, con i musulmani; nei fatti, l'unica cosa che hanno fatto è stata mettere le mani sui soldi del contribuente e cercare di arraffarne quanti più possibile. Probabilmente è la fine cui è destinata l'ondata xenofoba e razzista che sta travolgendo l'Europa: suggere alla mammella pubblica e fare di tutto perché altri non facciano lo stesso. E intanto i quotidiani hanno materia da isteria un tanto al chilo.

Commercio elettronico

Volevo rivolgermi ai proprietari di negozi.

Io mi rendo conto di come i clienti siano una pessima razza, che arriva in negozio, chiede e chiede e chiede e poi magari non compra niente. Mi rendo conto di essere io stesso un pessimo cliente: non ho molti soldi, sono tecnicamente impreparato a stabilire il valore di un oggetto e in generale sono indeciso su cosa faccia al caso mio. Però.

Mettetevi dalla mia parte. Arrivo nel vostro negozio e vi chiedo di avere la tal cosa in versione economica e voi mi presentate l'articolo che costa tre volte quelli di fascia economica. Non so come funzioni con gli altri clienti, ma per me ci sono cose che non mi posso permettere. È una questione di fisica newtoniana: ogni mese entra x ed esce y, non ho modo di creare soldi dal nulla, non sono mica Bernanke.

A me dispiace anche di dovervi obbligare a vendermi che le cose che costano poco, ma voi non fate quella faccia schifata ogni volta. Se non volete vendere articoli economici, siete liberi di farne a meno. Non teneteli in negozio, è una scelta come un'altra ed io la rispetto.

Poi, quando finalmente vi decidete a vendermi qualcosa alla mia portata, non datemi i fondi di magazzino, dai. E provate a spiegarmi le differenze che ci sono tra una marca e l'altra, tra un modello e l'altro. Perché ci sono 30 euro di differenza se sono uguali? Qual è il più affidabile? In caso di riparazioni, quanto tempo ci vuole? Cose così, insomma.

Ve lo dico, perché altrimenti io non prendo nemmeno in considerazione l'idea di andare in un negozio: mi connetto ad internet e lì, tra gli infiniti modelli tra cui posso scegliere, seleziono quello che fa al caso mio ad un prezzo che è sempre inferiore a quello che mi proponete voi.

Se non fosse chiaro, io vengo in negozio perché credo di poter avere delle informazioni qualitativamente superiori che mi fanno risparmiare soldi sul medio-lungo periodo. Se voi mi trattate come un pollo da spennare, vado on-line, dove posso trovare informazioni di qualità inferiore ma quantitativamente superiori, cosicché posso risparmiare subito un sacco di soldi, che a me i soldi in tasca non pesano e non occupano spazio.

Repost: Il ruolo del governo nella crisi finanziaria

“È colpa del mercato, dagli allo speculatore, è la deregulation,” questa la litania di scuse recitata dai veri responsabili della crisi ormai quotidianamente. Purtroppo, a causa del noto principio “ripeti abbastanza a lungo una bugia e si trasformerà in verità,” il concetto è piuttosto diffuso ad ogni livello, come se l'intervento di governi e enti sovranazionali non permeasse profondamente ogni anfratto dell'economia condizionando ogni piccola azione umana.

È incredibile se ci pensate: basta aprire un giornale a caso o accendere la tv per trovarsi investiti da un turbine di banchieri centrali che stampano moneta, finanziarie, piani di salvataggio, ministri del tesoro e dell'economia, politiche economiche e sociali, grandi opere, sussidi, sovvenzioni, incentivi, strabilioni di euro e di dollari che si spostano ad un gesto del legislatore come le acque del Mar Rosso di fronte a Mosè, e tutto quello che ci sanno dire – che non hanno vergogna di dire – è che la colpa è del mercato sregolato!

Ecco allora un significativo contributo di Kevin Carson per cercare di riportare un po' di verità e buonsenso nel dibattito e fare così luce sulle responsabilità primarie di una delle più gravi recessioni della storia.
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Di Kevin Carson


George Soros sta progettando di aprire un istituto di economia all'Università di Oxford – con lo scopo, apparentemente, “di allontanare la disciplina dai campioni del mercato libero e della deregulation che, così crede il finanziere miliardario, hanno la colpa della crisi economica globale.” È frustrato “dal modo in cui i mercati finanziari globali lavorano sulla premessa che i mercati possono essere lasciati ai loro meccanismi.”

Ian Goldin, direttore della James Martin 21st Century School, ha applaudito questa mossa considerando che “avrebbe allargato il dibattito.”

Dobbiamo allargare il dibattito, benissimo. In particolare, dobbiamo allargarlo oltre i due lati – i neoliberali e i “progressisti” – secondo i quali il capitalismo finanziario globale che abbiamo avuto negli ultimi decenni era “un mercato libero.”

Tanto per cominciare, il mercato delle assicurazioni sui mutui è quasi interamente una creazione del governo federale. Prima che i federali creassero Freddie Mac per garantire i MBS (Mortgage-Backed Securities), questi erano evitati come troppo rischiosi dalla vasta maggioranza degli investitori. Sino a quel momento, i derivati erano pricipalmente obsoleti investimenti in futures di materie prime usati dagli agricoltori come forma di assicurazione contro un crollo catastrofico dei prezzi.

Ai sensi dell'accordo di Basilea II, che è entrato in effetto nel 2004, un mutuo ipotecario diretto di una banca locale per un cliente con una soddisfacente stima del credito comporta una valutazione di rischio del 35%. Un'assicurazione su un mutuo, dall'altro lato, comporta una valutazione di rischio di soltanto il 20%. Così i requisiti di riserva erano fissati più in alto per i mutui in mano all'originaria banca di emissione (che ha “richiedeva conoscenza locale,” come precisa Sheldon Richman) rispetto ai MBS comprate da altre banche. Il minore requisito di riserva per i MBS significava che una maggiore quantità di denaro era disponibile per essere prestata contro una riserva data, il che ha fornito alle banche un forte incentivo a vendere i propri mutui il più rapidamente possibile ed investire sui MBS. Per dirla con Les Antman, “Basilea II ha virtualmente imposto alle banche di vendere i loro prestiti se volevano rimanere competitive.”

Ma il ruolo del governo è molto più a monte. Comprende l'intervento del governo per imporre il diritti di proprietà artificiali che hanno reso la terra e il capitale artificialmente limitati e costosi relativamente alla forza lavoro e quindi l'indebolimento del potere contrattuale del lavoro. Comprende politiche di governo per incoraggiare la produzione di massa centralizzata e onerosa per mezzo di costosi macchinari specifici piuttosto che una produzione decentralizzata che integrasse versatili macchinari elettrici con i metodi dell'artigianato. Comprende politiche che promuovono l'iper-accumulazione di capitale e la cartellizzazione dei mercati, al punto che l'industria della produzione di massa non riesce a smaltire i propri prodotti in un mercato libero.

È stato a causa di questi precedenti interventi che abbiamo una classe plutocratica con enormi quantità di denaro investito, ed una scarsità di opportunità d'investimento vantaggiose. In un'economia con una più larga distribuzione della ricchezza ed una capacità produttiva decentralizzata, dove la capacità della produzione è stata determinata dalla richiesta locale e da un più alto livello di potere d'acquisto per i lavoratori, la maggior parte delle precondizioni per la nostra FIRE (Finance, Insurance, and Real Estate: Finanza, Assicurazioni, Beni Immobili, ndt) economy gonfiata non sarebbero neppure esistite.

