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Cocci aguzzi d'illegalità

È qualche anno che manco dall'Italia e quindi la maggior parte delle nuove evoluzioni della cultura pop non mi arrivano o mi arrivano con molto ritardo. L'altro giorno mi è capitato di vedere questo:
Dal punto di vista di chi è nato e cresciuto in Italia ma ormai la osserva da lontano e la compara quotidianamente con realtà diverse, questo finto trailer rappresenta perfettamente la peculiarità italiana. Che non è quella di essere "italiano medio", tutto preso da calcio e veline, che si crede furbo perché ha la macchina a gasolio quando il prezzo della benzina sale. Ma è quella di pensare che tutti gli altri sono così, mentre tu no, sei l'unico diverso. Ogni singolo italiano pensa che tutti gli italiani siano un branco di scemi e si sente superiore perché lui, invece di fare la cosa x che fanno tutti, fa la cosa y, che lo qualifica come estraneo alla sua stessa cultura. 

E mentre pensa questo, generalmente l'italiano non si accorge che invece fa le stesse identiche cose che critica negli altri. C'è una cronica incapacità tra chi nasce in Italia nel vedere le proprie azioni in maniera obiettiva. 

Faccio un esempio semplice semplice. Generalmente gli italiani che arrivano qui in Germania, se sono giovani e laureati, sono esattamente il pubblico cui il finto trailer è destinato: disprezzano la furbizia e l'illegalità del nostro paese, sono nemici del Berlusconismo, radice di tutti i mali, e magari dicono di essersene andati perché in cerca della legalità, di un paese civile dove le regole della convivenza funzionano.

Benissimo, io con queste persone finisco sempre a litigare (e dico litigare, non scambiare differenti opinioni) per la solita cosa: quando andare a buttare il vetro nell'apposito cassonetto.

Perché dove vivo io il vetro si va a buttare nei cassonetti appositi, che sono lungo la strada e servono diverse case o condomini. L'operazione è consentita in orari determinati, dalle 7 della mattina alle 7 di sera dei giorni lavorativi. Il motivo di questa regola è evidente: buttare delle bottiglie vuote dentro un contenitore vuoto o pieno a metà di altri vetri fa molto rumore e non si vuole che tutto il vicinato sia disturbato dal casino di vetri rotti.

L'orario di per sé è arbitrario, nel senso che le sette di sera sono poco diverse dalle sette e mezza o dalle otto. Solo che, quando hanno dovuto decidere per un'ora, hanno deciso per le sette. Come per il limite di velocità, non è che 50 all'ora sia molto diverso da 55 o 60 all'ora, ma bisognava decidere un limite e si è deciso quello.

Se voi prendete uno dei nostri connazionali che sono venuti in cerca della legalità, andrà sempre a buttare il vetro dopo le sette o di domenica. E se proverete a fargli notare che esiste un regolamento che vieta di farlo dopo le sette, vi guarderà come se aveste detto la più gran castroneria dai tempi di Omero.

Perché per gli italiani che su Facebook condividono le foto dei magistrati morti e linkano gli articoli a favore della legalità, la legge è un'entità astratta e generale, nel senso che esiste in una dimensione teorica che coinvolge una ipotetica cittadinanza. Ma non appena la legge arriva a sancire il comportamento concreto ed inviduale, cioè quando vieta a te di fare la tal cosa in questo momento, tutti - e ripeto: tutti - gli italiani che conosco si irritano e reagiscono come se la legge gli impedisse di buttare il vetro per sempre e li obbligasse ad accatastare le bottiglie vuote nella vasca da bagno di casa.

E siccome a loro questo non va bene, si rifiutano di rispettare il regolamento e buttano il vetro un po' quando gli pare. E si incazzano come iene se glielo fai notare. E di solito sono io che glielo faccio notare, per il semplice motivo che è un regolamento di puro buon senso che serve a fare in modo che nessuno rompa le scatole agli altri, te compreso.

Ma attenzione, perché questo comportamento non viene percepito come una violazione delle regole. Queste persone ragionano all'incirca così: quello che faccio io è giusto; la regola vieta i comportamenti ingiusti; quindi non violo alcuna regola. Manca del tutto la percezione che il proprio comportamento concreto si attiene o non si attiene alla regola concreta e non ad un vago concetto di giustizia che viene creato dal singolo e che si applica aprioristicamente secondo la convenienza.

Ora, l'esempio è scemo ma pregnante, perché questa mentalità ha due conseguenze: che il singolo italiano viola le regole senza rendersene conto e - di conseguenza - che certamente violerà le regole ogni volta che queste andranno contro il suo utile.

Se parliamo di un neolaureato in cerca di lavoro in Germania, le regole infrante sono tutto sommato di poco conto. Non è che la polizia vada in giro a controllare che alle sette e dieci minuti non ci sia gente che getta le bottiglie nel cassonetto. Ma se quel neolaureato diventa col tempo un dirigente o un dipendente pubblico, si troverà ad infrangere le regole senza saperlo; solo che questa volta le conseguenze saranno ben più gravi e non si limiteranno ad un po' di rumore. Un dirigente che gestisce in maniera "allegra" i conti dell'azienda la farà fallire e farà perdere il lavoro a tanta gente. Un dipendente pubblico che acceleri certe pratiche perché sono quelle dell'amico e rallenti certe altre perché sono quelle di uno sconosciuto, moltiplicato per tutti i dipendenti pubblici, blocca il sistema nel suo complesso.

Per questo quando vedo i link tipo "Democrazia e legalità", "Parlamento pulito" eccetera, non riesco a non pensare che sia solo il nuovo bigottismo del secondo millennio. Come una volta si predicavano pubbliche virtù e poi ci si andava a far ricucire l'imene dal dottore amico di famiglia, oggi si alzano alti lai per l'illegalità della casta e poi, in privato, si viola la legge quando fa comodo.

Con la differenza che essere ipocriti sulla verginità prima del matrimonio non fa male a nessuno, essere ipocriti sul rispetto della legalità danneggia ogni singolo individuo. E lo stato in cui si trova l'Italia oggi ne è la prova.

Lunga e noiosa dissertazione sull'origine delle differenze tra Italia e Germania

Una costante del mio parlare della Germania agli italiani è cercare di spiegare perché io non ritenga che noi siamo un popolo di incivili, mentre contemporaneamente ammetta che in Germania le cose funzionano oggettivamente meglio (tanto che vivo qui per scelta e non per bieca necessità). Allora ho pensato di mettere giù due righe e spiegare questo fatto. 

Premessa importante: questo è un blog, quindi va preso per quello che è. Scrivo quando posso, di sera, nei ritagli di tempo se il lavoro per quel giorno non mi ha mandato in pappa il cervello. Quello che scrivo riflette i miei interessi, quindi le spiegazioni che mi do di solito si fondano su una selezione di tutti i dati disponibili. Ergo quello che si leggerà qui è parziale, monco, non può e non deve essere considerato una spiegazione esaustiva della materia che vado a trattare.

Bene, ciò detto, perché io vado in giro a ripetere che i tedeschi non sono più civili di noi mentre le cose in Tedeschia funzionano meglio? Ordunque la risposta che meglio mi aggrada è di ordine storico. 

Seconda premessa importante: ho scelto di fare un discorso ad ampio respiro che, in quanto tale, non tiene conto di tutti i particolari. Quello che qui sembrerà un movimento armonico e univoco, nella realtà fu un processo complesso e anche molto sofferto, incoerente e inorganico, pieno di spinte e controspinte, che vanno inevitabilmente a perdersi mano a mano che il punto di vista dell'osservatore si allontana da esse. 

* * *

La Germania unita è una nazione relativamente giovane, circa quanto l'Italia. Come l'Italia, è stata prima di tutto un'idea politica fondata sull'unità linguistica e culturale che ha preceduto la sua realizzazione pratica. Come l'Italia, è il frutto dell'espansione territoriale di uno dei tanti stati che componevano i territori germanofoni; in Italia è stato il Piemonte, in Germania la Prussia. Addirittura con l'Italia la Germania condivide una parte decisiva dei rispettivi processi di unificazione: il 1866, quando Regno d'Italia e Prussia sconfiggono l'Austria-Ungheria (cioè, l'Italia venne sconfitta a Custoza, ma la Prussia vinse a Sadowa, quindi noi abbiamo vinto per la proprietà transitiva delle battaglie. Passata alla storia come Terza Guerra d'Indipendenza).   

Io credo che le differenze tra Italia e Germania nascano a questo punto, a unità raggiunta. Terza premessa al mio discorso: sono convinto che in qualsiasi comunità/società/gruppo umano la direzione che il gruppo prende sia determinata dalle elite che governano quel gruppo: che sia un club di modellismo, un'azienda quotata in borsa, uno Stato, la minoranza che sta al potere determina gli esiti di quel gruppo, mentre la maggioranza vi si adegua. 

Quando la Germania nel 1871 compie il processo di unificazione e fonda l'Impero Tedesco (Deutsches Kaiserreich), le elite di governo hanno carta bianca, perché non esiste un manuale di management dell'unificazione che spieghi passo passo cosa fare quando si deve governare una nazione appena creata. La situazione allora era questa: uno Stato nuovo nato dalla fusione di differenti monarchie, ognuna con la propria organizzazione e burocrazia; abbondanza di risorse naturali (carbone, acciaio, eccetera); un sacco di nazioni intorno che non sono contentissime della nascita di questo impero. 

In questo contesto la Germania si muove in tre direzioni: creazione di un esercito efficiente sul modello prussiano; creazione di una burocrazia statale efficiente; creazione di scuole e università e promozione della cultura in tutti gli strati della popolazione. Ora, l'esercito in questa sede non interessa, perché l'attenzione sarà rivolta agli altri due aspetti.

Il Reich inizia subito ad investire massicciamente nella cultura. Il tasso di analfabetismo inizia a scendere costantemente, fino a raggiungere i livelli più bassi dell'Europa del tempo. Allo scoppio della Grande Guerra gli analfabeti tra i soldati tedeschi sono un numero drammaticamente inferiore rispetto a quello dei soldati italiani. Non solo, nella Germania postunitaria il numero di università che vengono fondate è incredibilmente alto. Il tradizionale concetto di università valido fino ad allora viene modificato e sorge l'università moderna così come noi la conosciamo e così come noi riteniamo debba essere.

