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Tutti i cretesi hanno una mappa

Insomma, ad essere onesti deve essere ormai trascorso qualche anno da quando ho avuto l'ultima discussione seria riguardo politica, religione, musica e un sacco di altre questioni. Non perché mi manchino gli interlocutori, ma è che mi è passata la voglia. Ci ho messo un po' a razionalizzarne il motivo, ma penso di esserci arrivato. 

Ora però voi non offendetevi per quanto sto per scrivere, tutto è inteso "esclusi i presenti", com'è costume. 

La voglia mi è passata perché dopo tante discussioni, in internet e nel mondo reale, mi sono reso conto che non c'era alcuna discussione - o dialogo - nel senso platonico: si poteva andare avanti per delle ore e mancava qualunque progresso dalle posizioni iniziali e una completa assenza di condivisione di almeno alcuni punti di partenza. Si può discutere se le orbite dei pianeti siano delle circonferenze con il Sole al centro oppure delle ellissi in cui il Sole occupa uno dei due fuochi, ma per farlo bisogna essere tutti copernicani. Se invece un tolemaico e un copernicano si mettono a dibattere la questione, senza nemmeno accorgersi della differenza di base, potranno andare avanti dei mesi a chiaccherare, ma non ne ricaveranno mai niente.

L'esempio dei copernicani e dei tolemaici lo faccio perché è il classico contrasto tra due opposte visioni del mondo, letteralmente. L'unica discussione che le due fazioni potevano avere consisteva nel convincere l'altro dell'errore e fargli cambiare idea. 

Tornando a noi: nel tempo mi sono convinto che le idee politiche, le idee religiose, la musica che si ascolta non sono altro che visioni del mondo. O meglio, sono una mappa della realtà nella quale si distingue ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per essere sicuri di stare sempre nel giusto. È ovvio, nessuno vuole stare nel torto e in qualche modo bisogna sapere come evitarlo. 

Così, quando qualcuno mi parla di politica, non mi sta esprimendo un'analisi della situazione politica in un dato contesto, ma mi (e si) sta dicendo invece: io voto x e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. Quando qualcuno mi parla di religione, mi (e si) sta dicendo: io credo in y e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. Quando qualcuno mi parla di musica, mi (e si) sta dicendo: io ascolto z e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. 

Ma lo stesso vale per qualsiasi cosa vi possa interessare: se entrare in un forum di appassionati di biciclette vedrete gli stessi meccanismi. Il fatto di andare in bicicletta diventa un filtro per interpretare il reale e, ovviamente, chi va in bicicletta si sente dalla parte del giusto, si sente giusto e migliore di chi non è dalla sua parte. Provate a vedere i forum o i blog di arti marziali: stessa cosa, io pratico la tale arte marziale, quindi capisco il mondo meglio di chi non la pratica, quindi sono migliore. 

Discutere di praticamente qualunque questione diventa impossibile, a meno che non si vada d'accordo a priori, per due motivi: primo, le visioni del mondo sono autoescludenti. Ma questo non sarebbe un grosso problema, perché in fondo ognuno la pensa come vuole e poi si va a bere una birra. Il vero motivo è che parlare di politica, per esempio, non significa parlare di una serie di eventi e dei loro esiti, ma mettere in discussione la mappa mentale dell'interlocutore, di conseguenza mettere in discussione la sua distinzione tra giusto e sbagliato, di conseguenza mettere in discussione la giustezza stessa dell'interlocutore.

Quando qualcuno vi parla di politica (o di religione, o di qualunque altra cosa), non vi sta parlando di politica, vi sta convincendo della sua giustezza in quanto essere umano. Per contro, se voi non siete d'accordo con lui, non state dubitando dell'idea politica che segue, ma della sua giustezza in quanto persona. 

Siccome tutti abbiamo bisogno di queste mappe mentali e tutti abbiamo bisogno di sapere che siamo nella parte giusta della mappa e che quindi siamo persone giuste, avere qualcuno che tenta di rimuovere quella sicurezza diventa destabilizzante. Non possiamo dubitare di essere nel giusto come persone, altrimenti tutta la nostra vita diventa senza senso.

Quindi io non discuto più con nessuno non perché pensi che gli altri hanno torto, ma perché mi rendo conto che significherebbe andare a mettere in discussione la loro persona e la loro consapevolezza del mondo e della realtà. Siccome non direi mai a nessuno che è sbagliato in quanto persona, io do sempre ragione a tutti, a prescindere, così almeno lo faccio contento e so che si sente meglio per avere qualcuno che la pensa come lui. 

L'unico problema di questo discorso è che ovviamente è a sua volta una mappa mentale che mi sono costruito io, per essere sicuro di essere nella parte giusta e quindi di essere giusto. E in sostanza, affermando questa idea, cado nel paradosso del mentitore: se tutte le visioni del mondo sono solo mappe mentali ad uso di chi le crea, anche ritenere che tutte le visioni del mondo sono una mappa mentale è una mappa mentale e pertanto se è vera la prima, non è vera la seconda; se è vera la seconda, non è vera la prima.

Il che dimostra che devo scopare di più e pensare di meno. 

Il dito punta dove la banca duole

Nella mia dieta non manca mai, una volta alla settimana, un menu maxi da McDonald's, accompagnato a volte da un secondo cheesburger. E innaffiato di Coca-cola. Faccio così da quando ne ho avuto abbastanza di sentirmi ripetere che il junk food fa male, che le nostre tradizioni culinarie moriranno per sempre, che usano carni OGM che mi trasformeranno in un X-man, che McD uccide i propri dipendenti per farne hamburger.

Da anni ormai non bevo più caffè espresso, ma solo il caffè che noi chiamiamo "americano" e che tutto il resto del mondo chiama "caffé", perché non ne posso più di sentire gli italiani che ne parlano schifati e si vantano di bere quella mezza tazzina di acqua nera che sa di bruciato come fosse il più grande lascito culturale del nostro Paese. A casa me lo preparo con una miscela di un famoso produttore di caffè tedesco, Tchibo, nella macchina ad infusione. E se sono fuori vado in qualsiasi negozio di Tchibo e lo prendo lì, che con 95 centesimi mi danno un bel bicchiere di squisito caffè che sa di caffè (ancora mi vergogno al ricordo di aver creduto che il caffè fosse amaro, quando invece è l'espresso che è amaro). In più, se qualcuno mi dice che senza l'espresso al mattino non si sveglia, mi vien da ridere, perché l'espresso non sveglierebbe nemmeno mia nonna: bisogna provare del vero caffè per capire cosa voglia dire svegliarsi dopo una tazza.

Quando devo fare compere, vado esclusivamente in grandi catene, centri commerciali e grandi magazzini, ma solo quando proprio non posso comprare via internet, perché se sento un'altra volta parlarmi del contatto umano col negoziante che con mani amorevoli prepara ogni singolo articolo in vendita come fosse figlio suo e vi accoglie nel suo negozio coccolandovi e facendovi i grattini mi sparo un colpo sulle rotule.

E via dicendo, la lista sarebbe lunga. Come si può vedere viviamo immersi in un mondo pieno di gente fastidiosa e petulante che - per una qualche ragione nota solo a loro - vuole cambiare il mondo irritando i proprio simili nel tentativo di far cambiare loro idea. 

Avete presente quelli di Occupy? Certo, puntano il dito verso le banche, la finanza e bla bla, ma cosa mi può interessare? Anche Marx, Mussolini, Ezra Pound e il Papa puntano il dito contro le stesse cose, ma non mi sogno nemmeno dopo un chilo di peperonata di andare dietro a uno di questi, perché - ovviamente - l'alternativa che offrono non è migliore del male che indicano.

Cioè, non è importante puntare il dito su quello che non va: conta cosa proponi di fare in alternativa. Qualsiasi cattolico bigotto sa dirti che il mondo fa schifo, ma io non voglio andare in giro col cilicio e la cintura di castità. Sul serio preferisco il mondo così com'è.

Quelli che odiano McD mi propongono come alternativa un'alimentazione povera, costosa e inadatta alla mie esigenze. Vivendo in Germania, se dovessi nutrirmi come tradizione comanda, dovrei mangiare solo patate, crauti e carne di porco. Non so se avete presente cosa vogliano dire sei mesi così... immaginate una vita. E nella mia terra natia la tradizione culinaria prevede un sacco di pellagra; non ci tengo, francamente.

Quelli che denigrano il caffè "americano", chiamandolo sprezzantemente "beverone", mi propongono in alternativa quel sorsino di liquido bruciacchiato amaro come la morte. No, mi dispiace, ho provato le alternative e non torno indietro.

Quelli che odiano la grande distribuzione vogliono che entri nei vecchi negozi di una volta, piccoli, cari, senza scelta e con il padrone che ti guarda infastidito quando entri. Veramente non tornerei mai a quei giorni nemmeno se messo ai ceppi.