Articolo originale: http://gongoro.blogspot.com/2010/05/il-ruolo-del-governo-nella-crisi.html

Repost: Apologia dello speculatore

Visto il successo del post precedente, cerco di alimentare un po' di flame pubblicando un articolo del blog Ashoka's Corner. 

* * *

Il prezzo della benzina aumenta. Colpa degli speculatori. Il prezzo del petrolio sale alle stelle. Sono stati gli speculatori al rialzo. La Grecia rischia la bancarotta e l’euro precipita. Chi è stato? Sempre loro, gli speculatori.

Dalla notte dei tempi i nostri buoni governanti hanno sempre cercato di portare il massimo benessere ai loro popoli e senza dubbio vi sarebbero riusciti se l’avidità di pochi uomini non li avesse ostacolati in questa missione civilizzatrice.

Meschini individui che non producono nulla per la società, utilizzando il vil denaro non già per il benessere collettivo ma per arricchirsi, spingendo i prezzi ora alle stelle, ora a terra, realizzando guadagni faraonici, rovinando intere nazioni, distruggendo il mondo.

Ecco cosa sono gli speculatori: i distruttori del mondo!

Bene. Quelle che ho scritto sono ovviamente una marea di cavolate ed ora vi spiegherò il perché.

Da che mondo è mondo vorremmo poter vendere le nostre merci al prezzo più alto possibile e comprare a prezzi stracciati ciò di cui abbiamo bisogno. Vi è però un conflitto di interessi che per lungo tempo, nella storia del pensiero economico, è parso irrisolvibile. Si pensava infatti che le merci avessero un qualche valore oggettivo e che gli scambi equi fossero tra merci di pari valore. Se è così come fa il mercante a vendere la merce a prezzi diversi e realizzare un profitto? Ma è ovvio! Comprandola a meno del suo valore e rivendendola a prezzo maggiorato con quel meccanismo denunciato da Marx nel Capitale: D-M-D’ (1).

Ovviamente era la premessa ad essere sbagliata: lo scambio avviene non perché il valore delle merci sia uguale ma perché soggettivamente ognuno valuta ciò che riceve più di quanto dà in cambio. Qual è allora il ruolo del prezzo di mercato?

Come suggeriva Friedrich Hayek il ruolo dei prezzi è quello di diffondere le informazioni, che per loro natura sono frammentarie e disperse, e coordinare le azioni individuali. Ad esempio se viene scoperto un nuovo ed efficiente impiego dello stagno in una linea produttiva, l’aumento della domanda, a parità di altre condizioni, ne farà incrementare il prezzo. Come risultato alcuni utilizzi imprenditoriali del metallo non saranno più profittevoli (sono aumentati i costi) e verranno abbandonati.

Non importa quale sia il motivo per cui la domanda di stagno è aumentata, ciò che conta è che il suo prezzo ha segnalato al resto dei mercati (non solo quindi a quello dello stagno) che la disponibilità di quel metallo è diminuita. Le persone che conoscono la causa di ciò che è accaduto sono solo poche decine ma l’aumento del prezzo dello stagno spingerà il resto degli individui a farne un uso più parsimonioso. In pratica, secondo Hayek, il sistema dei prezzi di mercato tende a muovere l’economia nella giusta direzione.

In un mercato libero siamo tutti quanti degli speculatori. Quando al supermercato compriamo il parmigiano in offerta anche se non ne abbiamo immediato bisogno, quando ci spostiamo di diversi km per fare il pieno di benzina, quando mettiamo da parte del denaro per pagare l’università ai nostri figli.

Infatti lo speculatore è colui il quale si fa delle opinioni sul futuro incerto (es. il prezzo di una merce sarà più alto di oggi) ed agisce oggi per avere un guadagno se le sue previsioni si dimostreranno esatte. In questo senso ogni attore economico è uno speculatore in quanto, come scriveva Mises, l'azione umana è sempre diretta verso il futuro che è di per sé sconosciuto e quindi incerto. Ogni genere di investimento è quindi una forma di speculazione.

Siamo tutti speculatori quindi ma c’è chi, parafrasando Orwell, è più speculatore di altri. Quando si parla di speculazione finanziaria, infatti, non si punta il dito contro la casalinga che compra le patate in offerta ma contro l’affarista che sposta enormi capitali in borsa e che, secondo l’opinione comune, è la causa primaria delle crisi finanziarie.

Questi speculatori coordinano il mercato nel tempo (e sono quindi da elogiare) oppure sono solo dei giocatori d’azzardo?

Eh sì perché se è vero che la speculazione può spingere l’economia nella giusta direzione, tuttavia abbiamo esperienze continue di bolle finanziarie che si gonfiano e scoppiano l’una dopo l’altra, arricchendo sempre i soliti noti che paiono quasi comandarle con la bacchetta magica.

Che cosa succede? Uno speculatore può sbagliare la sua previsione, ci mancherebbe, ma quando si gonfia una bolla sono in tantissimi a “sbagliare” e nel farlo spingono l’economia nella direzione sbagliata.

Ciò che accade è che i prezzi degli asset finanziari non sono affatto dei prezzi di mercato.

In un mondo dove la moneta è tale per decreto, in cui le banche centrali possono creare dal nulla trilioni di dollari oppure di euro, in cui le banche possono moltiplicarli con il meccanismo del credito frazionario ed in cui nella maggior parte dei casi Stati e banche non pagano le conseguenze delle loro scelte sbagliate ma vengono sempre salvati (sono too big to fail) , i mercati finanziari sono diventati un gigantesco casinò dove il banco assicura vincite miliardarie ai propri amici e fa pagare conti salatissimi a tutti gli altri, anche quelli che nel casinò non ci sono mai entrati.

Quando uno speculatore sa che se ha ragione vince lui e se ha torto pagano altri ecco che sarà incentivato ad effettuare le scommesse più rischiose ed a creare situazioni altamente instabili ed incerte ma che possono portare a guadagni più alti. Diventa quindi più utile cercare di disequilibrare i mercati creando divergenze di prezzo a tavolino che non puntare su quelle reali.

I più grandi speculatori di questo mercato malato sono….. gli Stati! Politici di ogni schieramento e formazione politica che guardano solo al breve termine (alla loro rielezione) sono i primi a sfruttare il fatto di non dover pagare le conseguenze delle proprie azioni. Abbiamo così sindaci e presidenti di regione che giocano con i derivati e governi che elargiscono pensioni, appalti e stipendi indebitando i loro cittadini.

Quando oggi si dice che è in corso una guerra tra Stati (buoni) e Mercati finanziari (cattivi) non credete a questa bugia. E’ in corso una gigantesca guerra tra bande di criminali su chi debba poter utilizzare le scialuppe di salvataggio a bordo del Titanic mentre la nave affonda e tutti gli altri passeggeri attendono l’arrivo del Carpathian al suono dei violini.



