Tuas sortes arcanaque fata
Lunga e noiosa dissertazione sull'origine delle differenze tra Italia e Germania
Contemporaneamente il nuovo Stato unitario comprende la necessità di costruire un apparato burocratico che funzioni e si rende conto che la macchina statale non è fatta di regole, ma di persone e che è necessario che ogni singola persona che fa parte di quel meccanismo non lo intralci e non metta il proprio interesse o il proprio comodo di fronte al bene della burocrazia. È dunque necessario formare i membri dell'apparato statale in funzione del nuovo ruolo che andranno a ricoprire e per fare ciò è necessario creare una nuova fedeltà allo Stato che soppianti i legami di sangue o di relazioni preesistenti.
Questo duplice approccio - educare la popolazione e creare una classe di funzionari pubblici fedeli allo Stato - si rivela la scelta giusta e i frutti si vedono subito. È nell'impero tedesco che comincia la seconda rivoluzione industriale, è qui che si gettano le basi per la creazione del mondo contemporaneo, sia sotto il punto di vista culturale che sotto quello tecnologico. A partire da questo momento la Germania diventa un faro per la cultura occidentale. Per avere un quadro completo dello straordinario impulso tedesco alla scienza e alla tecnologia dal 1871 a oggi, troppo spesso ignorato o sottovalutato per colpa di quei maledetti 10 anni di dittatura, consiglio di leggere un libro uscito due anni fa: P. Watson, The German Genius: Europe's Third Renaissance, the Second Scientific Revolution, and the Twentieth Century, New York 2010.
Come si vede, le scelte della Germania o - per meglio dire - della sua classe dirigente, sono state opposte a quelle della classe dirigente italiana postunitaria. Lì si è percorsa la strada dell'alfabetizzazione di massa, qui si sono tenuti gli italiani a livelli di analfabetismo altissimi fino agli anni 60 del Novecento. Lì si sono formati e allevati funzionari pubblici fedeli allo Stato e alle sue leggi, qui si è lasciato che l'amministrazione pubblica rimanesse impigliata nella rete di relazioni e interessi privati che esistevano da prima. È una questione di mentalità. In Italia si pensa che la cultura sia strumento di emancipazione del singolo o della classe rispetto alla società e al potere costituito. Si è sempre ritenuto che educare la popolazione fosse la ricetta giusta per la rivoluzione (e quanti di noi non pensano che "loro" preferiscono avere una popolazione ignorante e malleabile e che non ci vogliano far studiare perché altrimenti saremmo una minaccia?) In Germania invece si è capito che l'istruzione è la strada maestra verso l'integrazione nella società e la fedeltà allo Stato, sia dei funzionari pubblici (soprattutto loro) sia della popolazione. E infatti - per fare alcuni esempi - il Regno d'Italia era una fucina di terroristi e anarchici, mentre nel Reich si sviluppò prestissimo la socialdemocrazia e le idee marxiste e rivoluzionarie vennero abbandonate relativamente in fretta. Quando il fascismo pretese dai professori universitari il giuramento di fedeltà, si rifiutarono nemmeno in venti. Quando il nazismo prese il potere, i professori tedeschi diedero una mano a portare in piazza i libri da bruciare.
A questo punto si potrebbe avere l'idea che la Germania fosse un Paese democratico o quanto meno aperto alle istanze popolari. Ebbene, fu l'esatto contrario! Mentre l'Italia cercò di mettersi nel solco della democrazia parlamentare inglese e francese, la Germania volutamente e coscientemente rifiutò quella tradizione e scelse per sé una strada tutta sua, un modo originale e diverso di organizzare la società e la politica, che venne da subito definito Sonderweg (strada/via speciale/diversa da quella delle potenze democratiche e dello zarismo russo).
Quando nel 1849 a Francoforte il primo parlamento tedesco offre al re Federico Guglielmo IV di Prussia la corona della Germania, egli la rifiuta: il trono dell'impero tedesco non deve essere legittimato dal popolo, poiché quello che il popolo dà, il popolo può togliere. Il senso di superiorità dell'aristocrazia rispetto al popolo e ai borghesi rimarrà costante per tutta la durata del Reich. Ad una nobiltà di sangue corrisponde una nobiltà di cultura e sapienza che è esclusiva delle elite di potere tedesche.
Esistono due parole per definire il termine 'cultura': Kultur e Zivilisation. La differenza tra le due è gerarchica: Kultur sta in alto, è il sapere intellettuale; è "nobile", per così dire. La Zivilisation sta un gradino più in basso e pertiene agli aspetti più pratici e "materiali" dell'esistenza. È utile, ma meno pregiata. Per l'elite tedesca dell'epoca, le altre nazioni non andavano oltre la Zivilisation, perché solo la Germania poteva esprimere Kultur.
Specularmente il sistema educativo tedesco teneva conto di questa gerarchia dei saperi. La divisione tra cultura alta e cultura bassa era netta. In alto stava la speculazione intellettuale che si fondava sulla tradizione dell'antichità greco-romana, in basso stavano le discipline tecnico-scientifiche. Ciò che rende affascinante l'esperienza tedesca è che questo bipolarismo, questa sfacciata gerarchia dei saperi (così contraria al sentire contemporaneo) ebbe come risultato che sia la cultura "alta" che la cultura "bassa" crebbero come in nessun altro luogo in quel periodo.
Tanto fiorirono gli studi classici (il secondo Rinascimento di cui scrive Watson si riferisce precisamente alla riscoperta dell'antichità, simile a ciò che era accaduto in Italia con il Rinascimento) quanto la scienza e la tecnica. Ma come è stato possibile?
In un certo senso, gli intellettuali tedeschi decisero di rinchiudersi nella torre d'avorio. Apposta. Per non mischiarsi con la volgarità mondana. Tuttavia vollero per loro la miglior torre d'avorio possibile e quindi vollero circondarsi dei migliori ingegneri, tecnici, muratori, idraulici. Gli intellettuali fornirono le scuole e le università, i tecnici conoscenza pratica. Gli intellettuali non intendevano fare proselitismo culturale e si disinteressarono alle questioni spirituali di chi stava fuori dalla torre e i tecnici accettarono di non intromettersi nelle decisioni prese dentro la torre (anche se gli intellettuali non potevano sapere che di lì a poco i tecnici, dopo aver costruito loro la torre d'avorio, li avrebbero chiusi dentro sbarrando la porta dall'esterno).
Perché oggi parliamo di quello che è successo in Germania non il secolo scorso, ma quello prima ancora? Perché oggi in Germania ancora si sentono gli effetti di quelle scelte così lontane nel tempo. L'apparato burocratico funziona, perché chi vi entra è stato istruito e selezionato con attenzione. Per fare un esempio, chi vuole fare l'insegnante deve - dopo la laurea specialistica - sottoporsi a due anni di tirocinio che, nelle parole di un mio amico, assomiglia all'addestramento dei soldati prussiani: prima ti smontano, ti depurano di tutto quello che credi di sapere, poi ti rimontano secondo gli standard richiesti. Alla fine dei due anni, il posto di lavoro non è assicurato, bisogna trovarse una scuola che ti accetti. E quando arriva il contratto, il futuro insegnante deve, tra le altre cose, sottoporsi a visita medica che accerti l'assenza di malattie invalidanti che mettano a rischio di pensionamento anticipato, che lo Stato tedesco non ha nessuna intenzione di darti lo stipendio per 10 anni e poi pagarti la pensione e i sussidi di malattia per i restanti 50.