Tutti i movimenti antagonisti, di destra o di sinistra che siano, mi propongono come alternativa... bah non è nemmeno chiaro, ma di solito è una specie di Stato-gendarme che viene a controllare quello che penso, quello che leggo, a insegnarmi cosa pensare, cosa dire, come comportarmi. In cambio, forse, di un tozzo di pane assicurato per legge. 

Grazie, ma io sono a posto così. Voi fate quello che volete, basta che non mi tiriate in mezzo. Io nel mio piccolo do una mano ai capitalisti imperialisti plutocratici a fare in modo che le cose restino come siano, piuttosto che tutto vada in mano a certa gente.

Tuas sortes arcanaque fata

Quello che spesso mi fa disperare è vedere che nei comportamenti umani c'è sempre un sottofondo di arcaico ed irrazionale che tutto il progresso scientifico degli ultimi 250 anni non è ancora riuscito a estirpare. Generalmente noto soprattutto un approccio magico alla realtà che è lo stesso uguale identico da migliaia di anni.

Prendete l'uso della parola. Le società arcaiche consideravano la parola, sia scritta che parlata, uno strumento in grado di alterare la realtà fisica. Gli incantesimi, i libri sibillini, le formule scaramantiche, le preghiere... tutte parole che venivano usate per modificare il corso degli eventi.

Al giorno d'oggi, benché sotto altre forme, questa visione del mondo persiste molto più di quanto non si pensi. Prendiamo la cosiddetta politically correctness. Essa altro non è che il tentativo di modificare la realtà (sociale) per mezzo della parola. Così usare African-american al posto di nigger dovrebbe aiutare la situazione socio-economica degli afro-americani. Chiamare gli immigrati "migranti" dovrebbe aiutare i nuovi venuti a rifarsi una vita nel Paese ospitante.

È chiaro a chiunque dotato di un minimo di raziocinio che tutto ciò è falso. Il ragazzo che vive negli housing project, senza padre, con la madre prostituta dipendente da crack, ha le stesse probabilità di finire male sia che lo si chiami nigger, sia che lo si chiami African-american. Ugualmente chi è "migrante" avrà gli stessi problemi e le stesse difficoltà di chi è "immigrato", anzi forse un pelo di più, visto che l'immigrato è arrivato, il migrante è sempre lì che gira come uno scemo per mantenere fede al participio presente.

A quanto pare un ministro italiano ha detto che il lavoro non è un diritto. Naturalmente gli sciamani si sono scatenati, perché nella loro testa neolitica definire il lavoro non come un diritto fa perdere il lavoro a chi ce l'ha e impedisce a chi non ce l'ha di trovarlo. Per qualunque persona raziocinante la questione dovrebbe apparire invece per quello che è: definite il lavoro un diritto, definitelo un non-diritto; definitelo un dovere, definitelo un piacere. Che tanto non cambia niente nel mondo reale. Che lo sia o non lo sia, è irrilevante alla fine di trovare, avere, mantenere il proprio lavoro. 

Cioè, poniamo che ci mettiamo d'accordo nel definire il lavoro un diritto. In forza di ciò, provi il candidato a trovare lavoro e dimostri che è più facile trovare lavoro. Anzi, magari provi ad andare a un colloquio e ad affermare perentorio al tiziodellerisorseumane che il lavoro è un diritto, così ci facciamo pure due risate che non ci stanno mai male.

L'unico problema che vedo qui è che abbiamo tirato su un sacco di gente che pensa di poter influenzare la realtà per mezzo delle parole. E che si aspettano un lavoro perché la magica parola scritta sul libro sacro della Sibilla della Costituzione esprime la parola "diritto".

Buona fortuna a pagare il mutuo.

Spic & Span

Prendete una casalinga, di quelle brave che tengono la casa tirata a specchio, sempre in ordine, che sanno fare la spesa oculatamente, non sprecano una lira, e poi cucinano daddio e stirano le camice che guardi signora mia nemmeno nelle stirerie professionali.

Ora, fareste mai progettare una casa a questa casalinga? No ovvio, come fa? Le mancano la cultura e le conoscenze tecniche. Moralmente lei è ineccepibile e se le date in mano una casa bella e finita state sicuri che risplenderà così tanto che la si vedrà dalla Luna. Ma questo non vuol dire niente, se dovete progettarla.

E allora, perché votate il Movimento 5 Stelle?

Il fardello dell'uomo affardellato

Quando in azienda ero un semplice manovale mi chiedevo come mai i superiori amassero così tanto contornarsi di leccapiedi. Non riuscivo a capire che senso avesse stare con gente che aveva talmente poca dignità da azzerbinarsi in maniere così palesi da mettere in imbarazzo il conte Leopold von Sacher-Masoch.

Adesso che non sono più un manovale, mi sono reso conto che, eliminati i leccapiedi, non ti resta più nessuno intorno. Non credevo fosse possibile, ma è così. Quindi immagino che per chi non è un orso sociopatico come me sia davvero difficile rendersi conto che la gente che ti sta vicina lo fa solo per interesse. Anche perché l'alternativa è non avere nessuno vicino, solo i superiori che premono e i sottoposti che spingono.

Bella storia.

Soffitto di cristallo

Una mia collega è una di quelle donne molto sensibili alla condizione femminile nel mondo del lavoro. Soprattutto lamenta il fatto che nella nostra azienda ci siano così poche donne a livello di quadri e dirigenti.

Ultimamente si è aperta la possibilità di un posto di responsabilità (nemmeno tanta, ma non siamo una multinazionale con budget miliardari) e io ho cercato di convicerla a sgomitare e farsi avanti. Perché lei è una brava, professionale, adatta a quel ruolo. 

Mi ha risposto che lei no, non ci pensa proprio, perché non ha voglia di patire le sofferenze che quel posto di responsabilità comporta.

Ogni tanto penso che ci sia un motivo per cui gli sfruttati sono sfruttati. Poi ovviamente mi rendo conto che io, maschio maschilista, occupo una posizione circa equivalente e ovviamente me l'hanno data perché sono maschio e maschilista e, in quanto maschio maschilista, non devo mangiare la mia quotidiana porzione di merda solo per avere la possibilità di stare lì.

È che proprio c'è il soffitto di cristallo, capite?


Propositi per il 2012

Lo so, sono in ritardo, però rendo ufficiale il mio proposito per l'anno che si sta srotolando davanti a noi.

Prometto che riderò sguaiatamente e rotolerò sul pavimento in preda alle convulsioni ogni volta che sentirò parlare della meritocrazia che impera al di fuori dei confini italiani.

Se vi capita che vi rida in faccia, sappiate che non c'è niente di personale. È il fioretto.

Val più la pratica della grammatica

Mi sono imbattuto in un post di un blog che non conosco e l'ho trovato particolarmente interessante. Parla di una madre che scrive per sapere che università bisogna scegliere per andare a fare una determinata professione. 

L'argomento è interessante, ma molto di più lo è la risposta di un professionista del settore in questione, che suggerisce senza indugio di non fare l'università. Il consiglio per trovare lavoro è quello di dedicarsi a studi più "tecnici" e "pratici" (e brevi) e di cominciare ad accumulare quanto prima esperienza sul campo. 

Il professionista spiega molto bene i requisiti che lui adotta per assumere personale: primo esperienza; secondo senso di responsabilità (accountability, se la traduzione non è corretta correggetemi); terzo talento; quarto capacità di armonizzarsi al gruppo di lavoro.

La breve ma pregnante disamina mi ha molto colpito perché riguarda un ambito molto ristretto: i videogiochi. Per questo motivo non rappresenta in alcun modo una presa di posizione contro l'educazione universitaria né una riflessione teorica sull'accesso al mondo del lavoro da parte dei ventenni. È una semplice riflessione disinteressata e deideolgizzata su un aspetto singolo e particolare. 

Probabilmente in maniera del tutto non intenzionale l'autore ha centrato in pieno il problema della difficoltà di lavorare da parte degli under 30 e, secondo la mia esperienza (fallace e miope qual'è), è il miglior suggerimento che si possa dare ad un ragazzo che non sia sicuro di cosa fare dopo le superiori; è un consiglio molto saggio e col senno di poi direi che sarebbe stato ottimo quando avevo 19 anni. 

Il post originale si trovata qui: Kids, Don't Waste Your Money On Game Dev Education.

Fregati con le loro mani

Attraverso noiseFromAmeriKa apprendo che si starebbe per istituire una specie di diritto dei lavoratori a non essere stressati sul posto di lavoro, facendo in modo che il datore di lavoro sia attivamente coinvolto nella ricerca dei lavoratori stressati, in modo da evitare lo stress. Si può anche ricorrere a professionisti del settore.

No, ma benissimo. Perché per aiutare il lavoratore dipendente si sentiva il bisogno di screening psicologici, non c'è niente di meglio che mettere in mano al management, nero su bianco, la lista dei lavoratori che non ce la fanno a tenere il passo senza mantenere intatto l'amore incondizionato verso l'azienda. Non c'era niente di meglio che dare al datore di lavoro una scusa per mettere in un angolo quelli che non gli garbano. A norma di legge.

