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Cocci aguzzi d'illegalità

È qualche anno che manco dall'Italia e quindi la maggior parte delle nuove evoluzioni della cultura pop non mi arrivano o mi arrivano con molto ritardo. L'altro giorno mi è capitato di vedere questo:
Dal punto di vista di chi è nato e cresciuto in Italia ma ormai la osserva da lontano e la compara quotidianamente con realtà diverse, questo finto trailer rappresenta perfettamente la peculiarità italiana. Che non è quella di essere "italiano medio", tutto preso da calcio e veline, che si crede furbo perché ha la macchina a gasolio quando il prezzo della benzina sale. Ma è quella di pensare che tutti gli altri sono così, mentre tu no, sei l'unico diverso. Ogni singolo italiano pensa che tutti gli italiani siano un branco di scemi e si sente superiore perché lui, invece di fare la cosa x che fanno tutti, fa la cosa y, che lo qualifica come estraneo alla sua stessa cultura. 

E mentre pensa questo, generalmente l'italiano non si accorge che invece fa le stesse identiche cose che critica negli altri. C'è una cronica incapacità tra chi nasce in Italia nel vedere le proprie azioni in maniera obiettiva. 

Faccio un esempio semplice semplice. Generalmente gli italiani che arrivano qui in Germania, se sono giovani e laureati, sono esattamente il pubblico cui il finto trailer è destinato: disprezzano la furbizia e l'illegalità del nostro paese, sono nemici del Berlusconismo, radice di tutti i mali, e magari dicono di essersene andati perché in cerca della legalità, di un paese civile dove le regole della convivenza funzionano.

Benissimo, io con queste persone finisco sempre a litigare (e dico litigare, non scambiare differenti opinioni) per la solita cosa: quando andare a buttare il vetro nell'apposito cassonetto.

Perché dove vivo io il vetro si va a buttare nei cassonetti appositi, che sono lungo la strada e servono diverse case o condomini. L'operazione è consentita in orari determinati, dalle 7 della mattina alle 7 di sera dei giorni lavorativi. Il motivo di questa regola è evidente: buttare delle bottiglie vuote dentro un contenitore vuoto o pieno a metà di altri vetri fa molto rumore e non si vuole che tutto il vicinato sia disturbato dal casino di vetri rotti.

L'orario di per sé è arbitrario, nel senso che le sette di sera sono poco diverse dalle sette e mezza o dalle otto. Solo che, quando hanno dovuto decidere per un'ora, hanno deciso per le sette. Come per il limite di velocità, non è che 50 all'ora sia molto diverso da 55 o 60 all'ora, ma bisognava decidere un limite e si è deciso quello.

Se voi prendete uno dei nostri connazionali che sono venuti in cerca della legalità, andrà sempre a buttare il vetro dopo le sette o di domenica. E se proverete a fargli notare che esiste un regolamento che vieta di farlo dopo le sette, vi guarderà come se aveste detto la più gran castroneria dai tempi di Omero.

Perché per gli italiani che su Facebook condividono le foto dei magistrati morti e linkano gli articoli a favore della legalità, la legge è un'entità astratta e generale, nel senso che esiste in una dimensione teorica che coinvolge una ipotetica cittadinanza. Ma non appena la legge arriva a sancire il comportamento concreto ed inviduale, cioè quando vieta a te di fare la tal cosa in questo momento, tutti - e ripeto: tutti - gli italiani che conosco si irritano e reagiscono come se la legge gli impedisse di buttare il vetro per sempre e li obbligasse ad accatastare le bottiglie vuote nella vasca da bagno di casa.

E siccome a loro questo non va bene, si rifiutano di rispettare il regolamento e buttano il vetro un po' quando gli pare. E si incazzano come iene se glielo fai notare. E di solito sono io che glielo faccio notare, per il semplice motivo che è un regolamento di puro buon senso che serve a fare in modo che nessuno rompa le scatole agli altri, te compreso.

Ma attenzione, perché questo comportamento non viene percepito come una violazione delle regole. Queste persone ragionano all'incirca così: quello che faccio io è giusto; la regola vieta i comportamenti ingiusti; quindi non violo alcuna regola. Manca del tutto la percezione che il proprio comportamento concreto si attiene o non si attiene alla regola concreta e non ad un vago concetto di giustizia che viene creato dal singolo e che si applica aprioristicamente secondo la convenienza.

Ora, l'esempio è scemo ma pregnante, perché questa mentalità ha due conseguenze: che il singolo italiano viola le regole senza rendersene conto e - di conseguenza - che certamente violerà le regole ogni volta che queste andranno contro il suo utile.

Se parliamo di un neolaureato in cerca di lavoro in Germania, le regole infrante sono tutto sommato di poco conto. Non è che la polizia vada in giro a controllare che alle sette e dieci minuti non ci sia gente che getta le bottiglie nel cassonetto. Ma se quel neolaureato diventa col tempo un dirigente o un dipendente pubblico, si troverà ad infrangere le regole senza saperlo; solo che questa volta le conseguenze saranno ben più gravi e non si limiteranno ad un po' di rumore. Un dirigente che gestisce in maniera "allegra" i conti dell'azienda la farà fallire e farà perdere il lavoro a tanta gente. Un dipendente pubblico che acceleri certe pratiche perché sono quelle dell'amico e rallenti certe altre perché sono quelle di uno sconosciuto, moltiplicato per tutti i dipendenti pubblici, blocca il sistema nel suo complesso.

Per questo quando vedo i link tipo "Democrazia e legalità", "Parlamento pulito" eccetera, non riesco a non pensare che sia solo il nuovo bigottismo del secondo millennio. Come una volta si predicavano pubbliche virtù e poi ci si andava a far ricucire l'imene dal dottore amico di famiglia, oggi si alzano alti lai per l'illegalità della casta e poi, in privato, si viola la legge quando fa comodo.

Con la differenza che essere ipocriti sulla verginità prima del matrimonio non fa male a nessuno, essere ipocriti sul rispetto della legalità danneggia ogni singolo individuo. E lo stato in cui si trova l'Italia oggi ne è la prova.

Drammatologia

Perdere il lavoro è diverso da come immaginavo. Somiglia al primo pugno in faccia: uno pensa chissà che, ma lì per lì non fa particolarmente male. Somiglia a quella volta che una moto mi ha tagliato la strada sulla pista ciclabile e ho fatto una capriola in aria e sono atterrato sulla schiena e i passanti mi hanno circondato inorriditi e mi sono alzato e ho pensato “uau, tutto qui?” Poi i giorni passano e gli effetti si fanno sentire: le labbra tagliate dai denti, il ginocchio ingrossato, la schiena con un ematoma così.

L'altro giorno era il primomaggio. Primomaggio da disoccupato. Ho pensato al concerto di Roma, i sindacati, la sinistra. Come molti, in passato l'ho seguito spesso in tv. Non tutto, solo i gruppi che mi piacevano. Non ho mai avuto la maglietta di ceghevara, non ho mai sventolato bandierine, ma com'è come non è, molti gruppi che mi piacevano suonavano a S. Giovanni. Poi gli amici di sinistra, qualche volta il pensierino di andarci, tanto per vedere la cosa dal vivo.

Ho pensato alla distanza che irreparabilmente mi separa da quella liturgia che non ha niente a che vedere con il lavoro. Non c'è più niente da condividere con chi ancora celebra riti nati per un mondo che non esiste più. Non c'è niente da condividere perché li hai conosciuti quelli che celebrano quei riti, sono amici, compagni di studi, colleghi di lavoro. Loro si ritrovano a queste celebrazioni collettive (il primomaggio, le elezioni, le manifestazioni...) intonano le solite litanie, fascismo capitalismo Berlusconi Vaticano, la fine dell'Italia, la fine della democrazia, il regime liberticida, ci vorrebbe la rivoluzione e nessuno fa niente.

E poi tornano a casa alle loro vite, su Facebook invitano i propri contatti a votare sì per dire no, le zoccole di Berlusconi che mannaggia a lui, io non ci sto, io sono brutta come la Hack quindi sono intelligente come lei. E le foto delle vacanze. E del weekend in montagna. E beati loro, io una vacanza non la faccio da un pezzo e li invidio anche, sapete. Poi certo, a nessuno frega niente se hai perso il lavoro, tu. Tanto in Germania c'è il uelfarsteit e comunque nel mitico estero tutto va sempre bene per definizione e non c'è nemmeno bisogno di chiedere come va.

Sarete anche di sinistra, ma siete pure un bel po' stronzi, lasciatevelo dire. Comprendo che abbiate Berlusconi e l'acqua privata cui pensare, però dai...

Che tutti i miei amici di sinistra hanno questa cosa: il metus hostilis. Berlusconi, il nucleare, l'acqua privata. Hanno il metus hostilis che li unisce, che regala un senso a tutto, a tutto quello che non va, a tutto quello che non piace, a tutto quello che non è come dovrebbe essere. E anche gli altri c'hanno il nemico che incombe: l'islam, i comunisti, i giudici.