Questo sistema non crea genii, crea "semplici" lavoratori preparati. Tiene lontani quelli che vorrebbero fare l'insegnante solo per avere un posto statale blindato a vita o che siederebbero in cattedra per mancanza di alternative o capacità in altri settori. Due anni di tirocinio non si fanno se non seriamente motivati, e già questo produce una scuola migliore rispetto a quella italiana.
Per entrare in polizia bisogna aver studiato. A scuola proprio. Bisogna essere preparati e seri. Non si va in polizia per scappare dalla disoccupazione, perché per questo ruolo lo Stato non vuole avere gente che non è riuscita a trovare nemmeno un lavoro come cassiere al McDonald's. Non è il mio pensiero, è il modo in cui ragiona la burocrazia tedesca. Lo stesso vale per tutti i dipendenti pubblici: l'impiego statale non è un ammortizzatore sociale.
Allo stesso modo per trovare lavoro nel settore privato è necessario aver studiato. Magari poco, ma bisogna aver studiato. Per andare a guidare il muletto in un magazzino servono mesi di tirocinio, così come per qualsiasi altro lavoro che noi considereremmo poco qualificato.
Il sistema educativo, invece, è estremamente diversificato. Mentre in Italia siamo ancora fermi alla polarizzazione liceo-università-laurea da una parte e istituto-tecnico-dove-sbattere-quelli-che-non-si-vogliono-laureare dall'altra, in Germania esistono molte più passaggi intermedi tra gli estremi di chi va a lavorare a 15 anni con il minimo di scolarizzazione e chi si dedica alla ricerca speculativa pura. Perché, visto che non siamo più nell'800, la maggior parte dei lavori richiedono conoscenze specifiche, pratiche ma intellettuali, che si devono insegnare dopo il liceo ma che non richiedono 5 o 6 anni di studi teorici.
Quando mi chiedono se in Italia non possiamo essere come in Germania, rispondo di no. Ma non perché i cittadini tedeschi siano antropologicamente diversi da noi, perché non è così. È che il sistema complessivo è radicalmente diverso. E se lo applicassimo da noi così come è succederebbe in finimondo, ma non per modo di dire.
La quasi totalità dei dipendenti pubblici italiani semplicemente non avrebbe le qualifiche per lavorare, ad esclusione di qualche categoria particolare come medici e infermieri. Se tra i lettori di questo blog ci sono dei dipendeni pubblici, sappiate che - con le qualifiche che avete - non potreste lavorare.
Potremmo cambiare col tempo? No, non credo. Perché. a differenza della Germania di Bismark, oggi l'azione politica e di governo ha bisogno del consenso popolare e il consenso popolare impedirebbe di cambiare la struttura portante del nostro Paese. Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale con la promessa di modificare il pubblico impiego in modo che l'accesso filtri ed elimini gli elementi peggiori? Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale promettendo di rendere incredibilmente più difficile trovare un lavoro da statale? Io no.
Si poteva fare ad Italia appena unita, quando in ogni caso il governo non si faceva problemi a cannoneggiare la folla, mandare l'esercito contro i briganti e deportare quelli a cui non stava bene il nuovo corso degli eventi. Purtroppo all'epoca non avevamo la classe dirigente della Prussia e l'occasione è andata persa. Oggi la classe dirigente viene selezionata in base alla capacità di raccogliere consenso e niente di quello che ha reso la Germania quello che è si può fare con il consenso, tutt'altro.
Giorno e Notte
Drammatologia
Sarete anche di sinistra, ma siete pure un bel po' stronzi, lasciatevelo dire. Comprendo che abbiate Berlusconi e l'acqua privata cui pensare, però dai...
Val più la pratica della grammatica
La smorfia
Fascioforming
Deliri d'onnipotenza
Ma a voi non viene mai da pensare cosa fareste se foste a capo di tutto? Io sì. Mi chiedo: cosa farei io se per 100 giorni fossi a capo dell'Italia? Ma non a capo come Napolitano, ma proprio a capo nel senso che per un anno si fa come dico e non si discute... Carta bianca per 100 giorni e poi a casa.
Non è facile rispondere. Cioè, uno può dire “farei questo e quello”, ma non sarebbe mai sicuro di come va a finire la cosa. Allora ci si pensa con più calma. Ecco cosa farei nei miei 100 giorni a capo dell'Italia.
Abolizione dell'esercito professionale e introduzione della leva obbligatoria di un anno per maschi e femmine. Conversione ad una milizia territoriale. Obiezione di coscienza limitata ai casi di comprovata presenza di una coscienza. Conseguente ritiro dalle missioni all'estero e l'esercito torna a difendere i confini nazionali al di qua dei medesimi, come è naturale che sia.
Blocco di tutte le opere pubbliche a data da destinarsi.
Blocco di tutti gli aiuti di Stato e comunitari.
Blocco dei finanziamenti pubblici ad attività private di qualsiasi genere (partiti, giornali, cliniche e scuole compresi).
Abolizione della Rai (non privatizzazione: abolizione). Azzeramento di tutte le leggi sulle telecomunicazioni e creazione di un libero mercato televisivo e radiofonico.
Trasferimento di tutti i giudici, i magistrati, i prefetti e gli alti gradi delle forze dell'ordine.
Obbligo per i dipendenti statali di lavorare 40 ore a settimana (e non per il doppio dello stipendio).
Separazione tra previdenza sociale e pensioni e contestuale passaggio ad un sistema per cui chi lavora mette soldi da parte per sé e non paga i pensionati attuali.
Abolizione delle province e accorpamento dei comuni più piccoli.
Le tasse devono rimanere il più vicino possibile al contribuente (Comune e Regione) e solo una frazione minima deve arrivare a Roma.
Drastico abbassamento delle tasse.
Legalizzazione di droga e prostituzione.
Scuola. Si torna ad insegnare solo le materie serie: leggere, scrivere e far di conto; italiano, matematica, scienze, inglese, storia, geografia e poi negli istituti superiori le varie materie di indirizzo. Stop assoluto alla fuffa, all'educazione civica, ai giorni delle memorie e a Dio sa cos'altro riempie la testa dei ragazzini al giorno d'oggi. Abolizione dell'insegnamento di qualsiasi religione.
Abolizione del Concordato: gli appartenenti alla gerarchia cattolica sono cittadini come tutti gli altri e le loro proprietà sono fatte della stessa sostanza di tutte le altre, quindi non c'è bisogno di mettersi d'accordo su niente.
Abolizione di tasse e balzelli su carburanti, sigarette e alcolici.
Riduzione del numero di parlamentari nazionali e limitazione delle loro competenze a pochi ambiti, quali la difesa, le emergenze sanitarie e naturali e poco altro. Il resto va alle Regioni e ai Comuni.
Licenziamento in tronco e denuncia per mancata ottemperanza degli obblighi contrattuali di tutti i medici “obiettori”. Se lavorate per un ospedale pubblico, fornite tutte le prestazioni previste; se la vostra coscienza non ve lo permette, apritevi il vostro studio e fate quello che vi pare.
Divieto a chiunque abbia rivestito una carica elettiva di potersi candidare per qualsiasi altra.
Abolizione di tutti i segreti di Stato applicati finora.
Varie ed eventuali dettate dall'estro del momento.
Lo so, lo so che si alzeranno alte le grida e so anche il perché ma non importa. Il primo obiettivo è fare in modo che tutta la popolazione riceva un'adeguata preparazione militare. Non c'è libertà senza la possibilità di difenderla. Secondo obiettivo è eradicare la criminalità organizzata senza leggi o magistrati, ma semplicemente affamandola. Niente più soldi da droga, prostituzione e comunità europea, niente più mafia. Terzo obiettivo: troncare ogni forma di corruzione, che manda in fumo miliardi ogni anno e spesso provoca morti (a causa di costruzioni fatte al risparmio). Poiché la corruzione esiste per lo più negli appalti e nelle opere pubbliche, e per il resto nelle sovvenzioni pubbliche, si smette con tutte queste cose e cessa anche la corruzione.