Mi immagino la scena: il lavoratore che lavora spesso è anche un rompiscatole, solo che non ci puoi fare niente. Ma con trucchetti del genere è tutto molto più facile: quando il lavoratore rompe e si agita e magari alza la voce, noi gli diciamo che è stressato e, per il suo bene, lo mettiamo a temperar matite e a fare coriandoli dei documenti riservati.

Che poi se uno è stressato perché i suoi superiori sono delle emerite testedi, ha due opzioni: o se lo tiene per sé e se lo mette in tasca (opzione che adotto di solito) oppure lo dice, così i suoi superiori sapranno che si ritieno stressato per colpa loro. Facendoli felici come non mai e assicurandosi un luminoso futuro in azienda.

Se qualcuno volesse fermare il legislatore in materia di lavoro mi farebbe un gran favore. Già hanno reso i contratti un delirio privo di senso, poi ci infilano queste perle di saggezza non richiesta e siamo a posto.



La smorfia

Sarà che sto invecchiando, sarà che qui in Germania devo stare molto più attento alle sòle che non in Italia, sarà quel che sarà, ma ormai non mi fregano più. Eh no, perché per dire... cioè se io fossi una personalità di un certo rilievo nel campo economico e fossi certissimo di sapere come far guagagnare un sacco di soldi ad un'azienda che non se la passa bene, tipo... non so... la FIAT, cioè voi cosa fareste?

Io mi metterei in contatto con la FIAT e gli farei una proposta: signori, so come risollevare le sorti della vostra azienda. Se seguite i miei consigli, vi assicuro che nel giro di 5 anni il vostro guadagno passerà da tot a tot. Non voglio nemmeno essere pagato adesso: voglio avere ogni anno lo 0,5% del fatturato, se questo raggiunge le mie previsioni.

Sarebbe una soluzione buona per tutti: l'azienda si risolleva, salvo i posti di lavoro, garantisco il lavoro dell'indotto, riesco a togliere la FIAT dal groppone del contribuente ed in più ci guadagno. Se invece mi limitassi a scrivere sul mio blog cosa l'azienda dovrebbe fare, così sono buoni tutti.

Invece una pattuglia di docenti universitari, di fronte alla questione FIAT, fa mostra di sapere come risolvere tutti i problemi, esprime vaghe insinuazioni su quello che la FIAT non sta facendo di giusto, e firma un appello contro la FIAT.

A parte il fatto che luminari dell'economia pensino di poter influenzare la politica aziendale di un soggetto privato tramite un appello la dice la lunga, ma quello che stupisce è che nessuno di questi luminari abbia pensato di mandare un curriculum alla FIAT. Siete in quintordici economisti che dite di sapere cosa fare, allora andate, fate, salvate, su su. Se io avessi le capacità che dite di avere voi, a quest'ora farei i tuffi negli euro come Paperone.

A firmare gli appelli invece siete come i cartomanti che sbarcano il lunario vendendo numeri del lotto, anziché vivere da nababbi giocando quegli stessi numeri. E con questo non voglio comunque negarmi il piacere di mandare FIAT a quel paese, che francamente un'attention whore del genere in Italia non ce n'è altra. E che s'è magnata altrettanti soldi nostri nemmeno.  

Iniziano ad essere fastidiosi

Ieri volevo guardarmi una puntata di Glee e invece ho trovato uno stormo d'aquile:



Non mi preoccupo, è già successo. Basta aspettare uno o due giorni e tutto torna come prima.

La mia idea a riguardo è molto chiara. La legislazione sul diritto di copiare è il tentativo da parte dei produttori di copie di mantenere o espandere per mezzo della forza di polizia un mercato dal quale non sarebbero altrimenti in grado di ottenere i ricavi voluti. Non dovrebbero esistere né leggi né azioni coercitive dello Stato che impediscano al singolo di usufruire di una tecnologia solo perché 30 anni fa questa tecnologia era molto costosa. Libero mercato.

Così come non esiste una legge che impedisce di prepararsi le lasagne in casa al fine di proteggere i guadagni dei ristoranti, ugualmente non dovrebbe esistere una legge che impedisce di copiare dei file multimediali al fine di proteggere i guadagni delle aziende che copiano file multimediali.

Non so come andrà a finire, ma non credo che la mia posizione prenderà il sopravvento. Storicamente quest'idea ha sempre perso nel mondo occidentale capitalista. Nei sistemi capitalisti il libero mercato è sempre stato soppresso a favore degli interessi del più forte. Si è cominciato agli albori della rivoluzione industriale, reinventando il concetto di proprietà privata e creando la polizia che difendesse questo nuovo diritto, e non ci si è più fermati: ogni volta che un'entità economica ne ha la possibilità, chiama in aiuto lo Stato per chiudere il mercato e mantenere una posizione di privilegio.

Una cosa in cui il capitalismo è sempre stato dieci passi avanti ai propri critici, soprattutto quelli di matrice socialista, è che i capitalisti non sono filosofi. Data la realtà, cercano di trarne vantaggio economico e di pianificare l'azione coerentemente alla realtà stessa. I suoi critici invece rifiutano il confronto sulla realtà ed elaborano teorie fondate sull'assunto che il capitalismo, essendo cattivo, morirà. Così in teoria il capitalismo sarebbe dovuto estinguersi circa 150 anni fa, ed in teoria il socialismo avrebbe dovuto portare pane, pace e uguaglianza. Infatti...

Nei Paesi capitalisti la classe dirigente ha imparato a chiamare “libero mercato” il controllo del mercato da parte dello Stato a suo favore, e a chiamare “socialismo” qualsiasi cosa su cui non abbia messo le mani. Dall'altra parte, siccome sono farlocchi, se la sono bevuta da farlocchi quali sono e così loro non vogliono il “libero mercato” dei capitalisti, vogliono le regole e vogliono l'intervento statale. Solo che lo Stato è in mano al più forte, cioè ai ricchi, che così possono fare il bello e il cattivo tempo.

Coerenza tra pianificazione e realtà: il potentato pianifica il vantaggio economico attraverso la forza dello Stato e lo ottiene. Invece la sinistra (latu sensu) lancia anatemi contro il nemico dei potentati, il libero mercato, e chiede l'intervento statale contro quelli che stanno a capo dello Stato. Il risultato è la bocca a O di fronte al manganello della polizia mandata a difendere il “libero mercato” pagato coi soldi delle tasse.

Per quanto riguarda il copyright sta succedendo lo stesso. La polizia viene mandata a sopprimere il libero mercato delle copie a vantaggio delle posizioni di rendita dei maggiori attori economici, mentre quelli contrari ragionano come se la realtà procedesse secondo i loro desideri e discettano sulla fine imminente del modello economico fondato sull'obsoleto copyright.

La realtà sembra dire qualcosa di preciso. Fino a dieci anni fa era possibile fare una copia di un prodotto multimediale o la fotocopia di un libro senza particolari problemi. Oggi invece è vietato per legge, e non solo. Chi compra un prodotto multimediale, o anche una console per i videogiochi, acquista la mera licenza di utilizzo, che è revocabile. Condividere file protetto da copyright sta diventando un reato penale. Anche l'idea di scaricare gratuitamente da internet sta lentamente tramontando: usare il p2p è un azzardo. Magari non in Italia, ma in altri Paesi le citazioni in giudizio arrivano, così come le multe salate, anche allo studente squattrinato. Per abbassare il rischio i più accorti sono passati ai sistemi di download diretto, ma per quelli si paga. Addio scaricare gratis.

In compenso servizi come iTunes, che fanno pagare di più per avere meno di quello che si trova gratis, macinano milioni. Colossi come Amazon vendono libri elettronici e poi, ogni tanto, decidono che il libro che avete regolarmente pagato deve essere cancellato dal vostro Kindle.

Non vedo all'orizzonte un drastico cambiamento di rotta. Chi è contrario al copyright ricorre ad argomenti che non hanno presa nella realtà e muovendo da presupposti che sono solo teorici. I gradi attori economici ottengono, qui ed ora, che il mercato venga strozzato in loro favore e, sullo sfondo, la litania dello Stato che deve regolare il mercato offre il quadro ideologico alle major.

Perché non si può predicare il controllo statale del mercato e poi lamentarsi che la polizia persegue chi viola le leggi che controllano il mercato.

Profilazione di massa

Notoriamente il web 2.0 è un apparato di controllo attraverso cui il turboliberismo socialista intende monitorare i pensieri delle persone per poter vendere loro tutto quello che si può vendere e renderle schiave, creando in questo modo miliardi di poveri senza lavoro che posseggono tutto quello di cui hanno bisogno ed anche di più.

Ma come ci riescono? Sto cercando di vedere come funziona il mio monitoraggio (che è in atto ed è innegabile).

Io faccio ampio uso di Amazon. Amazon conosce il mio vero nome, il mio indirizzo, gli estremi del mio conto in banca, l'e-mail, il mio numero di telefono, i miei gusti, le mie preferenze; sa che ho una Xbox360, sa che ho una bicicletta, sa che mi piace leggere un certo tipo di libri e non altri. Sa tutto di me ed ha tutte le conoscenze necessarie per craccare il mio cervello.