Perché nella vita ci vuole sempre qualcuno a cui dare la colpa. Non come me, che non ci riesco. Berlusconi, il nucleare, l'acqua pubblica, l'islam, i giudici. Fottesega. No, sul serio. Ho perso il lavoro, dovrei odiare il padrone, il capitalismo, gli ebrei, i banchieri... qualcuno da dargli la colpa della mia sfiga! Niente.

Il nuovo contratto di lavoro se ne sta qui, sulla mia scrivania. Già firmato dalla responsabile delle risorse umane. Manca solo il mio autografo e poi via, di nuovo vita da ufficio, colleghi nuovi (urgh...), nuovi capi (urgh...), entrallenove, esciallesei. Yuhu!

Leggi che diventi grande/2

Che quindi leggere il giornale sia un'azione fondamentale per lo sviluppo neuronale delle persone è assodato essere un costrutto sociale. E in quanto tale mutevole qual piuma al vento.

Tanto è vero che quando mi tenevo informato e molti anni fa nessuno si sognava di parlar male di Berluscone perché o si era berlusconiani o si era tra quelli che cercavano di mettersi d'accordo con lui e piagnucolavano perché Silvio col cavolo che divideva il bottino con loro ed io ero uno dei pochi che leggeva e parlava di certe cose, ero considerato un estremista politico, al limite dell'eversione.

Oggi, che ho smesso di informarmi e leggere certe cose (anche e soprattutto per noia), non passa giorno senza che qualcuno mi chieda "hai letto cosa ha fatto, hai letto cosa ha detto? Ma dove andremo a finire, ma non ne possiamo più. Bisogna fare come in Egitto! Revoluzzione!!!11"

A volte è dura vivere sempre in contrasto con lo spirito del tempo.

Col vostro permesso

Io lo so che haters gonna hate, e che potrebbe anche non avere scopo, quello che sto per scrivere. So anche che sembrerò quello che sale su una cassetta della frutta lungo l'autostrada e conciona diretto alle automobili che passano a 150 all'ora (non è che il mio blog sia il più frequentato della rete). Però qualcuno, prima o poi, dovrà pur dirlo.

A voi, signori, non ve n'è mai fregato niente dell'Egitto, né della Tunisia, né dell'Algeria. Nessuno, tra tutti quelli che oggi sostengono, esaltano, invidiano la rivolta d'Egitto (deheh, rivolta d'Egitto) ha mai nemmeno saputo che in Egitto ci fosse una dittatura. Non ho mai letto, prima di gennaio 2011, niente di niente in supporto del popolo egiziano. Se vi metto di fronte una cartina muta dell'Africa non trovereste l'Egitto nemmeno se ci fosse scritto "Egitto" sopra.

Tre cose sapete dell'Egitto: Sharm, Cleopatra e piramidi. E credete che le piramidi le abbia costruite Cleopatra nell'entroterra di Sharm. Per cui non venite a raccontarmi con le lacrime agli occhi della forza di questo meraviglioso popolo, perché se credevate che questo popolo fosse così meraviglioso ne avreste scritto anche ad aprile 2009.

Dice, eh ma la rivolta costruita dalla rete, la protesta che monta su internet e cambia il mondo. Internet? INTERNET?!?
 


Internet gliel'hanno chiuso subito e tanti saluti. Vi piace pensare che la rivolta sia nata e cresciuta in internet perché vi sentite di condividere qualcosa con gli egiziani. Invece indovinate un po'? Siete solo invidiosi. Siete invidiosi perché sapete benissimo che morirete inciccioniti di fronte allo schermo di un computer, senza un'emozione che sia una e che l'unico atto di rivolta delle vostre giornate è guardare Facebook di nascosto dal vostro capo. E sapete cosa? Per quanti sforzi faccia, non riesco a capire la vostra fregola per la rivolta di piazza. Credete che sia una allegro diversivo alle giornate noiose? Credete che sia un modo simpatico per occupare la domenica pomeriggio?

Anzi, guardate, visto che tutti ne parlano, vediamo cosa succede in Italia. Facciamo le manifestazioni contro Berlusconi, facciamo le manifestazioni contro il ducetto che deve andarsene, dai facciamole. E come finiscono queste manifestazioni?

Con le suore intervistate da Repubblica che fanno le prediche su come le donne di oggi stiano diventando tutte puttane! Le suore! La protesta delle suore! La protesta contro Berlusconi fatta dalla gente che vi vieta di usare il goldone, che se vi stuprano non vi lasciano abortire e che pensa che siate tutte troie! Le suore che non vogliono nemmeno che mi faccia una sega in santa pace? Che non mi lasciano prenderlo nel culo se mi piace prenderlo nel culo? Loro sono quelle protestano contro Berlusconi?!? Loro, che la loro Chiesa nasconde gli stupri sui bambini, che dà la comunione ai mafiosi e fa seppellire in chiesa gli assassini, a loro avanza tempo di protestare perché le donne sono diventate tutte troie? È con queste persone che manifestate?

Sapete che vi dico? Andatevene affanculo voi, le troie, Berlusconi, le suore, le manifestazioni, Facebook e anche il corpo delle donne, affanculo pure quello. Affanculo la dignità del Paese, affanculo cosa pensano i vicini tedeschi e francesi, affanculo le minorenni, affanculo gli indignati, affanculo gli ombrelli rossi, le piazze piene, affanculo i 300 manifestanti per la questura e i 3 milioni per gli organizzatori.

E forza Panino!

Questioni di spessore

Nel 2011, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Libertà e Giustizia, durante una manifestazione pubblica trasmessa dalla tv di Stato chiede le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica perché se rimane lì chissà poi all'estero cosa pensano. E si vanta di fronte a tutti di andare a letto tardi perché legge Kant.

Tra il 1927 e il 1929, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Giustizia e Libertà, durante il confino sull'isola di Lipari voluto dal regime fascista, scrive un libro in cui cerca di dar vita alla fusione delle due grandi visioni del mondo dell'epoca, il liberalismo e il socialismo. E nella prefazione si scusa con i lettori per l'assenza di riferimenti bibliografici, perché, sapete, era stato deportato per volere del governo.

Potremmo quasi dire che il valore del regime in carica si misura in base allo spessore dei suoi avversari.

Berlusconi

Berlusconi Berlusconi Berlusconi.

Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi.

Google Analytics alla mano, i post su Berlusconi raddoppiano le visite al blog e anche i visitatori unici assoluti.  

Smetto quando voglio

Nel blog del Dr. Manhattan ho scoperto che Enrico Brizzi ha pubblicato un libro. Mi ci è voluto un po' a capire chi fosse Brizzi, poi Google in 0,678 secondi mi ha detto che è quello di Jack Frusciante. Ooocchei.

Il libro esce e di cosa parla? Del Berluscone. Perché Berluscone è talmente avanti da essere diventato un genere letterario a sé (uno scrittore può campare scrivendo polizieschi, o horror, o poesia erotica, oppure scrivendo di Berlusconi. Un caso unico). I topoi ci sono tutti: il palazzinaro, la televisione, Drive-in e tutto quello che fa da contorno. Ora che sappiamo di cosa parla, cosa ci insegna questo libro?

Una verità molto triste. Che nel nostro Paese coloro dai quali ci si aspetterebbe una maggiore apertura ed un più ampio progresso intellettuale sono in realtà quelli che meno vedono e meno sanno del mondo.

Consideriamo l'idea secondo cui Berluscone ha formato... no, deformato l'immaginario e la cultura italiani per mezzo delle sue tv. Soltanto una persona che abbia guardato esclusivamente Finivest/Mediaset può dire una cosa del genere. La televisione italiana trasmette esattamente gli stessi programmi che si vedono in tutti gli altri Paesi democratici/capitalisti. Usa, Uk, Francia, Germania. Anzi Berluscone ha portato in Italia negli anni 80 quello che in America aveva avuto successo durante il boom del secondo dopoguerra, niente di che. C'era un territorio vergine e lui ci è arrivato per primo vendendo patacche dismesse.

Questo la dice lunga. Tutti che guardano fissi Berluscone e la tv, non voltano mai la testa, e poi si lamentano che Berluscone e la sua tv sono dappertutto e controllano tutto. Ma se solo voltassero la testa di 90 gradi, scoprirebbero un mondo intero a cui di Silvio non interessa nulla.

Perché se passi il tempo a rincorrere Berluscone, Berluscone sarà sempre più avanti di te per definizione. Abbiamo internet? Sì. Come lo usiamo? Scrivendoci sopra i commenti a quello che si è visto la sera prima in tv!

Non se ne perdono un minuto: Santoro, Fazio, Saviano, Minzolini, Vespa, tutti tutti tutti i programmi si guardano, dal primo all'ultimo, poi ne scrivono sul blog, poi taggano su Facebook, poi ripostano su Tumblr, infine discutono su Friendfeed. E alla fine commentano: eh in Italia c'è la videocrazia signora mia, comanda tutto la televisione. Se avessimo la banda larga, allora sì che staremmo meglio.

Sì, ma se si provasse un po' a spegnerla? Se si provasse un po' ad usare internet per vedere di cosa discutono, per esempio, negli altri Paesi? A cosa serve internet se poi si legge Repubblica.it o il Corriere.it?