L'obiezione “ma si perderanno un sacco di posti di lavoro” è sensata. Ma purtroppo per voi quello è proprio l'obiettivo. Far perdere il lavoro a tutti quelli che campano alle spalle degli italiani che lavorano: che sia la Fiat, il direttore di qualche clinica privata o il palazzinaro di un comune di 5000 abitanti. Tutti costoro perderanno il lavoro e smetteranno di succhiare soldi al contribuente. Deve essere così.
Direte “eh ma il sud e i problemi e la disoccupazione”. No, per niente. È ora di smetterla con queste sciocchezze. Basta soldi e lavori pubblici al sud e lasciate che mafiosi e parassiti rimangano senza lavoro. È ora di lasciare che le persone perbene possano costruirsi una vita dignitosa senza dover lavorare per mantenere i parassiti. Direte “eh ma la mafia”. La mafia niente: vi ho appena dato una milizia territoriale, avete le armi e sapete usarle. Arrangiatevi.
Direte “ma la gente che perde il posto di lavoro”. Perderanno il lavoro quelli che vivono di soldi pubblici e questo non è un effetto collaterale, ma uno degli obiettivi. Contemporaneamente però rimarranno molti più soldi in tasca alla gente, che quindi ne avrà da spendere per le cose che interessano davvero.
Direte “ah ma tu sei un neoliberista che vuole che i ricchi diventino sempre più ricchi”. No, per niente. Semplicemente penso che quando lo Stato si fa mallevadore di criminali e corruttori va fermato ed al più presto. Quando lo Stato diventa il modo per vivere alle spalle dei propri concittadini va fermato.
Direte “ah ma all'estero il welfare per tutti gratis”. Sciocchezze. I programmi di assistenza sociale funzionano bene nei Paesi con pochi abitanti, dove le tasse non si allontanano mai dal contribuente e dove il lavoro c'è. Per il resto credete che sia diverso dall'Italia? In Germania vengo decurtato della metà del mio stipendio perché lo Stato ha deciso di finanziare l'industria automobilistica e le banche, mentre io, oltre ad avere un'assicurazione sanitaria privata, devo pagarmi una pensione integrativa perché, grazie alle mirabili politche sociali tedesche, sarà buona appena per comprarmi i pannolini. Nel frattempo però devo mantenere tutti quelli troppo stanchi per lavorare, o troppo impegnati a bere birra o a guardare la tv al plasma, o pagare lo stipendio a quelli che lavorano nelle ONG che “aiutano” i Paesi in via di sviluppo, o pagare la retta agli studenti universitari parcheggiati da qualche parte a bere birra. Se non è chiaro, i soldi delle tasse servono per far arricchire i già ricchi, non penserete davvero che servano a “redistribuire la ricchezza”?
Direte “eh ma guarda in America come sono messi”. Francamente dell'America non me frega niente. Non vivo in America, non sono americano e i due Stati che si fregano o si sono fregati i miei soldi sono l'Italia e la Germania. Qui non è l'America e qui le cose funzionano in maniera diversa.
Se il programma non vi va bene, io resto in carica solo 100 giorni, poi potete tornare a finanziare la mafia e i falsi invalidi quanto vi pare.
D'umanisti e di precari/3
Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte terza ed ultima.
Il fatto che i tradizionali studi classico-umanistici non siano più l'educazione privilegiata dalla classe dirigente moderna, insieme al fatto che essi siano stati scelti per essere la zona morta in cui lasciare chiunque aspiri ad una laurea ma non ne abbia le capacità, ha reso la figura dell'umanista la caricatura di sé stessa.
Potendo chiedere ad un campione scelto a caso cosa intendano per “umanista”, ne risulterebbe la descrizione di qualcuno a cui piacciono “i libri”, che ha a che fare con la letteratura e l'arte (ma non un musicista né un pittore), un po' filosofo ma anche no. I contorni sarebbero cioè molto sfumati ed una definizione coerente non si troverebbere. E questa, fateci caso, è anche l'accusa che viene rivolta agli umanisti: di parlare senza conclusione, di dedicarsi ad argomenti fumosi, di non saper fare niente di preciso. Insomma, quasi sempre le accuse contro gli umanisti sono il riflesso della propria ignoranza riguardo all'umanesimo medesimo: io non so di preciso cosa fai, quindi tu non fai niente di preciso.
Dei problemi che affliggono gli studi umanistici abbiamo già ampiamente trattato. In questo contesto parlo di essi così come essi dovrebbero essere, portati avanti a modino e in via del tutto teorica.
Al contrario di quanto affermato dalla vulgata, gli studi umanistici sono tutt'altro che fumisterie a basso prezzo. Ogni disciplina ha un suo preciso campo d'azione, all'interno del quale agisce secondo metodologie razionali fondate su evidenze fattuali, in base alle quali formulare teorie che diano ragione di una determinata realtà. Che si stia parlando di storia, letteratura, filologia, studi linguistici o artistici, non ci si riferisce mai a studi basati su opinioni. Il problema, semmai, è che i fatti su cui si basano non sono di natura oggettiva, ma prodotti dall'uomo e quindi estremamente soggettivi ed incompleti. Ad esempio negli studi storici le fonti più “parlano” e più si rivelano soggettive. Mentre un ostrakon ateniese ci trasmette informazioni tutto sommato oggettive ed affidabili (datazione, nome dell'interessato al procedimento penale eccetera) ci dice poco o niente del processo; per contro, una fonte letteraria che ci spiega dettagliatamente il processo che ha condotto all'ostracismo di un cittadino ateniese, sarà estremamente soggettiva e inaffidabile e dovrà essere vagliata attentamente. E questo vale anche per le altre discipline, in modi diversi a seconda delle peculiarità di ognuna.
Quindi non è la natura degli studi umanistici ad essere soggettiva (come molti credono), ma la natura dell'oggetto degli studi umanistici. Di conseguenza non è vero che essi sono il terreno dell'opinione e della discussione fine a sé stessa.
Un'altra loro caratteristica è la necessità di una continua interazione tra discipline: un bravo umanista deve sapere maneggiare tutte le altre discipline oltre alla propria (pur con un minor grado di specializzazione): non è possibile studiare una disciplina senza metterla in relazione con tutte le altre: storia, letteratura, filosofia... sono strattamente legate e non si può credere di conoscere l'una se non si conoscono le altre. Questo è particolarmente evidente negli studi di antichistica, dove il confine tra le varie materie è talmente sfumato da essere poco più che formale. Un vero antichista passa senza problemi dalla filologia alla filosofia alla storia alla critica letteraria.
Purtroppo in Italia (o forse anche nel resto del mondo, non saprei) l'idea che ci si fa delle materie umanistiche è di stretta derivazione giornalistica. E quindi è chiaro che al lettore medio sembra ovvio pensare che gli studi umanistici siano il regno dell'opinione, perché il suo modello di umanista è un giornalista che scrive le sue opinioni. Una pseudocritica letteraria che recensisce i libri in base a criteri infantili, la storia riscritta in funzione politica e via dicendo sono tutte creazioni giornlistiche che danno l'idea di essere “umaniste”, ma che non hanno niente a che spartire con il vero studio.
È tuttavia chiaro che difficilmente il cittadino medio potrà mai entrare in un'aula universitaria e vedere in cosa consista un vero dibattito storico o letterario o filosofico e quindi, senza possibilità di confrontare, prenderà per buono quello che legge sui giornali.