Come? Per mezzo dei “suggerimenti”. Come funzionano? È una metodologia geniale nella sua malvagità. Allora, se io – per dire – compro The Bonfire of the Vanities di Tom Wolfe, Amazon, per mezzo di un algoritmo proprietario e dell'abilità dei suoi psicologi comportamentisti, mi suggerirà tutti i libri di Wolfe. E poi tutti i libri su Wolfe. È o non è un distillato di malvagità liberal-socialista?

Poniamo che io compri, oltre a questo, due libri di due autori prolifici, chessò? IT di Stephen King e Il porto delle nebbie di Simenon. Le prime 30 pagine di suggerimenti di Amazon mi mostreranno esclusivamente i libri di Wolfe, King e Simenon, più i libri su di loro.

Cosa si può fare di fronte a tanta cattiveria? Rivolgersi ai veri cattivi: Google. Si sa che il piano per conquistare il mondo da parte di Google è preparato nei dettagli. Loro offrono servizi gratuiti, in cambio vogliono l'anima degli utenti. Quando avranno raccolto abbastanza anime, formeranno un esercito di immortali con il quale marceranno su Washington, Mosca e Pechino e le conquisteranno.

È tutto vero. Grazie al mio account di Google tengo in piedi il blog, ma utilizzo anche Google Reader, l'aggrumatore di feed che ha una funzionalità splendida: nella versione inglese si possono leggere i cosiddetti recommended items, cioè una selezione di articoli presi da vari blog e siti che provoca immediata dipendenza.

Google attraverso la mia webcam opera uno scanning della retina, risale il nervo ottico fino al cervello e da lì riesce a studiare i miei pensieri e a modulare l'offerta di recommended items. Inoltre, se si fanno delle ricerche su Google mentre si è collegati al proprio account, Google stesso elaborerà le query e il giorno dopo Google Reader vi offrirà una serie di letture che vi constringeranno a offrir loro la vostra anima.

Nel mio caso, una sera ho cercato negozi on-line di biciclette in Germania. I due mesi successivi, Google Reader mi ha bombardato di articoli in tedesco che parlavano di downhill e ricambi da 5000 euro l'uno.

Poi c'è il sito della CIA, quello dove ci si iscrive con il proprio nome e con la propria foto e dove si raccontano le proprie vite, in modo che il Presidente degli Stati Uniti possa rubare la ricetta segreta della peperonata della nonna. Lì si vede la mano dei veri professionisti, la capacità di cogliere i punti nodali dei network sociali più importanti, l'abilità di scoprire le connessioni laddove esse sono celate. Se Tizio conosce Caio e Caio conosce Sempronio, allora Tizio e Sempronio si conosceranno di certo. Oppure un altro metodo è quello di far scorrere all'ignaro utente la rubrica della propria casella di posta elettronica e chiedergli se conosce qualcuno dei contatti che lui stesso vi ha inserito.

E così io ho liste e liste di gente che secondo la CIA è mia amica, gente che non ho mai visto, gente da altri continenti e con la quale mi dovrei tenere in contatto. Una volta mi è stato consigliato di mandare un messaggio a Frau Angelo, che era tanto tempo che non la sentivo.

L'orrore del web 2.0, la cattiveria, la mefistofelicitevolezza del neosocialismo liberista che dispiega tutta la sua potenza. Tremate e pentitevi, combattete e siate pronti a resistere, stanno per conquistarci.

[no seriamente, le cose sono due: o questi metodi in realtà non funzionano; oppure questi metodi funzionano perfettamente con tutti gli altri e non con me, quindi io sono statisticamente marginale, cioè socialmente disfunzionale. Ma siccome i tre esempi che ho portato condividono tutti lo stesso enorme successo planetario, il cerchio si restringe. Merda.]

La natura tu puoi vivere

È meglio agire assecondando il principio o è meglio agire in base al risultato ottenuto? Il risultato deve essere determinato dal principio e viceversa, o deve invece essere il risultato slegato dal principio? Posso giustificare il risultato alla luce del principio?

Detto tra noi, non ne ho idea; però so che per convincere qualcuno ad scegliere una direzione vale di più il risultato che non il principio. Per esempio, sono anni che cercano di convincermi ad essere vegetariano e ambientalista. Motivo? Per la natura, per non far soffrire gli animali, per difendere il pianeta.

Non ci sono ancora riusciti. Perché io sono a favore della natura. E la natura ha messo l'uomo in cima alla catena alimentare. Lo dimostra il fatto che lo siamo, che addomestichiamo gli animali, li uccidiamo, li mangiamo, ci facciamo i vestiti, li usiamo per lavoro e per diletto. Essere alla sommità della catena alimentare giustifica secondo natura la posizione di predominio sulle altre specie.

La natura ci ha dotato di intelligenza, che noi sfruttiamo per piegare l'ambiente circostante alle nostre esigenze. Se non avessimo naturalmente l'intelligenza non ne saremmo in grado, ma ce l'abbiamo e modifichiamo il mondo secondo la nostra volontà, così come la natura ci ha predisposto a fare.

C'è un limite a tutto ciò? Certo, quello di nuocere a sé stessi. Quando la nostra intelligenza ci ha permesso di avere luce, riscaldamento e automobili, abbiamo agito secondo natura. Ma se l'uso di queste tecnologie del tutto naturali provoca degli effetti nocivi sulle persone (scossa elettrica, inquinamento, incidenti) è buona cosa cercare di limitare il pù possibile il rischio. Certo ci sarà sempre qualcuno che muore fulminato e certo quando non c'era l'elettricità non c'erano casi di morti fulminati, però – una volta ridotto il rischio sotto una ragionevole soglia – i vantaggi dell'elettricità sono tali e tanti che non ha senso tornare indietro.

Il riscaldamento domestico provoca inquinamento, che non fa bene alla salute e quindi bisogna ridurlo quanto più possibile. Ed ovviamente quando non c'era il riscaldamento domestico c'era meno inquinamento. Ma i vantaggi di avere il riscaldamento sono troppi per rinunciarvi.

Quando invece, a causa della competizione del mondo naturale, qualche specie che viene a contatto con l'uomo si estingue, è un peccato ma è la natura che fa il suo corso. Le balene, se avessero il pollice opponibile e la coscienza di sé, potrebbero magari sopravvivere. Purtroppo non hanno né l'uno né l'altra, quindi sono destinate ahimé ad estinguersi, per colpa non dell'uomo, ma della natura e delle sue regole. Potrebbero anche non estinguersi, ma ciò dipenderebbe dalla volontà dell'uomo di mantenerle in vita e tutto questo non sarebbe affatto naturale. Ma siccome noi umani ci dilettiamo a vedere le balene spruzzacchiare dalla schiena, forse le risparmieremo e le useremo per il nostro diletto.

Il concetto è semplice, dunque. Se qualcuno vuole convincermi ad adottare certi comportamenti, non deve giocare sui sentimenti, non deve sbandierare principi. Quando mi mostrano gli allevamenti di mucche e galline e cercano di sollevare la mia pietà e farmi rinunciare a mangiare carne, non ce la fanno. Non che mi diverta a vedere le mucche macellate, ma nemmeno m'impensierisco. È la natura che fa il suo corso. I macelli sono il naturale risultato della catena alimentare.

Quando invece leggo che le mucche e le galline vengono bombardate di ormoni e antibiotici, che vengono nutrite con qualunque cosa e che questo mi farà del male nel momento in cui le mangerò, allora lì si che ci penso bene e sono contento che si tenti di abolire queste pratiche. Così come, sapendo che l'eccesso di carne non fa bene alla salute, ne limito il consumo e per alcuni periodi sfioro il vegetarianesimo.

Mi dispiace molto per le povere balene e per i cuccioli di foca, ma è così che funziona la natura. E non crediamo che il problema sia del tutto moderno: a causa nostra l'uomo di Neanderthal si è completamente estinto, sopraffatto dalla superiorità tecnologica e intellettuale di noi sapiens. La natura che fa il suo corso.

E per la cronaca, a me nemmeno piace come funziona la natura, perché creare una specie così tanto superiore alle altre non può che far soffrire le balene e i cuccioli di foca.

Fascioforming

Da quando qualcuno ha avuto la rivoluzionaria idea di concepire lo Stato come un distributore di servizi e un redistributore di ricchezza, il mondo occidentale ha intrapreso senza indugio quella strada. A fare scuola sono stati Mussolini, Roosevelt, Hitler e Stalin e non ci voleva un genio per capire dove saremmo andati a finire.

In Italia lo Stato dalla culla alla tomba opera attraverso canali informali o apertamente illegali, attraverso la distribuzione di favori, appalti, posti di lavoro e lasciando alla famiglia una grossa parte del lavoro. Tutte cose che sappiamo.