(1) Secondo Marx il capitalista utilizza il denaro D per acquistare la merce M e rivenderla al prezzo D’ che è maggiore di D, realizzando quindi un profitto.


Articolo originale: http://ashokascorner.blogspot.com/2010/05/apologia-dello-speculatore.html



La colpa è sempre altrui

Seguo con alterna attenzione le vicende economiche euroelleniche. Più che altro, seguo i commenti a corredo, perché sono spassosissimi.
Quello che sta succedendo in Grecia e che forse capiterà altrove era già scritto da tempo. Più o meno nel momento in cui i politici greci hanno cominciato a far vivere la nazione a debito, cioè indebitandosi per somme che non avrebbero mai potuto restituire. Bisogna, in questi casi, guardare in faccia la realtà: contrarre debiti porta inevitabilmente a due alternative: ripagare i debiti o andare in bancarotta. Non c'è alternativa, né via di fuga.
Molti pensano che non sia così, perché gli Stati avrebbero il magico potere di convertire l'acqua in vino e di poter contrarre debiti a piacere senza doverne mai venire a capo. Non è così. I debiti si pagano. E non c'entra nulla che altri speculino sui debiti contratti da uno Stato. Sono stati i governanti a decidere di contrarre il debito e niente può distogliere dal naturale esito di quel debito. Poi, a parte, si potrà anche discutere sulla liceità di talune pratiche, ma questo non serve e non deve distogliere dalla realtà.
Oggi tocca alla Grecia, ma pian piano toccherà a tutti gli altri, perché hanno contratto debiti che non possono ripagare. Certo, sentiremo sempre più di frequente dare la colpa al capitalismo, al libero mercato, alla deregulescion, alla poco controllo della politica sull'economia. E tutti ci crederanno, naturalmente.
Ciononostante, rimane il fatto che la situazione, sia Greca che europea che mondiale, è prima responsabilità dei vari governi, che dalla fine della seconda guerra mondiale in poi hanno deciso di regolamentare l'economia, perché naturalmente gli uomini non sanno regolarsi da soli, hanno bisogno del politico che gli dica dove e come investire i propri soldi.
E così prima hanno messo in piedi un sistema economico statalista e assistenzialista derivato dalle esperienze di Roosevelt e Hitler, hanno abolito il cosiddetto gold standard, hanno praticato politiche inflattive, hanno rese lecito per le banche quello che per ogni altra attività commerciale sarebbe truffa e via dicendo. Oggi stiamo raccogliendo i frutti di questa semina.
E oggi, di fronte al disastro di una politica che ha voluto guidare l'economia, che poverella da sola non ce la faceva, e divertirsi a fare ingegneria sociale, che voi siete solo dei poveri dementi da educare, mi tocca vedere i maggiori esponenti della politica che si riuniscono per salvare la situazione. Sudo freddo. Se penso che gente come Berlusconi o Sarkozy o la Merkel vogliono salvare l'Europa vengo colto da riso isterico: in Germania non sono neanche capaci di mantenere un sistema sanitario decente senza fare miliardi di debiti (un consiglio: cercate di non stare male verso la fine del mese, quando i medici hanno già esaurito le prestazioni che le assicurazioni sanitarie pagano loro; anzi, fate così, non state male proprio: andare da un medico tedesco di solito significa sentirsi dire che non si ha niente o che si è stressati) e pensano a come salvare il mondo. Tanto per dire, il presidente più colorato della storia degli Usa, il genio che doveva salvarci tutti, ha affermato perentorio che “i problemi della Grecia dimostrano che tutti i Paesi sono interconnessi”. Un genio, non c'è che dire. Magari l'altro giorno ha anche imparato dov'è la Grecia.
Fermateli, per carità! Più fanno, più fanno male. Più si muovono, più rompono. Lasciateli a casa. Distraeteli. Fategli vedere un film. Portateli al circo. Raccontate loro una fiaba. O magari i racconti al telefono di Rodari. Qualsiasi cosa, ma non lasciateli “trovare un accordo”, non permettete loro di “mettere in sicurezza la zona euro”, non lasciate loro alcuno spazio di manovra che non sia fare “ciao mamma” con la mano davanti alla telecamera.
Vorrei vivere tranquillo gli anni che mi restano.
Grazie.

Ci vuole olio di gomito

Mi perdoneranno i lettori che non conoscono l'inglese, ma il video sotto mi è sembrato davvero interessante. Il senso è che in America hanno capito che un lavoro fatto bene si ottiene mettendo a farlo una persona motivata a fare un lavoro fatto bene, e non un tipo che pare uscito da American Psycho. Solo che hanno avuto bisogno della più grande crisi economica dal '29 a oggi per capirlo.

Deliri d'onnipotenza

Ma a voi non viene mai da pensare cosa fareste se foste a capo di tutto? Io sì. Mi chiedo: cosa farei io se per 100 giorni fossi a capo dell'Italia? Ma non a capo come Napolitano, ma proprio a capo nel senso che per un anno si fa come dico e non si discute... Carta bianca per 100 giorni e poi a casa.

Non è facile rispondere. Cioè, uno può dire “farei questo e quello”, ma non sarebbe mai sicuro di come va a finire la cosa. Allora ci si pensa con più calma. Ecco cosa farei nei miei 100 giorni a capo dell'Italia.

  1. Abolizione dell'esercito professionale e introduzione della leva obbligatoria di un anno per maschi e femmine. Conversione ad una milizia territoriale. Obiezione di coscienza limitata ai casi di comprovata presenza di una coscienza. Conseguente ritiro dalle missioni all'estero e l'esercito torna a difendere i confini nazionali al di qua dei medesimi, come è naturale che sia.

  2. Blocco di tutte le opere pubbliche a data da destinarsi.

  3. Blocco di tutti gli aiuti di Stato e comunitari.

  4. Blocco dei finanziamenti pubblici ad attività private di qualsiasi genere (partiti, giornali, cliniche e scuole compresi).

  5. Abolizione della Rai (non privatizzazione: abolizione). Azzeramento di tutte le leggi sulle telecomunicazioni e creazione di un libero mercato televisivo e radiofonico.

  6. Trasferimento di tutti i giudici, i magistrati, i prefetti e gli alti gradi delle forze dell'ordine.

  7. Obbligo per i dipendenti statali di lavorare 40 ore a settimana (e non per il doppio dello stipendio).

  8. Separazione tra previdenza sociale e pensioni e contestuale passaggio ad un sistema per cui chi lavora mette soldi da parte per sé e non paga i pensionati attuali.

  9. Abolizione delle province e accorpamento dei comuni più piccoli.

  10. Le tasse devono rimanere il più vicino possibile al contribuente (Comune e Regione) e solo una frazione minima deve arrivare a Roma.

  11. Drastico abbassamento delle tasse.

  12. Legalizzazione di droga e prostituzione.

  13. Scuola. Si torna ad insegnare solo le materie serie: leggere, scrivere e far di conto; italiano, matematica, scienze, inglese, storia, geografia e poi negli istituti superiori le varie materie di indirizzo. Stop assoluto alla fuffa, all'educazione civica, ai giorni delle memorie e a Dio sa cos'altro riempie la testa dei ragazzini al giorno d'oggi. Abolizione dell'insegnamento di qualsiasi religione.