È vero che all'estero la televisione non è un fenomeno così pervadente, ma non è dovuto al fatto che sia intrinsecamente migliore della nostra. È solo che le persone con un livello culturale medio non la considerano. Sanno che la tv produce principalmente liquami tossici, sanno che è intrattenimento a basso costo per le masse e basta, non la guardano. Non stanno tutti i giorni incollati alla tv per poi lamentarsi della tv; non fanno i sociologi da blog; non vanno in giro come i monatti a raccogliere i cadaveri dei lobotomizzati.

Abitando in Germania non vedo la televisione italiana, ma sono sempre al corrente di quello che trasmettono, perché la blogosfera italiana non parla d'altro. Ne parla magari male, ma ne parla. Su YouTube si trovano i video dei programmi. C'è gente che registra i programmi, poi li converte, li edita e li carica su YouTube. Fatica e sforzi e (presumo) fegati grossi a quale scopo?

Perché io voglio la banda larga per guardare Ballarò, vero? Per guardare Bersani in bassa risoluzione?

Internet offre la libertà di esprimersi e creare a poco prezzo. Ebbene, al netto degli sciroccati, di quelli che prevedono la fine imminente della qualunque, cosa rimane? Quelli che parlano male di Berluscone e quelli che parlano male di quelli che parlano male di Berluscone.

È un'ossessione. Eppure sarebbe così facile: smettere di guardare la tv libera la mente, libera connessioni neurali e libera dal fardello di guardare compulsivamente la tv per poter accusare la tv di controllare i cuori e le menti degli italiani.

Ci si può depilare con un post-it?

In quanto giovani adulti degli anni '70, i genitori degli anni '80 erano terrorizzati dalla droga (eroina assunta per via endovenosa soprattutto) e tutti noi bambini di allora abbiamo ricevuto una fortissima educazione alla prevenzione, allo stare lontani dagli spacciatori e dagli sconosciuti che distribuivano droga gratis.

Inevitabilmente, quand'è venuto il momento di affrontare da soli il mondo, non avremmo saputo riconoscere uno spacciatore nemmeno se ci avessimo sbattuto contro. Inevitabilmente, eravano del tutto impreparati ad affrontare la questione droga, uso, abuso, dipendenza eccetera. Credo sia per questo che al giorno d'oggi c'è gente fulminata nel cervello che non si considera tossicodipendente perché non si infila un ago in mezzo alle dita dei piedi nei bagni della stazione.

Lo stesso sta succedendo con quelli che hanno orchestrato la campagna dei post-it sulla bocca. Stanno facendo un quarantotto per una legge che verrà, mentre è ormai da anni in Italia la magistratura e la polizia possono chiudere un sito praticamente per sempre a totale discrezione loro, senza processo e senza difesa.

Della cosa se ne sono sempre fregati tutti, perché all'inizio erano misure contro i terroristi islamici i pedofili: tradotto, riguardavano qualche immigrato con le pezze al culo e qualcuno che era considerato talmente rivoltante da non meritare alcuna protezione, nemmeno quelle richieste dalla Costituzione.

È bastato lasciare tempo al tempo e si è arrivati al punto che se uno sciroccato qualsiasi con qualche contatto “importante” vi querela, il magistrato che si occupa della questione decide che il vostro blog, tutto e per intero, deve essere chiuso e fa in modo che il vostro servizio di hosting stacchi la spina.

Mentre quelli che si lamentano del fatto che una legge voglia rendere obbligatoria la rettifica dei contenuti bla bla bla, contemporaneamente è pratica abituale che i blog vengano fatti chiudere senza processo e senza condanna. Nel silenzio generale. Senza post-it.

Ora, nelle questioni giuridiche non metto parola, non mi compete. Però due cose mi paiono chiare. La prima, come ho già avuto modo di scrivere, è che in Italia manca completamente una mentalità dei diritti personali inviolabili, che sono sempre stati considerati sacrificabili in favore del partito, della corporazione e dello Stato. Anche perché pensate che in Italia quelli che si definiscono liberali e liberisti sostengono Berlusconi. No, per dire a che livello siamo.

La seconda è che una situazione del genere (che un blog venga fatto chiudere a tempo indefinito senza una condanna e che nessuno se ne lamenti) è il frutto maturo delle politiche di chi per anni ha chiesto allo Stato tutto. Abbiamo chiesto allo Stato di darci la sanità, la scuola, l'università, le pensioni, la casa, il lavoro, pensando di non dover dare niente in cambio. Non ci siamo resi conto che c'era un prezzo da pagare per tutte queste cose: la libertà. Così oggi, quello Stato a cui ci siamo rivolti mostrandoci deboli ed indifesi, ci tratta come tali: se siamo deboli ed indifesi, è giusto che sia lo Stato a decidere quali blog dobbiamo leggere e quali no. La censura è sempre fatta per il nostro bene, no?

Al pari dei bambini degli anni '80, i difensori della libertà a mezzo post-it non riescono a distinguere la censura e la limitazione dell'espressione del pensiero nemmeno quando ci sbattono contro, perché sono stati abituati a pensare che la censura sia una legge scritta da un Presidente del Consiglio molto cattivo nella quale esplicitamente si ordina la censura. E finché quella legge non c'è, la vostra libertà di espressione può essere calpestata a piacere senza che se ne accorgano.

Allevatori contro imbottigliatori

Le grandi illuminazioni avvengono quando si sta facendo qualcosa di assolutamente non correlato alla scoperta. La mela, la gravità, Newton. Allora, io in questa estate di mondiali di calcio mi sono dovuto sorbire un bel po' di partite, quelle cose tipo Giappone-Camerun o Slovenia-USA. Cosa può succedere a guardare la nazionale di un Paese che chiama “football” uno sport che prevede di portare in giro con le mani una palla che non è nemmeno una vera palla? (la battuta non è mia, l'ho presa dal comico John Cleese. Impara, Luttazzi)

Succede che ti metti a tifare a favore o contro. Perché? C'è un motivo? No, non c'è alcun motivo per sperare che il Giappone batta il Camerun. A posteriori si può razionalizzare questo atteggiamento spiegando a vostra moglie che siete cresciuti guardano Holly e Benji, ma non è così.

O meglio, il motivo è che si fa il tifo per fare il tifo. È un istinto naturale. Date due fazioni, si tende automaticamente a parteggiare per l'una o per l'altra, anche se non se ne ricava alcun utile materiale o spirituale.

Sempre durante i mondiali, un giorno in pausa pranzo stavo parlando del più e del meno con la padrona, quando la si butta in politica e arriva la domanda “ma perché la gente vota Berlusconi”. Domanda che per uno straniero è lecita, visto che non è possibile trovare qualcuno che voti Berlusconi o a cui piaccia Berlusconi. Il dubbio è il seguente “ma se fa così tanto schifo come dite, perché lo votano?”

E lì ho avuto l'illuminazione. Perché votano Berlusconi? Perché è una delle due opzioni disponibili, quindi tendenzialmente metà degli elettori voterà per la sua fazione. Quando c'erano la DC e il PCI, si votava o DC o PCI; quando sono caduti, abbiamo forse smesso di votare? Giammai! Avevamo altre due opzioni, abbiamo continuato a sceglierne una, come se niente fosse.

E qui si spiega anche il potere mediatico reale di Berlusconi, in maniera più convincente di quello che si sente dire di solito. Berlusconi ha tre televisioni nazionali e bel po' di giornali. Quando si butta in politica, riesce a farsi passare come l'alternativa alla sinistra. Grazie all'enorme potere comunicativo della televisione e dei suoi volti familiari crea l'immagine di una coalizione di destra che non esiste se non sulla carta (Forza Italia non è mai esistita, l'MSI era un partitucolo, la Lega prendeva voti in – quante? – 5 regioni italiane) quale alternativa all'unica forza politica di un certo peso rimasta, il PDS.

A quel punto tutto il corpo elettorale si è trovato di fronte all'alternativa Berlusconi o PDS. Non importano i programmi, la storia, la politica, le ideologie: ci sono due fazioni e io devo sceglierne una. Tanto è gratis, nessuno sa cosa voto, e sono anche convinto che se vince una delle due fazioni avrò dei vantaggi diretti oppure, se non vince l'altra, non avrò degli svantaggi tangibili.

Tutto qua. Se domani Berlusconi sparisse e il PD sparisse e ci trovassimo come alternativa il Partito degli Allevatori di Mio Mini Pony contro il Partito degli Imbottigliatori di Aria Fritta, il corpo elettorale si spaccherà a metà, e comincerà la stessa solfa che si sente oggi tra i sostenitori di Berlusconi e quelli del PD.

Non è vero che state già pensando se preferite gli allevatori o gli imbottigliatori? Non potete farne a meno, dite la verità. Alla domanda “perché votano Berlusconi”, la risposta è perché Berlusconi è una delle opzioni e, finché ci sarà, prenderà voti. Quando non ci sarà più, qualcuno lo sostituirà e continueremo a scegliere tra le due fazioni. Come se niente fosse.