Contemporaneamente il nuovo Stato unitario comprende la necessità di costruire un apparato burocratico che funzioni e si rende conto che la macchina statale non è fatta di regole, ma di persone e che è necessario che ogni singola persona che fa parte di quel meccanismo non lo intralci e non metta il proprio interesse o il proprio comodo di fronte al bene della burocrazia. È dunque necessario formare i membri dell'apparato statale in funzione del nuovo ruolo che andranno a ricoprire e per fare ciò è necessario creare una nuova fedeltà allo Stato che soppianti i legami di sangue o di relazioni preesistenti.

Questo duplice approccio - educare la popolazione e creare una classe di funzionari pubblici fedeli allo Stato - si rivela la scelta giusta e i frutti si vedono subito. È nell'impero tedesco che comincia la seconda rivoluzione industriale, è qui che si gettano le basi per la creazione del mondo contemporaneo, sia sotto il punto di vista culturale che sotto quello tecnologico. A partire da questo momento la Germania diventa un faro per la cultura occidentale. Per avere un quadro completo dello straordinario impulso tedesco alla scienza e alla tecnologia dal 1871 a oggi, troppo spesso ignorato o sottovalutato per colpa di quei maledetti 10 anni di dittatura, consiglio di leggere un libro uscito due anni fa: P. Watson, The German Genius: Europe's Third Renaissance, the Second Scientific Revolution, and the Twentieth Century, New York 2010.

Come si vede, le scelte della Germania o - per meglio dire - della sua classe dirigente, sono state opposte a quelle della classe dirigente italiana postunitaria. Lì si è percorsa la strada dell'alfabetizzazione di massa, qui si sono tenuti gli italiani a livelli di analfabetismo altissimi fino agli anni 60 del Novecento. Lì si sono formati e allevati funzionari pubblici fedeli allo Stato e alle sue leggi, qui si è lasciato che l'amministrazione pubblica rimanesse impigliata nella rete di relazioni e interessi privati che esistevano da prima. È una questione di mentalità. In Italia si pensa che la cultura sia strumento di emancipazione del singolo o della classe rispetto alla società e al potere costituito. Si è sempre ritenuto che educare la popolazione fosse la ricetta giusta per la rivoluzione (e quanti di noi non pensano che "loro" preferiscono avere una popolazione ignorante e malleabile e che non ci vogliano far studiare perché altrimenti saremmo una minaccia?) In Germania invece si è capito che l'istruzione è la strada maestra verso l'integrazione nella società e la fedeltà allo Stato, sia dei funzionari pubblici (soprattutto loro) sia della popolazione. E infatti - per fare alcuni esempi - il Regno d'Italia era una fucina di terroristi e anarchici, mentre nel Reich si sviluppò prestissimo la socialdemocrazia e le idee marxiste e rivoluzionarie vennero abbandonate relativamente in fretta. Quando il fascismo pretese dai professori universitari il giuramento di fedeltà, si rifiutarono nemmeno in venti. Quando il nazismo prese il potere, i professori tedeschi diedero una mano a portare in piazza i libri da bruciare.

A questo punto si potrebbe avere l'idea che la Germania fosse un Paese democratico o quanto meno aperto alle istanze popolari. Ebbene, fu l'esatto contrario! Mentre l'Italia cercò di mettersi nel solco della democrazia parlamentare inglese e francese, la Germania volutamente e coscientemente rifiutò quella tradizione e scelse per sé una strada tutta sua, un modo originale e diverso di organizzare la società e la politica, che venne da subito definito Sonderweg (strada/via speciale/diversa da quella delle potenze democratiche e dello zarismo russo).

Quando nel 1849 a Francoforte il primo parlamento tedesco offre al re Federico Guglielmo IV di Prussia la corona della Germania, egli la rifiuta: il trono dell'impero tedesco non deve essere legittimato dal popolo, poiché quello che il popolo dà, il popolo può togliere. Il senso di superiorità dell'aristocrazia rispetto al popolo e ai borghesi rimarrà costante per tutta la durata del Reich. Ad una nobiltà di sangue corrisponde una nobiltà di cultura e sapienza che è esclusiva delle elite di potere tedesche.

Esistono due parole per definire il termine 'cultura': Kultur e Zivilisation. La differenza tra le due è gerarchica: Kultur sta in alto, è il sapere intellettuale; è "nobile", per così dire. La Zivilisation sta un gradino più in basso e pertiene agli aspetti più pratici e "materiali" dell'esistenza. È utile, ma meno pregiata. Per l'elite tedesca dell'epoca, le altre nazioni non andavano oltre la Zivilisation, perché solo la Germania poteva esprimere Kultur.

Specularmente il sistema educativo tedesco teneva conto di questa gerarchia dei saperi. La divisione tra cultura alta e cultura bassa era netta. In alto stava la speculazione intellettuale che si fondava sulla tradizione dell'antichità greco-romana, in basso stavano le discipline tecnico-scientifiche. Ciò che rende affascinante l'esperienza tedesca è che questo bipolarismo, questa sfacciata gerarchia dei saperi (così contraria al sentire contemporaneo) ebbe come risultato che sia la cultura "alta" che la cultura "bassa" crebbero come in nessun altro luogo in quel periodo.

Tanto fiorirono gli studi classici (il secondo Rinascimento di cui scrive Watson si riferisce precisamente alla riscoperta dell'antichità, simile a ciò che era accaduto in Italia con il Rinascimento) quanto la scienza e la tecnica. Ma come è stato possibile?

In un certo senso, gli intellettuali tedeschi decisero di rinchiudersi nella torre d'avorio. Apposta. Per non mischiarsi con la volgarità mondana. Tuttavia vollero per loro la miglior torre d'avorio possibile e quindi vollero circondarsi dei migliori ingegneri, tecnici, muratori, idraulici. Gli intellettuali fornirono le scuole e le università, i tecnici conoscenza pratica. Gli intellettuali non intendevano fare proselitismo culturale e si disinteressarono alle questioni spirituali di chi stava fuori dalla torre e i tecnici accettarono di non intromettersi nelle decisioni prese dentro la torre (anche se gli intellettuali non potevano sapere che di lì a poco i tecnici, dopo aver costruito loro la torre d'avorio, li avrebbero chiusi dentro sbarrando la porta dall'esterno).

Perché oggi parliamo di quello che è successo in Germania non il secolo scorso, ma quello prima ancora? Perché oggi in Germania ancora si sentono gli effetti di quelle scelte così lontane nel tempo. L'apparato burocratico funziona, perché chi vi entra è stato istruito e selezionato con attenzione. Per fare un esempio, chi vuole fare l'insegnante deve - dopo la laurea specialistica - sottoporsi a due anni di tirocinio che, nelle parole di un mio amico, assomiglia all'addestramento dei soldati prussiani: prima ti smontano, ti depurano di tutto quello che credi di sapere, poi ti rimontano secondo gli standard richiesti. Alla fine dei due anni, il posto di lavoro non è assicurato, bisogna trovarse una scuola che ti accetti. E quando arriva il contratto, il futuro insegnante deve, tra le altre cose, sottoporsi a visita medica che accerti l'assenza di malattie invalidanti che mettano a rischio di pensionamento anticipato, che lo Stato tedesco non ha nessuna intenzione di darti lo stipendio per 10 anni e poi pagarti la pensione e i sussidi di malattia per i restanti 50.

Questo sistema non crea genii, crea "semplici" lavoratori preparati. Tiene lontani quelli che vorrebbero fare l'insegnante solo per avere un posto statale blindato a vita o che siederebbero in cattedra per mancanza di alternative o capacità in altri settori. Due anni di tirocinio non si fanno se non seriamente motivati, e già questo produce una scuola migliore rispetto a quella italiana.

Per entrare in polizia bisogna aver studiato. A scuola proprio. Bisogna essere preparati e seri. Non si va in polizia per scappare dalla disoccupazione, perché per questo ruolo lo Stato non vuole avere gente che non è riuscita a trovare nemmeno un lavoro come cassiere al McDonald's. Non è il mio pensiero, è il modo in cui ragiona la burocrazia tedesca. Lo stesso vale per tutti i dipendenti pubblici: l'impiego statale non è un ammortizzatore sociale.

Allo stesso modo per trovare lavoro nel settore privato è necessario aver studiato. Magari poco, ma bisogna aver studiato. Per andare a guidare il muletto in un magazzino servono mesi di tirocinio, così come per qualsiasi altro lavoro che noi considereremmo poco qualificato.

Il sistema educativo, invece, è estremamente diversificato. Mentre in Italia siamo ancora fermi alla polarizzazione liceo-università-laurea da una parte e istituto-tecnico-dove-sbattere-quelli-che-non-si-vogliono-laureare dall'altra, in Germania esistono molte più passaggi intermedi tra gli estremi di chi va a lavorare a 15 anni con il minimo di scolarizzazione e chi si dedica alla ricerca speculativa pura. Perché, visto che non siamo più nell'800, la maggior parte dei lavori richiedono conoscenze specifiche, pratiche ma intellettuali, che si devono insegnare dopo il liceo ma che non richiedono 5 o 6 anni di studi teorici.

Quando mi chiedono se in Italia non possiamo essere come in Germania, rispondo di no. Ma non perché i cittadini tedeschi siano antropologicamente diversi da noi, perché non è così. È che il sistema complessivo è radicalmente diverso. E se lo applicassimo da noi così come è succederebbe in finimondo, ma non per modo di dire.

La quasi totalità dei dipendenti pubblici italiani semplicemente non avrebbe le qualifiche per lavorare, ad esclusione di qualche categoria particolare come medici e infermieri. Se tra i lettori di questo blog ci sono dei dipendeni pubblici, sappiate che - con le qualifiche che avete - non potreste lavorare.

Potremmo cambiare col tempo? No, non credo. Perché. a differenza della Germania di Bismark, oggi l'azione politica e di governo ha bisogno del consenso popolare e il consenso popolare impedirebbe di cambiare la struttura portante del nostro Paese. Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale con la promessa di modificare il pubblico impiego in modo che l'accesso filtri ed elimini gli elementi peggiori? Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale promettendo di rendere incredibilmente più difficile trovare un lavoro da statale? Io no.