Altrettanto chiaro è che gli studi umanistici sono riservati a pochi: non a pochi in senso elitario, ma a pochi in senso di “mercato del lavoro”. Poiché con essi è difficile trovare occupazione ci dovrebbe essere una naturale tendenza ad evitarli, al contrario di quello che accade oggi. Sarebbe necessario filtrare e cercare l'eccellenza, anziché distribuire titoli a piene mani. Ma sappiamo che avviene il contrario.
Infine, la domanda che tutti si pongono è “a cosa servono?”. Domanda cui ogni umanista non risponde nemmeno, e cui ogni non-umanista non trova risposta. Credo che siano tre i campi in cui essi sono utili (logicamente è una divisione di massima, anche perché bisognerebbe prima mettersi d'accordo su cosa sia umanistico e cosa no):
1. Lo studio accademico.
2. La formazione di chi vuole lavorare nel mondo dell'arte o dell'intrattenimento. Una solida conoscenza tecnica di quello che è venuto prima è l'unico modo per poter creare qualcosa di nuovo, sia esso un romanzo, un film o un quiz a premi. Perché i film americani fanno miliardi? Perché chi li fa ha studiato Aristotele e Propp.
3. La formazione dei giovani. Le discipline umanistiche sono come la preparazione atletica nello sport. Servono ad allenare il corpo e a prepararlo, per poi lasciare spazio alla specialità vera e propria. Per la loro specificità, esse preparano all'elasticità mentale, alla teorizzazione, all'astrazione, alla capacità di analizzare un dato da diversi punti di vista. È chiaro come sia necessario eliminare l'assurda contrapposizione con le materie “scientifiche” (contrapposizione tutta ideologica e non fattuale) ed anche ripensare il contenuto specifico di ciò che viene insegnato, perché magari sei mesi di Dolce Stil Novo sono troppi anche per lo studente più diligente.
Credo che in un'ottica di serena integrazione con il mondo contemporaneo, le discipline umanistiche abbiano un loro posto di tutto rispetto e abbiano ancora molto da offrire, soprattutto se gli umanisti cominceranno a capire che non siamo più alla corte dei Medici ma in una società che, pur non venerandoli, potrebbe aver ancora molto bisogno di loro.
(Fine)
D'umanisti e di precari/2
Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte seconda.
Nel volgere di qualche decennio la cultura umanistica è diventata – nell'immaginario collettivo – la sorella disgraziata nella famiglia degli studi. Probabilmente ciò è dovuto a due fattori incrociantisi: essa è stata tradizionalmente patrimonio delle classi sociali più elevate, che l'hanno sempre tenuta gelosamente al riparo da mani impure. Nel frattempo, le classi sociali un tempo inferiori sono uscite da tale condizione e sono arrivate alla “stanza dei bottoni”, nel senso che il mondo contemporaneo non è più retto da borghesi col cappello a cilindro che discutono del De bello gallico, mentre progettano la prossima ferrovia e finanziano la deportazione di qualche decina di migliaia di africani verso le Americhe. Oggidì il mondo è mandato avanti dagli scienziati e dai tecnici, da coloro che sanno creare e gestire le tecnologie moderne e che, per la maggior parte, non hanno avuto la formazione umanistica destinata alla vecchia classe dirigente.
Mi pare che in Italia il mondo accademico abbia compreso di aver perso l'avito prestigio e che stia cercando di riaggiustare il tiro per ridare dignità alle materie umanistiche. Tuttavia esiste una forte tendenza a raggiungere questo obiettivo attraverso mezzi illeciti, cercando di spacciare i corsi umanistici per quello che non sono, e cioè discipline scientifiche. Il modo più semplice è cambiare loro nome: una volta erano “Lettere classiche”, oggi sono “Scienze dell'Antichità”; una volta erano “Lettere Moderne”, ora sono “Scienze del testo letterario”.
Ma questo non è un male, in fondo un po' di belletto non può che render più gradevole il modo in cui si presentano. I dubbi sorgono quando il docente (che purtroppo è il giudice assoluto del proprio operato) cerca anche di portare il contenuto della propria disciplina più vicino a quello dei colleghi fisici e matematici. Tipicamente, ciò passa per il ricorso ai numeri. I numeri – si sa – sono oggettivi e scientifici, ed un foglio pieno di cifre è per forza scientifico. Inoltre, le discipline scientifiche sono anche difficili (perché hanno i numeri) quindi il numero è la strada obbligata per rendere le materie umanistiche scientifiche, oggettive e difficili.
Per esempio, se siete un docente di storia, i vostri esami consteranno di una sequela incredibile di cifre da snocciolare. Liste di eventi da datare, numero di membri del consiglio del principe di turno, numero di catalogo dei reperti degli scavi del sito paleoveneto di Cazzago (VE): c'è solo l'imbrazzo della scelta. La quantità di numeri che si può chiedere è strabiliante e non c'è nemmeno il rischio che ci siano due compiti uguali. Almeno l'esame è difficile? Certo che lo è. Immagazzinare una lunga serie di numeri slegati da qualsiasi significato è difficile, nel senso che ci vuole tempo e dedizione. In più, il docente obbliga a studiare un paio di libri che non si occupano di fornire liste di numeri, ma cercano di spiegare cosa sia successo nel dato periodo, quindi il giovane umanista studia quello che non gli verrà chiesto, mentre gli verrà chiesto quello che non gli è stato spiegato. Comunque, questo genere di difficoltà non favorisce lo studioso, ma lo sciocco. Ora, pensiamo di rimanere 12 ore in una stanza senza fare nulla. Nulla di nulla. Non si suda, non ci si stanca. È difficile passare 12 ore a non far niente? Molto. Ecco, per una mente normodotata imparare a memoria la catalogazione dei cocci di una chiatta vichinga equivale a non fare niente. In questo sistema lo sciocco è naturalmente avvantaggiato, perché è un esercizio che richiede di mettere a tacere il cervello. Ed infatti negli ultimi anni che ho passato io all'università era normale tenere i libri di storia chiusi e imparare a memoria la cronologia che di solito viene messa prima della quarta di copertina.
In questo modo si opera una selezione al contrario che avvantaggia i mediocri ed espelle i migliori: nessuna mente brillante ha voglia di continuare gli studi dopo la laurea in queste condizioni. Mentre le menti ristrette, incapaci di creare connessioni fra eventi e non adatte a mettere in discussione i dati forniti trovano l'humus adatto a proliferare. La cosa si notava particolarmente quando qualche novello dottorando o dottore veniva a tenere seminari o lezioni: anziché portare aria fresca e fornire stimoli a guardare le cose sotto profili diversi, questi giovanotti erano più noiosi dei vecchi docenti, che almeno avevano il pregio non indifferente di essere persone colte e con qualcosa da dire.
Come se non bastasse, alla fine della lunga serie di esami passati imparando a memoria quattro paginette di numeri, bisogna anche scrivere la tesi. Normalmente per un umanista la tesi dovrebbe essere una passeggiata: in fondo ha passato gli ultimi anni della sua vita a leggere libri di storia o critica letteraria o quello che è, sarà in grado di fare lo stesso no? No, perché nessuno gli ha mai chiesto di comprendere quei libri, ma di imparare a memoria delle cifre. Quindi scatta il panico. E le possibilità sono due: il professore buono e il professore cattivo. Il primo è quello che raccoglie attorno a sé numerosi adepti e li usa per le proprie pubblicazioni: c'è bisogno di catalogare i rinvenimenti di un sito oppure di trascrivere un manoscritto medievale oppure digitalizzare la biblioteca del dipartimento? Non c'è problema, lo facciamo fare a chi si deve laureare, gli facciamo scrivere quello che serve, gli diciamo che è una tesi, gli diamo 110, raccogliamo il materiale, lo pubblichiamo a nome nostro ed oplà, ecco che abbiamo il nostro articolo per il prossimo seminario di studi antichi, o per il prossimo numero di “Filologia oggi”, o per la proposta di finanziamento dell'informatizzazione della biblioteca, con annessi fondi. Tanto ai ragazzi che gli frega, quelli finiscono al call centre comunque.
