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Dichiarazione di voto

I sette motivi per cui non andrò a votare:

1. credo di aver dimenticato di comunicare al Consolato il mio ultimo cambio di residenza, così non mi hanno mandato le schede per gli italiani all'estero.

2. abito all'estero, non leggo i giornali, non guardo la tv italiana, non sono un attivista politico; ciononostante sono riusciti a rompermi le palle con questi referendum all'incirca 100 volte al giorno. Non so neanche come abbiano fatto. Devono essere usciti dai fottuti muri, non c'è altra spiegazione. Avemo capito, mannaggia la miseria, basta!

3. qualunque movimento politico o culturale che prolifera su Facebook e Twitter è letame. E in vita mia sui cumuli di letame non ho mai visto nascere i fiori.

4. e che qualcuno provi a venirmi a parlare delle rivolte nel Vicino Oriente. Che ci provi. Gli mostrerò che pugni che c'ho nelle mani.

5. i maledetti referendum non possono "abolire il nucleare", non possono impedire "la privatizzazione dell'acqua", non possono mutare l'acqua in vino. L'unica cosa che possono fare è abolire una legge, un articolo di una legge, un comma di un articolo di una legge. 

6. se togli un pezzo di legge, niente - ma proprio niente - impedisce che ne venga fatta un'altra peggiore. 

7. ai seggi non si può fare un ballo lento, non si può fare un ballo forte, non si può fare il gioco della bottiglia, non c'è amicizia, non c'è cortesia. 

Tutti contro i giornali

I giornali diverranno assolutamente inutili a questo scopo [trasmettere informazioni]. Anticipati ad ogni momento dalle ali, veloci come il lampo, del Telegrafo, possono occuparsi soltanto di questioni locali o di speculazioni astratte. Il potere che hanno di fare sensazione, persino  in campagna elettorale, verrà enormemente diminuito, perché l'infallibile Telegrafo contraddirà le loro falsità nello momento stesso in cui le pubblicheranno. 
Anonimo giornalista citato in
J. Gleick, The Information. A History, a Theory, a Flood, London 2011, 145.

La citazione risale alla metà del secolo decimonono, vale a dire più di 160 anni fa, ed è uguale uguale a quello che in molti descrivono come la relazione tra internet e i giornali. Nulla ci dice che debba finire come con il telegrafo, però è curiosa questa secolare ricorsività delle speranze degli uomini nei confronti dei giornali. 

Leggi che diventi grande/1

Questo è uno screenshot preso dalla pagina del mio Google reader.



Le cartelle contengono i feed ordinati per argomento. Ignorate i nomi: se mi sono messo a ordinare i miei feed in cartelle e per argomento significa che quel giorno ero molto molto annoiato. Di fianco ai nomi ci sono dei numeri in grassetto, che indicano quanti elementi non letti ci sono in ogni cartella.

Un semplice colpo d'occhio rivela quali siano le mie priorità di lettura. Leggo con costanza i blog personali; con costanza quasi pari leggo notizie sui videogiochi; poi a seguire perdo tempo con i siti che mi fanno ridere; seguono le notizie su Ubuntu; infine rimangono praticamente intatte le notizie vere e proprie, l'informazione così come la si intende generalmente.

Quel “1000+” – tendente all'infinito – ha lasciato stupito più me che voi. Essendo nato e cresciuto nell'epoca precendete all'internet di massa, sono stato educato a “leggere il giornale”. Leggere il giornale era considerato un atto dovuto per chi si considerasse una persona intellettualmente attiva. Leggere due o tre giornali era prerogativa degli intellettuali veri e propri. Leggere il giornale a scuola o all'università era simbolo esteriore di serietà ed intelligenza.
Sì.
Quando la stampa estera è diventata ampiamente accessibile grazie a internet, mi ci sono dedicato con intensità. In fondo i quotidiani mi avevano insegnato a considerare la stampa estera e specialmente anglosassone la forma sublime di giornalismo. Da un lato mi è stato possibile accedere e comparare un grande volume di notizie di stampa in un arco di tempo ridotto e a costi quasi nulli, dall'altro ho potuto vedere il tipo di lettori e capire in che modo si approcciano alla notizia (quando si legge un quotidiano non è possibile sapere cosa pensano gli altri lettori, grazie ad internet si ha subito un'idea sulle reazioni suscitate da un articolo).

Essendo possibile questa visione accelerata e onnicomprensiva del modo in cui i media funzionano, è anche molto più facile comprenderne le dinamiche che, nel mondo tradizionale, erano così lente e così grandi da rimanere al di fuori del campo visivo del lettore medio quale sono io. Questa triangolazione di prospettiva tra produttori di notizie, fruitori di notizie ed effetti prodotti dalle notizie mette in luce la natura dell'informazione.
Classica è una vignetta che non ha mai
finito di dire quello che ha da dire.

L'informazione è un bene che viene prodotto e viene offerto a chi lo vuole in cambio di un altro bene. È una forma di mercato, insomma. Ma prima che partano i commenti sbroccotronici, vediamo di fare chiarezza. Una considerazione del genere non ha valore positivo o negativo, ma di semplicemente di osservazione.

Ora, se considero la mia pagina di Google reader, non mi sorprende vedere che di fatto non leggo più quotidiani. Per quanti giornali leggessi, non sono mai riuscito a prevedere nulla di importante accaduto nel mondo. Mai. I giornali, pur offrendomi una mole enorme di informazioni, non mi hanno mai offerto notizie significative. Quello che mi vendevano era una visione del mondo: il lettore paga per vedere confermata la propria idea sulla realtà, e questo vale allo stesso modo per il lettore di Repubblica o del Times, per chi guarda Rai3 o FoxNews. Poiché a me non interessa vedere confermata la mia visione del mondo, ma avere informazioni abbastanza dettagliate per potermi muovere, ho smesso di leggere la stampa tradizionale. Ho smesso di girare con 15 quotidiani internazionali sotto il mouse e indovinate? Non è cambiato niente né della mia visione del mondo né della mia capacità di affrontarlo.
Quanti editoriali servono per cambiare
la tua visione dell'universo?

L'informazione è dunque tutta così? No, perché l'offerta è diversa a seconda della domanda. Prendiamo le altre voci dei miei feed. Per usare Ubuntu ho bisogno di consigli e informazioni su come farlo funzionare a dovere, le trovo in quei siti e posso vedere i risultati in pratica. Mi piacciono i videogiochi, che però costano: vado nei siti dove trovo le informazioni giuste per scegliere un videogioco e non buttare via i soldi.

E perché leggere i blog? Con blog intendo quelli personali, amatoriali, non siti commerciali che hanno la forma esteriore del blog. Li trovo altamente informativi perché si pongono all'opposto dei quotidiani, sono esplicitamente soggettivi e si interessano di realtà vicine a chi scrive. Offrono uno spaccato di una realtà così come viene vista dall'autore, mi fanno conoscere libri che val la pena di leggere e film da guardare la sera.

E dove sta lo scambio? Per i quotidiani è il denaro, ma per gli altri? Solitamente, i siti di videogiochi e passatempi mi offrono notizie in cambio di una mia visita, che si traduce poi nel valore degli spazi pubblicitari da vendere. Chi scrive riguardo ad Ubuntu lo fa perché vuole si diffonda l'uso di Ubuntu medesimo: loro mi aiutano ad usare Ubuntu, in cambio io partecipo alla diffusione del “loro” sistema operativo. I blog di solito vogliono in cambio di essere ascoltati e di ricevere dagli altri quello che loro offrono per primi.

Il sito su Ubuntu mi dice “leggimi e troverai consigli su come far funzionare la tua scheda video e su quale lettore multimediale installare”; ma non mi dice “leggimi e poi vai a discutere con Linus Torvalds su quali linee di codice cambiare”. Mentre il quotidiano mi dice “leggimi e saprai cosa sta succedendo nel mondo” quando con le informazioni che veicola non si è in grado di prevedere sconvolgimenti storici come quelli che stiamo vedendo questi giorni in Africa e Vicino Oriente.

Non c'è dolo da parte dei quotidiani. È la nostra società ad attribuire un valore esagerato all'informazione massmediatica; è la società nel suo complesso che insegna il dovere di “leggere il giornale”; è la società che stima chi gira per strada con “due quotidiani sotto il braccio”; è la società che ritiene giusto che la scuola dell'obbligo educhi a leggere i giornali come se da questo dipendesse la loro capacità di interagire con la realtà.