  14. Abolizione del Concordato: gli appartenenti alla gerarchia cattolica sono cittadini come tutti gli altri e le loro proprietà sono fatte della stessa sostanza di tutte le altre, quindi non c'è bisogno di mettersi d'accordo su niente.

  15. Abolizione di tasse e balzelli su carburanti, sigarette e alcolici.

  16. Riduzione del numero di parlamentari nazionali e limitazione delle loro competenze a pochi ambiti, quali la difesa, le emergenze sanitarie e naturali e poco altro. Il resto va alle Regioni e ai Comuni.

  17. Licenziamento in tronco e denuncia per mancata ottemperanza degli obblighi contrattuali di tutti i medici “obiettori”. Se lavorate per un ospedale pubblico, fornite tutte le prestazioni previste; se la vostra coscienza non ve lo permette, apritevi il vostro studio e fate quello che vi pare.

  18. Divieto a chiunque abbia rivestito una carica elettiva di potersi candidare per qualsiasi altra.

  19. Abolizione di tutti i segreti di Stato applicati finora.

  20. Varie ed eventuali dettate dall'estro del momento.

Lo so, lo so che si alzeranno alte le grida e so anche il perché ma non importa. Il primo obiettivo è fare in modo che tutta la popolazione riceva un'adeguata preparazione militare. Non c'è libertà senza la possibilità di difenderla. Secondo obiettivo è eradicare la criminalità organizzata senza leggi o magistrati, ma semplicemente affamandola. Niente più soldi da droga, prostituzione e comunità europea, niente più mafia. Terzo obiettivo: troncare ogni forma di corruzione, che manda in fumo miliardi ogni anno e spesso provoca morti (a causa di costruzioni fatte al risparmio). Poiché la corruzione esiste per lo più negli appalti e nelle opere pubbliche, e per il resto nelle sovvenzioni pubbliche, si smette con tutte queste cose e cessa anche la corruzione.

L'obiezione “ma si perderanno un sacco di posti di lavoro” è sensata. Ma purtroppo per voi quello è proprio l'obiettivo. Far perdere il lavoro a tutti quelli che campano alle spalle degli italiani che lavorano: che sia la Fiat, il direttore di qualche clinica privata o il palazzinaro di un comune di 5000 abitanti. Tutti costoro perderanno il lavoro e smetteranno di succhiare soldi al contribuente. Deve essere così.

Direte “eh ma il sud e i problemi e la disoccupazione”. No, per niente. È ora di smetterla con queste sciocchezze. Basta soldi e lavori pubblici al sud e lasciate che mafiosi e parassiti rimangano senza lavoro. È ora di lasciare che le persone perbene possano costruirsi una vita dignitosa senza dover lavorare per mantenere i parassiti. Direte “eh ma la mafia”. La mafia niente: vi ho appena dato una milizia territoriale, avete le armi e sapete usarle. Arrangiatevi.

Direte “ma la gente che perde il posto di lavoro”. Perderanno il lavoro quelli che vivono di soldi pubblici e questo non è un effetto collaterale, ma uno degli obiettivi. Contemporaneamente però rimarranno molti più soldi in tasca alla gente, che quindi ne avrà da spendere per le cose che interessano davvero.

Direte “ah ma tu sei un neoliberista che vuole che i ricchi diventino sempre più ricchi”. No, per niente. Semplicemente penso che quando lo Stato si fa mallevadore di criminali e corruttori va fermato ed al più presto. Quando lo Stato diventa il modo per vivere alle spalle dei propri concittadini va fermato.

Direte “ah ma all'estero il welfare per tutti gratis”. Sciocchezze. I programmi di assistenza sociale funzionano bene nei Paesi con pochi abitanti, dove le tasse non si allontanano mai dal contribuente e dove il lavoro c'è. Per il resto credete che sia diverso dall'Italia? In Germania vengo decurtato della metà del mio stipendio perché lo Stato ha deciso di finanziare l'industria automobilistica e le banche, mentre io, oltre ad avere un'assicurazione sanitaria privata, devo pagarmi una pensione integrativa perché, grazie alle mirabili politche sociali tedesche, sarà buona appena per comprarmi i pannolini. Nel frattempo però devo mantenere tutti quelli troppo stanchi per lavorare, o troppo impegnati a bere birra o a guardare la tv al plasma, o pagare lo stipendio a quelli che lavorano nelle ONG che “aiutano” i Paesi in via di sviluppo, o pagare la retta agli studenti universitari parcheggiati da qualche parte a bere birra. Se non è chiaro, i soldi delle tasse servono per far arricchire i già ricchi, non penserete davvero che servano a “redistribuire la ricchezza”?

Direte “eh ma guarda in America come sono messi”. Francamente dell'America non me frega niente. Non vivo in America, non sono americano e i due Stati che si fregano o si sono fregati i miei soldi sono l'Italia e la Germania. Qui non è l'America e qui le cose funzionano in maniera diversa.

Se il programma non vi va bene, io resto in carica solo 100 giorni, poi potete tornare a finanziare la mafia e i falsi invalidi quanto vi pare.

Manus agere

Da quando è scoppiata la crisi non si può evitare di leggere articoli e saggi che cercano di spiegarne cause ed origini. Alcune spiegazioni sono più convincenti di altre, e lo sono perché avevano previsto per tempo le dinamiche economiche e sociali cui assistiamo in questi giorni. Tuttavia, anche se non si è economisti ma si è stati testimoni di un certo modo di fare economia, l'arrivo della bufera non è stato una sorpresa. A me per esempio è capitato di lavorare per un'azienda della cosiddetta new economy, che voleva diventare la leader del futuro che è già presente, il famigerato web 2.0. Per ragioni di riservatezza e legali non darò alcun riscontro a fatti o cose realmente esistenti, dirò solo che ho lavorato per il sito X.

La storia del sito X è abbastanza tipica. Qualche compagno di università si mette insieme e ha un'idea simpatica ed accattivante e ci costruisce un sito web attorno. Il sito web inizia a raccogliere accessi e visite in numero sempre maggiore, fa parlare di sé, diventa un fenomeno in internet fino a strabordare nella vita reale. I fondatori del sito riescono a trovare dei finanziatori e iniziano a diventare importanti. In piena espansione, il sito (divenuto società per azioni) inizia ad assumere personale. Ed è a questo punto che chi scrive entra a farne parte, perché il sito X è ormai sufficientemente strutturato da non poter più contare solo sui fondatori e sul gruppetto di tecnici che lo fanno funzionare.

Non mi dilungherò in particolari, l'importante è capire che appena arrivati si capiva che di soldi ne giravano tanti, ma proprio tanti e questo veniva spiegato col fatto di aver trovato dei finanziatori che credevano nell'idea del sito X (che continuava ad aumentare accessi e visite). Era altresì chiaro che il sito non generava entrate, come qualsiasi altro sito che non abbia pubblicità o una sottoscrizione a pagamento. Il sito X era un sito ad accesso libero e senza pubblicità di alcun tipo, al pari del blog che state leggendo in questo momento.

La popolarità del sito X cresceva a vista d'occhio ed ormai era diventato una società vera e propria, con presidente, amministratore delegato, management, catena di comando e api operaie lì in fondo (del cui numero facevo parte).