Il professore cattivo invece è quello vecchio stampo. Fa 6 ore di lezione in un semestre, non ha idea di cosa sia successo nell'università italiana negli ultimi 30 anni e come tesi laurea pretende un lavoro in due tomi da 300 pagine che sia la base necessaria a sviluppare il dottorato di ricerca. Che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che la borsa di studio per quel dottorato si sa già a chi andrà a finire. E non siete voi.
Oltre a questo, va ricordato che il lavoro è un corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”. Quindi il docente vi chiederà sempre quanto ci avete messo a preparare un esame. Prima regola, mentire. Allargare. Dilatare. Tre quattro cinque mesi! Quando il mio correlatore mi chiese quanti mesi avessi impiegato a scrivere la mia tesi ed io potei esibire soltanto un misero “9”, mi guardò con compassione e, affranto dal dolore, non disse niente (salvo indicare quali articoli da lui scritti andassero messi in bibliografia). È chiaro che questo discorso andava bene fino a qualche anno fa, quando il vecchio ordinamento era ancora un macigno che pesava sull'università. Magari adesso è diverso.
La conseguenza è che i giovani studiosi assimilano questa mentalità e allora intenzionalmente dilatano il loro periodo di studio per “imparare meglio”. C'è questa idea tra gli umanisti che per sapere di più bisogna metterci tanto tempo. Più tempo, più sapere. Se ci mettete 10 anni a laurearvi, vuol dire che amavate davvero lo studio e conoscete alla perfezione la vostra materia.
Il quadretto non è idilliaco. E nemmeno bucolico, per dirla tutta. Una formazione di questo tipo non può che generare mostri. Mostri tagliati fuori dalla società, giocoforza destinati al precariato perenne, anche se studiavano molto e avevano tutti 30 e lode. Ed è significativo, ma non rassicurante, il fatto che molte persone che hanno successo nella vita, siano sempre state ai margini della vita di studi. Significa che il percorso formativo intralcia i più dotati, blocca i “normali”, manda avanti i mediocri; non stupisce che i furbi si facciano strada e i normali emigrino all'estero.
D'umanisti e di precari/1
Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte prima.
Preludio. In Italia il lavoro – latu sensu – non è l'attività attraverso cui l'uomo ottiene dei beni di vario genere, ma una corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”.
Ciò detto, ospitando l'Italia una società complessa, per ottenere il pane quotidiano l'individuo non si limita a cacciare e piantare il grano a primavera, ma svolge un'attività altamente specifica, in cambio della quale riceve del denaro, in cambio del quale riceve beni.
Orbene, sappiamo tutti che da poco meno di 20 anni esiste il fenomeno del precariato, che colpisce in particolare le fasce più giovani della popolazione lavorativa, e molto spesso le fasce acculturate della medesima. A leggere la stampa informata, l'unica reazione che si sente è il solito piagnisteo di qualche gruppuscolo intento a chiedere al governo di fare qualcosa. Qualcosa che puntualmente il governo non fa, perché i governi più che tassare e fare guerra non possono. E allora si passa al pianto: “sono senza lavoro perché il governo, gli imprenditori, i comunisti, il turbocapitalismo, la massoneria, la Chiesa, la Cina, gli alieni...” che, tradotto, diventa “sono senza lavoro, ma non per causa mia, perché è sempre colpa degli altri.”
Se è vero che il mondo lì fuori non è il massimo, è altrettanto vero che il mondo lì fuori non è mai stato il massimo. Quindi proviamo per una volta a parlarci tra di noi seriamente. Tanto qui non ci legge nessuno e possiamo permetterci di dire quello che vogliamo. Aggiungo solamente che da tutto quello che dico io non mi tiro fuori: il curatore di questo blog è uno come tanti, con una vita come tanti e senza particolari motivi per cui debba ritenersi al di sopra o al di fuori del gruppo sociale cui appartiente. Io vi dico la mia, vedete voi cosa farne.
Come ho già avuto modo di scrivere, nel nostro Paese si è deciso che l'istruzione doveva diventare di massa, cioè non doveva essere accessibile a tutti, ma tutti dovevano accedervi. Per qualche strano motivo, si è deciso che più gente doveva avere la laurea (in nome dell'onnipresente e insulso paragone con l'estero magico e meraviglioso) ed allo scopo si sono scelte le facoltà umanistiche. Quando dico scelte, intendo proprio una volontà attiva: nel corso degli anni si sono rimossi tutti i filtri che impedissero ad una persona qualunque di ottenere una laurea umanistica, a prescindere e dalle sue conoscenze pregresse e dalle conoscenze acquisite. Chiunque può iscriversi ad una facoltà umanistica senza sapere nulla ed uscirne dopo un tempo x senza sapere nulla. Non è un iperbole. È la realtà dei fatti. Ed è il motivo per cui il sentire comune percepisce le facoltà umanistiche come “facili”, luoghi dove si parla tanto e non si conclude nulla, dove si fa “filosofia”, cioè “ci si parla addosso” e via dicendo.
Il fatto è che le discipline umanistiche, di per sé, non sono facili né alla portata di tutti. Non siamo più nel 1869, quando un giovanotto un po' tocco poteva ricevere la cattedra di letteratura greca prima della laurea per aver scritto degli sgangherati pensierini sull'antichità. Sebbene non appartengano alle scienze esatte, hanno fatto propri i criteri di ricerca e studio tipici di quelle materie, grazie ai quali hanno raggiunto dei gradi di serietà e specializzazione sconosciuti fino a 50 anni fa. Quindi, prese per quelle che sono, le facoltà umanistiche hanno una loro dignità e un posto di rispetto tra gli studi accademici. Per loro stessa natura, però, non sono appetibili che ad una ristretta fascia di popolazione. Di gente che vuole studiare davvero filosofia in maniera seria non ne trovate molta in giro, ed è normale che sia così. Come pure certe facoltà, come Scienze della Comunicazione, avrebbero tutto il senso di esistere in un mondo in cui la comunicazione è una parte consistente dell'economia.
Il problema è che si è deciso che in queste facoltà dovevano entrarci tutti e quindi corsi che sarebbero destinati a pochi ma buoni si sono trasformati in una corte dei miracoli dove potete trovare di tutto. Ad esempio la facoltà di Lettere e Filosofia era destinata a chi ha fatto il liceo, possibilmente classico, perché era strutturata in modo da non dover fornire le conoscenze di base per dedicarsi soltanto all'approfondimento. Studiare filologia dantesca o ermeneutica non è un diritto sancito dalla Costituzione, quindi si procedeva a bloccare in partenza quelli senza le conoscenze pregresse adatte. Quando si sono aperte le iscrizioni a tutti, un fiume di persone che non aveva alcuna idea del proprio destino ha varcato la soglia di Lettere e si è trasformato in carne da cannone. Nei corsi più frequentati (quelli obbligatori) i pochi con una formazione classica come me assistevano quotidianamente al massacro di questi poveri giovani mandati contro un nemico più forte, motivato ed armato: la cultura. Per lo più questi disgraziati non capivano l'argomento della lezione – nel senso: non capivano quale fosse l'argomento della lezione; altri non capivano la terminologia usata; altri non capivano i libri da leggere. Ricordo ancora il mio primo semestre, corso di linguistica generale: tradizionalmente destinato ai pochissimi studenti di antichistica, divenne obbligatorio per tutti i partecipanti al concorso di Lettere e Conservazione dei Beni Culturali. Mi sentivo come un soldato a Verdun nel 1916: gente che non studiava italiano dai tempi delle medie costretta a prendere appunti sull'etrusco! Potevo leggere la disperazione nei loro occhi, ma non potevo far nulla per aiutarli. Li vedevo cadere ad uno ad uno sotto i colpi dell'apofonia e della tripartizione della società indoeuropea. Forse qualcuno ha ancora gli incubi pensando al wanaka.