I primati della legge

Infuria la polemica sulla legge sulle intercettazioni. Non ne so niente, non ho seguito il dibattito, non conosco il testo, né gli effetti che avrà sui processi in corso o su quelli futuri. Ma so già cosa pensare a riguardo, senza perdere tempo leggendo il Corriere e Micromega.
Ora. Dato che.
Nessuna legge in Italia è fatta per fare quello che si dice dovrebbe fare. Nessun provvedimento legislativo ha altro scopo che accomodare la posizione personale dei promotori e dei loro oppositori. Ogni legge serve a dare lavoro a qualche amico di amico. Il sistema giudiziario è tale che l'ultima volta che ha arrestato con convizione qualcuno era Pinelli, aveva torto e comunque non ha mai risolto nessun delitto di una qualche importanza.
Nella realtà la legge sulle intercettazioni provocherà degli effetti collocabili in una gamma che spazia dall'impatto minimo (non cambia nulla per il cittadino, tranne nel caso in cui appartenga a minoranze contro cui sfogarsi a fini di propaganda; non cambia nulla per gli uomini di potere, che continueranno ad essere intoccabili) all'impatto massimo (non cambia nulla per il cittadino, tranne nel caso in cui appartenga a minoranze contro cui sfogarsi a fini di propaganda; non cambia nulla per gli uomini di potere, che continueranno ad essere intoccabili).
A sostegno della mia tesi vi è l'atteggiamento dei giornalisti, che si sono riuniti tutti insieme per protestare contro la natura illiberale, liberticida e antilibertaria della legge: evidente dimostrazione che questa legge, come tutte le altre leggi partorite dal Parlamento, è inutile fuffa senza senso e senza utilità. Come tutte le polemiche a corredo. Come tutte le petizioni. Come tutti gli appelli.

Colpo segreto della tenia nascente

L'ira degli dei. C'era da aspettarselo. È venuta giù l'ira degli dei insieme a quel Duomo in miniatura [ho appena notato che in Italia anche la violenza di piazza è fortemente religiosa: una volta si tiravano i sanpietrini, adesso le madonnine. La Chiesa vince sempre, ricordatevelo].

A parte le strumentalizzazioni politiche, che non possono mancare (io se fossi un politico farei lo stesso, figuriamoci) e che quindi valgono come il due di picche, posso notare due cose. No, tre.

Berlusconi, uomo dell'immagine per eccellenza, colui che – secondo alcuni – ha contribuito ha far rinchiudere gli italiani in casa e a toglierli dalle piazze grazie al suo mondo catodico, è stato colpito nella viva carne e nella piazza reale. Quasi un contrappasso.

Poi ci sono i suoi colleghi parlamentari. Che, per reagire ad un fatto avvenuto nel mondo reale, che anzi richiama – ma con tutt'altra valenza1 – proprio le gesta della piazza ottocentesca, con l'anarchico solitario che uccide il re a nome degli oppressi; insomma, per reagire alla forma più antica ed antiquata di dissenso politico, si impegnano a far chiudere i siti internet, il segno più moderno della fine di quelle piazze e di quei gesti. Ancor peggio, se la prendono con Facebook, perché nella loro atavica ignoranza confondono internet con Facebook. Signori, questa è la gente che ci comanda, persone che non riescono nemmeno a compiere un processo mentale minimanente logico.

Infine vedo che molti sono preoccupati per il clima di odio che aleggerebbe in Italia. Persino l'amico di blog Yossarian, benché noto guerrafondaio reclutatore di bambini soldato, si dice preoccupato per la situazione politica e sociale italiana, che gli fa tornare alla memoria i prodromi degli orrendi anni di piombo. È davvero così? Vediamo.

I precedenti non promettono nulla di buono. La storia d'Italia è (anche) storia di violenza di piazza. La piazza in Italia ha sempre avuto una forte valenza politica, soprattutto per le opposizioni (e chi ha letto l'opera di Mario Isnenghi forse comprende meglio quello che intendo). Il Risorgimento fu per larga parte violenza di piazza. Bisognava essere esperti di barricate allora, perché non c'erano i reparti mobili da fronteggiare, ma l'esercito austriaco. Ma poi tutta la retorica dell'unità d'Italia sarà l'esaltazione della violenza, che culminerà con le cannonate su Porta Pia e i bersaglieri che entrano a Roma.

In seguito, se i giornali, i circoli e il Parlamento erano in mano alle elite borghesi e aristocratiche, la piazza era il luogo dell'opposizione e della rivoluzione, questa volta non contro gli austriaci e i Borboni, ma contro la nuova classe dirigente italiana. E non ci si andava per il sottile nemmeno allora: per un Bava Beccaris che usava l'artiglieria per le strade di Milano, chissà quanti altri ufficiali si accontentavano di moschetto e baionetta. Per un Bresci che uccide il re, chissà quanti altri come lui si accontentavano di un conte ferito o un barone acciaccato.

Poi è arrivata la Grande Guerra e poi è finita ed è arrivato il biennio rosso. Certo, a studiarle sui libri di storia queste cose sembrano poco più che aneddoti, ma allora c'era da aver paura. Decine di migliaia di giovani addestrati alle armi, veterani delle trincee che si riversavano in piazza e che volevano fare la rivoluzione. Fabbriche occupate con lo schioppo. Provateci voi a fare una cosa del genere oggi. E poi gli arditi... gente che assaltava i nidi di mitragliatrice col coltello tra i denti a colpi di mazza ferrata e che d'un tratto si ritrovava nella vita civile di un'Italia senza lavoro e che non sapeva che farsene di questi esaltati. Non so, immaginate dei membri della Delta Force, veterani del Vietnam, che tornano a casa e non hanno lavoro, non hanno famiglia e sono disperati. Avete idea di cosa riuscirebbero a combinare?

E allora occupano Fiume, guidati da un poeta. E poi si dividono, alcuni passano al fascismo, altri al socialismo. E ci si spara per strada. Alle manifestazioni si moriva, perché c'erano quelli appostati ai balconi che facevano fuoco sulla folla. Marinetti lo scrive proprio che una volta, imbattutosi con gli amici suoi in un corteo di rossi, si è messo a sparare sulla prima fila. Alle donne. Apposta. C'era tanta violenza in piazza allora.

E poi la Resistenza e la guerra civile. Giovani che scelgono di sparare ad altri giovani, altra violenza.

In tutta la storia d'Italia questa violenza di piazza non era praticata per caso, ma teorizzata e incanalata ed ideologizzata. Era violenza politica e rivoluzionaria. E quindi, tutto sommato, nel dopoguerra il clima si fa relativamente disteso, rispetto agli anni precedenti. Non buono, ma insomma...

Poi sono arrivati gli anni '70. La generazione dei figli dei partigiani e dei repubblichini. Tanti avevano studiato e avevano imparato la lezione: l'opposizione si fa in piazza e con le armi, non basta parlare e votare. Il resto si sa, sono gli anni di piombo.

Personalmente ritengo che la violenza di quegli anni non sia stata adeguatamente repressa dall'inizio per precisa volontà politica. Non erano molti i violenti, solo molto rumorosi. Uno stato moderno avrebbe potuto porre fine alla questione nel giro di un anno o due. Ma c'era una classe politica in crisi di consensi. E se i violenti erano pochi, quelli che si erano rotti le scatole erano tanti. Una classe dirigente che ormai governava da più di vent'anni aveva bisogno di rafforzarsi, pena la sparizione. E non c'è miglior alleato politico della paura. Facciamo capire agli italiani che la violenza è più forte dello Stato e avremo dalla nostra parte il sostegno del popolo. E così fu.

E oggi? Siamo di nuovo di fronte a quella situazione? Non ne sono sicuro. I giovinastri degli anni 70 erano eredi di una cultura che portava in sé i semi della violenza. A scuola ti insegnavano come i patrioti facessero barricate, a casa ti insegnavano come i patrioti avessero preso il fucile; oppure ti insegnavano che i traditori avevano preso il fucile e che quindi lo dovevi prendere anche tu. E poi, quanti ragazzi di allora ricevettero la pistola in mano da qualche ex-partigiano, che a sua volta era stato allevato secondo il motto “libro e moschetto”? Una buona metà della popolazione era di sinistra. Oggi non vuol dire niente, ma fino a qualche anno fa i socialisti e i comunisti teorizzavano la rivoluzione. Teorizzavano la caduta del capitalismo e dello Stato borghese. Chiaro che i parlamentari e i vecchi dicevano e non facevano, ma i giovani no, i giovani sentivano parlare di comunismo e lo volevano sul serio, non la prendevano come retorica buona per i comizi. Così come dall'altre parte erano altrettanto convinti delle loro posizioni. Insomma, se i politici parlavano in maniera felpata, c'era comunque una lunga tradizione di teoria politica che predicava la violenza; non solo, c'era anche l'educazione ricevuta a scuola che aiutava. E c'erano gli esempi viventi.