Se le informazioni fossero una mappa, i quotidiani sarebbero gli antichi planisferi: al centro c'era quello che si sapeva già (dove sono la Grecia, Roma, i Parti...) e tutt'intorno gli Iperborei, i leoni e l'oceano sconfinato tra Europa e Asia. Così un antico guardava il planisfero e credeva di sapere come era fatto il mondo, mentre quella roba lì non la usava per muoversi nei territori noti ed in più credeva di star piantando la bandiera dei re di Spagna sul suolo indiano quando invece aveva inzuccato un intero continente di cui non aveva nemmeno immaginato l'esistenza. Però cavolo, quanto si vantava di essere colto...
" 'zzo dici, vecchio?
Sapevano già tutto nel 3000 a.C."

Un buon sito di videogiochi o di trucchi per usare Ubuntu è come gli schemi della metropolitana: un po' di linee colorate che si intersecano. Tu lo sai che la città non ha quell'aspetto, però grazie a quelle linee arrivi sempre a destinazione. Ma soprattutto, non ti sentirai in grado di discutere con l'Amministratore Delegato della Metropolitana per il solo fatto di essere sceso alla stazione giusta.

Lanciafiamme

Star Wars è una cagata pazzesca!

Ma non come l'urlo fantozziano che era liberatorio. È proprio una cagata di film. 

Non è un capolavoro del cinema, è un filmetto di successo che a trent'anni dalla comparsa non si vuole togliere dai piedi, a causa della nutrita schiera di fanboy che non capiscono niente di niente.

Ogni volta che penso alla storia, mi viene l'orticaria. E praticamente metà internet è dedicata a Star Wars. Immaginate quanto tempo passi a grattarmi...

E Leila è arrapante quanto un cotechino il 7 di gennaio.

Un gioco da bambini


Il 2010 appena trascorso resterà nei miei ricordi come l'anno della tecnologia per bambini. Per molti sarà stato l'anno delle prostitute in politica, per altri l'anno dello scontro tra Marchionne e la FIOM, o quello degli studenti che protestano contro la Gelmini.

Per me, è l'anno in cui è divenuta preponderante a livello di massa l'idea che l'efficienza e la bontà di una tecnologia si debbano misurare in base alla capacità di un bambino non ancora scolarizzato di utilizzare la tecnologia medesima.

Sto certamente pensando al touch-screen, glorificato perché alla portata dei fantolini, ma non mi limito a questo: in svariati ambiti è idea diffusa che l'ergonomia debba essere tale da non richiedere alcun apprendimento, se non quello possibile ad un bambino.

Ma cosa succederebbe se tutta la tecnologia umana si fondasse su questo principio?

Innanzitutto, sarebbe difficilissima da creare. Dovendo usare le mani per muoversi. Perché cammineremmo tutti a quattro zampe, visto che quello è il modo in cui i bambini naturalmente deambulano. Ma anche se potessimo usare le mani, avremmo molto poco da fare: un bambino non sa usare il fuoco, non sa scrivere, non sa costruire un riparo per la notte o filare la lana per avere dei vestiti.

Sostanzialmente la civilizzazione è incompatibile con le capacità di un bambino. Per questo motivo servono decine di ingegneri incredibilmente abili e preparati per arrivare a creare un gadget che possa essere usato anche da un bambino in età prescolare.

Che poi in pratica vuol dire una minoranza che possiede le conoscenze può stabilire cosa la maggioranza debba usare, quando e in che modo. E finché si tratta del sottoscritto che non può vedere un video di YouTube sul famoso tablet perché l'applicazione dedicata non lo consente, non è neanche un problema. Ma in un mondo in cui l'alfabetizzazione ormai coincide con il saper usare un computer anche nel lavoro peggio pagato, glorificare l'analfabetismo non mi pare la più saggia delle decisioni.


Eroe del nostro tempo

Fermi tutti. Mi sono informato e scopro che Assange sta diventando un eroe moderno per i motivi sbagliati. Tutto questo ciarlare di libertà di informazione sta nascondendo la vera ragione della grandezza di Assange. Dobbiamo ristabilire la verità.

Premetto che non condivido necessariamente le azioni dell'uomo dal capello bianco, ma gli riconosco di avere cojones.
... e un gancio per le teste dei mostri

Tutto comincia quando il biancocrinito vola in Svezia. Va a un convegno dei socialdemocratici e conosce una signora appartenente a tale partito. Una nota femminista. Ora, fate bene attenzione, perché una socialdemocratica femminista svedese è una che non scherza per niente quando si tratta di maschi, è una seria veramente. In più questa particolare femminista svedese – se non ho capito male – ha scritto un libro in cui spiega che le donne devono vendicarsi degli uomini. Un peperino da antologia.

Quando lo viene a sapere, il biancocrinito proclama “sfida accettata!” e lo stesso giorno se la porta a letto, sussurandole “chi è che si vendica eh? Chi è che si vendica?” Non contento, al medesimo convegno, conosce un'altra donna, e il medesimo giorno si porta a letto anche lei!

Solo che l'avevano avvertito, guarda che in Svezia c'è una legge per cui se hai rapporti sessuali e non indossi il preservativo contro il volere o all'oscuro della compagna commetti un reato penale. E senza indugio, il nostro ha proclamato “sfida accettata!” e con entrambe le signore si è prodigato in una illecita cavalcata a pelo, in ispregio della legge e delle femminste svedesi.

Poi c'è la questione dei messaggi segreti delle ambasciate americane. La perdita dei documenti era un fatto noto alle autorità, di cui si sa anche il responsabile, un soldato che è stato chiuso in un cella la cui unica chiave è stata inserita nel prossimo programma spaziale per la conquista di Marte. Questo disgraziato non se lo è filato mai nessuno, nemmeno so come si chiami, ed è destinato a marcire in gattabuia ignorato anche da sua madre.

Assange si è trovato in mano questi documenti, in cui si dice che in Iraq c'è la sabbia, in Russia bevono la vodka e dai quali si evince che gli americani non hanno ancora capito che quando in Italia uno ti confida che il capo è stanco per colpa dell'attività sessuale è un complimento e una fanfaronata, non un dispaccio segreto. Monta un hype a riguardo che nemmeno ai tempi del Segway, pubblica sta roba inutile e basta, diventa l'immagine della libertà del giornalismo e adesso si trova con le polizie di tutto il mondo che lo cercano. Ma non per i documenti segreti: per aver trombato senza preservativo!

È chiaro dunque che quest'uomo è un genio, è un troll talmente perfetto da scavalcare gli argini della trollitudine e ascendere all'empireo dei grandi di questa Terra. Purtroppo verrà ricordato come un difensore della libertà o come il nemico pubblico numero uno, ma probabilmente anche questo era il suo piano da troll.

Iniziano ad essere fastidiosi

Ieri volevo guardarmi una puntata di Glee e invece ho trovato uno stormo d'aquile:



Non mi preoccupo, è già successo. Basta aspettare uno o due giorni e tutto torna come prima.

La mia idea a riguardo è molto chiara. La legislazione sul diritto di copiare è il tentativo da parte dei produttori di copie di mantenere o espandere per mezzo della forza di polizia un mercato dal quale non sarebbero altrimenti in grado di ottenere i ricavi voluti. Non dovrebbero esistere né leggi né azioni coercitive dello Stato che impediscano al singolo di usufruire di una tecnologia solo perché 30 anni fa questa tecnologia era molto costosa. Libero mercato.

Così come non esiste una legge che impedisce di prepararsi le lasagne in casa al fine di proteggere i guadagni dei ristoranti, ugualmente non dovrebbe esistere una legge che impedisce di copiare dei file multimediali al fine di proteggere i guadagni delle aziende che copiano file multimediali.

Non so come andrà a finire, ma non credo che la mia posizione prenderà il sopravvento. Storicamente quest'idea ha sempre perso nel mondo occidentale capitalista. Nei sistemi capitalisti il libero mercato è sempre stato soppresso a favore degli interessi del più forte. Si è cominciato agli albori della rivoluzione industriale, reinventando il concetto di proprietà privata e creando la polizia che difendesse questo nuovo diritto, e non ci si è più fermati: ogni volta che un'entità economica ne ha la possibilità, chiama in aiuto lo Stato per chiudere il mercato e mantenere una posizione di privilegio.