Si poteva fare ad Italia appena unita, quando in ogni caso il governo non si faceva problemi a  cannoneggiare la folla, mandare l'esercito contro i briganti e deportare quelli a cui non stava bene il nuovo corso degli eventi. Purtroppo all'epoca non avevamo la classe dirigente della Prussia e l'occasione è andata persa. Oggi la classe dirigente viene selezionata in base alla capacità di raccogliere consenso e niente di quello che ha reso la Germania quello che è si può fare con il consenso, tutt'altro.

Drammatologia

Perdere il lavoro è diverso da come immaginavo. Somiglia al primo pugno in faccia: uno pensa chissà che, ma lì per lì non fa particolarmente male. Somiglia a quella volta che una moto mi ha tagliato la strada sulla pista ciclabile e ho fatto una capriola in aria e sono atterrato sulla schiena e i passanti mi hanno circondato inorriditi e mi sono alzato e ho pensato “uau, tutto qui?” Poi i giorni passano e gli effetti si fanno sentire: le labbra tagliate dai denti, il ginocchio ingrossato, la schiena con un ematoma così.

L'altro giorno era il primomaggio. Primomaggio da disoccupato. Ho pensato al concerto di Roma, i sindacati, la sinistra. Come molti, in passato l'ho seguito spesso in tv. Non tutto, solo i gruppi che mi piacevano. Non ho mai avuto la maglietta di ceghevara, non ho mai sventolato bandierine, ma com'è come non è, molti gruppi che mi piacevano suonavano a S. Giovanni. Poi gli amici di sinistra, qualche volta il pensierino di andarci, tanto per vedere la cosa dal vivo.

Ho pensato alla distanza che irreparabilmente mi separa da quella liturgia che non ha niente a che vedere con il lavoro. Non c'è più niente da condividere con chi ancora celebra riti nati per un mondo che non esiste più. Non c'è niente da condividere perché li hai conosciuti quelli che celebrano quei riti, sono amici, compagni di studi, colleghi di lavoro. Loro si ritrovano a queste celebrazioni collettive (il primomaggio, le elezioni, le manifestazioni...) intonano le solite litanie, fascismo capitalismo Berlusconi Vaticano, la fine dell'Italia, la fine della democrazia, il regime liberticida, ci vorrebbe la rivoluzione e nessuno fa niente.

E poi tornano a casa alle loro vite, su Facebook invitano i propri contatti a votare sì per dire no, le zoccole di Berlusconi che mannaggia a lui, io non ci sto, io sono brutta come la Hack quindi sono intelligente come lei. E le foto delle vacanze. E del weekend in montagna. E beati loro, io una vacanza non la faccio da un pezzo e li invidio anche, sapete. Poi certo, a nessuno frega niente se hai perso il lavoro, tu. Tanto in Germania c'è il uelfarsteit e comunque nel mitico estero tutto va sempre bene per definizione e non c'è nemmeno bisogno di chiedere come va.

Sarete anche di sinistra, ma siete pure un bel po' stronzi, lasciatevelo dire. Comprendo che abbiate Berlusconi e l'acqua privata cui pensare, però dai...

Che tutti i miei amici di sinistra hanno questa cosa: il metus hostilis. Berlusconi, il nucleare, l'acqua privata. Hanno il metus hostilis che li unisce, che regala un senso a tutto, a tutto quello che non va, a tutto quello che non piace, a tutto quello che non è come dovrebbe essere. E anche gli altri c'hanno il nemico che incombe: l'islam, i comunisti, i giudici.

Perché nella vita ci vuole sempre qualcuno a cui dare la colpa. Non come me, che non ci riesco. Berlusconi, il nucleare, l'acqua pubblica, l'islam, i giudici. Fottesega. No, sul serio. Ho perso il lavoro, dovrei odiare il padrone, il capitalismo, gli ebrei, i banchieri... qualcuno da dargli la colpa della mia sfiga! Niente.

Il nuovo contratto di lavoro se ne sta qui, sulla mia scrivania. Già firmato dalla responsabile delle risorse umane. Manca solo il mio autografo e poi via, di nuovo vita da ufficio, colleghi nuovi (urgh...), nuovi capi (urgh...), entrallenove, esciallesei. Yuhu!

Come no?

Cascasse il porco di un mondo che c'ho sotto i piedi, mi venisse un accidente qui seduta stante di fronte al mio pubblico, ma io il giorno dell'incoronazione di un re non lo festeggio. 

No, mai e poi mai. 


Leggi che diventi grande/2

Che quindi leggere il giornale sia un'azione fondamentale per lo sviluppo neuronale delle persone è assodato essere un costrutto sociale. E in quanto tale mutevole qual piuma al vento.

Tanto è vero che quando mi tenevo informato e molti anni fa nessuno si sognava di parlar male di Berluscone perché o si era berlusconiani o si era tra quelli che cercavano di mettersi d'accordo con lui e piagnucolavano perché Silvio col cavolo che divideva il bottino con loro ed io ero uno dei pochi che leggeva e parlava di certe cose, ero considerato un estremista politico, al limite dell'eversione.

Oggi, che ho smesso di informarmi e leggere certe cose (anche e soprattutto per noia), non passa giorno senza che qualcuno mi chieda "hai letto cosa ha fatto, hai letto cosa ha detto? Ma dove andremo a finire, ma non ne possiamo più. Bisogna fare come in Egitto! Revoluzzione!!!11"

A volte è dura vivere sempre in contrasto con lo spirito del tempo.

Col vostro permesso

Io lo so che haters gonna hate, e che potrebbe anche non avere scopo, quello che sto per scrivere. So anche che sembrerò quello che sale su una cassetta della frutta lungo l'autostrada e conciona diretto alle automobili che passano a 150 all'ora (non è che il mio blog sia il più frequentato della rete). Però qualcuno, prima o poi, dovrà pur dirlo.

A voi, signori, non ve n'è mai fregato niente dell'Egitto, né della Tunisia, né dell'Algeria. Nessuno, tra tutti quelli che oggi sostengono, esaltano, invidiano la rivolta d'Egitto (deheh, rivolta d'Egitto) ha mai nemmeno saputo che in Egitto ci fosse una dittatura. Non ho mai letto, prima di gennaio 2011, niente di niente in supporto del popolo egiziano. Se vi metto di fronte una cartina muta dell'Africa non trovereste l'Egitto nemmeno se ci fosse scritto "Egitto" sopra.

Tre cose sapete dell'Egitto: Sharm, Cleopatra e piramidi. E credete che le piramidi le abbia costruite Cleopatra nell'entroterra di Sharm. Per cui non venite a raccontarmi con le lacrime agli occhi della forza di questo meraviglioso popolo, perché se credevate che questo popolo fosse così meraviglioso ne avreste scritto anche ad aprile 2009.

Dice, eh ma la rivolta costruita dalla rete, la protesta che monta su internet e cambia il mondo. Internet? INTERNET?!?
 


Internet gliel'hanno chiuso subito e tanti saluti. Vi piace pensare che la rivolta sia nata e cresciuta in internet perché vi sentite di condividere qualcosa con gli egiziani. Invece indovinate un po'? Siete solo invidiosi. Siete invidiosi perché sapete benissimo che morirete inciccioniti di fronte allo schermo di un computer, senza un'emozione che sia una e che l'unico atto di rivolta delle vostre giornate è guardare Facebook di nascosto dal vostro capo. E sapete cosa? Per quanti sforzi faccia, non riesco a capire la vostra fregola per la rivolta di piazza. Credete che sia una allegro diversivo alle giornate noiose? Credete che sia un modo simpatico per occupare la domenica pomeriggio?

Anzi, guardate, visto che tutti ne parlano, vediamo cosa succede in Italia. Facciamo le manifestazioni contro Berlusconi, facciamo le manifestazioni contro il ducetto che deve andarsene, dai facciamole. E come finiscono queste manifestazioni?

Con le suore intervistate da Repubblica che fanno le prediche su come le donne di oggi stiano diventando tutte puttane! Le suore! La protesta delle suore! La protesta contro Berlusconi fatta dalla gente che vi vieta di usare il goldone, che se vi stuprano non vi lasciano abortire e che pensa che siate tutte troie! Le suore che non vogliono nemmeno che mi faccia una sega in santa pace? Che non mi lasciano prenderlo nel culo se mi piace prenderlo nel culo? Loro sono quelle protestano contro Berlusconi?!? Loro, che la loro Chiesa nasconde gli stupri sui bambini, che dà la comunione ai mafiosi e fa seppellire in chiesa gli assassini, a loro avanza tempo di protestare perché le donne sono diventate tutte troie? È con queste persone che manifestate?

Sapete che vi dico? Andatevene affanculo voi, le troie, Berlusconi, le suore, le manifestazioni, Facebook e anche il corpo delle donne, affanculo pure quello. Affanculo la dignità del Paese, affanculo cosa pensano i vicini tedeschi e francesi, affanculo le minorenni, affanculo gli indignati, affanculo gli ombrelli rossi, le piazze piene, affanculo i 300 manifestanti per la questura e i 3 milioni per gli organizzatori.

E forza Panino!

A las barricadas!

Ogni volta che scoppia un quarantotto da qualche parte del mondo, di riflesso parte anche la blogosfera italiana. Perché insomma, non puoi non invidiare quel popolo lì, che fa la rivoluzione davvero, non come noi che non la facciamo mai e come ci siamo ridotti in questo modo che sopportiamo tutto e loro sì e noi no.

A leggere i blog e i forum italiani pare che una volta invece le rivoluzioni fossero all'ordine del giorno, che la gente si alzava la mattina, sorbiva il suo caffeuccio fatto con amore, prendeva l'autobus, faceva la rivoluzione fino alle 18 e tornava a casa per cena. Gli è che non era così per niente.

“Una volta” non si facevano rivoluzioni ogni secondo giovedì del mese. A tenersi larghi, c'è stata la Rivoluzione francese, che però è finita in schifo e non credo che nessuna persona sana di mente avrebbe voglia di ripassarci e più di cent'anni dopo la Rivoluzione russa, e lì è finita in schifo peggio che pria. Sì, ci sono stati moti di piazza, tentativi insurrezionali per tutto l'800, ma non sono state rivoluzioni e non erano lo strumento politico per eccellenza; sì, dopo il '17 è nata la retorica della rivoluzione, ma la retorica è fatta di parole e non di barricate e teste mozzate.

Possiamo tranquillamente stabilire che l'uomo medio di una volta non ha mai fatto nessuna rivoluzione in vita sua. Poi, quei pochi che l'hanno fatta, avevano i loro buoni motivi, principalmente il fatto di stare così male che era meglio rischiare la buccia che non fare niente.