Nel nord Europa invece lo Stato fa le stesse cose, ma sotto il mantello della legalità e delle buone apparenze. Quello che da noi succede nelle zone d'ombra o nella illegalità, lì è sancito ufficialmente. In più, lo Stato agisce anche tramite l'assistenzialismo mascherato, ovverosia creando lavori e figure professionali dal niente. Costoro hanno sicuramente un aspetto più elegante e profumato del falso invalido che vince il concorso truccato per entrare alle Poste, ma il principio è lo stesso.

Conosco persone che lavorano come dirigenti in tutta una serie di mercati artificiali dai nomi esotici come “cooperazione internazionale” o “sostegno al microcredito”; conosco ingegneri che vivono studiando, pagati dalle università, i possibili effetti idrogeologici del riscaldamento globale. Conosco gente che viene pagata per lavorare in associazioni antimperialiste e anticapitaliste. Senza contare gli innumerevoli Ph.D. di cui si sente parlare anche nei giornali italiani. E non dimentichiamo interi settori, come quello automobilistico, tenuti in vita ben oltre l'accanimento terapeutico.

Tutti lavori che non esisterebbero se non ci fosse lo Stato a crearli. Poi però bisogna anche pagarli, in qualche modo. E chi paga? Gli altri, quelli che lavorano nel mercato, meglio noto come “mondo reale”. Ma l'assistenzialismo è una droga: provoca dipendenza ed assuefazione, così bisogna averne sempre e sempre di più.

La situazione ormai sta andando fuori controllo e bisogna pagare, qualcuno deve pagare. Sempre quelli che lavorano nel mondo reale. Parliamo della Germania. Contrariamente a quanto si legge sui giornali, anche nel nord Europa c'è gente che lavora senza essere dirigente; persone e famiglie che hanno lavori normali e stipendi normali. Per queste persone non c'è nessuna assistenza particolare. Un lavoro normalmente pagato mette il lavoratore nella fascia di reddito appena superiore al limite minimo per non essere considerato legalmente povero e ciò preclude l'accesso agli aiuti fiscali e assistenziali. In questo modo una famiglia con due redditi si trova ad affrontare la tassazione completa, a dover pagare l'affitto, a dover pagare tutte le imposte dirette ed indirette, le bollette e così via.

Dunque, mentre una famiglia normale deve stare attenta a come vive, un numero sempre crescente di disoccupati mantiene lo stesso tenore di vita di quella famiglia senza lavorare, perché lo Stato fornisce un sussidio di disoccupazione che non è altissimo, ma viene integrato fornendo una serie di servizi ritenuti fondamentali per la dignità umana, come l'affitto, i mobili, le bollette e la televisione digitale (eh già: Berlusconi avrà anche finanziato i decoder con i soldi pubblici, ma in Germania hanno dichiarato la tv digitale un bene di primaria importanza e hanno pagato la televisione nuova a un sacco di gente con i soldi pubblici). Fino a ieri 27 settembre il sussidio di disoccupazione copriva anche sigarette ed alcol.

Dall'esterno potrebbe sembrare una semplice questione di principio, ma nel mondo reale non è così. Nel mondo reale, chi vive di sussidi entra in diretta competizione con la famiglia normale ed è avvantaggiato sotto molti aspetti. Per esempio, se non siete ricchi e cercate un appartamento in affitto sarà difficilissimo trovarne uno decente, perché i padroni di casa preferiscono affittare a chi vive di assistenzalismo: in quel caso paga lo Stato e loro sono sicuri di avere ogni mese i soldi. Il lavoratore normale invece porta con sé un rischio che, per quanto ridotto, è sempre maggiore dell'assenza di rischio garantita dallo Stato.

Se per caso siete una giovane coppia che ha deciso di fare le cose per bene, di progettare seriamente il futuro, di crearsi una certa sicurezza economica e fare figli al momento che riterrete opportuno, non riceverete nessun aiuto dallo Stato, dovrete arrangiarvi a trovare un asilo nido, la mamma dovrà sperare che il datore di lavoro la riprenda dopo la maternità e tutte quelle che cose che secondo i giornali italiani non succedono in Germania. Se invece non siete capaci di far niente, non avete voglia di lavorare, passate il vostro tempo libero a ubriacarvi e fate figli perché troppo ignoranti per sapere come evitarli, allora lo Stato vi aiuta in tutti i modi, fornendovi soldi, vitto, alloggio, assistenza sanitaria, asili nido e tutto il resto.

L'assistenza sanitaria è quasi al capolinea. Per ogni persona che paga, ce ne sono sette che ricevono le prestazioni gratuitamente. Vuol dire che un lavoratore che paga l'assicurazione sanitaria regolarmente, quell'unica volta che va dal dottore rischia seriamente di trovare chiuso perché il dottore lavora solo entro un certo budget mensile di spesa rimborsato dall'assicurazione, oppure trova il dottore, paga ancora 10 euro e si sente dire che non ha niente. Contemporaneamente ci sono 7 persone che invece dal medico ci vanno chissà quante volte al mese, tanto per loro paga quel lavoratore.

Qualcuno penserà che comunque è giusto, perché i ricchi partecipano alle spese per i poveri. Ovviamente no. I ricchi hanno le loro assicurazioni sanitarie che funzionano in maniera diversa, dove ognuno paga per sé. In quella che viene creduta la patria dell'assistenza sociale, chi può permetterselo ha una sanità separata dal resto della popolazione, esattamente come in Italia.

Ci poi sono un sacco di piccole spese che però sommate a fine anno pesano. Per dire, il canone TV costa 215 euro all'anno, in più c'è una gabella sul cavo della TV, che ne costa 216. Fanno 430 euro all'anno che si è obbligati a pagare al solo scopo di dare lo stipendio ad un baraccone che nessuno vuole, perché in Germania come in Italia come ovunque nessuno pagherebbe un soldo di cacio per tenere in piedi le tv di Stato. Ma ovviamente solo se lavorate, perché se non avete un lavoro non solo lo Stato non vi fa pagare queste gabelle, ma addirittura si è premurato di fornirvi un apparecchio per il digitale terrestre al momento del cambio.

Da queste parti c'è l'idea che gli studenti non debbano pagare niente o, al massimo, una cifra simbolica. Teatri, cinema, mezzi pubblici devono essere gratuiti per gli studenti. Un universitario che già si prende i soldi dal governo, ha l'alloggio a prezzi ridicoli (quando non gratis) può andare in giro 365 giorni all'anno sui mezzi a spese dei contribuenti, mentre un coetaneo che lavora con uno stipendio di ingresso può facilmente arrivare a pagare più di 1000 euro all'anno di mezzi. Mentre in Italia il passaggio da studente a lavoratore di solito significa un miglioramento del tenore di vita, qui in Germania spesso è il contrario: lavorare permette uno stile di vita inferiore che studiare, tranne nel caso di posti di lavoro statali o posti di lavoro altamente retribuiti, che però significano 60/70 ore di lavoro alla settimana, oppure trasferte 6 giorni su 7.

Le pensioni sono ormai un sogno. Il lavoratore di oggi deve pagare le pensioni che vengono erogate oggi, mentre deve pagare anche la propria pensione di domani (sempre che sia abbastanza accorto da farlo, e che sappia rinunciare a qualcosa da giovane per non morire di fame da vecchio).

È evidente che non si tratta di una guerra tra poveri, se per poveri intendiamo quelli realmente poveri. È una guerra tra una parte di popolazione che prende i soldi e l'altra che deve fornire i soldi. È una guerra di attrito non dichiarata, ma soprattutto una guerra in cui i soldati non sanno di essere in prima linea. L'unica cosa che sanno è che la qualità della vita scende, lentamente ma inesorabilmente. Ma senza una visione d'insieme, non sanno cosa pensare.

In questo quadro non si è parlato di un fattore: l'immigrazione. Quando i primi sintomi di crisi d'astinenza indotta dall'assistenzialismo si sono fatti sentire, i pianificatori sociali – anziché interpretarli come tali – hanno preferito assecondarli ed hanno pensato “ma perché non chiamiamo un po' di negri a lavorare per noi, che tanto quelli campano con un piatto di riso al giorno e ci mantengono i nostri pensionati e il nostro ospedale?” Solo che non è andata proprio così, perché gli immigrati, arrivati in Paesi drogati di assistenzialismo, ci sono caduti anche loro.

Come i disoccupati italiani vanno in Europa a sfruttare i Ph.D., allo stesso modo gli immigrati sfruttano i sussidi di disoccupazione e vivono nelle pieghe del sistema. E perché non dovrebbero? È legale, non l'hanno nemmeno chiesto, c'è e si prende. Qualcuno si fa forse scrupoli a prendere un dottorato in Germania pagato dal contribuente tedesco perché in Italia non trova lavoro? No, mica è illegale... lo offrono loro, non lo pretende il laureato. In Germania gli immigrati si sono integrati perfettamente, campando alle spalle del contribuente al pari di milioni di tedeschi.

La coperta però si sta accorciando e il contribuente comincia a sentire fresco ai piedi. E se la prende con gli immigrati che vivono di sussidi e non lavorano. Perché se la prende con loro? Perché è razzista? No. Perché è cattivo? No. Non per questo, ma per una serie di ragioni.