Al culmine del successo il sito X venne comprato da un'importante società che opera nei media per una cifra non resa nota ma – secondo le voci di corridoio – decisamente elevata, quasi certamente a sei zeri.

In tutto questo tempo la formula non è mai cambiata e il sito X non ha mai prodotto un centesimo di fatturato, solo che i nuovi padroni erano arrivati per fare soldi e così hanno cominciato a fare pressione sul management. Il management, che aveva reso il sito popolare grazie al fatto di essere gratuito e senza pubblicità, non sapeva cosa fare e così ha cominciato a fare pressione sulle api operaie, non mancando di incolparle dei problemi della società.

La presente formica operaia da un lato lavorava in un clima soffocante, dall'altro capiva che il sito X, non raccogliendo soldi, non ne aveva nemmeno da distribuire e quindi, preferendo lasciare che essere lasciata, ha rassegnato le dimissioni. Qualche tempo dopo i nuovi padroni hanno iniziato a vibrare dolorosi colpi di mannaia. Non so di preciso che fine abbia fatto il sito X, di sicuro funziona ancora, ma è stato decisamente ridimensionato e rivisto nella formula.

I miei lettori si chiederanno cosa ci sia di strano in tutto questo: la storia è semplice ed il finale inevitabile. Il problema è che eravamo in pochi a vedere le cose come stavano, e quei pochi erano appunto api operaie, prive di qualunque potere decisionale. Il problema è che il management del sito X, così come il management dei primi investitori ed il management dei nuovi padroni non sono stati in grado di vedere la realtà dei fatti.

È da sottolineare che i fondatori del sito e il management erano tutte persone che studiavano o avevano studiato economia o management e, presumibilmente, anche i manager delle altre società interessate. Non stiamo parlando di adolescenti che si sono trovati per caso con la gallina dalle uova d'oro in mano, ma di un gruppo di teste pensanti che si sono date un obiettivo e l'hanno perseguito razionalmente.

Quello che è successo è che i fondatori hanno trovato un modo di rendere popolare il sito X, aumentandone il traffico. Poi, con i grafici presi da Alexa.com, si sono presentati a qualcuno e gli hanno fatto credere che quel traffico significasse denaro.

Ora, non solo chi lavora nel web, ma anche chi lo frequenta nel tempo libero sa che il traffico generato non equivale alla vendita di merce: centomila accessi al giorno per un sito non equivalgono a cento automobili prodotte da una fabbrica. Se è comprensibile che un gruppo di giovani entusiasti cerchi di vendere la propria idea a qualcuno, è già meno comprensibile che ci siano investitori pronti a dare soldi per un progetto che non ha possibilità di generare ricavi. Ancor meno comprensibile è che importanti società quotate in borsa spendano fior di quattrini per avere qualcosa che non le farà mai rientrare dell'investimento.

Il problema di questi personaggi è che non sono mai stati responsabili del loro operato e non ci hanno mai rimesso un solo soldo. Prima hanno trovato chi li finanziava, poi sono riusciti a sollevare un gran polverone sui guadagni che avrebbero ottenuto e si sono dati stipendi di tutto rispetto. Al momento buono hanno venduto la società e alla fine hanno abbandonato la nave che affondava dopo aver vissuto da nababbi e probabilmente con molti soldi in banca. Tutto il loro operato è stato un fallimento, non essendo riusciti a rendere la società remunerativa; gli unici soldi sono quelli ottenuti millantando inesistenti futuri guadagni; dopo aver impiegato delle persone, le hanno mandate a casa senza nemmeno dire “ci dispiace”. Solo che quando cercano altri lavori, vengono giudicati da altri manager: si capiscono, tra di loro. Mostrano il CV, fanno i meeting, sfoggiano Power Point, vendono fumo, dirigono una società senza sapere cosa stanno facendo e poco prima che la società affondi volano via, incassando la buona uscita, e il ciclo si ripete. E se qualcuno sta facendo un'analogia con le locuste, ha capito perfettamente il meccanismo.

Ma ancora non c'è da stupirsi, considerando che genere di personaggi sono i manager. Nel sito X, oltre ai manager, c'erano i tecnici IT e noi lavoratori. I tecnici ovviamente avevano moltissimo lavoro ed era comprensibile che dovessero rimanere anche a notte inoltrata in casi estremi. Noi lavoratori avevamo il nostro da fare, ma quasi tutti ad una certa ora uscivamo dall'ufficio. I manager invece ogni giorno tenevano la conferenza stampa in eurovisione a reti unificate per fare sapere a tutti che la sera prima avevano lavorato fino alle 10 e per farci sentire in colpa per non essere rimasti lì con loro. Appena arrivato non sapevo cosa pensare ed in effetti mi sentivo quasi in dovere di rimanere. Poi invece ho capito il perché di questa differenza. Noi api operaie, oltre al lavoro, avevamo anche degli interessi. Niente di speciale, le cose normali che fanno tutti: andare al cinema, andare a un concerto, leggere un libro, praticare uno sport. Dopo otto o nove ore di lavoro, pagato malissimo, avevamo voglia di fare altro. I nostri manager invece no: a parte il lavoro non avevano nient'altro. Forse non ci avete mai pensato, però non avere alcun interesse vi rende la vita molto difficile, soprattutto nel relazionarvi con gli altri. Condividere degli interessi o spiegare i vostri interessi a qualcun altro è un ottimo modo per coltivare un'amicizia o una potenziale relazione. Ma se non avete niente nella testa che non sia il vostro lavoro, non avrete niente da dire a chi non lavora con voi, e alla sera potete scegliere se andare in una casa spoglia, con il frigo vuoto a mangiare pizza surgelata da soli di fronte al computer, oppure rimanere con quelle poche persone con cui avete qualcosa da condividere: i vostri colleghi manager. E naturalmente il giorno dopo avrete anche la scusa per fare la ruota di fronte ai sottoposti. Come se quelli vi credessero.

Un'altra differenza tra noi api operaie e loro manager è che noi cercavamo le nostre relazioni fuori dal lavoro. Per il fatto di avere una vita normale fuori del lavoro, ci sembrava altrettanto normale cercare un compagno per l'accoppiamento fuori dall'ufficio. L'accoppiamento dei manager avveniva invece all'interno dell'ufficio, di solito scegliendo tra le sottoposte, che ovviamente al momento dell'assunzione erano state selezionate secondo criteri estetici abbastanza precisi. In effetti posso dire che in quel periodo ero circondato da un buon numero di belle ragazze. Che spesso non avevano alcun problema a dire esplicitamente che la loro carriera procedeva per mezzo del sesso. E comunque anche le donne non si esimevano dall'approfittarsi dei sottoposti: ricordo una ragazza – gradevole a vedersi ma fredda come un ghiacciolo e simpatica come un'occlusione intestinale – che usava i nuovi arrivati per il proprio sollazzo, anche se ho il dubbio che il sesso le interessasse solo come strumento da usare in società per ben figurare. Per tutto il tempo che sono rimasto lì non l'ho mai vista sorridere né tenere il broncio né piangere. Semplicemente impassibile. Posso solo immaginare a quale travolgente passione si lasciasse andare nell'intimità...