Oggi tutto questo non c'è. Manca una cultura della violenza politica perché manca persino l'obiettivo da raggiungere per mezzo della violenza. Abbiamo visto che l'unico movimento moderno e di sinistra è stato quello No-Global. Sono bastati due giorni di mazzate per disperderlo per sempre. E le reazioni del movimento sono state proprio quelle di chi con la violenza non vuole avere a che fare né l'ha mai praticata: stupiti che la polizia menasse, quasi oltraggiati.

La sinistra postcomunista è stata definitivamente scalzata dal parlamento e i sostenitori della sinistra parlamentare sono diventati i difensori della magistratura: sono cioè diventati i più accessi sostenitori dell'organo dello Stato repressivo per eccellenza.

La destra parlamentare è un'armata Brancaleone altrettanto priva di contenuti, vagamente parteggiante per le forze armate e la polizia e per il resto troppo impegnata a capire come abbiano fatto a vincere le elezioni i secessionisti insieme ai nazionalisti insieme ai democristiani insieme ai pubblicitari insieme alle veline.

Però si dice che il dibattito politico si sia incarognito in questi ultimi anni. A me non sembra. A sinistra non osano nemmeno parlare. Hanno adottato delle parole d'ordine talemente annacquate che non si capisce nemmeno a cosa pensino. A destra non so neanche che retorica usino, a dire il vero, perché c'è di tutto, Fini con la kippà, Bossi col dio Po, dell'Utri con i suoi eroi.

Mi pare che il dibattito politico si sia invece involgarito: grida, cappi esposti, insulti all'aspetto fisico delle persone. Ma questo linguaggio non mobilita le persone, non le incita alla violenza. Non è gridando per quindici anni di fila “comunisti” o “regime” che si scatena la violenza di piazza.

Se qualcuno ha avuto esperienze di rappresentanza (non necessariamente politica) saprà bene che i gruppi hanno delle dinamiche costanti. Quasi sempre essi contengono al loro interno una minoranza che si espone e si dà da fare per il gruppo nel suo insieme. Poi c'è la maggioranza che non partecipa attivamente, ma eventualmente parteggia per qualcuno. Poi esistono quelli che si lamentano sempre di tutto. Qualunque cosa i dirigenti facciano non va bene, tutte le decisioni sono sbagliate, ogni scelta è fatta contro l'interesse generale e via dicendo. Spesso riescono a tirarsi dietro anche una parte della “maggioranza silenziosa”. Ma una cosa è certa: non agiscono mai, vivono solo nel riflesso delle azioni altrui.

Ecco, in Italia da tempo ormai il gruppo dirigente ha deciso di mollare. Le persone con un minimo di intelligenza stanno lontane dai partiti, hanno capito che il gioco democratico è una corsa al peggio e preferiscono dedicare gli sforzi ad altre cause. Gli ultimi che ricordi aver partecipato con entusiasmo erano i leghisti ad inizio anni 90, quando pensavano che finalmente qualcosa si potesse cambiare in politica. Hanno presto mollato tutti, dopo che hanno capito che anche la Lega Nord era un partito come gli altri, e sono rimasti i Calderoli e i Borghezio. E il figlio di Bossi. Per dire, no...

Così il vuoto lasciato dai “dirigenti naturali” è stato rimpiazzato da quelli che si lamentano. I politici di oggi sono gli scarti di quello che è rimasto dei vecchi partiti, mentre i loro sostenitori sanno solo lamentarsi. E quando si lamentano, lo fanno alla grande, che altrimenti non cìè gusto: “abbiamo il regime liberticida”, scrivono sui dieci giornali che hanno a disposizione; “sono degli illiberali che aspettano di far abbeverare i cavalli dei cosacchi alla fontana di San Pietro”, lamentano in Parlamento o da una delle sei tv che possiedono. “Secessione”, berciano dai loro scranni a Roma, mentre piazzano figli e nipoti ovunque sia possibile sperperare soldi pubblici.

Perché quelli che si lamentano devono sempre passare per vittime, e allora s'inventano di essere processati, perseguitati, censurati, picchiati; di essere oggetto di campagne d'odio, di violenze immaginarie, di pestaggi fantasiosi.

Questa è la nostra classe dirigente e questi sono i suoi sostenitori: parassiti che vivono parlando a vuoto, nutrendosi del riflesso di soprusi inventati, perché di reali non ce ne sono. E da questo clima non credo possa nascere violenza politica, perché la violenza è azione e rischio personale: due cose che i parassiti non sanno nemmeno cosa siano. Alla prima randellata che dovessero prendersi, sparirebbero alla velocità della luce.

Mi sento di dire che possiamo stare tranquilli. Non credo rivivremo ancora gli anni 70. Al massimo soffriremo dei disturbi tipici di un corpo afflitto da parassiti.

Scusate il post infinito.

1Perché assaltare il Re non è come uccidere un Presidente. Il Re è il rappresentate dell'ordine voluto da Dio e attaccare il Re vuol dire mettere in dubbio il volere di Dio. Un Presidente eletto è solo un uomo che rappresenta poco più che sè stesso e i suoi accoliti. Attaccare lui non intacca l'ordine del mondo.

Questioni di balistica

Ieri sera ero appena riuscito a ristabilire l'uso normale dei miei plasmidi, quando Frau Angelo è uscita dal bagno dove si stava acconciando il crine e tutta agitata esclama: “Tommy, they attacked Berlusconi! On the street!”.

Io ho mantenuto la tipica flemma italiana: “Fuck! Really?!”

Frau Angelo: “Yes, they are talking about it on the radio.”

Siccome avevo da poco letto i vari quotidiani online e niente di tutto ciò vi era riportato, la radio tedesca doveva aver trasmesso la notizia praticamente in diretta e quindi la cosa doveva essere particolarmente grave. Frau Angelo mi guardava in cerca di una risposta e allora ho provato ad abbozzare una prima analisi in base ai dati a disposizione: “Fuck fuck fuck fuck!!!”

Mentre mi dirigevo al computer, avevo in mente l'auto di Berlusconi sventrata da un RPG, corpi di civili dilaniati dall'esplosione, elicotteri della tv che si muovevano al rallentatore sopra il corteo producendo solo il rumore delle pale che fendono l'aria; la radio della scorta trasmetteva il messaggio di soccorso: “Command, this is Bravo-Six, we got the President down. I repeat: we got the President down. Request of immediate support. I repeat: immediate support. Over.”

Bravo-Six, this is Command. Confirm you got the President down. I repeat: confirm you got the President down. Over.”

Command, send the fucking chopper, we got hit!”

Perché la scorta di Berlusconi dovrebbe parlare in inglese? Non saprei, ma i film d'azione sono tutti americani e non so cosa direbbe un italiano.

Comunque, vado al computer e vedo che per fortuna non è successo niente di tanto grave, solo l'ennesimo lancio di oggetti contro il Presidente del Consiglio, che questa volta si è fatto male abbastanza seriamente. Mi dispiace vedere questo anziano signore con il volto tumefatto e sanguinante, ma almeno non sta per scoppiare una guerra civile. Tranquillizzato, archivio subito la cosa e mi rimetto alla ricerca di Fontaine.

Poi però arriva il giorno dopo. Faccio il mio solito giretto mattutino su Facebook per vedere come stanno i miei amici in Italia e in giro per il mondo. Ovviamente a quelli in giro per il mondo non gliene può fregare di meno. I miei amici italiani invece non si lasciano andare a nessun grido di gioia. A conferma che almeno gli amici me li so scegliere intelligenti. Resta però il fatto che in molti pensano che tutto questo servirà solo ad essere strumentalizzato contro la sinistra. E quindi penso cosa sarebbe accaduto a parti invertite: immagino che se qualche bellimbusto avessere preso a martellate sui denti Bersani, a sinistra avrebbero invocato i caschi blu. Come minimo. Vabbè.

Qualche minuto dopo arrivano i colleghi italiani. Ricordo che sono tutti antiberlusconiani e quindi sono quelli che sostengono le manifestazioni viola funerale. Probabilmente sono considerati anche cervelli in fuga. Ebbene, gioia e tripudio, grasse risate e pacche sulle spalle. Io non ce la faccio a partecipare ai festeggiamenti per un tizio, forse poverino con problemi psicologici, che tenta di sfigurare un settantatreenne che ha pure avuto un cancro. Alla fine mi limito ad impedire che venga affissa al muro la foto dell'attentore, un po' perché non mi pare il caso, un po' perché c'ha una faccia...

Giuro che della vicenda non ho voluto sapere niente. Soprattutto le dichiarazioni dei politici: quindi non mi esprimerò su quanto detto dalla Bindi e da Di Pietro. Quello che è accaduto è poco più di un fatto di cronaca, per quel che mi riguarda. Non ha alcuna valenza politica, al massimo lo posso considerare uno di quegli esempi di miseria umana che portano ad azioni tanto violente quanto ridicole.

Quello che mi ha stupito è vedere così tanta gente gioire. E non sto parlando dei mitologici “frequentatori dei centri sociali”, ma di persone assolutamente nella media, con una laurea in tasca e che conducono vite come chiunque altro. Persone come me, insomma. Mi chiedo come si possa gioire per una non-cosa.