Primo, l'immigrato è diverso alla vista, non si confonde, soprattutto se la pelle è di tonalità scura. Secondo, vivere con il sussidio è una forma diretta e facilmente identificabile di assistenzialismo. Terzo, i media si chiedono sempre se sia giusto o meno alzare o abbassare i sussidi ai disoccupati e agli immigrati.

Invece un tedesco che di lavoro fa il manager per un'azienda automobilistica non viene considerato come una persona che percepisce uno dei più alti sussidi di disoccupazione esistenti, ma come una persona realizzata da ammirare e da invidiare. Inoltre, i media parlano degli incentivi statali al settore automobilistico come di un aiuto all'economia e al benessere dei lavoratori.

Mentre concettualmente non c'è differenza tra il disoccupato turco che vive di sussidi ed il dirigente tedesco che vive di sovvenzioni, sul piano della percezione l'immigrato diventa la causa di tutti i problemi, mentre il dirigente non viene nemmeno considerato. Tanto è vero che un politico tedesco, cioè chi per antonomasia vive alle spalle dei contribuenti e non crea nulla di produttivo per il Paese, può scrivere un libro in cui accusa gli immigrati di vivere alle spalle dei contribuenti e di non creare nulla di produttivo per il Paese e nessuno gli ride in faccia. È come se Riina scrivesse un libro in cui accusa Provenzano di essere mafioso: non che sia falso, per carità, ma insomma...

Credendo di poter salvare il salvabile, vogliono togliere a quelli che considerano più deboli per non rimanere senza. Credono che gli immigrati siano la causa dei problemi, anziché una delle conseguenze; pensano di essere diversi solo perché hanno la macchina nuova comprata a rate invece di una vecchia comprata in contanti; appena non sono loro i beneficiari dei sussidi, scoprono quanto ingiusti ed antieconomici siano. E qualche partito di destra prende i loro voti.

Sta succedendo esattamente quello che è successo con la Lega in Italia: a parole ce l'avevano con Roma ladrona, con i terroni, con i musulmani; nei fatti, l'unica cosa che hanno fatto è stata mettere le mani sui soldi del contribuente e cercare di arraffarne quanti più possibile. Probabilmente è la fine cui è destinata l'ondata xenofoba e razzista che sta travolgendo l'Europa: suggere alla mammella pubblica e fare di tutto perché altri non facciano lo stesso. E intanto i quotidiani hanno materia da isteria un tanto al chilo.

Capitambientalismo

Decenni di attivismo politico e di impegno sociale slegati dalla necessità di migliorare la propria condizione materiale hanno portato masse di persone a credere che l'anidride carbonica sia un gas tossico e che l'effetto serra sia dannoso per il pianeta. Adesso che abbiamo sostituito le antiche superstizioni con le nuove, arrivano pescatori armati di succose esche per boccaloni. E cominciano a far soldi.

Venerdì ho trovato nella cassetta delle lettere un depliant che a tutta prima sembrava chiamare ad una manifestazione ambientalista. Immagini del disastro della BP, picco del petrolio, guerre per ottenere il gas dall'Asia. Invece no. Era la pubblicità di una ditta che installa impianti di riscaldamento elettrici.

Perché – diceva il depliant – se adotti il riscaldamento elettrico in casa, non consumi petrolio e gas naturale. L'elettricità non sporca e non fa fumo. Basta attaccare la spina.

M'avanza un Colosseo

Da qualche settimana sto combattendo, come mi accade ciclicamente, contro un negoziante che ha cercato di imbrogliarmi in maniera puerile, una truffetta di così bassa lega che non so neanche perché ci abbia provato. La mia pazienza in questi casi ha raggiunto ed oltrepassato ogni limite, soprattutto perché, come quasi tutti, vivo del mio stipendio e anche la truffetta da poche decine di euro pesa sul bilancio.

Poi stasera mi arriva questa mail da parte di uno dei grandi capitalisti cattivi, la grande distribuzione che uccide le realtà locali, che sono tanto buone e ti fanno anche i grattini sulla schiena:

On 08/29/2010 06:53 PM, Amazon.co.uk Customer Service wrote:

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Il punto non sono le 5 sterline. Il fatto è che io ho preordinato il tal gioco che sarebbe uscito il 27 agosto. Il 26 agosto mi comunicano che è stato spedito e il 28 agosto (un giorno in più perché il pacco viene dal Regno Unito) mi viene recapitato a casa. Dopodiché, senza che io faccia niente, mi rifondono di 5 sterline perché di sì, perché nel frattempo avevano abbassato il prezzo ancora.

Dove credete andrò a comprare la prossima qualunque cosa mi serva?



Mamma, Ciccio mi tocca

Avete presente tutti quei docenti, ricercatori universitari, professori di liceo che alimentano da sempre la litania della scuola e dell'università che non sono meritocratiche, dove va avanti solo chi si sottomette alle storture del sistema eccetera eccetera?

Non fanno quasi tenerezza? Fanno parte di quel sistema, sono stati accettati da quel sistema, quindi implicitamente ammettono che loro sono un bel gruppo di pappatori di tasse altrui (è semplice logica: tu dici che il sistema accetta solo gli amici degli amici, tu sei stato accettato dal sistema, vuol dire che anche tu sei amico di un amico), però poi vi spiegano con tono serioso e ditino alzato che il sistema brutto e cattivo va cambiato altrimenti perdiamo “competitività” (massì dai, “competitività” e “social web” ci stanno sempre bene).

Perché ricordate: in Italia vanno avanti solo i raccomandati e gli incapaci. Tranne loro. Loro sono lì per merito, chiaro. Riconosciuto da chi? Da quelli che mandano avanti raccomandati ed incapaci. Certo, perché chi manda avanti raccomandati ed incapaci ha fatto l'eccezione per loro, non lo avevate capito?

Commercio elettronico

Volevo rivolgermi ai proprietari di negozi.

Io mi rendo conto di come i clienti siano una pessima razza, che arriva in negozio, chiede e chiede e chiede e poi magari non compra niente. Mi rendo conto di essere io stesso un pessimo cliente: non ho molti soldi, sono tecnicamente impreparato a stabilire il valore di un oggetto e in generale sono indeciso su cosa faccia al caso mio. Però.

Mettetevi dalla mia parte. Arrivo nel vostro negozio e vi chiedo di avere la tal cosa in versione economica e voi mi presentate l'articolo che costa tre volte quelli di fascia economica. Non so come funzioni con gli altri clienti, ma per me ci sono cose che non mi posso permettere. È una questione di fisica newtoniana: ogni mese entra x ed esce y, non ho modo di creare soldi dal nulla, non sono mica Bernanke.

A me dispiace anche di dovervi obbligare a vendermi che le cose che costano poco, ma voi non fate quella faccia schifata ogni volta. Se non volete vendere articoli economici, siete liberi di farne a meno. Non teneteli in negozio, è una scelta come un'altra ed io la rispetto.

Poi, quando finalmente vi decidete a vendermi qualcosa alla mia portata, non datemi i fondi di magazzino, dai. E provate a spiegarmi le differenze che ci sono tra una marca e l'altra, tra un modello e l'altro. Perché ci sono 30 euro di differenza se sono uguali? Qual è il più affidabile? In caso di riparazioni, quanto tempo ci vuole? Cose così, insomma.

Ve lo dico, perché altrimenti io non prendo nemmeno in considerazione l'idea di andare in un negozio: mi connetto ad internet e lì, tra gli infiniti modelli tra cui posso scegliere, seleziono quello che fa al caso mio ad un prezzo che è sempre inferiore a quello che mi proponete voi.

Se non fosse chiaro, io vengo in negozio perché credo di poter avere delle informazioni qualitativamente superiori che mi fanno risparmiare soldi sul medio-lungo periodo. Se voi mi trattate come un pollo da spennare, vado on-line, dove posso trovare informazioni di qualità inferiore ma quantitativamente superiori, cosicché posso risparmiare subito un sacco di soldi, che a me i soldi in tasca non pesano e non occupano spazio.