Una cosa in cui il capitalismo è sempre stato dieci passi avanti ai propri critici, soprattutto quelli di matrice socialista, è che i capitalisti non sono filosofi. Data la realtà, cercano di trarne vantaggio economico e di pianificare l'azione coerentemente alla realtà stessa. I suoi critici invece rifiutano il confronto sulla realtà ed elaborano teorie fondate sull'assunto che il capitalismo, essendo cattivo, morirà. Così in teoria il capitalismo sarebbe dovuto estinguersi circa 150 anni fa, ed in teoria il socialismo avrebbe dovuto portare pane, pace e uguaglianza. Infatti...

Nei Paesi capitalisti la classe dirigente ha imparato a chiamare “libero mercato” il controllo del mercato da parte dello Stato a suo favore, e a chiamare “socialismo” qualsiasi cosa su cui non abbia messo le mani. Dall'altra parte, siccome sono farlocchi, se la sono bevuta da farlocchi quali sono e così loro non vogliono il “libero mercato” dei capitalisti, vogliono le regole e vogliono l'intervento statale. Solo che lo Stato è in mano al più forte, cioè ai ricchi, che così possono fare il bello e il cattivo tempo.

Coerenza tra pianificazione e realtà: il potentato pianifica il vantaggio economico attraverso la forza dello Stato e lo ottiene. Invece la sinistra (latu sensu) lancia anatemi contro il nemico dei potentati, il libero mercato, e chiede l'intervento statale contro quelli che stanno a capo dello Stato. Il risultato è la bocca a O di fronte al manganello della polizia mandata a difendere il “libero mercato” pagato coi soldi delle tasse.

Per quanto riguarda il copyright sta succedendo lo stesso. La polizia viene mandata a sopprimere il libero mercato delle copie a vantaggio delle posizioni di rendita dei maggiori attori economici, mentre quelli contrari ragionano come se la realtà procedesse secondo i loro desideri e discettano sulla fine imminente del modello economico fondato sull'obsoleto copyright.

La realtà sembra dire qualcosa di preciso. Fino a dieci anni fa era possibile fare una copia di un prodotto multimediale o la fotocopia di un libro senza particolari problemi. Oggi invece è vietato per legge, e non solo. Chi compra un prodotto multimediale, o anche una console per i videogiochi, acquista la mera licenza di utilizzo, che è revocabile. Condividere file protetto da copyright sta diventando un reato penale. Anche l'idea di scaricare gratuitamente da internet sta lentamente tramontando: usare il p2p è un azzardo. Magari non in Italia, ma in altri Paesi le citazioni in giudizio arrivano, così come le multe salate, anche allo studente squattrinato. Per abbassare il rischio i più accorti sono passati ai sistemi di download diretto, ma per quelli si paga. Addio scaricare gratis.

In compenso servizi come iTunes, che fanno pagare di più per avere meno di quello che si trova gratis, macinano milioni. Colossi come Amazon vendono libri elettronici e poi, ogni tanto, decidono che il libro che avete regolarmente pagato deve essere cancellato dal vostro Kindle.

Non vedo all'orizzonte un drastico cambiamento di rotta. Chi è contrario al copyright ricorre ad argomenti che non hanno presa nella realtà e muovendo da presupposti che sono solo teorici. I gradi attori economici ottengono, qui ed ora, che il mercato venga strozzato in loro favore e, sullo sfondo, la litania dello Stato che deve regolare il mercato offre il quadro ideologico alle major.

Perché non si può predicare il controllo statale del mercato e poi lamentarsi che la polizia persegue chi viola le leggi che controllano il mercato.

Profilazione di massa

Notoriamente il web 2.0 è un apparato di controllo attraverso cui il turboliberismo socialista intende monitorare i pensieri delle persone per poter vendere loro tutto quello che si può vendere e renderle schiave, creando in questo modo miliardi di poveri senza lavoro che posseggono tutto quello di cui hanno bisogno ed anche di più.

Ma come ci riescono? Sto cercando di vedere come funziona il mio monitoraggio (che è in atto ed è innegabile).

Io faccio ampio uso di Amazon. Amazon conosce il mio vero nome, il mio indirizzo, gli estremi del mio conto in banca, l'e-mail, il mio numero di telefono, i miei gusti, le mie preferenze; sa che ho una Xbox360, sa che ho una bicicletta, sa che mi piace leggere un certo tipo di libri e non altri. Sa tutto di me ed ha tutte le conoscenze necessarie per craccare il mio cervello.

Come? Per mezzo dei “suggerimenti”. Come funzionano? È una metodologia geniale nella sua malvagità. Allora, se io – per dire – compro The Bonfire of the Vanities di Tom Wolfe, Amazon, per mezzo di un algoritmo proprietario e dell'abilità dei suoi psicologi comportamentisti, mi suggerirà tutti i libri di Wolfe. E poi tutti i libri su Wolfe. È o non è un distillato di malvagità liberal-socialista?

Poniamo che io compri, oltre a questo, due libri di due autori prolifici, chessò? IT di Stephen King e Il porto delle nebbie di Simenon. Le prime 30 pagine di suggerimenti di Amazon mi mostreranno esclusivamente i libri di Wolfe, King e Simenon, più i libri su di loro.

Cosa si può fare di fronte a tanta cattiveria? Rivolgersi ai veri cattivi: Google. Si sa che il piano per conquistare il mondo da parte di Google è preparato nei dettagli. Loro offrono servizi gratuiti, in cambio vogliono l'anima degli utenti. Quando avranno raccolto abbastanza anime, formeranno un esercito di immortali con il quale marceranno su Washington, Mosca e Pechino e le conquisteranno.

È tutto vero. Grazie al mio account di Google tengo in piedi il blog, ma utilizzo anche Google Reader, l'aggrumatore di feed che ha una funzionalità splendida: nella versione inglese si possono leggere i cosiddetti recommended items, cioè una selezione di articoli presi da vari blog e siti che provoca immediata dipendenza.

Google attraverso la mia webcam opera uno scanning della retina, risale il nervo ottico fino al cervello e da lì riesce a studiare i miei pensieri e a modulare l'offerta di recommended items. Inoltre, se si fanno delle ricerche su Google mentre si è collegati al proprio account, Google stesso elaborerà le query e il giorno dopo Google Reader vi offrirà una serie di letture che vi constringeranno a offrir loro la vostra anima.

Nel mio caso, una sera ho cercato negozi on-line di biciclette in Germania. I due mesi successivi, Google Reader mi ha bombardato di articoli in tedesco che parlavano di downhill e ricambi da 5000 euro l'uno.

Poi c'è il sito della CIA, quello dove ci si iscrive con il proprio nome e con la propria foto e dove si raccontano le proprie vite, in modo che il Presidente degli Stati Uniti possa rubare la ricetta segreta della peperonata della nonna. Lì si vede la mano dei veri professionisti, la capacità di cogliere i punti nodali dei network sociali più importanti, l'abilità di scoprire le connessioni laddove esse sono celate. Se Tizio conosce Caio e Caio conosce Sempronio, allora Tizio e Sempronio si conosceranno di certo. Oppure un altro metodo è quello di far scorrere all'ignaro utente la rubrica della propria casella di posta elettronica e chiedergli se conosce qualcuno dei contatti che lui stesso vi ha inserito.

E così io ho liste e liste di gente che secondo la CIA è mia amica, gente che non ho mai visto, gente da altri continenti e con la quale mi dovrei tenere in contatto. Una volta mi è stato consigliato di mandare un messaggio a Frau Angelo, che era tanto tempo che non la sentivo.

L'orrore del web 2.0, la cattiveria, la mefistofelicitevolezza del neosocialismo liberista che dispiega tutta la sua potenza. Tremate e pentitevi, combattete e siate pronti a resistere, stanno per conquistarci.

[no seriamente, le cose sono due: o questi metodi in realtà non funzionano; oppure questi metodi funzionano perfettamente con tutti gli altri e non con me, quindi io sono statisticamente marginale, cioè socialmente disfunzionale. Ma siccome i tre esempi che ho portato condividono tutti lo stesso enorme successo planetario, il cerchio si restringe. Merda.]

Smetto quando voglio

Nel blog del Dr. Manhattan ho scoperto che Enrico Brizzi ha pubblicato un libro. Mi ci è voluto un po' a capire chi fosse Brizzi, poi Google in 0,678 secondi mi ha detto che è quello di Jack Frusciante. Ooocchei.

Il libro esce e di cosa parla? Del Berluscone. Perché Berluscone è talmente avanti da essere diventato un genere letterario a sé (uno scrittore può campare scrivendo polizieschi, o horror, o poesia erotica, oppure scrivendo di Berlusconi. Un caso unico). I topoi ci sono tutti: il palazzinaro, la televisione, Drive-in e tutto quello che fa da contorno. Ora che sappiamo di cosa parla, cosa ci insegna questo libro?