Quello che invece mi ha fatto pensare è che molti dicono che Berlusconi provoca, provoca, provoca e alla fine le cose gli ritornano indietro. Non so voi, ma a me pare un discorso del piffero. Mi spiego: ritengo Berlusconi e la sua cricca di parlamentari mezzi avvocati e mezze veline un'armata Brancaleone priva di particolare valore intellettuale. Sentir parlare Berlusconi, Ghedini, Calderoli e compagnia bella mi fa sentire particolarmente intelligente. Non mi stupisco quindi che facciano discorsi provocatori e illogici. Sono come il bulletto di paese: mancando di cervello, cerca di riempire il vuoto della loro vita con le risse il sabato sera. Avete presente no? Va in giro ad attaccar briga, finché non trova quello ancora più scemo di lui che abbocca e si prendono a pugni. Se viene da me, che sono mediamente intelligente, non trovano certo il modo di coinvolgermi in una rissa, perché appunto il loro approccio è talmente stupido che si fanno scoprire immediatamente. Lo stesso vale per Berlusconi e la sua cricca: certo che fanno discorsi pessimi, ma se tu ci caschi – perché è quello che cercano – allora sei peggio di loro, perché almeno loro hanno dimostrato di saper costuire una trappola politica, mentre tu non sei nemmeno riuscito a vederla.

E allora ho pensato che se per ipotesi la destra passasse in minoranza e questa gente arrivasse al governo, ecco, ho come l'impressione che non noterei alcuna differenza.

Per un pugno di Mefo

Spero di non essere buon profeta, ma ho un brutto presentimento. Credo che a destra, visto che il Berluscone non riuscirà a tenere insieme la sua coalizione ancora per molto, stiano cercando un elemento unificatore per poter mantenere ed aumentare consensi e voti. Poiché la politica si nutre degli istinti peggiori degli uomini, per tenerli insieme è necessario trovare un nemico comune contro il quale unificarli. L'hostis publicus è uno degli strumenti più efficaci e antichi che i politici utilizzano. Molto rozzo, estremamente low-tech e per questo sempre buono alla bisogna.

Siccome è evidente che Berluscone non lo vogliono più intorno ed è altrettanto evidente che non si possono tenere insieme facilmente leghisti, alleati nazionali, ex-dipendenti di Publitalia e democristiani, sono in piena fase di testing. E siccome a destra sono anche decisamente bravi ad annusare l'aria e sapere da che parte tira il vento, noto con molto dispiacere che stanno imboccando una strada pessima.

Ha cominciato Tremonti tempo fa, quando si è messo a parlare di un gruppo di "illuminati" che reggono il mondo. Piano piano in molti hanno iniziato a non parlare più dei partiti della sinistra come "comunisti", ma come di una Spectre in mano agli inglesi. Quelle tre o quattro volte che qualche politico di destra è finito sotto inchiesta (una cosa ovvia in Italia, dove tutti i politici sono corrotti e quindi prima o poi qualcuno viene preso) si parla di golpe della magistratura in mano agli inglesi.

Adesso ci si mette pure il Giornale, che pubblica un redazionale dove si abbracciano con gioia le bislacche tesi dei cosiddetti "signoraggisti", quelli che credono che il debito italiano non sia dovuto al fatto di aver preso soldi in prestito, ma di dover pagare la cartamoneta che i grassi banchieri vendono a caro prezzo. E la soluzione che propongono è quella che il governo stampi soldi, perché come è noto stampando soldi si diventa ricchi.

A me sembra chiaro che il Giornale stia cercando di pescare nel bacino di potenziali voti costituito da coloro i quali nel Berluscone vedono una specie di Mattei, un titano in lotta con gli dei anglosassoni e ora minacciato con la prigione sulla rupe del Caucaso. C'è già una nutrita schiera di blogger e forumisti che espongono queste tesi.

Francamente non mi interessa il merito di nessuna di queste posizioni sul Berluscone, sulla finanza internazionale o sugli allevatori di aquile del Caucaso. Temo però le proposte sia dei fautori della "sovranità monetaria" sia dei dietrologi proberlusconiani. Costoro predicano a favore di un governo ipertrofico, onnipresente, con in mano il potere di stampare moneta a piacimento, di uno statalismo estremo che sbandiera la lotta contro il privato per imporre il proprio potere.

E se pensate che questi siano solo un pugno di disperati, pensate anche che, pur essendo numericamente pochi, sono tremendamente motivati: stanno convertendo al loro credo moltissime persone, perché in questi tempi di crisi economica offrono a chi non capisce cosa sta accadendo soluzioni facili che promettono di diventare ricchi senza far fatica. Ora stanno per ricevere un appoggio ufficiale da partiti politici importanti. Ripeto: spero di essere pessimo profeta, ma la vedo dura. Sapete perché? Perché l'idea di uno stato assistenzialista, ipertrofico e in grado di stampare cartamoneta a piacimento è la descrizione delle grandi dittature novecentesche.

Senza crocifisso, senza Berlusconi e poi?

Un giorno stavo parlando con un mio amico francese e, siccome io sono italiano, si è arrivati a parlare di Berluscone. Il mio amico è un ingegnere delle telecomunicazioni, ha insegnato all'università per qualche tempo, prima di lavorare in Germania ha vissuto a lungo in Inghilterra. Tanto per sottolineare che non è il primo babbalone di passaggio, ma una persona dotata di sicura intelligenza. Dicevo, tocchiamo l'argomento Berluscone. Il francese, che si informa e studia, comincia ad enumerarmi tutto quello che B. ha fatto e non ha fatto... il ragazzo è certamente informato. Parla che ti parla, capisco che l'idea di Italia che si è fatto è di un posto come la Francia, solo che c'è Berluscone a rovinare tutto. Se non ci fosse lui, in Italia si starebbe bene. Cerco di fargli capire che è vero che Berluscone è un problema, ma che appunto è un, non il problema. Ma non c'è niente da fare, lui è convinto e cerca di spiegare a me come funzionano le cose nel mio Paese. Dopo un po' lascio perdere, perché capisco che in effetti, a meno di non leggere la stampa filoberlusconiana, tutti gli altri dipingono il Berluscone esattamente a questo modo: come un tumore nato in un corpo altrimenti sano. Berluscone, per il mio amico e per le fonti da cui prende le notizie, è la causa di un male, estirpata la quale il corpo tornerà ad essere sano.

E' lo stesso discorso che si fa per il crocifisso. Eliminiamo il crocifisso dalle scuole, così avremo una scuola migliore e più rispettosa di tutti. Eliminiamo i privilegi fiscali alle curie, così diventeremo un Paese migliore e meno bigotto.

E' questa forma mentis ad essere sbagliata, ed è questo che contestavo nel post precedente. E' il credere che l'Italia faccia schifo per colpa di una causa o due e che sia sufficiente asportarla per farla ritornare com'era (per inciso, è il modo di pensare speculare a quello di leghisti e berlusconiani: in Italia ci sono i comunisti che controllano tutto ma, eliminati loro e messi i nostri, tutto andrà meglio).

Credere questo significa postulare l'esistenza di uno stato primigeneo di naturale bontà, dal quale l'Italia è stata strappata da Berlusconi, dal Vaticano, da Andreotti o da altro a scelta. Il problema è che questo stato di bontà non esiste e non è mai esistito. Il problema è che sembra impossibile parlare di queste cose senza che l'interlocutore si tappi gli orecchi e chiuda gli occhi. E un motivo c'è.

A parte le ovvie e dovute eccezioni, oggi i pubblici sostenitori dello Stato laico tendono a sinistra. Essi cercano in qualche modo di far passare l'idea che l'Italia sia uno Stato di stampo anglosassone, con un codice penale di stampo anglosassone, un sistema elettorale e politico di stampo anglosassone. Questo perché cercano di far proprie tutte le idee dello stato liberale di stampo anglosassone, ma non ne sono capaci, poiché fino all'altro ieri loro o i loro “padri politici” letteralmente sputavano addosso alle idee liberali. Forse in molti lo hanno già dimenticato, forse alcuni lettori più giovani non possono ricordarlo, ma la politica italiana era sostanzialmente divisa tra Democrazia Cristiana da una parte, Socialisti e Comunisti dall'altra. Il tutto innestato su una struttura sociale, politica ed economica fascista. I liberali veri erano pochi, inascoltati e sostanzialmente ininfluenti.

Ciò significa che le due principali e più potenti forze sociali in Italia erano entrambe fortemente avverse ai principi di uno Stato laico e liberale. Lo Stato laico, liberale di matrice anglosassone si fonda sul principio che l'individuo è detentore di diritti inalienabili, tra cui vi è la proprietà, e che lo Stato debba ridurre la propria azione al minimo indispensabile nel regolare i rapporti tra individui, con tutte le conseguenze sul piano economico, giuridico, sociale. Ora, tutto ciò era profondamente inviso ai socialisti (in senso lato) perché contrario alla loro ideologia. Ma ciò era inviso anche ai democristiani, perché la dottrina sociale della Chiesa condanna(va) sì il socialismo, ma altrettanto condannava le idee liberali e capitaliste. Entrambi gli schieramenti, poi, si trovavano a proprio agio perché la struttura portante dello Stato (codice penale, esercito, polizia, scuola...) era fascista, cioè nasceva in un contesto in cui l'individuo era considerato subordinato alla collettività, andando volutamente contro i principi di uno stato liberale anglosassone.