Invece la retorica delle rivoluzione è tale per cui fare la rivoluzione è una specie di imperativo morale, di cifra etica attraverso cui vagliare il valore delle persone. È come i fioretti alla Madonna: prometto che quest'anno sarò buono, aiuterò chi ha bisogno e farò la rivoluzione. Tanto non è che la Madonna a fine anno arriva a farti la due diligence, se non mantieni non succede niente.

Infine, bisogna avere anche un motivo per fare la rivoluzione. E se il motivo ce l'hai, vuol dire che stai nuotando a rana nella cacca. E se non la fai, vuol dire che il motivo non ce l'hai, e questo è un bene, per l'amor del cielo! Non è che ci si deve lamentare per forza di tutto. A volte capita proprio che non ci siano motivi per fare la rivoluzione, che la strada la si può ancora usare come via di trasporto e che twitter lo si usa per le sciocchezze come si è sempre fatto.

Gesù quanto si agita la gente per niente.  

Der Parkplatz als Wille und Vorstellung

Per far capire bene che differenza passa tra l'Italia e la Germania, passiamo all'esempio del parcheggio. È una cosa che ci spiega meglio di mille libri di sociologia.

I tedeschi rispettano linee e cartelli, in maniera rigorosa. Se si può parcheggiare parcheggiano, se c'è un cartello che dice “riservato” il posto rimane libero. In Italia invece linee e cartelli sono più che altro un suggerimento. “È meglio non parcheggiare qui”, “sarebbe riservato”, “prova magari più avanti”. Ma non è che proprio si seguano alla lettera.

Sarebbe facile trarne l'equazione tedeschi civili, italiani buzzurri. Ma non ho finito.

In base a quanto enunciato, se il luogo deputato a parcheggio non è definito da specifiche linee o cartelli, i tedeschi mancano completamente della capacità di posteggiare. Per esempio, a volte capita che non ci siano le strisce che delimitano lo spazio destinato ad ogni macchina. Mancando queste strisce, pensano che tutto sia lecito, visto che niente è esplicitamente vietato. Di solito succede che dove c'è spazio per sei macchine ce ne stiano due, perché i primi che arrivano si prendono tutto lo spazio possibile.

Gli italiani invece tendono ad occupare lo spazio in maniera più organizzata: la mancanza di una presenza autoritaria non è un problema, visto che qualunque sia la regola, loro la interpretano a seconda della necessità particolare. Ed infatti da noi ci sono abili mastri parcheggiatori che compongono file di auto con i paraurti che si sbaciucchiano teneramente. Persino io lascio di stucco i tedeschi e si chiedono meravigliati come possa essermi infilato in quel pertugio.

Questo spiega un po' tutto di noi. I tedeschi fanno sempre quello che la regola dice. Finché c'è una regola, tutto funziona. Quando la regola manca sbandano, vacillano, barcollano e non sanno come uscirne. Invece per noi la regola può essere infranta, ma quando siamo lasciati a noi stessi diamo il meglio, sappiamo adattarci ad ogni situazione e non ci preoccupiamo molto.

Infine, spero che quello che mi ha rifatto la fiancata della macchina nel parcheggio del supermercato e se n'è andato senza lasciare nemmeno un biglietto per dire ciao – dicevo: spero che sia un mio lettore.

Chissà che non ci si incontri un giorno. E quel giorno ti verrò vicino e ti abbraccerò. Forte forte. Forte forte forte. Finché non sentirò più il battito cardiaco. E ti lascerò lì, senza chiamare nessuno, senza lasciare un biglietto.

100 lire


In effetti non so quanto l'interuebz sia specchio o campione della popolazione, quindi evito sempre di formulare giudizi generali in base a quello che leggo in rete. Però mi pare di notare che qualsiasi argomento generi una polarizzazione che si tramuta in scontro e lo scontro si tramuta in zuffa e alla fine non si sa più di cosa si parla.

Prendete il fatto di andare all'estero. Da un parte ci sono quelli che bisogna lasciare l'Italia che è il posto più schifoso del mondo non come qualunque posto basta che non sia qui io vedo come va ma se non cambia io me ne vado.

Dall'altra ci sono quelli che ma manco per niente è tutta fuffa noi siamo migliori di tutti e quelli che se ne vanno ci fanno solo un favore che come l'Italia non ce n'è nessuna.

Ai miei tempi andare a studiare all'estero o andare a lavorare in giro per il mondo era considerato un privilegio e, soprattutto, una cosa bella. Ci si sentiva fortunati.

Io mi sento ancora così. Sono anni che lavoro o vivo con persone da tutto il mondo, dal Giappone facendo tutto il giro fino agli Stati Uniti. Mi sento un po' un privilegiato, perché so che tanti mi invidiano e vorrebbero essere al posto mio. Non mi sento un martire dell'oppressione italica, non mi sento un cervello in fuga, non mi sento in fuga.

È vero che andando in giro ho capito che l'Italia non è il peggior luogo del mondo. Bisogna essere onesti quando si formulano giudizi: ci sono posti dove si sta davvero peggio, dove si fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, cose che in Italia ci siamo dimenticati 60 anni fa. È un'offesa a chi sta male frignare su come si sta in Italia. E poi non è neanche vero che le nazioni dell'Europa ricca siano così migliori dell'Italia. Per molti aspetti lo sembrano, ma se si cambia la prospettiva la realtà si dimostra un po' diversa.

E mi dispiace che le discussioni spesso prendano delle pieghe incomprensibili, tra coloro che usano il loro status di “expat” come rivalsa sulle angherie subite alle superiori e coloro che gettano acido su tutto quello che sta loro intorno.

Qualche mese fa ho conosciuto un americano che lavorava per una ONG in Bielorussia. Quando il governo bielorusso ha espulso diplomatici e ONG americane, ha dovuto lasciare il Paese insieme alla moglie bielorussa. Si sono trasferiti in Lituania. Quando mi raccontava queste cose, si è forse lamentato? Ne avrebbe avuto motivo? Probabilmente sì, essere cacciati da un Paese non deve essere una bella cosa. Ma lui no, non si è lamentato. Semplicemente, mi ha detto che a lui piace vivere in Lituania perché, come ogni volta che si arriva in un Paese nuovo, anche i gesti quotidiani non sono più scontati: dove non si parla la lingua, persino fare la spesa diventa una piccola avventura.

Personalmente preferisco mantenere questo spirito, quello che avevo la prima volta che me ne sono andato a zonzo. Godermi la situazione così com'è e, quando non sarà più di mio gradimento, cambiare e cercare qualcosa di meglio. In Italia, in Germania, alle Galapagos o dove sarà.

Vi dico un segreto però: quando leggete dei geni finalmente compresi, non crediate che in realtà stiano facendo chissà che cosa. Nell'azienda dove lavoravo prima Logistics Manager era il ragazzo che si occupava del lavoro “pesante”, cioè di sedie, scrivanie, lampadine, cavi e monitor. Era finito lì dopo aver combianto qualche casino. Capitemi, il suo lavoro serviva a mandare avanti la baracca, però Logistics Manager suona di un bene che se lo sentite pensate ad uno yuppie con il megaufficio e le segretarie in bikini e invece era un tipo bassetto con i guanti da lavoro infilati nella tasca posteriore dei pantaloni.

E un'altra cosa: più o meno dappertutto la gente si assomiglia. Non ci sono più imbecilli qui o lì, la maggior parte delle persone è impegnata a tirare a campare senza rogne, come voi e me, e alla fine ognuno è diverso dall'altro e non c'è modo di sapere come, finché non lo si è conosciuto.

Tranne i tedeschi che portano le birchenstoc coi calzini.  

Ignoranti

Ogni tanto mi faccio un giretto delle blogstar. Più che altro perché spesso sono linkate nei blog che leggo quotidianamente e perché ultimamente al lavoro è un po' fiacca. Così mi capita di leggere spesso e volentieri la tirata contro i veneti ignoranti. Un esempio recente è questo (consiglio di leggere i commenti, molto esplicativi) (un'alternativa è questa).

La maggior parte dei miei lettori, a occhio, non è veneta. Io lo sono. Chi è veneto come me, soprattutto se è nato in centri minori o proprio in campagna, è cresciuto nutrendosi di commenti come quelli del blog di cui sopra (non è che queste blogstar brillino per acume o originalità).

Sostanzialmente gli intellettuali che sentono il bisogno di commentare riguardo al Veneto vi sgranano sempre il medesimo rosario di castronerie.

  1. In Veneto sono tutti bifolchi ignoranti e odiano i negri
  2. In Veneto parlano tutti dialetto, a dimostrazione del punto 1
  3. In Veneto sono tutti ricchi e hanno tutti la fabbrica
  4. In Veneto sono tutti finti cattolici baciapile
  5. In Veneto si lavora e basta

Scrivere e leggere su un blog cose del genere è normale, soprattutto se il vostro blog si dichiara progressista e di sinistra. Ma, come ho scritto, non sono stati certo i blogger a scoprire queste ostinate verità sociologiche: se siete veneti, le avete sentite per una vita.

Di fronte a tali giudizi, potete reagire in molti modi. Uno, molto comune, è quello di cercare di dimostrare che voi siete dei fini intellettuali, che non parlate dialetto, che non avete la fabbrica, che siete atei e che non lavorate. Sarete una delle figure che, ottant'anni fa, potevano vantare una qualche forma di prestigio sociale, perché capaci di leggere e scrivere in un mondo di analfabeti o perché in fortuito contatto con le classi sociali superiori.

Eppure la maggior parte delle persone non sceglie questa via. Se penso alle persone che frequento io, nessuno ha avuto voglia di fare l'intellettuale: qualcuno è operaio, qualcuno è magazziniere, altre sono infermiere o impiegate; c'è anche qualcuno che lavora in proprio, una fabbrichetta, qualche dipendente. Molti vanno a messa la domenica. Si parla dialetto tra di noi. I nostri nonni parlavano dialetto, i nostri genitori parlavano dialetto, noi parliamo dialetto. Non è una scelta o una rivendicazione d'orgoglio, è semplice quotidianità.