Non tema comunque il lettore. La disperazione di costoro non li ha fatti certo desistere e si è trasformata in rivendicazione di diritti. Esame di latino, obbligatorio per tutti. Il latino a Lettere è come il numero di Avogadro in chimica: è la base minima per poter comprendere tutto il resto. A livello accademico, italiano e latino sono legati così strettametne da diventare inseparabili; non si può parlare di italiano senza sapere latino. Il 99 percento di coloro che tentavano di passare il turno non aveva mai fatto latino in vita sua. Ma ciò non costituiva un problema, perché pretendevano di passare l'esame di latino: siccome loro non lo sapevano, era ingiusto che si chiedesse loro di saperlo e rivendicavano il diritto alla promozione. Il principio era che lo studente passa un esame per il fatto stesso di essere inadatto a passare l'esame. Guardate che non mi invento niente.
Considerando però che l'ordine supremo è quello di promuovere, si sarebbe di fronte ad un bel dilemma. Come può un professore promuovere uno studente che non sa nulla? Difficile, a meno che...
non applichiamo il concetto di lavoro che abbiamo premesso all'inizio al mondo delle facoltà umanistiche. In base alla concezione moralistica di lavoro, lo studente viene giudicato per la quantità di fatica patita sui libri e non per il risultato prodotto. È il sempreverde “com'è bravo, studia 12 ore al giorno, si merita 30 e lode”. In un sistema di valutazione razionale, si considera il risultato, cioè quanto lo studente ha imparato, e ci si disinteressa di quanto ci ha messo per impararlo. Eventualmente, a parità di risultato si ammira chi necessita di un carico di lavoro minore, perché più intelligente o più motivato. Non da noi. Da noi più fatica fai più bravo sei, a prescindere da quanto hai imparato. Si premia l'inefficienza.
È chiaro che in questo sistema la carne da cannone di cui sopra è avvantaggiata al momento della valutazione, perché farà una fatica enorme per passare un esame, rispetto a chi invece ha già delle basi e quindi deve solo approfondire alcuni aspetti. Alla fine chi produce un risultato migliore a costi inferiori viene valutato peggio di chi produce un risultato scarso o nullo a costi elevatissimi. E ancora, guardate che non mi invento niente. Tornando all'esempio dell'esame di latino, si è creato ufficialmente il doppio metro di valutazione: uno per chi non lo sa e uno per chi lo sa. In cosa consiste? Semplicemente, chi non ha mai fatto latino porta metà del programma, gli viene richiesta una conoscenza grammaticale da IV ginnasio e una conoscenza letteraria da I liceo. Chi invece conosce il latino e magari studia antichistica, fa lo stesso esame con lo stesso professore, però viene torchiato a dovere. Va da sé che chi viene da un istituto tecnico farà una fatica immane e non saprà niente, mentre chi viene dal classico farà meno fatica e saprà di più. Ma sul libretto, alla voce “Letteratura Latina”, lo studente che sa meno ha un voto uguale o superiore a quello che sa di più.
In aggiunta a tutto questo, alcune facoltà sono diventate il ricettacolo di chi non vuol far fatica. L'esempio abusato è quello di Scienze della Comunicazione. In ulteriore aggiunta, si sono inventati corsi di laurea apposta per laureare quante più persone possibile.
A questo punto, mentre di certo non si può negare che il mondo è cattivo, gli imprenditori sono cattivi, le leggi sul lavoro sono cattive, è anche vero che un numero enorme di persone sono state spinte a laurearsi a qualsiasi costo andando ad inflazionare una nicchia formativa naturalmente destinata a poche persone. Di conseguenza, chi ha studiato sul serio si è trovato un pezzo di carta in mano, reso inutilizzabile dal numero esorbitante di colleghi non preparati; mentre alla maggioranza degli studenti sono state instillate nella mente aspettative lavorative che non hanno riscontro nella realtà. È inevitabile quindi che al momento di trovare un lavoro, entrambe le categorie si trovino con esigue possibilità di successo e finiscano a fare lavori non qualificati.
Questo non si dice ai cortei contro il governo o alle messe in onore di San Precario, ma è una parte rilevante del problema ed è anche la parte più dolorosa del problema, perché non è bello scoprire a quasi trent'anni che nessuno li fuori ti vuole, se non per scopare marciapiedi e rispondere al telefono.
Sì padrone, grazie padrone
Quelli della mia generazione sono cresciuti nella consapevolezza che il lavoro uno se lo deve cercare, che non importa quanto ci si è laureati, che tanto il lavoro non si fa aspettare. Le cause sono molteplici, ma l'importante è riuscire a capire cosa fare data la situazione reale.
C'è una fazione agguerrita dell'opinione pubblica che incolpa di ciò l'Italia, perché l'Italia non è come l'estero, dove queste cose non succedono e insomma si sa come l'estero sia meglio dell'Italia.
L'estero è grande, quindi è probabile che in qualche Paese le cose siano effettivamente molto migliori che in Italia. Quello che si vede qui in Germania invece non è per niente diverso da quello che c'è in Italia.
Il lavoro a tempo, le partite Iva, i lavoratori a progetto, tutte fattispecie contrattuali assolutamente presenti e che si manifestano nello stesso modo che in Italia: lavoratori dipendenti mascherati da autonomi, oppure lavoratori a tempo. Io stesso sono assunto con un contratto a tempo indeterminato da parte di un'agenzia di lavoro temporaneo, così come la grande maggioranza dei miei colleghi. Abbiamo lo stesso trattamento salariale e contributivo di un normale dipendente, ad eccezione del fatto che possiamo essere messi alla porta senza nemmeno doverci licenziare. Tuttavia, nonostante una legislazione pressoché uguale, il fenomeno del precariato non assume le forme estreme che conosciamo in Italia. Perché?
La cosa fondamentale è la diversa concezione del rapporto lavorativo. Da noi, dare lavoro è considerato un favore nei confronti del lavoratore, un debito morale che il lavoratore contrae nei confronti del datore di lavoro. In Germania, il rapporto di lavoro invece è visto per quello che è, cioè un rapporto di lavoro: il lavoratore lavora ed il datore di lavoro corrisponde del denaro in cambio. Non c'è nessun cascame morale o pseudoaffettivo.
Di conseguenza, quando un lavoratore è assunto come precario, lavora anche da precario: si presenta in ufficio se e quando vuole, produce se e come vuole, non si assume alcuna responsabilità se non quelle minime richieste. Dal canto suo, il datore di lavoro si aspetta esattamente questo. Non è una scelta morale o una strategia da sabotatore. È che funziona così e basta. Se si viene pagati poco e il lavoro non è garantito, non ci si prende troppo a cuore quello che si fa.