Perché allora questa crisi non dovrebbe stupirci? Perché se tutte le grandi corporation sono guidate dalla mentalità che ho visto io, prima o poi sono destinate a morire di morte violenta.

Primo: i manager sono come Pinocchio. Se prepari un paio di slide di Power Point colorate in cui spieghi che piantando degli assegni circolari sottoterra il valore delle azioni potrebbe salire del 50%, loro ci credono e ti danno assegni circolari in bianco da piantare sottoterra. E ai più restii è sufficiente promettere benefit come un viaggio al Paese dei Balocchi che si convincono subito.

Secondo: i manager non hanno idea di cosa stanno facendo. Loro studiano nelle loro scuole, frequentano altri manager, ottengono MBA in serie, ma non sanno fare niente. Arrivano in ufficio con le loro cravatte strette bene intorno al collo e cominciano a parlare. E parlano. E parlano. E alla fine non dicono niente, perché di quello che fate voi, api operaie, non sanno niente e non saprebbero nemmeno come farlo.

Terzo: hanno bisogno dei disegnini (in inglese: Power Point) per capire le cose.

Questi tre fattori combinati creano la ricetta perfetta per il disastro. Interi gruppi di dirigenti si metteranno a cercare guadagni facili e quindi impossibili, ignorando del tutto i rischi e senza il problema di dover pagare il prezzo dei propri errori. Perché l'imprenditore rischia il suo e se chiude la fabbrica rimane senza soldi, ma il manager no: il manager, dopo aver devastato una società, si sposta e va a devastarne un'altra.

Se vogliamo uscire dalla crisi, dobbiamo per prima cosa liberarci di questa piaga, prima che la razza umana venga sterminata dalla proliferazione incontrollata di manager.

Cavalieri teutonici alle crociate

Nel rapporto tra stranieri, una delle cose più difficili da fare è riuscire a soddisfare i pregiudizi del proprio interlocutore. La prima volta che sono andato all'estero per lavoro è stato davvero estenuante. Un bel giorno – non qui in Germania, in un altra nazione – dovevo andare con due colleghe in un'altra città per una specie di conferenza. Dovevamo andarci con il trasporto pubblico, così ci siamo dati appuntamento di fronte all'ufficio per le 7. Sapete, era tipo la prima settimana lì, dovevamo prendere i mezzi, questo e quell'altro, alle 7 mi presento di fronte all'ufficio. Le due colleghe sgranano gli occhi e guardano l'orologio, meravigliandosi che io sia puntuale. Perché sapete, gli italiani sono sempre in ritardo. E sapete, gli italiani passano ore al bagno. E cantano sempre. Un ragazzo una volta mi ha anche detto che noi italiani siamo anche molto scuri di carnagione. Siccome io in questo bel quadretto non ci rientro proprio, voleva dire non ero italiano. E non c'è stato verso di far cambiare loro idea. Dopo nove mesi, il massimo che ho ottenuto è di essere classificato come “austriaco”. In effetti la mia terra un tempo faceva parte dell'Austria, ma ormai non se lo ricorda più nessuno, quindi...

Tutto questo per dire che il contrasto tra pregiudizio e realtà può essere davvero doloroso a volte, tanto da arrivare a far preferire l'errore del pregiudizio alla verità della reale.

Naturalmente ci sono passato anche io quando mi sono trasferito in Germania. Come tutti gli italiani, vivevo nel mito dell'efficienza tedesca. Questo era per me, come per tutti, un pregiudizio privo di ogni riscontro concreto. Alzi la mano chi non conosce l'efficienza tedesca. Alzi la mano chi può dire su quali basi empiriche si basa.

Premetto che, come per ogni post in questo blog, esprimo un punto di vista soggettivo che non va interpretato come studio sociologico od economico, ma come semplice esperienza di vita. Io mi faccio le cicatrici e poi vi racconto la storia di come me le sono fatte. Sta a voi se crederci o meno.

Quando si arriva in Germania, le prime cose che si notano sono poche. I treni, il sistema di trasporto pubblico, se siete giovani la vita universitaria. Venendo dall'Italia, l'esperienza di queste cose vi dà l'immagine della Germania. E l'immagine è sostanzialmente positiva. Perché è un dato oggettivo che i treni funzionano bene. Il trasporto pubblico è eccellente (la prima volta a Berlino rimasi basito dal sistema integrato U-Bahn/S-Bahn/Tram/Bus, tanto è esteso e capillare). L'università è gratuita, bella, fornita. Questo è il primo impatto. Se ci andate in vacanza, se fate l'Erasmus, è anche l'unico impatto. Se invece vi stabilite più a lungo, lavorate, cercate un appartamento “serio”, inizierete a percepire la vita vera che si vive qui. E l'idea che vi siete fatti all'inizio cambia abbastanza.

La prima cosa che ho capito è che l'ottima impressione che mi ha dato la Germania è dovuta all'apparato pubblico. Mentre da dove vengo io l'apparato pubblico è a ragione – tranne le lodevoli eccezioni – ritenuto improduttivo, corrotto ed inefficiente, in Germania è decisamente migliore. Sostanzialmente la Pubblica Amministrazione non conosce la corruzione endemica e onnipresente che conosciamo noi. Di conseguenza, i suoi atti non sono marcati dall'illogicità costante che si vede in Italia, dove ogni opera è costruita al fine di dare un appalto al corruttore e una bustarella al corrotto. Manca anche l'eterno spirito di ruberia che contraddistingue troppi dipendenti pubblici (chi ha fatto la leva sa benissimo di quale benzina siano pieni i serbatoi degli ufficiali; chi fa la cassiera in supermercato sa bene quale clientela si metta in coda nell'orario di ufficio) è totalmente assente.

Ne risulta un apparato statale che fornisce una serie di servizi i quali, quantomeno, si attestano su una ragionevole capacità di funzionare. Per questo treni, metro e università funzionano bene. Così come le Poste. Sono cose che si notano subito: gli uffici del comune sono aperti, almeno qualche giorno a settimana, in orari tali da favorire chi lavora; gli uffici postali più importanti chiudono anche dopo cena; eccetera eccetera.

Si può dire che il sistema pubblico tedesco, in confronto a quello italiano, sia decisamente migliore. Su una scala assoluta, direi che è si stabilisce sulla sufficienza.

L'amara sopresa invece arriva quando si parla del settore privato. Da bravo italiano, pensavo che se il pubblico funziona così, il privato deve fare faville. La sconvolgente conclusione è che il privato è, dal punto di vista dell'efficienza, a pari livello del pubblico.

Ho imparato che i tedeschi stessi definiscono la Germania Servicewüste, cioè il deserto dei rapporti con il cliente. Mi spiego: il primo impatto che avete con il settore privato è quello da cliente. Ora, in Germania il cliente è un fastidio. Giuro. In quanto cliente, voi state disturbando l'ordine perfetto dell'azienda interessata. Risultato: non vi fila di pezza nessuno. Qualunque bene vogliate, prima lo pagate e poi aspettate che l'azienda sia così gentile da farvelo avere. I tempi e i modi non sono affare che vi riguarda, né riguarda l'azienda. Solo il caso o la volontà di Dio vi recapiteranno il bene; e visto che avete disturbato, abbiate almeno la decenza di tacere. Dopo un anno qui rischiate di diventare idrofobi. Perché nessuno si interessa a voi, vi ignorano o vi trattano da bambini capricciosi. E voi schiumate dalla bocca. Nella catena che porta il bene dal produttore al consumatore i normali intralci che si verificano non vengono rimossi dal produttore in modo che il consumatore possa avere al più presto quello per cui ha pagato, ma vengono ignorati e lasciati perdere perché non svantaggiano il produttore; certo, vanno a detrimento del consumatore, ma questo non è un problema del produttore, che appunto non è il consumatore.