Ecco, tutte queste persone, che non sono ricche, che non vanno in giro col SUV, sono coloro i quali i nostri intellettuali progressisti si divertono a trattare come minus habentes. Ma provate a pensare: vi alzate tutte le mattine alle cinque per andare in fabbrica; fate il turno di notte in un centro di assistenza per disabili; vi siete fatti 10 ore sotto il sole a tirar su muri; avete il mutuo da pagare, le bollette, la dichiarazione dei redditi, la macchina che non va, il dentista che costa una fortuna. Voi ci andate anche a messa, ma le bestemmie ve le cavano di bocca. E poi arrivano questi, gente mai vista, gente studià, e vi dice che siete ignorante, che siete razzista, che siete materialista e che pensate solo alle vacanze al mare.

Vi accusano di lavorare, che pensate solo al lavoro. Perché tanto il mutuo si paga da solo, no? Le bollette basta metterle da parte, la visita medica a pagamento basta non pensarci, no?

Vi accusano di essere ricchi, perché non vivete in uno slum da terzo mondo.

Vi accusano di parlare dialetto, come se fosse un delitto, come se faceste del male a qualcuno.

Accusano i vostri nonni di essere stati poveri e non di esserlo più.

Accusano i vostri genitori di essere ricchi (ancora con questa storia? Sì, siete tutti ricchi in Veneto).

E allora cosa fate? Votate per chi dice che invece no, che il dialetto è meglio dell'italiano, che non siete dei bifolchi e che non accettate che qualcuno venga a giudicare il modo in cui siete usciti dalla miseria. E come darvi torto? La Lega non sarà il massimo, ma è anche l'unica opzione, perché la classe intellettuale ha aborrito le proprie origini e si è allontanata da quelli di cui avrebbe dovuto essere espressione, lasciando un vuoto che è stato colmato alla bell'e meglio dalla Liga Veneta e dalla Lega Nord. Così, mentre il Veneto ha prodotto il più celebrato poeta italiano vivente, ci si fa rappresentare da chi pensa che cultura voglia dire cartelli stradali monchi dell'ultima sillaba.

Davvero complimenti, per fortuna che sono intellettuali e progressisti... che poi insomma, almeno una volta c'erano i signori che schifavano i poveri e non era una bella cosa, ma era comprensibile: ricco, studiato, vestito bene, facevate un figurone di fronte ad un povero analfabeta con le mani grosse come un badile e gli zoccoli di legno ai piedi. Ma oggi? Tutta questa gente che non riesce più a trovare il prestigio sociale di una volta, prof, giornalisti, impiegati di basso rango, tutti che si atteggiano con aria di superiorità e additano il popolo ignorante e cafone, mentre il popolo non sa nemmeno della loro esistenza. E accusano il popolo di essere ricco e crapulone, solo perché loro non riescono a pagarsi i vestiti firmati.


Note a margine:

Mi pare che queste bloggostelle siano cresciute a pane e telefilm americani, da grandi abbiano letto i libri americani e, in breve, abbiano assimilato la giusta dose di politicamente corretto. È logico dunque che per loro qualsiasi conflitto tra etnie diventi la lotta tra wasp e afroamericani. Peccato che il mondo non sia l'Alabama, men che meno lo è il Veneto. Basta con questa storia che i veneti odiano i negri e che cercano la purezza del sangue ariano. Davvero, è patetica.

Altra cosa: il Veneto non è l'Inghilterra vittoriana e nemmeno gli Usa della Bible Belt, quindi non esiste nessuna morale sessuale come la si vede denunziata nei libri e nei film anglosassoni. Vi posso assicurare che siamo entrati anche noi, a pieno titolo, nel ventunesimo secolo.

Infine, comprendo che la commedia, con la sua struttura modulata secondo topoi vecchi di quasi 3000 anni e con le sue maschere caricaturali, possa risultare di più facile comprensione per le menti semplici. Ciononostante, Signore e signori rimane sempre una commedia, non un trattato sociologico o antropologico. E farà anche ridere ma non ha più attinenza alla realtà di Arlecchino e Pantalone.


Allevatori contro imbottigliatori

Le grandi illuminazioni avvengono quando si sta facendo qualcosa di assolutamente non correlato alla scoperta. La mela, la gravità, Newton. Allora, io in questa estate di mondiali di calcio mi sono dovuto sorbire un bel po' di partite, quelle cose tipo Giappone-Camerun o Slovenia-USA. Cosa può succedere a guardare la nazionale di un Paese che chiama “football” uno sport che prevede di portare in giro con le mani una palla che non è nemmeno una vera palla? (la battuta non è mia, l'ho presa dal comico John Cleese. Impara, Luttazzi)

Succede che ti metti a tifare a favore o contro. Perché? C'è un motivo? No, non c'è alcun motivo per sperare che il Giappone batta il Camerun. A posteriori si può razionalizzare questo atteggiamento spiegando a vostra moglie che siete cresciuti guardano Holly e Benji, ma non è così.

O meglio, il motivo è che si fa il tifo per fare il tifo. È un istinto naturale. Date due fazioni, si tende automaticamente a parteggiare per l'una o per l'altra, anche se non se ne ricava alcun utile materiale o spirituale.

Sempre durante i mondiali, un giorno in pausa pranzo stavo parlando del più e del meno con la padrona, quando la si butta in politica e arriva la domanda “ma perché la gente vota Berlusconi”. Domanda che per uno straniero è lecita, visto che non è possibile trovare qualcuno che voti Berlusconi o a cui piaccia Berlusconi. Il dubbio è il seguente “ma se fa così tanto schifo come dite, perché lo votano?”

E lì ho avuto l'illuminazione. Perché votano Berlusconi? Perché è una delle due opzioni disponibili, quindi tendenzialmente metà degli elettori voterà per la sua fazione. Quando c'erano la DC e il PCI, si votava o DC o PCI; quando sono caduti, abbiamo forse smesso di votare? Giammai! Avevamo altre due opzioni, abbiamo continuato a sceglierne una, come se niente fosse.

E qui si spiega anche il potere mediatico reale di Berlusconi, in maniera più convincente di quello che si sente dire di solito. Berlusconi ha tre televisioni nazionali e bel po' di giornali. Quando si butta in politica, riesce a farsi passare come l'alternativa alla sinistra. Grazie all'enorme potere comunicativo della televisione e dei suoi volti familiari crea l'immagine di una coalizione di destra che non esiste se non sulla carta (Forza Italia non è mai esistita, l'MSI era un partitucolo, la Lega prendeva voti in – quante? – 5 regioni italiane) quale alternativa all'unica forza politica di un certo peso rimasta, il PDS.

A quel punto tutto il corpo elettorale si è trovato di fronte all'alternativa Berlusconi o PDS. Non importano i programmi, la storia, la politica, le ideologie: ci sono due fazioni e io devo sceglierne una. Tanto è gratis, nessuno sa cosa voto, e sono anche convinto che se vince una delle due fazioni avrò dei vantaggi diretti oppure, se non vince l'altra, non avrò degli svantaggi tangibili.

Tutto qua. Se domani Berlusconi sparisse e il PD sparisse e ci trovassimo come alternativa il Partito degli Allevatori di Mio Mini Pony contro il Partito degli Imbottigliatori di Aria Fritta, il corpo elettorale si spaccherà a metà, e comincerà la stessa solfa che si sente oggi tra i sostenitori di Berlusconi e quelli del PD.

Non è vero che state già pensando se preferite gli allevatori o gli imbottigliatori? Non potete farne a meno, dite la verità. Alla domanda “perché votano Berlusconi”, la risposta è perché Berlusconi è una delle opzioni e, finché ci sarà, prenderà voti. Quando non ci sarà più, qualcuno lo sostituirà e continueremo a scegliere tra le due fazioni. Come se niente fosse.

Mamma, Ciccio mi tocca

Avete presente tutti quei docenti, ricercatori universitari, professori di liceo che alimentano da sempre la litania della scuola e dell'università che non sono meritocratiche, dove va avanti solo chi si sottomette alle storture del sistema eccetera eccetera?

Non fanno quasi tenerezza? Fanno parte di quel sistema, sono stati accettati da quel sistema, quindi implicitamente ammettono che loro sono un bel gruppo di pappatori di tasse altrui (è semplice logica: tu dici che il sistema accetta solo gli amici degli amici, tu sei stato accettato dal sistema, vuol dire che anche tu sei amico di un amico), però poi vi spiegano con tono serioso e ditino alzato che il sistema brutto e cattivo va cambiato altrimenti perdiamo “competitività” (massì dai, “competitività” e “social web” ci stanno sempre bene).

Perché ricordate: in Italia vanno avanti solo i raccomandati e gli incapaci. Tranne loro. Loro sono lì per merito, chiaro. Riconosciuto da chi? Da quelli che mandano avanti raccomandati ed incapaci. Certo, perché chi manda avanti raccomandati ed incapaci ha fatto l'eccezione per loro, non lo avevate capito?

Entomologia comparata, ovvero fenomenologia della striscia di jeans

Nel blog “Viva la fika” si parla di come le svedesi, oltre a essere il succoso frutto di decenni di eugenetica (decenni dopo la caduta del nazismo), non hanno alcun timore a mostrare il proprio corpo ed hanno un rapporto con l'altro sesso molto diverso dal nostro. Io, da buon italiano mossosi in Germania, ho notato la stessa situazione, anche se un po' meno estrema. Possiamo prendere come metro di paragone gli hotpants: in Italia li si vede raramente, in Germania sono normali, in Svezia sono talmente risicati da lasciar scoperta la vulva. Cercherò di mostrare come sono riuscito a razionalizzare tutto questo ed uscire dallo stato di perpetuo instupidimento cui ero preda al mio arrivo qui.

Per capire le differenze tra noi e loro nei rapporti tra sessi bisogna investigare in prima istanza le differenze nei rapporti sociali. Ci proverò con un esempio.

In Italia, se ci si trova in casa altrui, si verrà accolti con l'offerta di qualcosa da bere o da mangiare. A questa offerta, si risponde di no; a questo no, l'ospite insisterà; all'insistenza, si rimarca il no; l'ospite offrirà ancora una volta da bere o da mangiare; si declina educatamente; l'ospite si premurerà di chiedere se si vuole dell'altro; a questo punto, si chiede un caffè o qualcosa di simile. Comincia la conversazione.

In Germania, quando si arriva a casa di qualcuno, viene chiesto se si vuole qualcosa da bere. Se si risponde di sì, si aggiunge cosa si vuole. Se si risponde di no, l'argomento cade e si passa ad altro.