Noi e loro


Un breve rimpatrio di primavera mi ha portato, come sempre, a “dover” spiegare ad amici e parenti come si vive in Germania, cosa c'è di bello e cosa c'è di brutto ed insomma, se ne vale proprio la pena.
Chi mi legge sa che non sono né un fanatico dell'estero mitizzato dove scorrono fiumi di miele e gli alberi danno frutti tutti l'anno, né uno xenofobo che non sopporta niente della cultura che lo sta ospitando. Cerco di essere ragionevole ed onesto, e di approcciarmi alla Germania sine ira et studio: a volte è difficile, a volte è divertente, a volte non ci capisco niente.
Comunque, la prima cosa che si nota qui è che tutto funziona e non avete rotture di scatole. In una giornata tipo, in cui si prendono i mezzi, si va per uffici, si espletano pratiche di vario genere, tutto fila liscio. Non fraintendetemi: non c'è meno burocrazia che in Italia, anzi, ma è organizzata in maniera tale che se ne può uscire indenni; non ci sono meno persone in metro, ma il sistema dei trasporti è tale per cui si arriva sempre dove si vuole arrivare; il traffico c'è, ma non mina la salute mentale; i parcheggi vanno cercati, ma alla fine si trovano; le file alla posta si fanno, ma non durano ore, durano qualche minuto. E via discorrendo. Non è il paradiso, è solo un posto organizzato secondo un sistema ragionevole.
A fare da contraltare o – meglio – da corollario a questa situazione sta tutto il resto dell'organizzazione sociale, quello che non si nota subito e che bisogna vivere per conoscere. Come chiunque che abbia lavorato con i tedeschi vi potrà dire, la famosa efficienza tedesca non esiste. È un'idea che un po' si sono costruiti loro, un po' gli abbiamo attribuito noi, ma non ha corrispettivo nella realtà: il lavoro qui in Germania è altamente inefficiente. Non è facile accorgersene, perché l'inefficienza è compensata dalle grandi risorse a disposizione ma, standoci vicino tutti i giorni, si percepisce chiaramente. Gli stessi lavoratori hanno dei ritmi di produzione bassissimi e questo a volte può portare all'esasperazione.
Avere un settore privato inefficiente, alla lunga, non crea meno disagi di un settore pubblico inefficiente. Perdite di tempo e lungaggini sono all'ordine del giorno.
Per fare un esempio recente, ho dovuto portare la macchina dal meccanico. Concessionaria ufficiale della marca, in una delle più importanti città europee. Orario di chiusura: ore 18. Il giorno in cui era pronta, intorno alle 17 mi chiamano sul cellulare qualcosa come 5 volte. Solo che io, per motivi di riservatezza, non posso portarmi il cellulare in ufficio e quindi non potevo rispondere. Comunque quel giorno ho lavorato fino alle 18, quindi alle 18 e due minuti chiamo la concessionaria ma non risponde nessuno. Giorno dopo. Esco alle 17 dal lavoro e prendo i mezzi. All'unico cambio manco il tram di un pelo e così arrivo alla concessionaria alle 18:04. Tutto chiuso. E con chiuso, non intendo che hanno dato un giro di chiave alla porta d'ingresso. Intendo che l'edificio è vuoto, non c'è una luce accesa, nessun impiegato e nemmeno una donna delle pulizie che svuota i cestini. Praticamente hanno evacuato. Il che spiega perché il giorno prima nessuno rispondesse alle mie chiamate. E così ho mestamente ripreso i mezzi e sono arrivato a casa intorno alle 7: due ore spese inutilmente tra tram e metro perché la tipa che sta alla cassa alle 18 e un minuto già sgambettava garrula per strada. Se li conosco come li conosco, alle 17 – quando mi hanno chiamato – probabilmente hanno smesso di lavorare ed hanno iniziato a prepararsi; alle 17:45 erano con la giacca sulle spalle; alle 17:59 erano col dito sull'interruttore della luce; alle 18 sono scattati fuori.
Non credo ci sia bisogno di sottolineare che il problema non è stato risolto, perché da gente che alle 18:01 non risponde al telefono non ci si può aspettare che lavori bene. E così io sono rimasto senza macchina per due giorni in più del previsto, a causa loro ho passato tre ore buone sui mezzi, e alla fine mi sono tenuto il guasto (anche se, per amore di verità, devo dire che mentre scrivevo questo post mi ha chiamato una specie di servizio per la soddisfazione del cliente, al quale ho spiegato la situazione e che mi ha detto che mi contatteranno più avanti per risolvere ogni questione).
Volete un altro esempio? Recentemente ho cambiato lavoro e sono passato dall'azienda internazionale leader del settore ad una realtà più piccola e decisamente indigena. Se prima vedevo risorse sprecate a causa del gigantismo, ora mi pare di essere al circo. L'altro giorno avevamo una adunata generale alle 17. Il giorno prima ci era stato mandato l'avviso via Outlook e la mattina per sicurezza uno dei due proprietari aveva girato tra i banchi ad annunciare la lieta novella. Orbene. Alle 16:30 tutti i tedeschi (cioè circa il 95% della forza lavoro) si sono alzati e hanno cominciato a “prepararsi per la riunione”. Siamo tre italiani lì e tutti e tre stavamo continuando tranquillamente il nostro lavoro, visto che avevamo ancora mezz'ora da lavorare. A quel punto i tedeschi hanno cominciato a non capire: uno alla volta sono venuti a ricordarci che mezz'ora dopo c'era una riunione e che quindi era il caso di spegnare il computer. Abbiamo tentato di spiegargli che – appunto – c'era ancora mezz'ora da lavorare; poi, siccome proprio non capivano, abbiamo cominciato a ridere. Così adesso quando incontrare un italiano in azienda la prima cosa che vi dirà è che 'c'è un meeting alle 5' e vi riderà in faccia. Certamente raccontata così sembra simpatica, ma immaginate di essere il cliente della nostra azienda che paga profumatamente il tempo che quei lavoratori hanno usato per “prepararsi alla riunione”. Immaginate questa mentalità su scala nazionale. E ora immaginate di essere voi i clienti e di pagare con i vostri pochi risparmi l'inefficienza altrui. Vi stanno girando le balle, eh?
L'altra componente della Germania di cui devo sempre parlare è il mitico sistema assistenziale e previdenziale. La prima cosa da dire è che in Italia si hanno in mente le politiche sociali della RFT di trent'anni fa. A quel tempo, il cosiddetto welfare state era un'enorme distributore di agi e ricchezza e quello è rimasto in mente agli italiani (e ai tedeschi). Stranamente, quando lo Stato organizza banchetti pantagruelici in cui tutti mangiano senza pagare in contanti al momento della consumazione, esiste un meccanismo sociale che fa dimenticare la domanda fondamentale: ma se io mangio e non pago, chi paga? Com'è noto, non pensare al problema non risolve il problema, ed infatti alla fine il conto è arrivato ed il mitico welfare state tedesco è diventato all'incirca questo: voi non ricevete trattamenti sanitari, ma usufruite di un'assicurazione sanitaria privata che pagate di tasca vostra, mentre il sistema nel suo complesso è gestito dallo Stato federale, generando miliardi di euro di debiti; soldi per le pensioni non ce ne sono più e il governo vi incentiva a sottoscrivere una pensione privata; l'università gratuita genera schiere di laureati che non riescono a trovare posto; eccetera eccetera. Non suona tutto così familiare?
L'altro grande pilastro del sistema assistenziale tedesco è il cosiddetto Hartz IV, cioè il sistema di sostegno ai disoccupati. L'obiettivo dell'Hartz IV è quello di fornire a tutti i cittadini senza lavoro le condizioni di vita ritenute basilari ed imprescindibili. In pratica significa che lo Stato può arrivare a darvi un appartamento nuovo, completamente arredato, con gli elettrodomestici e la televisione a prezzi stracciati, oltre al sussidio di disoccupazione vero e proprio. A questo si vanno poi ad aggiungere il Kindergeld, cioè un sussidio che lo Stato fornisce a tutti i genitori, e altre varie forme di sussidio che in verità non conosco nei particolari.
Se tutto questo può sembrare cosa buona e giusta, è solo perché nessuno si chiede ma se io mangio e non pago, chi paga? Perché l'Hartz IV sta scavando buchi nel bilancio di cui prima o poi bisognerà rendere conto e quando quel momento arriverà saranno grossi dolori. Inoltre, se agli ingegneri sociali regalare casa e soldi ai “poveri” può sembrare un'ottima idea, chi vive nel mondo reale ne vede gli effetti e non sono affatto belli. Non troppo stranamente le politiche assistenzialiste tedesche stanno portando al disastro gli strati sociali più poveri. Ormai si è diffusa la mentalità per cui è meglio vivere di sussidi che lavorare. Il che a suo modo è anche vero: da un lato fare un lavoro pagato poco e dover lottare con le bollette, dall'altro avere la casa gratis, i mobili gratis, la televisone gratis, il sussidio di disoccupazione e tutta la giornata libera a disposizione... chi sceglierebbe la prima opzione? Solo che così è venuto a mancare ogni stimolo per le classi sociali più svantaggiate a cercare una vita migliore. E non solo tra i tedeschi, ma anche tra gli immigrati, soprattutto le etnie più a lungo radicate, turchi e italiani in testa.
Inoltre, questo assistenzialismo spinto sta trasformando le giovani generazioni in generazioni di stupidi. Non me lo sto inventando io, è un problema di cui si dibatte pubblicamente. I giovani provenienti dalle fasce di popolazione destinatarie delle politiche assistenziali, alla fine della scuola dell'obbligo non sono in grado di accedere ad una forma di avviamento professionale che permetta loro di trovare un lavoro. Ciò è dovuto al fatto che in Germania anche per il lavoro meno qualificato è richiesta una Ausbildung, un percorso formativo certificato che prevede teoria e pratica e che dura due/tre anni. Così gli adolescenti che dovrebbero ricevere questa formazione semplicemente non ci riescono, perché non hanno sufficienti capacità e conoscenze per farlo. E d'altronde non hanno nessuno stimolo a darsi da fare: perché faticare tre anni per un lavoro quando si può stare a casa a non far niente e venire pure pagati per farlo? E così è un cane che si morde la coda: quegli adolescenti saranno destinati per sempre a vivere di sussidi (perché non è che a 25/30 anni, senza educazione e senza esperienza di lavoro qualcuno ti prende) e così i loro figli. Ormai si parla di famiglie che sono arrivate alla terza generazione vivendo solo di sussidi.
Poi figliano per avere il Kindergeld, e così si possono vedere tutti questi bambini che crescono in famiglie che di loro se ne infischiano. Bambini che imparano tardissimo a parlare, nutriti con cibo spazzatura, circondati da adulti ubriachi che non fanno niente tutto il giorno. E purtroppo destinati ad alimentare a loro volta il ciclo.
La scorsa settimana ho conosciuto una di queste ragazze. 22 anni, un bambino di due e mezzo. A vent'anni era assieme ad un mezzo delinquente con cui ha fatto un figlio, probabilmente più per ignoranza che per prendere il sussidio, poi il tipo è sparito e l'ha lasciata sola col fantolino. Così le spetta di diritto una casa con due camere da letto, completamente ammobiliata e pagata dallo Stato, che è più di quello che due giovani lavoratori che vivono insieme possono aspettarsi. A me non interessa il caso particolare, ma il fatto che quella ragazza non solo ha avuto l'irresponsabilità di mettere al mondo un figlio, non solo non ha pagato per il suo sbaglio, ma si trova a vivere meglio di chi nella vita non ha fatto cazzate, si alza tutte le mattine per andare al lavoro e a fine mese ha l'affitto da pagare.
In maniera diversa, questa mentalità sta attecchendo anche nelle fasce più istruite di popolazione: l'università gratuita imbarca sempre più gente che si iscrive solo per mantenere lo status di studente, avere l'assicurazione sanitaria pagata e fare la bella vita a spese del contribuente. Salvo poi manifestare che il capitalismo turboliberalista sta tagliando i fondi per l'istruzione. Poi, alla fine degli studi, hanno il coraggio di definirsi “disoccupati” e di ricorrere all'Hartz IV, perché il ragionamento che fanno è “se qualsiasi turco arrivato l'altro ieri può mantenere la sua famiglia senza lavorare, perché non dovrei farlo anche io?”
Non ho statistiche a riguardo, ma credo che l'analfabetismo di ritorno sia una realtà abbastanza importante; i figli di immigrati, magari di terza o quarta generazione, ancora non parlano il tedesco; è un fatto noto, per esempio, che i figli di italiani non vanno a scuola dopo l'obbligo e figuriamoci all'università.
È evidente che il sistema del welfare tedesco è un obbrobrio, partorito da qualche ingegnere sociale sulle cui buone intenzioni non metto la mano sul fuoco, che si ritorce proprio contro quelli che si vanta di proteggere. E che gli ingegneri sociali preposti al meccanismo siano incapaci o in malafede si capisce subito dai dibattiti in tv, quando – messi di fronte al fatto compiuto, innegabile, che i ragazzi mandati obbligatoriamente a scuola per 15 anni ne escono più stupidi di quando sono entrati – cominciano a blaterare che è colpa della televisione, dei realitisciò, che i giovani ormai pensano solo a diventare divi del Grande Fratello e che bisogna fare di più per loro, più scuola, più aiuti, più politiche di sostegno, più governo, più Stato.
Poi, quando i soldi finiranno e schiere di poveri non sapranno come mettere insieme il pranzo con la cena, arriverà qualche bravo caporale a dire che la colpa è del turboliberismo anglosassone che con le sue banche e i suoi speculatori li sta affamando apposta (per divertimento) e che è ora che lo Stato faccia qualcosa, che si riprenda la sovranità, che stampi moneta in proprio e chissà quali altre amenità si inventeranno per tenersi la gente dalla propria part