In altre parole: la classe dirigente italiana sopra i 35 anni per tutta la vita ha seguito queste ideologie e non è attrezzata culturalmente per parlare di stato laico o liberale. Non lo è perché dal 1924 in poi essa è stata educata a ritenerlo un male contrario all'interesse generale e in questi 80 anni ha modellato il Paese secondo questa impostazione culturale. Quindi, quando Bersani vi parla di liberalizzare le licenze dei taxi, ricordate che per tutto il resto della sua vita ha predicato l'abolizione delle proprietà privata. Non aggiungiamo altro.

Ciò detto, esiste in Italia un buon numero di persone istruite, con lavori intellettualmente stimolanti, che vorrebbe vivere in un Paese di stampo anglosassone. Questo desiderio è talmente radicato nel loro animo, da impedir loro di vedere quello che altrimenti è sotto gli occhi di tutti: che l'Italia non è uno Stato anglosassone. Poiché l'esperienza fa cortocircuito con la loro idea, cercano di trovare una causa a questo cortocircuito, individuandola in alcuni oggetti specifici, siano essi Berluscone, il crocifisso o altro.

Attenzione, non sto dicendo che queste persone abbiano torto nei principi, sto dicendo che credono talmente tanto in quei principi da confonderli con la realtà, impendendo loro di analizzarla per quello che è. E' una situazione che è sempre esistita in Italia. Una parte della classe dirigente è genuinamente mossa da ottimi intenti, è colta, studia, parla le lingue, si sente cosmopolita e sa prendere quello che di buono arriva dall'estero. Ma soffre di un difetto ancestrale: stare lontana dalla realtà, dalla gente comune e, in ultima istanza, essere incapace di modificare quella realtà. E così non comprende alcuni fatti di per sé molto semplici. Un ottimo esempio di tutto questo è, per limitarci alla cultura pop, Marco Travaglio. Travaglio è un ottimo giornalista, fa benissimo il suo mestiere, ma evidentemente non si rende conto di come sia la realtà italiana. Leggendolo, si capisce che per lui i giudici farebbero bene il loro lavoro, se solo non esistesse qualche politico corrotto; la polizia pure, le leggi e la Costituzione anche. Per Travaglio, almeno da quello che si può capire leggendolo, tolto di mezzo Berluscone e qualche amico suo, l'Italia tornerà ad essere quello che non è mai stata, cioè uno stato in cui il diritto regna sovrano, i torti vengono raddrizzati, i poveri hanno le stesse opportunità dei ricchi e la legge è più forte del più forte. Secondo Travaglio, senza Berluscone l'Italia ridiventerà l'ipotetico stato di diritto anglosassone teorizzato a cavallo tra sette e ottocento da una manciata di filosofi liberali che secondo lui dovrebbe essere, e che quindi è. Ma se anche voi vivete nello stesso Paese di Travaglio, sapete benissimo che non è così. Perchè?

Perché in Italia hanno proliferato fascismo, DC, PCI, CL e le Coop rosse? Perché in Italia la corruzione è il motore che regola i rapporti tra politica ed economia? Perché esiste la mafia? Perché esistono i nepotismi? Perché si trova lavoro solo grazie alla rete di conoscenze e parentele? Perché l'apparato giudiziario e poliziesco è ancora quello già condannato da Manzoni? Perché si insegna la religione cattolica a scuola?

La risposta piacerà a pochi, ma il fatto è che in Italia, nella concezione dei rapporti sociali ed economici, siamo ancora legati al feudalismo. Tutti i perché delle righe precedenti si originano in questo tratto costituente della mentalità italiana. Tutti quelli che sembrano mali, in realtà sono solo il proseguire di una mentalità che in altri Paesi è tramontata da tre secoli.

E non parlo tanto della popolazione in generale. Mi riferisco proprio alla classe dirigente, ai professionisti, agli intellettuali. Sono costoro che giocoforza segnano la direzione che il Paese prenderà. In altri Paesi il modello socio-economico feudale è stato sostituito da quello dello Stato moderno. In Italia no. In Italia si è cercato di sovraimprimere la forma-Stato su un territorio che non voleva né poteva assumerla.

Non è un caso che l'Italia sia stata una grande nazione finché è arrivata la modernità. Finché l'antico regime ha funzionato, ne siamo stati straordinari interpreti. Non gli unici, non direi mai una cosa del genere, ma a lungo l'Italia è stata faro di cultura e civiltà. Quando l'antico regime è crollato ed è stato sconfitto dal nuovo Stato moderno, da una nuova concezione di uomo, di economia, di cultura, l'Italia non ha saputo tenere il passo, ed è rimasta quella di prima in un mondo stravolto.

Mafia, nepotismo, corruzione, superstizione religiosa sono quel che resta dei rapporti socio-economici pre-moderni nel mondo post-industriale (prego notare l'abbondante uso di trattini, che fanno tanto articolo accademico). Dei fossili culturali che non possono interagire attivamente con l'ambiente in cui si trovano. E non è che eliminando il crocifisso dalle scuole o Berluscone dal governo cambierà qualcosa, perché quelli sono solo gli effetti e non la causa dei problemi.

Il problema è avere una classe dirigente profondamente ignorante e tagliata fuori dal mondo. In Italia sforniamo laureati che a malapena sanno leggere e scrivere. Abbiamo medici convinti che la pillola del giorno dopo sia aborto. La maggioranza degli insegnanti italiani non sa usare un computer e si rifiuta di imparare, così come moltissime persone colte si rifiutano di utilizzare dei banali strumenti informatici perché si rifiutano di accettare la modernità. Ci sono schiere e schiere di studenti che vengono allevati secondo i principi educativi gentiliani, secondo cui l'unica cultura buona è la cultura morta. Ecco che abbiamo pochi ingegneri e fisici, ma schiere di umanisti. Almeno, produciamo cultura? No, perché abbiamo una schiera di intellettuali che non vive in questo mondo perché gli fa schifo e quindi non è in grado di produrre cultura, ma solo ripetizione onanistica di poesie scritte 1000 anni fa.

In altri paesi la gente studia perché vuole lavorare da Google o Microsoft, da noi studia per vincere il concorso. In altri paesi la gente studia letteratura e finisce a scrivere sceneggiature per i Soprano, da noi per diventare supplente a vita. E non per sfiga, ma perché da noi chi studia schifa tutto, schifa il moderno, schifa la televisione, schifa la letteratura commerciale, schifa i videogiochi, schifa Facebook, schifa internet, schifa l'economia. E tutto questo principalmente perché è quello che viene loro insegnato. Le conseguenze sono catastrofiche: mentre in altri Paesi le teste migliori vengono cercate e incentivate e vengono utilizzate per creare il mondo circostante, da noi no, è il contrario.

Non credete a quello che scrivo? Massimo Fini ha pubblicato un articolo sul Fatto in cui elogia il feudalesimo, le caste, le gilde, la servitù della gleba e tutti quello che ci va di contorno. Capite? Il feudalesimo, il medioevo vengono proposti come modelli economici di riferimento. Non si tratta di stabilire fanciullescamente se un periodo storico sia stato buono o no, ma di essere convinti che un modello socio-economico superato da 300 anni sia una valida alternativa al presente. Per me è rasentare la follia, a dir poco. E' come cercare di risolvere il problema del traffico cittadino proponendo il ritorno del cavallo.

E' facile capire che in questo contesto Berluscone è solo l'effetto e non la causa; che togliere il crocifisso dalle classi più che far contento qualche mangiapreti non può. C'è un'intera classe dirigente da cambiare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno. Come ho già scritto, lavoro in una azienda internazionale leader del settore, insieme a gente di molte e molte nazioni e dove il turn-over dei lavoratori è relativamente alto. Gli italiani che arrivano fanno impressione anche a me che sono italiano. Non fraintendetemi, sono tutti antiberlusconiani, ci mancherebbe. Salvo poi iniziare a costruire la propria rete di amicizie sul lavoro, quella ragnatela mafiosetta e paracula nella quale entra solo chi dicono loro e dalla quale sono esclusi tutti quelli che potrebbero emergere. Immancabilmente, quelli bravi rimangono poco e sono osteggiati, mentre le capre ammanicate prosperano e si moltiplicano. Nel mio dipartimento, il girone degli infimi, la cosa si fa sentire in maniera leggera, ma già vedo i gironi più alti e la situazione è drammatica. Laureati in lingue che non sanno parlare inglese. Manager che scrivono mail in cui non si capisce cosa vogliano dire. Però per carità, tutti a parlare male di Berluscone in pausa caffè, tutti a prendere in giro i provini del grande fratello, poco importa che loro siano uguali a quelli che prendono in giro.