In Italia invece il precario lavora come e più del dipendente, nella speranza che il suo ottimo lavoro venga ripagato in futuro con un contratto. Poiché il rapporto di lavoro è inteso come uno scambio di favori, favore è l'essere stati presi, che va ricambiato con il favore di lavorare tanto per poco, che va ricambiato con il favore di essere assunti in regola. Questo nella mente del lavoratore. Nella mente del datore di lavoro, invece, succede che, a fronte dell'enorme favore di aver preso il lavoratore, ci deve essere eterna gratitudine, cioè molto lavoro pagato poco per sempre. Che poi, se il precario lavora come un matto per 800 euro al mese per uno, due, tre anni, per quale motivo il datore dovrebbe pagarlo di più per fare la stessa cosa? Io stesso ho conosciuto ragazzi precari che lavoravano come muli nella speranza di avere un contratto che non avrebbero mai avuto. Oppure si legge di persone precarie da 20 anni (di solito ricercatori o comunque persone altamente qualificate) che aspettano invano di essere assunti. Dopo vent'anni ancora non hanno capito che nessuno li assumerà mai.
Quindi, in Germania c'è una legislazione diversa da quella italiana? No. Sono i datori di lavoro più buoni di quelli italiani? No. Perché allora non sono tutti precari a 800 euro lordi al mese? Perché i datori di lavoro vogliono fare soldi e per fare soldi devono avere persone che lavorano bene e di cui si possono fidare. Un precario non corrisponde a questo profilo e quindi i precari si limitano ad essere o persone appena entrate nel mondo del lavoro oppure persone a cui va bene essere precario in cambio dell'assenza di responsabilità, di orari fissi e degli impegni tipici del lavoratore dipendente.
Invece in Italia i precari piangono, strepitano in piazza, fanno i comitati, ma poi ogni giorno vanno a ringraziare il datore di lavoro offrendosi come manodopera semigratuita. E aspettano. E l'unica cosa che sono riusciti a produrre è “San Precario”, casomai a qualcuno fosse venuto il dubbio che l'Italia non sia ancora il Paese dove si sgrana il rosario di fronte alla Madonna per avere buona salute e raccolto abbondante.
Cavalieri teutonici alle crociate
Nel rapporto tra stranieri, una delle cose più difficili da fare è riuscire a soddisfare i pregiudizi del proprio interlocutore. La prima volta che sono andato all'estero per lavoro è stato davvero estenuante. Un bel giorno – non qui in Germania, in un altra nazione – dovevo andare con due colleghe in un'altra città per una specie di conferenza. Dovevamo andarci con il trasporto pubblico, così ci siamo dati appuntamento di fronte all'ufficio per le 7. Sapete, era tipo la prima settimana lì, dovevamo prendere i mezzi, questo e quell'altro, alle 7 mi presento di fronte all'ufficio. Le due colleghe sgranano gli occhi e guardano l'orologio, meravigliandosi che io sia puntuale. Perché sapete, gli italiani sono sempre in ritardo. E sapete, gli italiani passano ore al bagno. E cantano sempre. Un ragazzo una volta mi ha anche detto che noi italiani siamo anche molto scuri di carnagione. Siccome io in questo bel quadretto non ci rientro proprio, voleva dire non ero italiano. E non c'è stato verso di far cambiare loro idea. Dopo nove mesi, il massimo che ho ottenuto è di essere classificato come “austriaco”. In effetti la mia terra un tempo faceva parte dell'Austria, ma ormai non se lo ricorda più nessuno, quindi...
Tutto questo per dire che il contrasto tra pregiudizio e realtà può essere davvero doloroso a volte, tanto da arrivare a far preferire l'errore del pregiudizio alla verità della reale.
Naturalmente ci sono passato anche io quando mi sono trasferito in Germania. Come tutti gli italiani, vivevo nel mito dell'efficienza tedesca. Questo era per me, come per tutti, un pregiudizio privo di ogni riscontro concreto. Alzi la mano chi non conosce l'efficienza tedesca. Alzi la mano chi può dire su quali basi empiriche si basa.
Premetto che, come per ogni post in questo blog, esprimo un punto di vista soggettivo che non va interpretato come studio sociologico od economico, ma come semplice esperienza di vita. Io mi faccio le cicatrici e poi vi racconto la storia di come me le sono fatte. Sta a voi se crederci o meno.
Quando si arriva in Germania, le prime cose che si notano sono poche. I treni, il sistema di trasporto pubblico, se siete giovani la vita universitaria. Venendo dall'Italia, l'esperienza di queste cose vi dà l'immagine della Germania. E l'immagine è sostanzialmente positiva. Perché è un dato oggettivo che i treni funzionano bene. Il trasporto pubblico è eccellente (la prima volta a Berlino rimasi basito dal sistema integrato U-Bahn/S-Bahn/Tram/Bus, tanto è esteso e capillare). L'università è gratuita, bella, fornita. Questo è il primo impatto. Se ci andate in vacanza, se fate l'Erasmus, è anche l'unico impatto. Se invece vi stabilite più a lungo, lavorate, cercate un appartamento “serio”, inizierete a percepire la vita vera che si vive qui. E l'idea che vi siete fatti all'inizio cambia abbastanza.
La prima cosa che ho capito è che l'ottima impressione che mi ha dato la Germania è dovuta all'apparato pubblico. Mentre da dove vengo io l'apparato pubblico è a ragione – tranne le lodevoli eccezioni – ritenuto improduttivo, corrotto ed inefficiente, in Germania è decisamente migliore. Sostanzialmente la Pubblica Amministrazione non conosce la corruzione endemica e onnipresente che conosciamo noi. Di conseguenza, i suoi atti non sono marcati dall'illogicità costante che si vede in Italia, dove ogni opera è costruita al fine di dare un appalto al corruttore e una bustarella al corrotto. Manca anche l'eterno spirito di ruberia che contraddistingue troppi dipendenti pubblici (chi ha fatto la leva sa benissimo di quale benzina siano pieni i serbatoi degli ufficiali; chi fa la cassiera in supermercato sa bene quale clientela si metta in coda nell'orario di ufficio) è totalmente assente.
Ne risulta un apparato statale che fornisce una serie di servizi i quali, quantomeno, si attestano su una ragionevole capacità di funzionare. Per questo treni, metro e università funzionano bene. Così come le Poste. Sono cose che si notano subito: gli uffici del comune sono aperti, almeno qualche giorno a settimana, in orari tali da favorire chi lavora; gli uffici postali più importanti chiudono anche dopo cena; eccetera eccetera.
Si può dire che il sistema pubblico tedesco, in confronto a quello italiano, sia decisamente migliore. Su una scala assoluta, direi che è si stabilisce sulla sufficienza.
L'amara sopresa invece arriva quando si parla del settore privato. Da bravo italiano, pensavo che se il pubblico funziona così, il privato deve fare faville. La sconvolgente conclusione è che il privato è, dal punto di vista dell'efficienza, a pari livello del pubblico.
Ho imparato che i tedeschi stessi definiscono la Germania Servicewüste, cioè il deserto dei rapporti con il cliente. Mi spiego: il primo impatto che avete con il settore privato è quello da cliente. Ora, in Germania il cliente è un fastidio. Giuro. In quanto cliente, voi state disturbando l'ordine perfetto dell'azienda interessata. Risultato: non vi fila di pezza nessuno. Qualunque bene vogliate, prima lo pagate e poi aspettate che l'azienda sia così gentile da farvelo avere. I tempi e i modi non sono affare che vi riguarda, né riguarda l'azienda. Solo il caso o la volontà di Dio vi recapiteranno il bene; e visto che avete disturbato, abbiate almeno la decenza di tacere. Dopo un anno qui rischiate di diventare idrofobi. Perché nessuno si interessa a voi, vi ignorano o vi trattano da bambini capricciosi. E voi schiumate dalla bocca. Nella catena che porta il bene dal produttore al consumatore i normali intralci che si verificano non vengono rimossi dal produttore in modo che il consumatore possa avere al più presto quello per cui ha pagato, ma vengono ignorati e lasciati perdere perché non svantaggiano il produttore; certo, vanno a detrimento del consumatore, ma questo non è un problema del produttore, che appunto non è il consumatore.