Una verità molto triste. Che nel nostro Paese coloro dai quali ci si aspetterebbe una maggiore apertura ed un più ampio progresso intellettuale sono in realtà quelli che meno vedono e meno sanno del mondo.

Consideriamo l'idea secondo cui Berluscone ha formato... no, deformato l'immaginario e la cultura italiani per mezzo delle sue tv. Soltanto una persona che abbia guardato esclusivamente Finivest/Mediaset può dire una cosa del genere. La televisione italiana trasmette esattamente gli stessi programmi che si vedono in tutti gli altri Paesi democratici/capitalisti. Usa, Uk, Francia, Germania. Anzi Berluscone ha portato in Italia negli anni 80 quello che in America aveva avuto successo durante il boom del secondo dopoguerra, niente di che. C'era un territorio vergine e lui ci è arrivato per primo vendendo patacche dismesse.

Questo la dice lunga. Tutti che guardano fissi Berluscone e la tv, non voltano mai la testa, e poi si lamentano che Berluscone e la sua tv sono dappertutto e controllano tutto. Ma se solo voltassero la testa di 90 gradi, scoprirebbero un mondo intero a cui di Silvio non interessa nulla.

Perché se passi il tempo a rincorrere Berluscone, Berluscone sarà sempre più avanti di te per definizione. Abbiamo internet? Sì. Come lo usiamo? Scrivendoci sopra i commenti a quello che si è visto la sera prima in tv!

Non se ne perdono un minuto: Santoro, Fazio, Saviano, Minzolini, Vespa, tutti tutti tutti i programmi si guardano, dal primo all'ultimo, poi ne scrivono sul blog, poi taggano su Facebook, poi ripostano su Tumblr, infine discutono su Friendfeed. E alla fine commentano: eh in Italia c'è la videocrazia signora mia, comanda tutto la televisione. Se avessimo la banda larga, allora sì che staremmo meglio.

Sì, ma se si provasse un po' a spegnerla? Se si provasse un po' ad usare internet per vedere di cosa discutono, per esempio, negli altri Paesi? A cosa serve internet se poi si legge Repubblica.it o il Corriere.it?

È vero che all'estero la televisione non è un fenomeno così pervadente, ma non è dovuto al fatto che sia intrinsecamente migliore della nostra. È solo che le persone con un livello culturale medio non la considerano. Sanno che la tv produce principalmente liquami tossici, sanno che è intrattenimento a basso costo per le masse e basta, non la guardano. Non stanno tutti i giorni incollati alla tv per poi lamentarsi della tv; non fanno i sociologi da blog; non vanno in giro come i monatti a raccogliere i cadaveri dei lobotomizzati.

Abitando in Germania non vedo la televisione italiana, ma sono sempre al corrente di quello che trasmettono, perché la blogosfera italiana non parla d'altro. Ne parla magari male, ma ne parla. Su YouTube si trovano i video dei programmi. C'è gente che registra i programmi, poi li converte, li edita e li carica su YouTube. Fatica e sforzi e (presumo) fegati grossi a quale scopo?

Perché io voglio la banda larga per guardare Ballarò, vero? Per guardare Bersani in bassa risoluzione?

Internet offre la libertà di esprimersi e creare a poco prezzo. Ebbene, al netto degli sciroccati, di quelli che prevedono la fine imminente della qualunque, cosa rimane? Quelli che parlano male di Berluscone e quelli che parlano male di quelli che parlano male di Berluscone.

È un'ossessione. Eppure sarebbe così facile: smettere di guardare la tv libera la mente, libera connessioni neurali e libera dal fardello di guardare compulsivamente la tv per poter accusare la tv di controllare i cuori e le menti degli italiani.

Musica, e sai cosa ascolti

Quand'ero adolescente era tutto più facile. La musica. C'era la radio, MTV, gli amici e qualcuno più grande, per i più eruditi anche le riviste. Era così che si conoscevano i gruppi e i cantanti. E quindi non c'era molto tra cui scegliere: il giro di amici sbagliato e il gusto musicale si riduceva a qualche brano da discoteca o poco più.

Tanto, anche se avevi gusti raffinatissimi, i CD dovevano pur essere comprati. Che sembra banale, ma se non abiti a Milano il negozio di dischi non offre chissà quali eterodossie.

Era un mondo più semplice, era sufficiente avere l'accidente di ascoltare qualcosa che sarebbe stata importata in grandi quantità l'anno dopo ed già eri fuori dalla corrente e ti sentivi escluso o ribelle, a seconda della disposizione d'animo.

Non come oggi con internet e gli mp3, scelta infinita, musica infinita e gratuita senza dover nemmeno mettere la giacca e uscire di casa, signora mia...

Gli è che tutta questa scelta, tutti questi generi, tutti questi artisti fanno confusione, se fossi adolescente oggi non saprei cosa ascoltare. Insomma, posto che la libertà è inutile e dannosa, cosa consigliare ad un giovane musicofilo per orientarsi in questo girone infernale? Come distinguere il valore dall'operazione commerciale? Come capire cosa vale e cosa provoca orrore?

Personalmente applico dei parametri molto rigorosi, che mi permettono di scremare e operare una scelta seria e consapevole. Essi sono:

  1. L'artista deve appartenere al genere con il quale si ha piacere di avere relazioni di natura intima.
  2. L'artista deve suscitare alla vista desideri sconci e impudichi.
  3. L'artista deve avere un look provocante e sopra le righe.
  4. Le canzoni devono essere sufficientemente note da poter essere facilmente trovate nei principali canali di streaming, come YouTube o Grooveshark.
  5. Gli album devono facilmente essere reperibili su Megaupload, Rapidshare e simili.
  6. Le canzoni devono mettere allegria in situazioni come la metropolitana affollata, i fogli excel sullo schermo, amici e colleghi che parlano di politica eccetera.
  7. La musica deve far muovere il piedino o la testina.

Andiamo nel concreto. Dovendo operare delle scelte, come si procede? Nel mio caso, ecco una possibile alternativa che mi si para davanti al momento di riempire il box di ricerca su Filestube.com (da non confondere con Findtubes.com, di cui parleremo magari un'altra volta).

Nicole Scherzinger

Uno famoso

Applicando la tabella di cui sopra, ci troveremo facilmente fuori dagli impicci, perché il punto 1 ci fa scegliere in favore di Nicole Scheringer.

Ma proviamo con una scelta più difficile:

Christina Aguilera

Patti Smith

Altro che difficile... Basta arrivare al punto 2 che già abbiamo operato la scelta migliore.

Questo metodo è in assoluto il migliore ed il più economico. Anche se i sette punti coprono tutte le possibilità, difficilmente si va oltre il punto 3, qualche volta il 4, ma molto di rado.

E per quelli che stanno ridendo: questo post non è ironico.

100 lire


In effetti non so quanto l'interuebz sia specchio o campione della popolazione, quindi evito sempre di formulare giudizi generali in base a quello che leggo in rete. Però mi pare di notare che qualsiasi argomento generi una polarizzazione che si tramuta in scontro e lo scontro si tramuta in zuffa e alla fine non si sa più di cosa si parla.

Prendete il fatto di andare all'estero. Da un parte ci sono quelli che bisogna lasciare l'Italia che è il posto più schifoso del mondo non come qualunque posto basta che non sia qui io vedo come va ma se non cambia io me ne vado.

Dall'altra ci sono quelli che ma manco per niente è tutta fuffa noi siamo migliori di tutti e quelli che se ne vanno ci fanno solo un favore che come l'Italia non ce n'è nessuna.

Ai miei tempi andare a studiare all'estero o andare a lavorare in giro per il mondo era considerato un privilegio e, soprattutto, una cosa bella. Ci si sentiva fortunati.

Io mi sento ancora così. Sono anni che lavoro o vivo con persone da tutto il mondo, dal Giappone facendo tutto il giro fino agli Stati Uniti. Mi sento un po' un privilegiato, perché so che tanti mi invidiano e vorrebbero essere al posto mio. Non mi sento un martire dell'oppressione italica, non mi sento un cervello in fuga, non mi sento in fuga.

È vero che andando in giro ho capito che l'Italia non è il peggior luogo del mondo. Bisogna essere onesti quando si formulano giudizi: ci sono posti dove si sta davvero peggio, dove si fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, cose che in Italia ci siamo dimenticati 60 anni fa. È un'offesa a chi sta male frignare su come si sta in Italia. E poi non è neanche vero che le nazioni dell'Europa ricca siano così migliori dell'Italia. Per molti aspetti lo sembrano, ma se si cambia la prospettiva la realtà si dimostra un po' diversa.