Perché è facile dare la colpa al Berluscone o al crocefisso; meno facile è fare autocritica e chiedersi se non si sia parte del problema, anziché vittime del sistema.

Obiezione Vostro Onore!

Ieri ho letto questa intervista sul sito di Micromega e tristi pensieri non mi hanno lasciato per tutto il giorno. Più che il tema trattato, è la prospettiva da cui è originato ad avermi toccato negativamente. Premetto che non ho niente contro l'autore, Emilio Sbaraglia, né contro l'intervistato, Lorenzo Guadagnucci, anzi – se devo essere onesto – non so neanche chi siano (mea culpa); è solo che leggere articoli come questi fa capire per quale motivo la sinistra sembri vivere nell'oltreterreno, in una dimensione parallela inaccessibile ai più. Argomento del discutere sono i processi per il G8 di Genova. Riporto solo le frasi cui mi riferisco:

[...] Pensiamo che per le [...] vicende del G8 di Genova, violenze fisiche gravissime, come quelle compiute nella “macelleria messicana” alla Diaz, o quelle esercitate alla caserma di Bolzaneto contro decine di detenuti (i giudici hanno parlato esplicitamente di tortura), le condanne sono state [di] massimo quattro anni, e coperte per lo più dalla prescrizione. E questo nonostante l’aggravante costituita dal fatto di indossare una divisa e d’essere quindi, in quel momento, rappresentanti dello stato, quindi preposti a garantire i diritti dei cittadini.

La polizia di stato ha ostacolato il corso della giustizia, anziché mettersi a disposizione della magistratura; gli altissimi dirigenti imputati al processo Diaz [...] sono stati promossi a ruoli ancora superiori a processo in corso e hanno tenuto un comportamento processuale indegno di dirigenti di quel rango […].

Nessuno, al vertice dello stato, ha mai pensato di chiedere scusa alle vittime di abusi e violenze.

La voglia di lasciar perdere [...] affiora quando vedi l’indifferenza o il fastidio di chi dovrebbe affiancarti in questa lotta, che ha un valore morale, culturale e politico più che giudiziario. Penso ad alcuni episodi specifici: il no alla commissione parlamentare d’inchiesta dovuto alle improvvise e vili defezioni di alcuni deputati radicali e dell’Italia dei Valori meno di due anni fa; la promozione di Gianni De Gennaro a capo di gabinetto del ministro Amato; gli applausi di quest’estate a Gianfranco Fini alla Festa dei Democratici a Genova quando si è felicitato per la conferma dell’assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che avrebbe ucciso Carlo Giuliani, commentando una sentenza che in realtà infliggeva una pena pecuniaria allo stato italiano per la gestione inadeguata dell’ordine pubblico.

C'è una cosa che mia madre mi ha ripetuto da sempre, forse da prima che imparassi a leggere e scrivere: “ricordati che a noi nessuno ci regala niente”. La frase, presa da sola, non significa molto. Ma le occasioni per cui veniva detta ed il tono di voce con cui veniva espressa le conferivano una valenza così forte da avermela impressa ben a fondo nella mente. Non era il lamento della donnetta inviperita col mondo, significava qualcosa di ben preciso.

Ricordati: ti sto per dire una cosa che tu adesso non capirai, ma che ti servirà quando crescerai.

Che a noi: che alla gente semplice, e tu sei e sarai sempre gente semplice

Nessuno: chi detiene una qualunque forma di potere

Regala niente: proverà a mettertelo nel didietro, magari anche solo per divertimento

E' la saggezza di generazioni di contadini, mezzadri, emigranti, operai, poveri, affamati che si è impressa nel DNA dei loro figli e che ha lasciato in eredità un codice di comportamento utile per vivere in un ambiente ostile.

Allora non comprendevo molto cosa intendesse dire. Sì, certo, sapevo che in qualche modo doveva avere ragione, tua madre mica ti dice le bugie, ma certe cose sono spesso difficili da distinguere: se sei solo nipote di povera gente, se la fame non sai cosa sia, se non hai le mani spaccate dal badile questa morale ti sembra una cosa giusta, ma non applicabile alla realtà circostante. Poi però cresci e capisci cosa voleva dire tua madre quando diceva “ricordati che noi”. Significa che per quanto tu possa star bene economicamente, per quanto tu possa andare a scuola e leggere libri e parlare forbito, sei sempre il nipote di povera gente e “gli altri” non mancheranno mai di fartelo notare. Con la pancia piena le disavventure non sono mai gravi, però si notano i particolari.

Tipo a scuola, quando tu studi e ti devi meritare ogni mezzo voto che ti danno e appena sgarri di una virgola ti cacciano un bel due; mentre il figlio del ricco, il figlio dell'insegnante, il figlio del sindacalista non fanno niente per cinque anni di fila e immancabilmente hanno un media pressoché uguale alla tua. Tipo all'esame di maturità, quando a te la penna trema tra le dita, mentre all'altro capo del corridoio un commissario detta la versione di greco a chi sapete voi. Tipo quando vai a fare l'orale e un altro studente arriva accompagnato dal padre, che a sua volta viene accolto dal presidente della commissione con calorosa stretta di mano e salva di salamelecchi fuori ordinanza. E orale a porte chiuse.

Piccole cose, che non noti neanche al momento, ma che messe in fila ti ricordano chi sei e da dove vieni. Giusto in caso ti fossi montato la testa. Così prendi l'abitudine di mettere in fila tutto. Guardi quello che hanno fatto i tuoi genitori: una vita passata a lavorare a testa bassa e poi un calcio nel culo dal “padrone”, mentre scoprono che decenni di contributi se li sono mangiati qualche politico e qualche dirigente statale; non ricordi di averli mai visti nemmeno parcheggiare fuori dalle linee, però ogni volta che serve un'autorizzazione, un documento o qualunque cosa da parte di un ufficio pubblico stranamente non arrivano, l'incartamento va perso e arriva dopo 10 anni, mentre chi sapete voi tutto è pronto nel giro di 24 ore. Sono anche queste piccole cose, non è che la vita materiale venga compromessa, ma servono per metterti al tuo posto. E se questo succede a chi sta bene economicamente e ha avuto la fortuna di studiare, non è difficile immaginare come sia la quotidianità di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Non esistono diritti: esiste solo quello che riesci ad ottenere con le tue forze. Tutto il resto, semplicemente, non ti appartiente, poco importa che sia il timbro sul pezzo di carta, il rimborso delle tasse o la sentenza di un processo.

E' da qui che nasce l'atavica avversione italiana per l'autorità: per un popolo che fino a ieri era povero e affamato, essa è uno strumento di sopravvivenza. Il potere non si può combattere e allora si cerca di fotterlo ogni volta che sia possibile.

Capirete che l'articolo di Micromega mi fa sorridere e non poco. Mi par di vederlo il nostro giornalista che, ormai maturo, si becca le randellate della polizia e si meraviglia che la polizia non venga condannata in tribunale. Se nasci dalla parte sfigata del mondo, impari presto che appena un poliziotto compare all'orizzonte, arrivano rogne e stai alla larga, ben alla larga, altro che processi. E di sicuro non vai a Genova, dove di poliziotti ce ne sono decine di migliaia.

Quando anche il nostro giornalista si accorge che il capo della polizia non viene condannato, apriti cielo! E' finita la democrazia, siamo regrediti a Paese incivile, terremoto e traggedia! Eh, perché prima invece... uuuuh, prima si stava di un bene, ma di un bene. Mai visto un abuso da parte della polizia; mai visti agenti infiltrati. E quanti processi contro i capi della polizia! Uscivano anche i DVD con le udienze ogni mercoledì col Corriere.

Che poi lo sappiamo di chi è la colpa, inutile mentirici. La colpa è di Berluscone, che ha fatto diventare l'Italia un Paese meno civile. Quando non c'era Berluscone, infatti, la corruzione non esisteva, i tribunali elargivano giustizia a secchiate, i politici erano onesti e gli agnelli facevano l'amore con i lupi.

E quando domani o dopodomani Berluscone verrà destituito, vedrete come cambierà l'Italia. Nelle scuole i figli dei ricchi non spacceranno più impuniti e i ragazzi bravi ma indigenti verranno portati in palmo di mano; i docenti universitari smetteranno di dare i posti a mogli, figli e nipoti; i tribunali saranno tutti gestiti così bene che l'Onnipotente verrà a prendere appunti per quando dovrà giudicare la grande meretrice; i mafiosi si costituiranno in blocco alla polizia e lupi ed angelli torneranno a fare l'amore come quando Berluscone non c'era.

Sul serio mi chiedo dove vivano questi intellettuali della sinistra. Dev'essere un mondo meraviglioso, a metà strada tra Gilmore Girls e Law & Order. A parte il fatto di non esistere, è chiaro. Così quando ogni tanto vedono che qualcosa non va, si arrabbiano e scrivono a Teletutto perché rimandino in onda le vecchie puntate, che la nuova stagione è peggiorata molto.

Comincio a rivalutare le randellate della polizia: esse non sono punitive, ma umanitarie e, se date in buon numero, è probabile che faranno svegliare anche il più fesso degli intellettuali di sinistra.