L'esperienza del privato dal punto di vista del lavoratore, invece, infonde in chi ci passa attraverso una fede assoluta. Perché ci vuole veramente fede per credere che qui un'attività economica non fallisca dopo due mesi. Dal capo di tutti i manager all'ultimo dei lavoratori a contratto, sono uno più lento, calmo, inamovibile dell'altro. E completamente disorganizzati. Se c'è una cosa che ho notato, è la costante disorganizzazione del lavoro, scientificamente perseguita e orgogliosamente portata avanti da tutti. La totale mancanza del concetto di ottimizzazione del lavoro, l'assenza assoluta della cognizione del rapporto costo/beneficio. La norma è prefissarsi un risultato e non considerare minimamente se ci sono i mezzi, i tempi e le risorse per farlo, e se i vantaggi offerti dal risultato superino o meno i costi di realizzazione. Alla fine si ottiene certo un risultato, ma se si analizza il modo in cui ci si è arrivati, difficilmente si pensa che ne sia valsa la pena.

In Italia ho avuto esperienza, e nemmeno tanta, di piccole e medie imprese. Tipico. Sono quelle che gli intellettualini da salotto trattano con sufficienza perché il padrone parla dialetto e perché hanno rovinato la secolare cultura della pellagra. Non come in Spagna Irlanda, dove gli intellettualini andavano a fare le vacanze (e che adesso stanno precipitando ai livelli economici dello Zimbawe). Ecco, io la capacità di lavorare che si riscontra nelle PMI qui in Germania non l'ho vista nemmeno per sbaglio al bar. Sappiate che se siete abituati a quel genere di mentalità, in Germania avreste vita ben dura. Al confronto, l'organizzazione che vige all'interno dei capannoni italiani è un gioiello di eleganza ed efficienza da far studiare nelle facoltà di economia. Non mi stupisce che tanti veneti e friulani siano diventati ricchissimi aprendo gelaterie, gente che è partita con due soldi ed ora gira in Ferrari. Vendendo gelati! Perché è ovvio che erano talmente avvantaggiati sul piano organizzativo da potersi mangiare qualsiasi tedesco facesse capolino all'orizzonte.

Probabilmente è una descrizione cui molti non crederanno. Nemmeno io ci potevo credere, ma dopo che mi sono trovato più e più volte a sbattere la testa contro il muro a causa dell'inefficienza altrui ho dovuto cambiare idea. Ho anche cercato una spiegazione e l'unica teoria che sono riuscito a formulare a riguardo è che la Germania sia da poco uscita dal socialismo. Molti pensano che i socialisti fossero quelli ad Est, soprattutto i tedeschi dell'Ovest si beano di questo pensiero. In realtà non è così. A Est erano socialisti nel senso sovietico del termine: c'era una legge positiva che imponeva il socialismo di Stato. Ad ovest invece vigeva un socialismo di fatto, mascherato da capitalismo, dove la protezione statale era talmente elevata da trascendere il campo economico ed entrare nel campo dell'ornitologia, la parte in cui la madre ingozza i pulcini per sfamarli.

Per anni a tutte le categorie di cittadini è stato garantito così tanto da far perdere loro qualsiasi stimolo a migliorare. Il lavoratore non doveva pensare a niente, ogni aspetto della vita doveva essere garantito dal cartello Stato/impresa/sindacato. Cinquant'anni di questo andazzo hanno convinto i lavoratori e i manager che fosse giusto fissare sotto la sedia i blocchi di partenza dei centometri, in modo che alle 17:30 si potesse scattare più agevolmente; hanno convinto i ragazzi che avere un lavoro è un diritto, così come avere la Golf nuova a vent'anni; hanno convinto gli studenti che avere l'università gratis è un diritto, senza tenere in considerazione cosa abbia significato l'università gratis: siccome iscriversi costa quasi niente e garantisce per ogni semestre pagato i mezzi gratuiti e l'assicurazione sanitaria, la gente si iscrive solo per avere i mezzi a un decimo del prezzo normale e l'assicurazione sanitaria pagata senza lavorare. Poiché una cosa del genere è insostenibile, le università stanno iniziando ad alzare le rette, in modo da scoraggiare almeno quelli che si iscrivono per finta (e sono davvero tanti), e così gli studenti universitari, i quali hanno un'università praticamente gratuita, ricevono ogni mese soldi dallo Stato, hanno mezzi gratuiti, alloggi a prezzo irrisorio, cinema e teatri a meno di metà prezzo cosa fanno? Occupano le facoltà per protesta e spaccano tutto, causando danni per centinaia di migliaia di euro, e si lamentano del fatto che la polizia sgomberi con la forza.

Succede poi spesso che un sacco di ragazzi vivano del sussidio di disoccupazione, perché non hanno voglia di prendere un pezzo di carta qualunque che li faccia lavorare. In Germania anche per il lavoro meno specializzato è necessario almeno un tirocinio di due o tre anni che, effettivamente, è uno sbattimento, pensando che puoi guadagnare lo stesso non facendo niente. E indovinate cosa succede? Che c'è gente di 25 anni con lo stipendio di disoccupazione. In Italia conosco un sacco di ragazzi che non avevano voglia di studiare e che hanno cominciato a lavorare presto. Hanno cominciato con poco e ora hanno la loro vita. Non saranno manager, non parleranno l'italiano alla perfezione, ma almeno hanno costruito qualcosa. Sono quelli che gli intellettualini laudatori della Spagna trattano con disprezzo, sono quelli della “dispersione scolastica” che bisogna combattere con l'obbligo di studiare fino a 30 anni. Penso che se queste persone avessero avuto tutto il sostegno economico che c'è qui in Germania, non avremmo mai avuto niente di quello che abbiamo. E penso che se non lavori e non studi e non fai niente fino ai 30, non troverai mai nessuno che ti assuma, nemmeno per scopare i pavimenti, e sarai costretto al sussidio per sempre. Cosa che appunto sta succedendo da queste parti.

È evidente però che la pacchia è finita e da qualche tempo. Non è la crisi del 2008 a farsi sentire, è un sistema inefficiente che ha abituato ad uno stile di vita insostenibile. Le protezioni statali stanno cadendo ad una ad una e gli spazi di manovra per chi pensa di appoggiare le chiappe su una sedia e non fare niente fino ai 60 anni si fanno sempre più stretti. Fino ad ora ci si poteva permettere di fregarsene del cliente, perché di clienti ce n'erano tanti e danarosi. Ma quando, fra qualche tempo, di clienti ce ne saranno pochi e poveri, o cominceranno a leccar loro le chiappe mostrando entusiasmo, oppure chiuderanno. In tutta onestà, se penso a come sono stato trattato da consumatore in questi anni, mi convinco sempre più di affidarmi ai colossi tipo Ikea, Amazon, Ebay nella speranza di far fallire tutti i galletti che mi hanno guardato con il sopracciglio alzato, trattandomi da straccione perché chiedevo il prezzo di quello che compravo. E spero che tutti quelli che occupano dei posti di lavoro non facendo niente da mane a sera vengano presto licenziati, per lasciare posto a quelli – e sono tanti – che di voglia di lavorare bene ne hanno ed in quantità.