E mi dispiace che le discussioni spesso prendano delle pieghe incomprensibili, tra coloro che usano il loro status di “expat” come rivalsa sulle angherie subite alle superiori e coloro che gettano acido su tutto quello che sta loro intorno.

Qualche mese fa ho conosciuto un americano che lavorava per una ONG in Bielorussia. Quando il governo bielorusso ha espulso diplomatici e ONG americane, ha dovuto lasciare il Paese insieme alla moglie bielorussa. Si sono trasferiti in Lituania. Quando mi raccontava queste cose, si è forse lamentato? Ne avrebbe avuto motivo? Probabilmente sì, essere cacciati da un Paese non deve essere una bella cosa. Ma lui no, non si è lamentato. Semplicemente, mi ha detto che a lui piace vivere in Lituania perché, come ogni volta che si arriva in un Paese nuovo, anche i gesti quotidiani non sono più scontati: dove non si parla la lingua, persino fare la spesa diventa una piccola avventura.

Personalmente preferisco mantenere questo spirito, quello che avevo la prima volta che me ne sono andato a zonzo. Godermi la situazione così com'è e, quando non sarà più di mio gradimento, cambiare e cercare qualcosa di meglio. In Italia, in Germania, alle Galapagos o dove sarà.

Vi dico un segreto però: quando leggete dei geni finalmente compresi, non crediate che in realtà stiano facendo chissà che cosa. Nell'azienda dove lavoravo prima Logistics Manager era il ragazzo che si occupava del lavoro “pesante”, cioè di sedie, scrivanie, lampadine, cavi e monitor. Era finito lì dopo aver combianto qualche casino. Capitemi, il suo lavoro serviva a mandare avanti la baracca, però Logistics Manager suona di un bene che se lo sentite pensate ad uno yuppie con il megaufficio e le segretarie in bikini e invece era un tipo bassetto con i guanti da lavoro infilati nella tasca posteriore dei pantaloni.

E un'altra cosa: più o meno dappertutto la gente si assomiglia. Non ci sono più imbecilli qui o lì, la maggior parte delle persone è impegnata a tirare a campare senza rogne, come voi e me, e alla fine ognuno è diverso dall'altro e non c'è modo di sapere come, finché non lo si è conosciuto.

Tranne i tedeschi che portano le birchenstoc coi calzini.  

M'avanza un Colosseo

Da qualche settimana sto combattendo, come mi accade ciclicamente, contro un negoziante che ha cercato di imbrogliarmi in maniera puerile, una truffetta di così bassa lega che non so neanche perché ci abbia provato. La mia pazienza in questi casi ha raggiunto ed oltrepassato ogni limite, soprattutto perché, come quasi tutti, vivo del mio stipendio e anche la truffetta da poche decine di euro pesa sul bilancio.

Poi stasera mi arriva questa mail da parte di uno dei grandi capitalisti cattivi, la grande distribuzione che uccide le realtà locali, che sono tanto buone e ti fanno anche i grattini sulla schiena:

On 08/29/2010 06:53 PM, Amazon.co.uk Customer Service wrote:

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Il punto non sono le 5 sterline. Il fatto è che io ho preordinato il tal gioco che sarebbe uscito il 27 agosto. Il 26 agosto mi comunicano che è stato spedito e il 28 agosto (un giorno in più perché il pacco viene dal Regno Unito) mi viene recapitato a casa. Dopodiché, senza che io faccia niente, mi rifondono di 5 sterline perché di sì, perché nel frattempo avevano abbassato il prezzo ancora.

Dove credete andrò a comprare la prossima qualunque cosa mi serva?



TV Tropes


Siccome per il fine settimana di Ferragosto sarete tutti in vacanza; siccome, per evitare di cadere in depressione a causa dell'elevato numero di parenti e della crisi di astinenza da ufficio, vi collegerete a internet con qualsiasi apparecchio elettronico possibile; siccome tutti gli altri blogger saranno nella vostra stessa situazione e nessuno aggiornerà il proprio blog e non ci sarà niente da leggere; siccome dunque l'internet italiano dimostra di essere uguale a quell'Italia sempre uguale dagli anni '60 ad oggi, e per questi giorni diventa un buco nero in cui tutti sentono il bisogno di non fare assolutamente niente, come se Ferragosto fosse la fusione dello Sabbath ebraico e del Ramadan islamico.

Insomma, se siete lì in spiaggia col vostro Aifon e non sapete come arrivare a sera, vi consiglio un sito imprescindibile (è in inglese, ma è un buon motivo per imparare l'inglese): tvtropes.org.

Avvertenze: vi deve piacere il cazzeggio e vi deve piacere la cultura pop. Se queste cose non vi interessano o se, al contrario, siete tra coloro che, con monocolo e pipa in bocca, discettano con grandi parole sulla valenza iconoclastica dell'ennesimo reboot dell'ennesimo franchise dell'ennesimo eroe in calzamaglia, non fa per voi.

In poche parole, il sito tratta i luoghi comuni, i topoi narrativi, le tecniche di costruzione di film, telefilm e videogiochi. In maniera più o meno scanzonata, dissezionano un telefilm e ne espongono la struttura portante (rendendo visibile il lavoro “manualistico” che sta dietro alle opere di intrattenimento).

Come molti altri siti di questo tipo (ad esempio, Serialmente in Italia) tvtropes.org ha iniziato parlando di Buffy the vampire slayer, man mano allargandosi ad altri telefilm, poi ai film e poi a tutto.

Io ve lo consiglio: ce n'è per tutti i gusti e crea altissima dipendenza. L'altro giorno sono partito dalla pagina ISO Standard Human Spaceship e poi ciao, mi sono perso nei meandri delle flotte spaziali e non ne sono uscito prima di notte fonda.

Sapevatelo.

Ci si può depilare con un post-it?

In quanto giovani adulti degli anni '70, i genitori degli anni '80 erano terrorizzati dalla droga (eroina assunta per via endovenosa soprattutto) e tutti noi bambini di allora abbiamo ricevuto una fortissima educazione alla prevenzione, allo stare lontani dagli spacciatori e dagli sconosciuti che distribuivano droga gratis.

Inevitabilmente, quand'è venuto il momento di affrontare da soli il mondo, non avremmo saputo riconoscere uno spacciatore nemmeno se ci avessimo sbattuto contro. Inevitabilmente, eravano del tutto impreparati ad affrontare la questione droga, uso, abuso, dipendenza eccetera. Credo sia per questo che al giorno d'oggi c'è gente fulminata nel cervello che non si considera tossicodipendente perché non si infila un ago in mezzo alle dita dei piedi nei bagni della stazione.

Lo stesso sta succedendo con quelli che hanno orchestrato la campagna dei post-it sulla bocca. Stanno facendo un quarantotto per una legge che verrà, mentre è ormai da anni in Italia la magistratura e la polizia possono chiudere un sito praticamente per sempre a totale discrezione loro, senza processo e senza difesa.

Della cosa se ne sono sempre fregati tutti, perché all'inizio erano misure contro i terroristi islamici i pedofili: tradotto, riguardavano qualche immigrato con le pezze al culo e qualcuno che era considerato talmente rivoltante da non meritare alcuna protezione, nemmeno quelle richieste dalla Costituzione.

È bastato lasciare tempo al tempo e si è arrivati al punto che se uno sciroccato qualsiasi con qualche contatto “importante” vi querela, il magistrato che si occupa della questione decide che il vostro blog, tutto e per intero, deve essere chiuso e fa in modo che il vostro servizio di hosting stacchi la spina.

Mentre quelli che si lamentano del fatto che una legge voglia rendere obbligatoria la rettifica dei contenuti bla bla bla, contemporaneamente è pratica abituale che i blog vengano fatti chiudere senza processo e senza condanna. Nel silenzio generale. Senza post-it.

Ora, nelle questioni giuridiche non metto parola, non mi compete. Però due cose mi paiono chiare. La prima, come ho già avuto modo di scrivere, è che in Italia manca completamente una mentalità dei diritti personali inviolabili, che sono sempre stati considerati sacrificabili in favore del partito, della corporazione e dello Stato. Anche perché pensate che in Italia quelli che si definiscono liberali e liberisti sostengono Berlusconi. No, per dire a che livello siamo.