L'esperienza del privato dal punto di vista del lavoratore, invece, infonde in chi ci passa attraverso una fede assoluta. Perché ci vuole veramente fede per credere che qui un'attività economica non fallisca dopo due mesi. Dal capo di tutti i manager all'ultimo dei lavoratori a contratto, sono uno più lento, calmo, inamovibile dell'altro. E completamente disorganizzati. Se c'è una cosa che ho notato, è la costante disorganizzazione del lavoro, scientificamente perseguita e orgogliosamente portata avanti da tutti. La totale mancanza del concetto di ottimizzazione del lavoro, l'assenza assoluta della cognizione del rapporto costo/beneficio. La norma è prefissarsi un risultato e non considerare minimamente se ci sono i mezzi, i tempi e le risorse per farlo, e se i vantaggi offerti dal risultato superino o meno i costi di realizzazione. Alla fine si ottiene certo un risultato, ma se si analizza il modo in cui ci si è arrivati, difficilmente si pensa che ne sia valsa la pena.
In Italia ho avuto esperienza, e nemmeno tanta, di piccole e medie imprese. Tipico. Sono quelle che gli intellettualini da salotto trattano con sufficienza perché il padrone parla dialetto e perché hanno rovinato la secolare cultura della pellagra. Non come in Spagna Irlanda, dove gli intellettualini andavano a fare le vacanze (e che adesso stanno precipitando ai livelli economici dello Zimbawe). Ecco, io la capacità di lavorare che si riscontra nelle PMI qui in Germania non l'ho vista nemmeno per sbaglio al bar. Sappiate che se siete abituati a quel genere di mentalità, in Germania avreste vita ben dura. Al confronto, l'organizzazione che vige all'interno dei capannoni italiani è un gioiello di eleganza ed efficienza da far studiare nelle facoltà di economia. Non mi stupisce che tanti veneti e friulani siano diventati ricchissimi aprendo gelaterie, gente che è partita con due soldi ed ora gira in Ferrari. Vendendo gelati! Perché è ovvio che erano talmente avvantaggiati sul piano organizzativo da potersi mangiare qualsiasi tedesco facesse capolino all'orizzonte.
Probabilmente è una descrizione cui molti non crederanno. Nemmeno io ci potevo credere, ma dopo che mi sono trovato più e più volte a sbattere la testa contro il muro a causa dell'inefficienza altrui ho dovuto cambiare idea. Ho anche cercato una spiegazione e l'unica teoria che sono riuscito a formulare a riguardo è che la Germania sia da poco uscita dal socialismo. Molti pensano che i socialisti fossero quelli ad Est, soprattutto i tedeschi dell'Ovest si beano di questo pensiero. In realtà non è così. A Est erano socialisti nel senso sovietico del termine: c'era una legge positiva che imponeva il socialismo di Stato. Ad ovest invece vigeva un socialismo di fatto, mascherato da capitalismo, dove la protezione statale era talmente elevata da trascendere il campo economico ed entrare nel campo dell'ornitologia, la parte in cui la madre ingozza i pulcini per sfamarli.
Per anni a tutte le categorie di cittadini è stato garantito così tanto da far perdere loro qualsiasi stimolo a migliorare. Il lavoratore non doveva pensare a niente, ogni aspetto della vita doveva essere garantito dal cartello Stato/impresa/sindacato. Cinquant'anni di questo andazzo hanno convinto i lavoratori e i manager che fosse giusto fissare sotto la sedia i blocchi di partenza dei centometri, in modo che alle 17:30 si potesse scattare più agevolmente; hanno convinto i ragazzi che avere un lavoro è un diritto, così come avere la Golf nuova a vent'anni; hanno convinto gli studenti che avere l'università gratis è un diritto, senza tenere in considerazione cosa abbia significato l'università gratis: siccome iscriversi costa quasi niente e garantisce per ogni semestre pagato i mezzi gratuiti e l'assicurazione sanitaria, la gente si iscrive solo per avere i mezzi a un decimo del prezzo normale e l'assicurazione sanitaria pagata senza lavorare. Poiché una cosa del genere è insostenibile, le università stanno iniziando ad alzare le rette, in modo da scoraggiare almeno quelli che si iscrivono per finta (e sono davvero tanti), e così gli studenti universitari, i quali hanno un'università praticamente gratuita, ricevono ogni mese soldi dallo Stato, hanno mezzi gratuiti, alloggi a prezzo irrisorio, cinema e teatri a meno di metà prezzo cosa fanno? Occupano le facoltà per protesta e spaccano tutto, causando danni per centinaia di migliaia di euro, e si lamentano del fatto che la polizia sgomberi con la forza.
Succede poi spesso che un sacco di ragazzi vivano del sussidio di disoccupazione, perché non hanno voglia di prendere un pezzo di carta qualunque che li faccia lavorare. In Germania anche per il lavoro meno specializzato è necessario almeno un tirocinio di due o tre anni che, effettivamente, è uno sbattimento, pensando che puoi guadagnare lo stesso non facendo niente. E indovinate cosa succede? Che c'è gente di 25 anni con lo stipendio di disoccupazione. In Italia conosco un sacco di ragazzi che non avevano voglia di studiare e che hanno cominciato a lavorare presto. Hanno cominciato con poco e ora hanno la loro vita. Non saranno manager, non parleranno l'italiano alla perfezione, ma almeno hanno costruito qualcosa. Sono quelli che gli intellettualini laudatori della Spagna trattano con disprezzo, sono quelli della “dispersione scolastica” che bisogna combattere con l'obbligo di studiare fino a 30 anni. Penso che se queste persone avessero avuto tutto il sostegno economico che c'è qui in Germania, non avremmo mai avuto niente di quello che abbiamo. E penso che se non lavori e non studi e non fai niente fino ai 30, non troverai mai nessuno che ti assuma, nemmeno per scopare i pavimenti, e sarai costretto al sussidio per sempre. Cosa che appunto sta succedendo da queste parti.
È evidente però che la pacchia è finita e da qualche tempo. Non è la crisi del 2008 a farsi sentire, è un sistema inefficiente che ha abituato ad uno stile di vita insostenibile. Le protezioni statali stanno cadendo ad una ad una e gli spazi di manovra per chi pensa di appoggiare le chiappe su una sedia e non fare niente fino ai 60 anni si fanno sempre più stretti. Fino ad ora ci si poteva permettere di fregarsene del cliente, perché di clienti ce n'erano tanti e danarosi. Ma quando, fra qualche tempo, di clienti ce ne saranno pochi e poveri, o cominceranno a leccar loro le chiappe mostrando entusiasmo, oppure chiuderanno. In tutta onestà, se penso a come sono stato trattato da consumatore in questi anni, mi convinco sempre più di affidarmi ai colossi tipo Ikea, Amazon, Ebay nella speranza di far fallire tutti i galletti che mi hanno guardato con il sopracciglio alzato, trattandomi da straccione perché chiedevo il prezzo di quello che compravo. E spero che tutti quelli che occupano dei posti di lavoro non facendo niente da mane a sera vengano presto licenziati, per lasciare posto a quelli – e sono tanti – che di voglia di lavorare bene ne hanno ed in quantità.