Apparentemente il metodo tedesco è più logico: sì significa sì e no significa no. Semplice e lineare. Il metodo italiano prevede invece un rito che ha delle dinamiche abbastanza precise da rispettare: si dice di no sapendo che l'altro insisterà, si insiste sapendo che l'altro dirà di no; l'ospite si offenderebbe se alla prima offerta ricevesse come risposta “una birra, grazie”; ci si offenderebbe se il primo no fosse inteso come un no. Ma tutto questo non è una complicazione, è il modo in cui creiamo un cuscinetto ammortizzatore da impiegare nei rapporti sociali.

Ogni rapporto sociale è potenzialmente uno scontro. Nella nostra cultura, lo scontro viene evitato per mezzo di questa danza di offerte e di rifiuti, all'interno della quale entrambe le parti hanno modo di gestire il contatto e di modularlo a seconda delle occasioni. Per esempio, se vi offrono del vino e voi siete astemi, ma non avete voglia di dare spiegazioni, un rituale del genere vi permette di evitare di bere del vino senza per questo impedire all'ospite di darvi il benvenuto nella maniera appropriata. Per quanto complicato possa sembrare, ha una utilità precisa.

Nella cultura tedesca questo cuscinetto non esiste. Non esistono forme ritualizzate di approccio che possano prevenire o attutire gli scontri. Ti offro da bere, se hai sete prendi una birra, se non hai sete non la prendi. Il problema è che anche i tedeschi non cercano lo scontro nei rapporti sociali, tanto quanto noi. La soluzione adottata è quindi diversa e duplice. La prima forma di protezione è la prevenzione: poiché ogni rapporto sociale è potenzialmente uno scontro, ognuno si deve muovere sempre con la massima cautela ed evitare di urtare gli altri. Anche gli amici. Anche la famiglia. In mancanza di un ammortizzatore che si frapponga tra due parti che entrano in contatto, diviene naturale per entrambe approcciarsi nella maniera più lenta e delicata possibile. Conseguenza di questo modo di gestire i rapporti sociali è che ogni rapporto è sempre estremamente formalizzato.

Ma una vita di incontri formalizzati non è sostenibile. Ed ecco che entra in scena la soluzione 2: l'alcol. L'alcol è il vero promotore dei rapporti sociali, avendo la nota caratteristica di sopprimere i freni inibitori, e funziona in due sensi: toglie la paura di creare lo scontro e toglie la paura di subire lo scontro.

Partendo da questa premessa, è facile capire le ragioni del diverso approccio all'altro sesso tra noi e i nordici. Essendo i rapporti erotici un sottoinsieme dei rapporti sociali, valgono le stesse regole, soltanto che sono un pochino più rigide, perché instaurare un rapporto di natura erotica può portare a danni assai maggiori. Il corteggiamento, più prosaicamente noto come “provarci”, svolge questa funzione di cuscinetto ammortizzatore, solo che è più spesso perché gli urti in gioco sono più forti.

La legge del corteggiamento prevede la presenza del maschio attivo che però non deve esagerare; così come la donna non deve cedere subito e però ha la facoltà di dire sì anche dopo una lunga serie di no. Funziona come con l'ospite: insistere e rifiutare, insistere e rifiutare.

Nella nostra cultura non mancano le giovani donne che fanno sesso per divertimento, direi nella stessa percentuale che in Germania (statistica spannometrica operata per mezzo dei miei occhi), soltanto che anche la più disinibita delle italiane si muove all'interno di questo meccanismo sociale. Di conseguenza, un minimo di ritualità serve anche per la più veloce delle sveltine.

In Germania tutto questo non è attuabile. Se già nei rapporti sociali quotidiani è difficile muoversi, un rapporto di natura erotica è un'impresa che presenta troppi rischi: si può offendere la donna oggetto di attenzioni, si può scoprire che quella donna in realtà non piace, si può essere rifiutati. In sostanza, poiché la posta in gioco è molto alta e non ci sono strumenti codificati per capire se sia possibile procedere o meno, il tedesco preferisce non agire. È come se foste all'ultima mano di poker, aveste la possibilità di vincere molto o di perdere tutto e non conosceste le regole del poker: l'unica scelta è abbandonare.

Dunque i tedeschi applicano la prima delle loro strategie sociali, e si muovono con ancor più cautela del solito. Che è l'esatto contrario di quello che si dovrebbe fare per ottenere un risultato. Per paura di far più danno, agiscono ancor meno. Ad un italiano, danno l'impressione di non essere interessati alle donne o al sesso. Questo non mi è mai sembrato vero, perché in tutte le città tedesche i bordelli fioriscono e non sono dei buchi nauseabondi, sono dei posti tranquilli dove ci va la gente normale, vale a dire che al tedesco medio il sesso interessa.

Qui possiamo vedere come la cultura italiana, seppur più complessa di quella tedesca, all'atto pratico permetta un punto di contatto tra i due sessi, che invece la cultura tedesca non riesce a sviluppare. È obbligatorio quindi passare alla fase 2, l'alcol, che viene utilizzato da entrambi i sessi per poter permettere l'approccio. Questa è la parte che noi non possiamo comprendere, ma che credo si possa considerare maggioritaria nei Paesi del nord Europa. L'incontro tra uomo e donna avviene per mezzo dell'eliminazione meccanica delle naturali barriere sociali che impediscono a due sconosciuti di finire a letto assieme.

A quel punto io non so più cosa accada nella testa dei tedeschi, perché non capirò mai che piacere si provi ad andare sbronzi con una donna sbronza, la quale peraltro non sta venendo a letto con te, e non sta nemmeno venendo con te per fare un po' di sesso: semplicemente non sa cosa sta facendo perché è stonata, quindi se tu le recitassi la Divina Commedia sarebbe lo stesso.

In questo contesto, è chiaro che le donne sono molto più attive che da noi nel processo di ricerca di un partner, perché devono in qualche modo compensare l'inattività dei maschi. È anche comprensibile l'abbigliamento provocante: per poter mandare messaggi di disponibilità percepibili sono costrette ad alzare il livello della provocazione ai massimi livelli (e tuttavia non serve a molto).

Non c'è bisogno di dire che questi meccanismi non sono coscienti: così come noi agiamo senza pensare e diamo vita alla danza dell'insistere e rifiutare, così le donne tedesche o nordiche non pensano a mandare segnali sessuali quando si vestono. Sono tutti aspetti che si danno per scontanti e che si mettono in pratica in maniera automatica.

Quando sbarcano in Italia, quindi, le nordiche vanno in giro mezze nude non per provocare, ma semplicemente perché non hanno coscienza di quello stanno facendo all'interno della diversa cultura. Al contrario, se un maschio italiano va a nord e tende ad approcciare le donne allo stesso modo in cui lo farebbe in Italia, trova molta più facilità ad entrare in contatto, per due ragioni: primo, non sono abituate ad avere un uomo che si approccia e quindi non hanno difese preventive nei vostri confronti; secondo, il corteggiamento appare come una serie di messaggi confusi, in cui non è chiaro cosa il maschio voglia, ma apparentemente non c'è nulla di sessuale, e quindi non scatta “l'allarme rosso”.

Ciò detto, spero sia risultato evidente che le tedesche e (immagino) tutte le nordiche, non sono più o meno facili delle italiane. Semplicemente nella loro cultura i rapporti sociali vengono gestiti in maniera diversa e quando le due culture entrano in contatto è molto difficile comprendersi, perché ognuno interpreta i messaggi dell'altro con il proprio alfabeto, e ne ricava un testo diverso da quello originariamente inteso.

Informatizzare l'alfabetizzazione delle masse democratiche

Una cosa che difficilmente saprete è che la scuola italiana non è frutto del caso e della sfiga, come si sarebbe portati a pensare, ma è il risultato della volontà di qualcuno. Non è una cosa di cui si parla nei giornali on-line, ma esiste tutta una schiera di pedagogisti, accademici ed insegnanti che elaborano costantemente nuove forme di educazione, che poi vengono tradotte nelle riforme di cui si legge sulla stampa.

Ora, visto i risultati, voi vi immaginerete chissà che cosa. Nella realtà, costoro cercano delle vie per ammodernare la scuola, per renderla al passo coi tempi, per aprirla al nuovo che avanza. Non sembra però, perché la scuola a tutto potrà preparare, ma non certo alle novità più nuove.

Questo perché i pedagogisti, gli accademici e gli insegnanti che parlano di modernità non ne sanno niente. Cioè, loro sanno che là fuori c'è il mondo contemporaneo, ma non ci vivono dentro e non lo conoscono. Infatti, se seguite le lezioni di questa dotta schiatta, non ci capirete niente, perché parlano di un mondo che non esiste e che si sono creati nella loro mente. È come saltare dentro un buco nero in cui il buio sovrasta ogni cosa e non lascia sfuggire il minimo barlume di luce.

Se la vedete dal di dentro, è del tutto logico che la scuola sembri ferma al dopoguerra: non è che non l'abbiano mai cambiata, è che si sono preoccupati di cose irrilevanti o non esistenti, o di adattarsi ad una modernità teorica mai verificata sul campo.

Tutto questo lo dico perché sto seguendo un dibattito (di cui non fornisco i vari link volutamente) in cui ci si chiede come si possano portare le masse italiane ad un livello di “alfabetizzazione informatica” tale per cui riescano ad usare “gli strumenti social del web 2.0” ad un livello superiore di “coscienza ed autocoscienza” in modo da aumentare la “democraticità” di internet.

Leggendo cose del genere, vi sentirete confusi e non capirete bene quale sia il succo del discorso. È normale, non siete abituati a sentir parlare un pedagogista che cerca di riformare la scuola. Se lo lasciate parlare (o se seguite i commenti della discussione) alla fine arrivate alla succo. Che è questo:

Un'insegnante di lettere delle medie che spiega a dei dodicenni come usare Facebook.

L'alfabetizzazione informatica!
Le masse autocoscienti!
Il social web 2.0!

Ma 'nde remengo!
Youporn tutta la vita!