La seconda è che una situazione del genere (che un blog venga fatto chiudere a tempo indefinito senza una condanna e che nessuno se ne lamenti) è il frutto maturo delle politiche di chi per anni ha chiesto allo Stato tutto. Abbiamo chiesto allo Stato di darci la sanità, la scuola, l'università, le pensioni, la casa, il lavoro, pensando di non dover dare niente in cambio. Non ci siamo resi conto che c'era un prezzo da pagare per tutte queste cose: la libertà. Così oggi, quello Stato a cui ci siamo rivolti mostrandoci deboli ed indifesi, ci tratta come tali: se siamo deboli ed indifesi, è giusto che sia lo Stato a decidere quali blog dobbiamo leggere e quali no. La censura è sempre fatta per il nostro bene, no?

Al pari dei bambini degli anni '80, i difensori della libertà a mezzo post-it non riescono a distinguere la censura e la limitazione dell'espressione del pensiero nemmeno quando ci sbattono contro, perché sono stati abituati a pensare che la censura sia una legge scritta da un Presidente del Consiglio molto cattivo nella quale esplicitamente si ordina la censura. E finché quella legge non c'è, la vostra libertà di espressione può essere calpestata a piacere senza che se ne accorgano.

Commercio elettronico

Volevo rivolgermi ai proprietari di negozi.

Io mi rendo conto di come i clienti siano una pessima razza, che arriva in negozio, chiede e chiede e chiede e poi magari non compra niente. Mi rendo conto di essere io stesso un pessimo cliente: non ho molti soldi, sono tecnicamente impreparato a stabilire il valore di un oggetto e in generale sono indeciso su cosa faccia al caso mio. Però.

Mettetevi dalla mia parte. Arrivo nel vostro negozio e vi chiedo di avere la tal cosa in versione economica e voi mi presentate l'articolo che costa tre volte quelli di fascia economica. Non so come funzioni con gli altri clienti, ma per me ci sono cose che non mi posso permettere. È una questione di fisica newtoniana: ogni mese entra x ed esce y, non ho modo di creare soldi dal nulla, non sono mica Bernanke.

A me dispiace anche di dovervi obbligare a vendermi che le cose che costano poco, ma voi non fate quella faccia schifata ogni volta. Se non volete vendere articoli economici, siete liberi di farne a meno. Non teneteli in negozio, è una scelta come un'altra ed io la rispetto.

Poi, quando finalmente vi decidete a vendermi qualcosa alla mia portata, non datemi i fondi di magazzino, dai. E provate a spiegarmi le differenze che ci sono tra una marca e l'altra, tra un modello e l'altro. Perché ci sono 30 euro di differenza se sono uguali? Qual è il più affidabile? In caso di riparazioni, quanto tempo ci vuole? Cose così, insomma.

Ve lo dico, perché altrimenti io non prendo nemmeno in considerazione l'idea di andare in un negozio: mi connetto ad internet e lì, tra gli infiniti modelli tra cui posso scegliere, seleziono quello che fa al caso mio ad un prezzo che è sempre inferiore a quello che mi proponete voi.

Se non fosse chiaro, io vengo in negozio perché credo di poter avere delle informazioni qualitativamente superiori che mi fanno risparmiare soldi sul medio-lungo periodo. Se voi mi trattate come un pollo da spennare, vado on-line, dove posso trovare informazioni di qualità inferiore ma quantitativamente superiori, cosicché posso risparmiare subito un sacco di soldi, che a me i soldi in tasca non pesano e non occupano spazio.

Informatizzare l'alfabetizzazione delle masse democratiche

Una cosa che difficilmente saprete è che la scuola italiana non è frutto del caso e della sfiga, come si sarebbe portati a pensare, ma è il risultato della volontà di qualcuno. Non è una cosa di cui si parla nei giornali on-line, ma esiste tutta una schiera di pedagogisti, accademici ed insegnanti che elaborano costantemente nuove forme di educazione, che poi vengono tradotte nelle riforme di cui si legge sulla stampa.

Ora, visto i risultati, voi vi immaginerete chissà che cosa. Nella realtà, costoro cercano delle vie per ammodernare la scuola, per renderla al passo coi tempi, per aprirla al nuovo che avanza. Non sembra però, perché la scuola a tutto potrà preparare, ma non certo alle novità più nuove.

Questo perché i pedagogisti, gli accademici e gli insegnanti che parlano di modernità non ne sanno niente. Cioè, loro sanno che là fuori c'è il mondo contemporaneo, ma non ci vivono dentro e non lo conoscono. Infatti, se seguite le lezioni di questa dotta schiatta, non ci capirete niente, perché parlano di un mondo che non esiste e che si sono creati nella loro mente. È come saltare dentro un buco nero in cui il buio sovrasta ogni cosa e non lascia sfuggire il minimo barlume di luce.

Se la vedete dal di dentro, è del tutto logico che la scuola sembri ferma al dopoguerra: non è che non l'abbiano mai cambiata, è che si sono preoccupati di cose irrilevanti o non esistenti, o di adattarsi ad una modernità teorica mai verificata sul campo.

Tutto questo lo dico perché sto seguendo un dibattito (di cui non fornisco i vari link volutamente) in cui ci si chiede come si possano portare le masse italiane ad un livello di “alfabetizzazione informatica” tale per cui riescano ad usare “gli strumenti social del web 2.0” ad un livello superiore di “coscienza ed autocoscienza” in modo da aumentare la “democraticità” di internet.

Leggendo cose del genere, vi sentirete confusi e non capirete bene quale sia il succo del discorso. È normale, non siete abituati a sentir parlare un pedagogista che cerca di riformare la scuola. Se lo lasciate parlare (o se seguite i commenti della discussione) alla fine arrivate alla succo. Che è questo:

Un'insegnante di lettere delle medie che spiega a dei dodicenni come usare Facebook.

L'alfabetizzazione informatica!
Le masse autocoscienti!
Il social web 2.0!

Ma 'nde remengo!
Youporn tutta la vita!

E ci lamentavamo di "cmq" e "xké"

Noto da qualche tempo a questa parte (nel senso che ho cominciato a notarlo da poco, non che sia cominciato da poco) che tra i blogger e i commentatori dell'internet si sta radicando un uso curioso di un'abbreviazione solitamente destinata a testi più seriosi. Mi riferisco all'uso di “cit.
Come dicevo, quest'abbreviazione è sempre stata confinata alle note a pie' di pagina di saggi e scritti accademici. Si usa in un caso in cui non si deve usare op. cit. Op. cit. è l'abbreviazione del latino opus citatum e si utilizza per indicare un'opera citata – appunto – nella nota precedente, senza dover riscrivere tutta la tiritera. Cit. si adotta al medesimo scopo, ma quando si fa riferimento ad una nota precedente non contigua. Credo. L'importante è che entrambe significano “opera citata”.
Nel rutilante mondo della blogopalla, qualcuno ha scoperto l'abbreviazione cit. Solo che, non conoscendone il significato, le ha attribuito quello più intuitivo di “citazione”. E fin qui la cosa mi lascerebbe indifferente, abbiamo tutti cose migliori da fare che non badare a queste sciocchezze. Quello che mi fa rizzare i peli degli stinchi è l'uso che si fa di cit.
Che è il seguente: qualcuno scrive un testo qualunque e tra le righe ci infila una citazione. Poi, dopo la citazione, tra parentesi ci sbatte cit. Che è un po' come raccontare una barzelletta e spiegarla ancora prima che la gente rida. Cioè, mettere delle citazioni nei testi si è sempre fatto. Nei testi poetici e letterari, come anche nei dialoghi tra persone in carne ed ossa, la citazione non è mai sottolineata, non è mai indicata, perché è un gioco che si instaura tra l'autore ed il fruitore, è l'occhiolino strizzato al lettore colto e serve a condividere un qualcosa in più con un cerchia ristretta di persone. Lo scopo di fare una citazione, quindi, è proprio quello di rivolgersi ad un numero inferiore di lettori. Certo, una cosa del genere potrebbe essere considerata preambolo allo start sucking each other's dicks, ma in questa sede non interessa.
Se il nostro cittadino della rete decide di fare una citazione, non deve indicarla in alcun modo, altrimenti viene meno il senso di fare la citazione. Se Foscolo avesse scritto su Facebook, ne sarebbe uscito qualcosa del tipo:

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente
(cit.), me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

E se Catullo fosse vissuto ai giorni nostri, dovremmo leggere poesie del genere:

Quello mi sembra simile a un dio, (cit.)
quello mi sembra superiore agli dei - se non suona bestemmia -, (cit.)
perché, seduto innanzi a tè, senza scomporsi,(cit.)
ti vede e ti ascolta,(cit.)
mentre dolcemente sorridi; a un tuo sorriso invece io miseramente(cit.)
mi sento tutto svenire, perché non appena
ti scorgo, o Lesbia, non mi rimane neppure
un filo di voce.
Si paralizza la lingua, una sottile folgore(cit.)
per le membra mi scorre, mi ronzano le orecchie(cit.)
di un interno suono, mi cala sugli occhi(cit.)
duplicata la notte.(cit.)