Repost: Il ruolo del governo nella crisi finanziaria

“È colpa del mercato, dagli allo speculatore, è la deregulation,” questa la litania di scuse recitata dai veri responsabili della crisi ormai quotidianamente. Purtroppo, a causa del noto principio “ripeti abbastanza a lungo una bugia e si trasformerà in verità,” il concetto è piuttosto diffuso ad ogni livello, come se l'intervento di governi e enti sovranazionali non permeasse profondamente ogni anfratto dell'economia condizionando ogni piccola azione umana.

È incredibile se ci pensate: basta aprire un giornale a caso o accendere la tv per trovarsi investiti da un turbine di banchieri centrali che stampano moneta, finanziarie, piani di salvataggio, ministri del tesoro e dell'economia, politiche economiche e sociali, grandi opere, sussidi, sovvenzioni, incentivi, strabilioni di euro e di dollari che si spostano ad un gesto del legislatore come le acque del Mar Rosso di fronte a Mosè, e tutto quello che ci sanno dire – che non hanno vergogna di dire – è che la colpa è del mercato sregolato!

Ecco allora un significativo contributo di Kevin Carson per cercare di riportare un po' di verità e buonsenso nel dibattito e fare così luce sulle responsabilità primarie di una delle più gravi recessioni della storia.
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Di Kevin Carson


George Soros sta progettando di aprire un istituto di economia all'Università di Oxford – con lo scopo, apparentemente, “di allontanare la disciplina dai campioni del mercato libero e della deregulation che, così crede il finanziere miliardario, hanno la colpa della crisi economica globale.” È frustrato “dal modo in cui i mercati finanziari globali lavorano sulla premessa che i mercati possono essere lasciati ai loro meccanismi.”

Ian Goldin, direttore della James Martin 21st Century School, ha applaudito questa mossa considerando che “avrebbe allargato il dibattito.”

Dobbiamo allargare il dibattito, benissimo. In particolare, dobbiamo allargarlo oltre i due lati – i neoliberali e i “progressisti” – secondo i quali il capitalismo finanziario globale che abbiamo avuto negli ultimi decenni era “un mercato libero.”

Tanto per cominciare, il mercato delle assicurazioni sui mutui è quasi interamente una creazione del governo federale. Prima che i federali creassero Freddie Mac per garantire i MBS (Mortgage-Backed Securities), questi erano evitati come troppo rischiosi dalla vasta maggioranza degli investitori. Sino a quel momento, i derivati erano pricipalmente obsoleti investimenti in futures di materie prime usati dagli agricoltori come forma di assicurazione contro un crollo catastrofico dei prezzi.

Ai sensi dell'accordo di Basilea II, che è entrato in effetto nel 2004, un mutuo ipotecario diretto di una banca locale per un cliente con una soddisfacente stima del credito comporta una valutazione di rischio del 35%. Un'assicurazione su un mutuo, dall'altro lato, comporta una valutazione di rischio di soltanto il 20%. Così i requisiti di riserva erano fissati più in alto per i mutui in mano all'originaria banca di emissione (che ha “richiedeva conoscenza locale,” come precisa Sheldon Richman) rispetto ai MBS comprate da altre banche. Il minore requisito di riserva per i MBS significava che una maggiore quantità di denaro era disponibile per essere prestata contro una riserva data, il che ha fornito alle banche un forte incentivo a vendere i propri mutui il più rapidamente possibile ed investire sui MBS. Per dirla con Les Antman, “Basilea II ha virtualmente imposto alle banche di vendere i loro prestiti se volevano rimanere competitive.”

Ma il ruolo del governo è molto più a monte. Comprende l'intervento del governo per imporre il diritti di proprietà artificiali che hanno reso la terra e il capitale artificialmente limitati e costosi relativamente alla forza lavoro e quindi l'indebolimento del potere contrattuale del lavoro. Comprende politiche di governo per incoraggiare la produzione di massa centralizzata e onerosa per mezzo di costosi macchinari specifici piuttosto che una produzione decentralizzata che integrasse versatili macchinari elettrici con i metodi dell'artigianato. Comprende politiche che promuovono l'iper-accumulazione di capitale e la cartellizzazione dei mercati, al punto che l'industria della produzione di massa non riesce a smaltire i propri prodotti in un mercato libero.

È stato a causa di questi precedenti interventi che abbiamo una classe plutocratica con enormi quantità di denaro investito, ed una scarsità di opportunità d'investimento vantaggiose. In un'economia con una più larga distribuzione della ricchezza ed una capacità produttiva decentralizzata, dove la capacità della produzione è stata determinata dalla richiesta locale e da un più alto livello di potere d'acquisto per i lavoratori, la maggior parte delle precondizioni per la nostra FIRE (Finance, Insurance, and Real Estate: Finanza, Assicurazioni, Beni Immobili, ndt) economy gonfiata non sarebbero neppure esistite.

Articolo originale: http://gongoro.blogspot.com/2010/05/il-ruolo-del-governo-nella-crisi.html