Se pensavate che gli italiani fossero maestri d'eleganza

Quando si vive all'estero da un po', diventa stranamente facile individuare gli italiani che vi circondano. Non tanto quelli che vivono qui, quanto quelli che arrivano per qualche tempo, turismo soprattutto, oppure brevi viaggi di lavoro.
Gli italiani li riconoscete subito, perché – estate o inverno, pioggia o vento, giorno o notte che sia – sono quelli che in cima alla scaletta del volo Ryanair hanno gli occhiali da sole. Una volta non capivo perché tutti gli stranieri che conoscevo mi chiedessero perché non avevo gli occhiali da sole. Ora capisco: gli italiani sono gli unici che li portano sempre. Anche al buio. Anche con la pioggia.
In inverno si notano ancora meglio: in cima alla scaletta della Ryanair, con gli occhiali da sole e il pelo di cane intorno al collo. Se, mentre nevica, vedete qualcuno con occhiali da sole e pelo di cane intorno al collo, andate sul sicuro.
L'italiano arriva in Germania (o comunque all'estero) e compie sempre il medesimo rito: primo piede che tocca il suolo tedesco, e già comincia a lamentarsi del caffè. Dico, aspetta almeno di raccogliere il bagaglio e andare al bar... E per tutta la permanenza in Germania non farà altro, sia chiaro. E' un atteggiamento talmente radicato che almeno una volta a settimana devo scusarmi con gli astanti, di qualsiasi nazionalità essi siano, perché io bevo caffè tedesco e non mi lamento che non sia buono come in Italia. Mi guardano con due occhi così.
Ancora prima che il bagaglio arrivi sul nastro, sta già telefonando. Ma non telefonando tipo “Hallo Jurgens, sono arrivato in aeroporto puoi venire a prendermi?” No no, sta telefonando in Italia e parla del viaggio (50 minuti di volo, capirai) e di come è andata. Una volta, mentre aspettavo la valigia, un signore stava chiamando l'idraulico che andasse a casa di sua madre a sistemare non so cosa.
La caratteristica principale dell'italiano all'estero, comunque, è la totale mancanza di consapevolezza di essere all'interno di una cultura diversa, in cui ci si relaziona in maniera diversa. Per esempio, una cosa che mi piace dei Paesi d'oltralpe è che, negli spazi pubblici, la gente non rompe. In metro, per strada, al supermercato si parla a voce moderata, il cellulare non ha la suoneria attivata e in generale non si fa casino. Poi d'improvviso entrano in scena tre o quattro italiani che sembrano tutti sordi: gridano, telefonano (in Italia, perché se sei in metro a Berlino non puoi non telefonare in Italia). Non riescono a fare come tutti, stare seduti e parlare piano. Non si rendono conto che tutt'intorno a loro la gente è calma, tranquilla, non urla. Imperterriti.
Quando poi parlano con degli autoctoni, non sono in grado di mettere a fuoco che in altre culture non si gesticola o si gesticola in maniera diversa. Io, quando parlo con dei tedeschi, non gesticolo, perché è un modo di comunicare che non comprendono e quindi non facilita la discussione, la complica. Infatti spesso mi chiedono di tradurre i gesti degli italiani che smaniano a bracciate ampie e ben distese, perché il linguaggio del corpo è tanto peculiare quanto la lingua madre ed altrettanto incomprensibile ad uno straniero. Non è che ci voglia un genio a capirlo (ci sono arrivato anche io), ma i miei compatrioti no, loro sono fieri di questa cosa, chiaro segno dell'incapacità di relazionarsi con qualcosa che sia minimamente diversa dal proprio ombelico.
Per gli italiani c'è una cosa che però le trascende tutte: l'inglese. In tutto il mondo, l'inglese è una lingua che si impara e si usa. Per noi no. Per noi è come il corpo mistico di Cristo, un qualcosa di metafisico che lega tra loro i sudditi di Sua Maestà britannica e dalla quale noi siamo esclusi, per sempre ed a priori. E così non vale nemmeno la pena di impararlo.
Salvo poi andare in Inghilterra, pretendere di parlare inglese anche se non lo si conosce e lamentarsi che gli inglesi sono proprio dei cafoni perché fanno finta di non capire quello che hai detto, che insomma dai uer iseee deee bass-stoppeee? si capisce benissimo. Per non parlare del fatto che bestemmiano senza pudore, perché si credono gli unici a poter comprendere quel che dicono. Nemmeno sfiora la loro mente che ci possa essere un tedesco che parla italiano, o un italiano che parla italiano.
In Germania la prostituzione è legale. Ci sono alcune zone della città dove può capitare di incontrare delle signorine molto a modo che tentano di fare amicizia con voi. Per esempio, a Berlino in Oranienburger Strasse, che è una strada nota e ben frequentata e non certo un posto degradato. Per dire che nelle citate signorine ci si può imbattere anche se si è realmente intenti a far altro. Di solito il tentantivo di abbordaggio va così: prima mi chiedono se parlo inglese o tedesco (che sono straniero è chiaro). Se rispondo che fa lo stesso, mi chiedono da dove vengo. Italia. A questo punto si fermano, mi guardano e chiedono conferma del fatto che sia italiano. Sì perché? Perché hai detto che parli tedesco e inglese. Sì be', il mio tedesco ha ampi margini di miglioramento, ma per la situazione è più che sufficiente. Ah no, perché di solito gli italiani non parlano niente, solo italiano e basta. Eh, invece no, pensa. Ciao stammi bene.
Le prime volte invece cercavo di svicolare in maniera molto maschia, ricorrendo al più classico dei mmmpfrgllnfsitri. Le signorine, che il loro mestiere lo sanno fare bene, attaccano con il parimenti classico da dove vieni. Italia. Ah viiivaittalia, bellaittalia, ciao amore, bombino, begorina, scobare... (la “p” è un po' ostica da pronunciare, si sa). Sì ciao, ora che hai gridato “begorina” di fronte a 15 turisti giapponesi sono proprio eccitato. Badate però che se parlate in tedesco o in inglese non vi diranno mai cose del genere anzi, saranno decisamente educate, segno che non sanno esattamente quello che stanno dicendo.
E questo mi ha fatto capire due cose: che il livello culturale dell'italiano in gita è inferiore a quello di una prostituta che esercita in strada (con tutto il rispetto per le prostitute, che non vuol dire che sono sceme solo perché sono prostitute). E che gli italiani, quando interagiscono con una prostituta, iniziano a esprimere frasi senza senso tipo “bella Italia” e “pecorina”. Siccome la prostituta in questione non ha coscienza di quello che sente, ma lo sente dire da tutti gli italiani che incontra, impara che ogni volta che vede un italiano deve parlare come un tamarro di periferia.
Se entrate un po' in confidenza con qualche ragazza straniera, prima o poi vi confesserà che è universalmente noto come gli italiani ci provino sempre, con tutte ed in maniera ossessiva. Diciamocelo: siamo sputtanati. Non siamo tutti così, ma il fatto è che per il mondo girano orde di italiani infoiati convinti che le straniere siano delle ninfomani allo stadio terminale, e poi ci andiamo di mezzo tutti.
Secondo me è anche interessante da un punto di vista antropologico: perché gli italiani vanno all'estero pensando che le donne di lì la diano a tutti senza pensiero, senza discernimento, senza logica? La realtà non è quella, ma cosa fa scattare questo pensiero? È ancora una volta l'idealizzazione di un estero mitologico, dove tutto funziona meglio e persino per raccattare una ciulatina non si deve far fatica? Il sesso come parte delle prestazioni assistenziali fornite dallo Stato?
Alla lunga queste scene intaccano il tuo orgoglio di italiano. Che c'era. Ma poi cominci a vedere certe cose. Ti rendi conto che non esci più con altri italiani perché ti vergogni; non ce la fai più a sopportare i tuoi connazionali che trattano i camerieri come servi; che quando c'è da pagare succede sempre il finimondo e alla fine c'è sempre qualcuno che non ha messo tutti i soldi. Sempre sempre sempre. Che non sanno stare a tavola in maniera educata senza disturbare tutti i clienti di un locale. Che appena ottengono un ruolo di minima responsabilità sul lavoro, cominciano a piazzare chi garba a loro nei posti che contano; che appena superano la massa critica, cercano subito di avvilupparti nella loro rete di amici della quale non hai nessun interesse a far parte.
Così quando a volte mi sento triste perché al bar, di pomeriggio, vedo i vecchietti bere un caffè e mangiare un Bockwurst da due etti con la senape (senape e caffè, la merenda dei campioni), guardo fuori, la strada fredda, bagnata dalla pioggia, buia perché qui è buio sempre, è buio dentro, e vedo un cretino con gli occhiali da sole che grida bestemmie mentre persino le prostitute lo evitano schifate, ordino un Bockwurst anch'io. Ma senza caffè. Meglio una Coca Cola. 


E ci lamentavamo di "cmq" e "xké"

Noto da qualche tempo a questa parte (nel senso che ho cominciato a notarlo da poco, non che sia cominciato da poco) che tra i blogger e i commentatori dell'internet si sta radicando un uso curioso di un'abbreviazione solitamente destinata a testi più seriosi. Mi riferisco all'uso di “cit.
Come dicevo, quest'abbreviazione è sempre stata confinata alle note a pie' di pagina di saggi e scritti accademici. Si usa in un caso in cui non si deve usare op. cit. Op. cit. è l'abbreviazione del latino opus citatum e si utilizza per indicare un'opera citata – appunto – nella nota precedente, senza dover riscrivere tutta la tiritera. Cit. si adotta al medesimo scopo, ma quando si fa riferimento ad una nota precedente non contigua. Credo. L'importante è che entrambe significano “opera citata”.
Nel rutilante mondo della blogopalla, qualcuno ha scoperto l'abbreviazione cit. Solo che, non conoscendone il significato, le ha attribuito quello più intuitivo di “citazione”. E fin qui la cosa mi lascerebbe indifferente, abbiamo tutti cose migliori da fare che non badare a queste sciocchezze. Quello che mi fa rizzare i peli degli stinchi è l'uso che si fa di cit.
Che è il seguente: qualcuno scrive un testo qualunque e tra le righe ci infila una citazione. Poi, dopo la citazione, tra parentesi ci sbatte cit. Che è un po' come raccontare una barzelletta e spiegarla ancora prima che la gente rida. Cioè, mettere delle citazioni nei testi si è sempre fatto. Nei testi poetici e letterari, come anche nei dialoghi tra persone in carne ed ossa, la citazione non è mai sottolineata, non è mai indicata, perché è un gioco che si instaura tra l'autore ed il fruitore, è l'occhiolino strizzato al lettore colto e serve a condividere un qualcosa in più con un cerchia ristretta di persone. Lo scopo di fare una citazione, quindi, è proprio quello di rivolgersi ad un numero inferiore di lettori. Certo, una cosa del genere potrebbe essere considerata preambolo allo start sucking each other's dicks, ma in questa sede non interessa.
Se il nostro cittadino della rete decide di fare una citazione, non deve indicarla in alcun modo, altrimenti viene meno il senso di fare la citazione. Se Foscolo avesse scritto su Facebook, ne sarebbe uscito qualcosa del tipo:

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente
(cit.), me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

E se Catullo fosse vissuto ai giorni nostri, dovremmo leggere poesie del genere:

Quello mi sembra simile a un dio, (cit.)
quello mi sembra superiore agli dei - se non suona bestemmia -, (cit.)
perché, seduto innanzi a tè, senza scomporsi,(cit.)
ti vede e ti ascolta,(cit.)
mentre dolcemente sorridi; a un tuo sorriso invece io miseramente(cit.)
mi sento tutto svenire, perché non appena
ti scorgo, o Lesbia, non mi rimane neppure
un filo di voce.
Si paralizza la lingua, una sottile folgore(cit.)
per le membra mi scorre, mi ronzano le orecchie(cit.)
di un interno suono, mi cala sugli occhi(cit.)
duplicata la notte.(cit.)