Capite che la cosa non ha senso? O si fa la citazione e la si affida alla sensibilità del lettore, oppure si mette la citazione tra virgolette e si dice chiaramente chi si cita. Non questo continuo “guarda, ho fatto una citazione, te la mostro col dito. Ma non ti dico di chi è. Ah-ah!”
Poi ci sono quelli più evoluti, che hanno scoperto l'esistenza di [N.d.A.]. È un'abbreviazione che si trova, mi sembra, assai di rado, perché difficilmente un autore mette una nota al testo che sta scrivendo, ed in effetti di solito viene utilizzata all'interno della citazione di un testo altrui, oppure, in opere di letteratura in prosa, per indicare uno spiegone messo in mezzo senza particolare motivo, giusto per. Invece l'internauta moderno ne ha del tutto travisato la funzione e la usa in sostituzione delle care, vecchie parentesi o di una incidentale. Per esempio:

Allora, ieri avevo voglia di smanettare con il PC e allora ho pensato che potevo installare questo software che promette di boostare le prestazioni della CPU e di sfruttare al 100% la mia SV nVidia [cosa che avevo già fatto il mese scorso NdA] e allora ho cercato dappertutto ma non riesco a trovarlo.

Che Anubi mi assista, cosa c'entra NdA? Sei tu l'autore del testo, cosa ti metti, le note al tuo testo? Qual è il prossimo passo, togliersi una costola? Se davvero NdA si usasse in questo modo, avremmo versi del genere:

S’i’ fosse Cecco, [com’i’ sono e fui NdA],
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Invece no, non li abbiamo. E ci sarà un perché... Comunque, come sempre esiste una soluzione: se tu, giovane o vecchio internauta, ti sei per ventura trovato tra le mani un qualche saggio o paper o articolo accademico, e trovi tutte quelle abbreviazioni così carine, fa' una cosa: dimenticale. Non usarle. In nessun caso. Mai.

Bossi, la telefonista cum laude e la retorica dei salvatori

Da qualche giorno gira in rete questo “poster-manifesto-denuncia”:

All'inizio, non sapendo niente dell'iniziativa, mi sono limitato ai miei pregiudizi e stavo per scrivere un post a riguardo. Invece di mettere mano alla tastiera, mi sono informato e ho scoperto che l'autore è un giovane ragazzo di Parma. Vedi? – mi son detto – pensavi fosse la solita iniziativa, e invece è un giovane pieno di sano idealismo e senso civico. Allora, tutto felice, mi metto a gugolare il nome del paladino delle telefoniste e spunta fuori questa fotografia:

Per prima cosa, volevo ringraziare i miei pregiudizi, che di solito non ascolto ma che hanno ragione più spesso che no. Non perché siano pregiudizi, ma perché ormai riconosco le sòle a naso. Poi, anche se di solito non me la prendo con quelli più piccoli, soprattutto se sono minorenni, quando si iscrivono ad un partito, li tratto come qualsiasi altro politico: il politico wannabe deve abituarsi ad essere trattato da politico.
Quindi ora, caro Michele, ti spiego un paio di cose che forse in sezione non vi insegnano. Vi prendono da giovani, vi indottrinano ben bene e poi fate le campagne per cambiare l'Italia.
La prima cosa che dovresti sapere è che, col tuo manifesto-denuncia, sei ricorso al più basso dei trucchi retorici: a destra il tuo avversario politico, incarnato nella persona di un maschio brutto e notoriamente asino, a sinistra la foto di un'attrice bella, giovane e dagli occhioni da cerbiatta. Mi permetto di farti notare che questa è la tecnica berlusconiana che quelli del tuo partito rinfacciano continuamente a Berlusconi: sfruttare il corpo femminile per raccattare voti. Bella roba davvero. Probabilmente tu sei stato tra quelli che pubblicizzavano il documentario “Il corpo delle donne”, e magari ti sei anche sentito orgoglione di non essere uno di quei maschi maschilisti e berlusconisti che votano PdL. E invece, guarda un po', stai scoprendo di essere un po' più uguale a loro di quanto pensassi.
Non credo tu abbia mai lavorato in un call center. Io sì. Ecco, per dire, prova a immaginare di mettere me al posto della cerbiatta: a destra Bossi, a sinistra un tizio qualunque, anonimo, con la barba di una settimana, gli occhiali da vista e lo sguardo vitreo: insomma, uno mica tanto diverso da Bossi jr. Vero o no che fa un altro effetto? Capisci perché hai scelto l'attrice e non una telefonista vera? Perché sapevi che se avessi messo me (telefonista laureato a pieni voti) il pubblico non avrebbe affatto odiato Bossi jr. Se invece metti la cerbiatta contro Bossi, non hai nemmeno bisogno di scrivere perché, tutti parteggiano per la cerbiatta.
Il secondo trucco retorico è – te lo riconosco – più sottile. Utilizzi il figlio di Bossi come bersaglio e fin qui sta bene, è umanamente impossibile non prendere per i fondelli un personaggio del genere. Il problema è che una presa di posizione del genere, se espressa da un politico wannabe, assume un significato specifico, perché vuol far passare l'idea che Bossi sia peggio degli altri e che gli altri, cioè tu, siano migliori di Bossi. E invece no, Bossi non è peggio degli altri, Bossi è lì perché è come tutti gli altri, anche quelli della tua parte. O credi forse che gli altri politici siano più intelligenti? Più preparati? Assolutamente no: stanno lì a premere il bottone che il Partito ordina. Non serve aver studiato, un Bossi vale l'altro, per sedere sugli scranni e vivere a scrocco: è quello che farai anche tu, se e quando il Partito deciderà di affidarti qualche carica rappresentativa. E non sarai diverso da Bossi jr., quel giorno.
Te la prendi perché non è riuscito a passare l'esame di maturità. Be', tu non ci hai provato ancora: aspetta almeno di averlo superato e poi avrai i titoli per canzonare gli altri. E, a pensarci bene, sei iscritto ad un partito il cui fondatore e guida non si sa esprimere in un italiano grammaticalmente corretto. E lui non si limitava a intascare denaro del contribuente, aveva pure il potere di sbatterlo in galera, il contribuente. Spero avrai capito che ergersi a fustigatori dell'altrui condizione non è mai una saggia idea, perché alla fine si è sempre afflitti dagli stessi vizi che si denunciano.
C'è poi un'ultima cosa che vorrei aggiungere. Nel tuo slancio retorico, contrapponi il mancato diploma di scuola superiore di Bossi al 110 e lode della giovane cerbiatta. Vedi, se mai imparerai qualcosa nella vita, una delle prime sarà che la cifra con cui si esce dall'università ha un valore poco più che simbolico. Scoprirai che un numero straordinariamente elevato di laureati con 110 e lode non sa niente di più di quello che sapeva quando ha iniziato. Scoprirai con amarezza che il 110 e lode della cerbiatta, in molti casi, vale tanto quanto le tre bocciature di Bossi jr.
E tutto questo detto da chi nel call center ci ha lavorato, con laurea e tutto quanto. Perché io sono un signor nessuno, ma certe cose qualcuno te le dovrà pur dire: tu, e tutti i politici wannabe come te, non siete la soluzione del problema, siete parte del problema. Siete parte del problema perché parlate di cose che non conoscete, volete governare un mondo che non avete nemmeno cominciato ad affrontare. Lanciate proclami in cui dite di voler cambiare gli italiani... ma ragazzino, chi credi di essere per poter dire una cosa del genere? Io sono un italiano, uno di quelli che dici di voler cambiare, e non ho certo bisogno di venir cambiato dal primo politichetto wannabe con un profilo su Facebook.
Vuoi cambiare l'Italia? Ti dico io cosa farai: se sei bravo, comincerai a prendere una poltrona prima dei 20 anni; con un po' di costanza, arriverai al posto di Bossi jr., 10000 euro al mese (e vedremo quale titolo di studio avrai) pagati a forza dai tuoi concittadini; poi avrai incarichi in qualche municipalizzata, sarai nel Consiglio di Amministrazione di qualche ditta ammanicata e – sicuro come il sole che sorge la mattina – tu in un call center non metterai mai piede. Né in nessun altro posto di lavoro, se è per quello.
Se invece non sei bravo, rimarrai il solito militante di base, passerai la tua vita a gridare contro Berlusconi o chi per lui, ti troveranno un posto da sindacalista ammanicato ed inamovibile e ruberai il posto a qualcuno che ha voglia e bisogno di lavorare.
In ogni caso, non cambierai niente dell'Italia.
Hai 17 anni, sei giovane, non tutto è perduto. Fatti un favore, straccia la tessera e scrollati di dosso quell'irritante arietta da salvatore della Patria in sedicesimo. L'Italia ha bisogno di tante cose, ma di sicuro non di un altro politico.