Per un pugno di Mefo

Spero di non essere buon profeta, ma ho un brutto presentimento. Credo che a destra, visto che il Berluscone non riuscirà a tenere insieme la sua coalizione ancora per molto, stiano cercando un elemento unificatore per poter mantenere ed aumentare consensi e voti. Poiché la politica si nutre degli istinti peggiori degli uomini, per tenerli insieme è necessario trovare un nemico comune contro il quale unificarli. L'hostis publicus è uno degli strumenti più efficaci e antichi che i politici utilizzano. Molto rozzo, estremamente low-tech e per questo sempre buono alla bisogna.

Siccome è evidente che Berluscone non lo vogliono più intorno ed è altrettanto evidente che non si possono tenere insieme facilmente leghisti, alleati nazionali, ex-dipendenti di Publitalia e democristiani, sono in piena fase di testing. E siccome a destra sono anche decisamente bravi ad annusare l'aria e sapere da che parte tira il vento, noto con molto dispiacere che stanno imboccando una strada pessima.

Ha cominciato Tremonti tempo fa, quando si è messo a parlare di un gruppo di "illuminati" che reggono il mondo. Piano piano in molti hanno iniziato a non parlare più dei partiti della sinistra come "comunisti", ma come di una Spectre in mano agli inglesi. Quelle tre o quattro volte che qualche politico di destra è finito sotto inchiesta (una cosa ovvia in Italia, dove tutti i politici sono corrotti e quindi prima o poi qualcuno viene preso) si parla di golpe della magistratura in mano agli inglesi.

Adesso ci si mette pure il Giornale, che pubblica un redazionale dove si abbracciano con gioia le bislacche tesi dei cosiddetti "signoraggisti", quelli che credono che il debito italiano non sia dovuto al fatto di aver preso soldi in prestito, ma di dover pagare la cartamoneta che i grassi banchieri vendono a caro prezzo. E la soluzione che propongono è quella che il governo stampi soldi, perché come è noto stampando soldi si diventa ricchi.

A me sembra chiaro che il Giornale stia cercando di pescare nel bacino di potenziali voti costituito da coloro i quali nel Berluscone vedono una specie di Mattei, un titano in lotta con gli dei anglosassoni e ora minacciato con la prigione sulla rupe del Caucaso. C'è già una nutrita schiera di blogger e forumisti che espongono queste tesi.

Francamente non mi interessa il merito di nessuna di queste posizioni sul Berluscone, sulla finanza internazionale o sugli allevatori di aquile del Caucaso. Temo però le proposte sia dei fautori della "sovranità monetaria" sia dei dietrologi proberlusconiani. Costoro predicano a favore di un governo ipertrofico, onnipresente, con in mano il potere di stampare moneta a piacimento, di uno statalismo estremo che sbandiera la lotta contro il privato per imporre il proprio potere.

E se pensate che questi siano solo un pugno di disperati, pensate anche che, pur essendo numericamente pochi, sono tremendamente motivati: stanno convertendo al loro credo moltissime persone, perché in questi tempi di crisi economica offrono a chi non capisce cosa sta accadendo soluzioni facili che promettono di diventare ricchi senza far fatica. Ora stanno per ricevere un appoggio ufficiale da partiti politici importanti. Ripeto: spero di essere pessimo profeta, ma la vedo dura. Sapete perché? Perché l'idea di uno stato assistenzialista, ipertrofico e in grado di stampare cartamoneta a piacimento è la descrizione delle grandi dittature novecentesche.

Riflessioni a margine di una giornata d'autunno

Ieri pomeriggio passeggiavo per la grande via dello shopping, indossando il mio completo in tweed e assaporando la mia pipa Dunhill, e ripassavo con la memoria i brani più noti del diario del conte di Wellington, quando una gazzarra assai peculiare mi ha distolto dai miei pensieri. Torto il collo in direzione del frastuono, ho scorto un assembramento di persone di fronte ad un palco eretto nella piazza. Ho riconosciuto subito una tipica manifestazione della cultura pop contemporanea: la campagna elettorale. In effetti da un po' di tempo la città è tappezzata da manifesti pubblicitari che recano dei messaggi inintelleggibili perché scritti seguendo la grafia tipica degli SMS e delle chat: una lunga lista di SPD, CDU, FDP, LG, MFG... avrei dovuto pensarci.

Non fraintendetemi, io sono un grande estimatore della cultura pop: mi è dispiaciuto che Michael Jackson sia morto; i Queen sono parecchio simpatici e trovavo Christina Aguilera adorabile, prima che diventasse un'attrice hard. Anche se non comprenderò mai il fanatismo e gli schiamazzi di fronte ad un palco.

In quel gran baccano sono riuscito a cogliere due o tre parole, che poi sono le stesse che tutti vanno ripetendo da settimane (cioè da quando hanno visto che la Linke ha stravinto gridandole ad ogni angolo di strada): “basta soldi alle banche”; e non ho potuto fare a meno di pensare ad uno di questi signori quando sarà al governo.

M'immagino la prossima crisi di liquidità delle banche e vedo un rappresentate dei banchieri che si incontra con il politico.

I due si siedono e sanno già quale sia lo scopo dell'incontro. Il politico parte dicendo che ovviamente lui non può dare alle banche in difficoltà nemmeno un centesimo, principalmente perché ha promesso l'esatto contrario due mesi prima e perché ha già finanziato a fondo perduto l'industria automobilistica per tre volte nel giro di una settimana.

A questo punto il banchiere assume l'espressione tipica del tedesco quando ti sta per inculare: sorriso largo e compiacente, aria bonaria e pacioccosa e inizia a parlare come se si rivolgesse ad un bambino di 6 anni. “Signor politico, lei non capisce. Lei deve darci i soldi, perché altrimenti se lei non ci da i soldi, noi diciamo a tutti che non ne abbiamo più e ci rifiutiamo di darne ai nostri correntisti, cioè ai suoi elettori. In questo modo scateniamo una bella ondata di panico, che spingerà tutti i suoi elettori a ritirare i propri soldi da tutte le banche, che non potranno fare fronte alla richiesta e dovranno chiudere. Ci prenderemmo tutti i soldi delle imprese e smetteremmo di fare credito a chiunque. A questo punto solo l'Onnipotente sa cosa potrebbe succedere. Forse la fine del mondo?”

Il politico, che non sa resistere al fascino di un uomo autorevole che gli dice con gentilezza cosa fare, si limita a fare sì con la testa, estrae il blocchetto degli assegni e chiede iniziare il salvataggio mettendoci i propri soldi.

A quel punto mi sono rimesso la pipa in bocca e ho continuato la mia passeggiata pomeridiana, sorridendo tra me e me ed invidiando un poco l'entusiasmo di quei giovani per i loro idoli.