Capite che la cosa non ha senso? O si fa la citazione e la si affida alla sensibilità del lettore, oppure si mette la citazione tra virgolette e si dice chiaramente chi si cita. Non questo continuo “guarda, ho fatto una citazione, te la mostro col dito. Ma non ti dico di chi è. Ah-ah!”
Poi ci sono quelli più evoluti, che hanno scoperto l'esistenza di [N.d.A.]. È un'abbreviazione che si trova, mi sembra, assai di rado, perché difficilmente un autore mette una nota al testo che sta scrivendo, ed in effetti di solito viene utilizzata all'interno della citazione di un testo altrui, oppure, in opere di letteratura in prosa, per indicare uno spiegone messo in mezzo senza particolare motivo, giusto per. Invece l'internauta moderno ne ha del tutto travisato la funzione e la usa in sostituzione delle care, vecchie parentesi o di una incidentale. Per esempio:

Allora, ieri avevo voglia di smanettare con il PC e allora ho pensato che potevo installare questo software che promette di boostare le prestazioni della CPU e di sfruttare al 100% la mia SV nVidia [cosa che avevo già fatto il mese scorso NdA] e allora ho cercato dappertutto ma non riesco a trovarlo.

Che Anubi mi assista, cosa c'entra NdA? Sei tu l'autore del testo, cosa ti metti, le note al tuo testo? Qual è il prossimo passo, togliersi una costola? Se davvero NdA si usasse in questo modo, avremmo versi del genere:

S’i’ fosse Cecco, [com’i’ sono e fui NdA],
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Invece no, non li abbiamo. E ci sarà un perché... Comunque, come sempre esiste una soluzione: se tu, giovane o vecchio internauta, ti sei per ventura trovato tra le mani un qualche saggio o paper o articolo accademico, e trovi tutte quelle abbreviazioni così carine, fa' una cosa: dimenticale. Non usarle. In nessun caso. Mai.

Una curiosa mancanza

Stavo pensando che, a mia conoscenza, non esistono termini volgari che indichino il clitoride. È strano, perché in italiano solitamente vi è un vocabolario assai ricco e molto “rude” per indicare la zona genitale e anale.
L'unica spiegazione è che fino a pochissimo tempo fa, generalmente, nessuno sapesse dell'esistenza del clitoride.
Interessante.

Bossi, la telefonista cum laude e la retorica dei salvatori

Da qualche giorno gira in rete questo “poster-manifesto-denuncia”:

All'inizio, non sapendo niente dell'iniziativa, mi sono limitato ai miei pregiudizi e stavo per scrivere un post a riguardo. Invece di mettere mano alla tastiera, mi sono informato e ho scoperto che l'autore è un giovane ragazzo di Parma. Vedi? – mi son detto – pensavi fosse la solita iniziativa, e invece è un giovane pieno di sano idealismo e senso civico. Allora, tutto felice, mi metto a gugolare il nome del paladino delle telefoniste e spunta fuori questa fotografia:

Per prima cosa, volevo ringraziare i miei pregiudizi, che di solito non ascolto ma che hanno ragione più spesso che no. Non perché siano pregiudizi, ma perché ormai riconosco le sòle a naso. Poi, anche se di solito non me la prendo con quelli più piccoli, soprattutto se sono minorenni, quando si iscrivono ad un partito, li tratto come qualsiasi altro politico: il politico wannabe deve abituarsi ad essere trattato da politico.
Quindi ora, caro Michele, ti spiego un paio di cose che forse in sezione non vi insegnano. Vi prendono da giovani, vi indottrinano ben bene e poi fate le campagne per cambiare l'Italia.
La prima cosa che dovresti sapere è che, col tuo manifesto-denuncia, sei ricorso al più basso dei trucchi retorici: a destra il tuo avversario politico, incarnato nella persona di un maschio brutto e notoriamente asino, a sinistra la foto di un'attrice bella, giovane e dagli occhioni da cerbiatta. Mi permetto di farti notare che questa è la tecnica berlusconiana che quelli del tuo partito rinfacciano continuamente a Berlusconi: sfruttare il corpo femminile per raccattare voti. Bella roba davvero. Probabilmente tu sei stato tra quelli che pubblicizzavano il documentario “Il corpo delle donne”, e magari ti sei anche sentito orgoglione di non essere uno di quei maschi maschilisti e berlusconisti che votano PdL. E invece, guarda un po', stai scoprendo di essere un po' più uguale a loro di quanto pensassi.
Non credo tu abbia mai lavorato in un call center. Io sì. Ecco, per dire, prova a immaginare di mettere me al posto della cerbiatta: a destra Bossi, a sinistra un tizio qualunque, anonimo, con la barba di una settimana, gli occhiali da vista e lo sguardo vitreo: insomma, uno mica tanto diverso da Bossi jr. Vero o no che fa un altro effetto? Capisci perché hai scelto l'attrice e non una telefonista vera? Perché sapevi che se avessi messo me (telefonista laureato a pieni voti) il pubblico non avrebbe affatto odiato Bossi jr. Se invece metti la cerbiatta contro Bossi, non hai nemmeno bisogno di scrivere perché, tutti parteggiano per la cerbiatta.
Il secondo trucco retorico è – te lo riconosco – più sottile. Utilizzi il figlio di Bossi come bersaglio e fin qui sta bene, è umanamente impossibile non prendere per i fondelli un personaggio del genere. Il problema è che una presa di posizione del genere, se espressa da un politico wannabe, assume un significato specifico, perché vuol far passare l'idea che Bossi sia peggio degli altri e che gli altri, cioè tu, siano migliori di Bossi. E invece no, Bossi non è peggio degli altri, Bossi è lì perché è come tutti gli altri, anche quelli della tua parte. O credi forse che gli altri politici siano più intelligenti? Più preparati? Assolutamente no: stanno lì a premere il bottone che il Partito ordina. Non serve aver studiato, un Bossi vale l'altro, per sedere sugli scranni e vivere a scrocco: è quello che farai anche tu, se e quando il Partito deciderà di affidarti qualche carica rappresentativa. E non sarai diverso da Bossi jr., quel giorno.
Te la prendi perché non è riuscito a passare l'esame di maturità. Be', tu non ci hai provato ancora: aspetta almeno di averlo superato e poi avrai i titoli per canzonare gli altri. E, a pensarci bene, sei iscritto ad un partito il cui fondatore e guida non si sa esprimere in un italiano grammaticalmente corretto. E lui non si limitava a intascare denaro del contribuente, aveva pure il potere di sbatterlo in galera, il contribuente. Spero avrai capito che ergersi a fustigatori dell'altrui condizione non è mai una saggia idea, perché alla fine si è sempre afflitti dagli stessi vizi che si denunciano.
C'è poi un'ultima cosa che vorrei aggiungere. Nel tuo slancio retorico, contrapponi il mancato diploma di scuola superiore di Bossi al 110 e lode della giovane cerbiatta. Vedi, se mai imparerai qualcosa nella vita, una delle prime sarà che la cifra con cui si esce dall'università ha un valore poco più che simbolico. Scoprirai che un numero straordinariamente elevato di laureati con 110 e lode non sa niente di più di quello che sapeva quando ha iniziato. Scoprirai con amarezza che il 110 e lode della cerbiatta, in molti casi, vale tanto quanto le tre bocciature di Bossi jr.
E tutto questo detto da chi nel call center ci ha lavorato, con laurea e tutto quanto. Perché io sono un signor nessuno, ma certe cose qualcuno te le dovrà pur dire: tu, e tutti i politici wannabe come te, non siete la soluzione del problema, siete parte del problema. Siete parte del problema perché parlate di cose che non conoscete, volete governare un mondo che non avete nemmeno cominciato ad affrontare. Lanciate proclami in cui dite di voler cambiare gli italiani... ma ragazzino, chi credi di essere per poter dire una cosa del genere? Io sono un italiano, uno di quelli che dici di voler cambiare, e non ho certo bisogno di venir cambiato dal primo politichetto wannabe con un profilo su Facebook.
Vuoi cambiare l'Italia? Ti dico io cosa farai: se sei bravo, comincerai a prendere una poltrona prima dei 20 anni; con un po' di costanza, arriverai al posto di Bossi jr., 10000 euro al mese (e vedremo quale titolo di studio avrai) pagati a forza dai tuoi concittadini; poi avrai incarichi in qualche municipalizzata, sarai nel Consiglio di Amministrazione di qualche ditta ammanicata e – sicuro come il sole che sorge la mattina – tu in un call center non metterai mai piede. Né in nessun altro posto di lavoro, se è per quello.
Se invece non sei bravo, rimarrai il solito militante di base, passerai la tua vita a gridare contro Berlusconi o chi per lui, ti troveranno un posto da sindacalista ammanicato ed inamovibile e ruberai il posto a qualcuno che ha voglia e bisogno di lavorare.
In ogni caso, non cambierai niente dell'Italia.
Hai 17 anni, sei giovane, non tutto è perduto. Fatti un favore, straccia la tessera e scrollati di dosso quell'irritante arietta da salvatore della Patria in sedicesimo. L'Italia ha bisogno di tante cose, ma di sicuro non di un altro politico.