Manus agere

Da quando è scoppiata la crisi non si può evitare di leggere articoli e saggi che cercano di spiegarne cause ed origini. Alcune spiegazioni sono più convincenti di altre, e lo sono perché avevano previsto per tempo le dinamiche economiche e sociali cui assistiamo in questi giorni. Tuttavia, anche se non si è economisti ma si è stati testimoni di un certo modo di fare economia, l'arrivo della bufera non è stato una sorpresa. A me per esempio è capitato di lavorare per un'azienda della cosiddetta new economy, che voleva diventare la leader del futuro che è già presente, il famigerato web 2.0. Per ragioni di riservatezza e legali non darò alcun riscontro a fatti o cose realmente esistenti, dirò solo che ho lavorato per il sito X.

La storia del sito X è abbastanza tipica. Qualche compagno di università si mette insieme e ha un'idea simpatica ed accattivante e ci costruisce un sito web attorno. Il sito web inizia a raccogliere accessi e visite in numero sempre maggiore, fa parlare di sé, diventa un fenomeno in internet fino a strabordare nella vita reale. I fondatori del sito riescono a trovare dei finanziatori e iniziano a diventare importanti. In piena espansione, il sito (divenuto società per azioni) inizia ad assumere personale. Ed è a questo punto che chi scrive entra a farne parte, perché il sito X è ormai sufficientemente strutturato da non poter più contare solo sui fondatori e sul gruppetto di tecnici che lo fanno funzionare.

Non mi dilungherò in particolari, l'importante è capire che appena arrivati si capiva che di soldi ne giravano tanti, ma proprio tanti e questo veniva spiegato col fatto di aver trovato dei finanziatori che credevano nell'idea del sito X (che continuava ad aumentare accessi e visite). Era altresì chiaro che il sito non generava entrate, come qualsiasi altro sito che non abbia pubblicità o una sottoscrizione a pagamento. Il sito X era un sito ad accesso libero e senza pubblicità di alcun tipo, al pari del blog che state leggendo in questo momento.

La popolarità del sito X cresceva a vista d'occhio ed ormai era diventato una società vera e propria, con presidente, amministratore delegato, management, catena di comando e api operaie lì in fondo (del cui numero facevo parte).

Al culmine del successo il sito X venne comprato da un'importante società che opera nei media per una cifra non resa nota ma – secondo le voci di corridoio – decisamente elevata, quasi certamente a sei zeri.

In tutto questo tempo la formula non è mai cambiata e il sito X non ha mai prodotto un centesimo di fatturato, solo che i nuovi padroni erano arrivati per fare soldi e così hanno cominciato a fare pressione sul management. Il management, che aveva reso il sito popolare grazie al fatto di essere gratuito e senza pubblicità, non sapeva cosa fare e così ha cominciato a fare pressione sulle api operaie, non mancando di incolparle dei problemi della società.

La presente formica operaia da un lato lavorava in un clima soffocante, dall'altro capiva che il sito X, non raccogliendo soldi, non ne aveva nemmeno da distribuire e quindi, preferendo lasciare che essere lasciata, ha rassegnato le dimissioni. Qualche tempo dopo i nuovi padroni hanno iniziato a vibrare dolorosi colpi di mannaia. Non so di preciso che fine abbia fatto il sito X, di sicuro funziona ancora, ma è stato decisamente ridimensionato e rivisto nella formula.

I miei lettori si chiederanno cosa ci sia di strano in tutto questo: la storia è semplice ed il finale inevitabile. Il problema è che eravamo in pochi a vedere le cose come stavano, e quei pochi erano appunto api operaie, prive di qualunque potere decisionale. Il problema è che il management del sito X, così come il management dei primi investitori ed il management dei nuovi padroni non sono stati in grado di vedere la realtà dei fatti.

È da sottolineare che i fondatori del sito e il management erano tutte persone che studiavano o avevano studiato economia o management e, presumibilmente, anche i manager delle altre società interessate. Non stiamo parlando di adolescenti che si sono trovati per caso con la gallina dalle uova d'oro in mano, ma di un gruppo di teste pensanti che si sono date un obiettivo e l'hanno perseguito razionalmente.

Quello che è successo è che i fondatori hanno trovato un modo di rendere popolare il sito X, aumentandone il traffico. Poi, con i grafici presi da Alexa.com, si sono presentati a qualcuno e gli hanno fatto credere che quel traffico significasse denaro.

Ora, non solo chi lavora nel web, ma anche chi lo frequenta nel tempo libero sa che il traffico generato non equivale alla vendita di merce: centomila accessi al giorno per un sito non equivalgono a cento automobili prodotte da una fabbrica. Se è comprensibile che un gruppo di giovani entusiasti cerchi di vendere la propria idea a qualcuno, è già meno comprensibile che ci siano investitori pronti a dare soldi per un progetto che non ha possibilità di generare ricavi. Ancor meno comprensibile è che importanti società quotate in borsa spendano fior di quattrini per avere qualcosa che non le farà mai rientrare dell'investimento.

Il problema di questi personaggi è che non sono mai stati responsabili del loro operato e non ci hanno mai rimesso un solo soldo. Prima hanno trovato chi li finanziava, poi sono riusciti a sollevare un gran polverone sui guadagni che avrebbero ottenuto e si sono dati stipendi di tutto rispetto. Al momento buono hanno venduto la società e alla fine hanno abbandonato la nave che affondava dopo aver vissuto da nababbi e probabilmente con molti soldi in banca. Tutto il loro operato è stato un fallimento, non essendo riusciti a rendere la società remunerativa; gli unici soldi sono quelli ottenuti millantando inesistenti futuri guadagni; dopo aver impiegato delle persone, le hanno mandate a casa senza nemmeno dire “ci dispiace”. Solo che quando cercano altri lavori, vengono giudicati da altri manager: si capiscono, tra di loro. Mostrano il CV, fanno i meeting, sfoggiano Power Point, vendono fumo, dirigono una società senza sapere cosa stanno facendo e poco prima che la società affondi volano via, incassando la buona uscita, e il ciclo si ripete. E se qualcuno sta facendo un'analogia con le locuste, ha capito perfettamente il meccanismo.

Ma ancora non c'è da stupirsi, considerando che genere di personaggi sono i manager. Nel sito X, oltre ai manager, c'erano i tecnici IT e noi lavoratori. I tecnici ovviamente avevano moltissimo lavoro ed era comprensibile che dovessero rimanere anche a notte inoltrata in casi estremi. Noi lavoratori avevamo il nostro da fare, ma quasi tutti ad una certa ora uscivamo dall'ufficio. I manager invece ogni giorno tenevano la conferenza stampa in eurovisione a reti unificate per fare sapere a tutti che la sera prima avevano lavorato fino alle 10 e per farci sentire in colpa per non essere rimasti lì con loro. Appena arrivato non sapevo cosa pensare ed in effetti mi sentivo quasi in dovere di rimanere. Poi invece ho capito il perché di questa differenza. Noi api operaie, oltre al lavoro, avevamo anche degli interessi. Niente di speciale, le cose normali che fanno tutti: andare al cinema, andare a un concerto, leggere un libro, praticare uno sport. Dopo otto o nove ore di lavoro, pagato malissimo, avevamo voglia di fare altro. I nostri manager invece no: a parte il lavoro non avevano nient'altro. Forse non ci avete mai pensato, però non avere alcun interesse vi rende la vita molto difficile, soprattutto nel relazionarvi con gli altri. Condividere degli interessi o spiegare i vostri interessi a qualcun altro è un ottimo modo per coltivare un'amicizia o una potenziale relazione. Ma se non avete niente nella testa che non sia il vostro lavoro, non avrete niente da dire a chi non lavora con voi, e alla sera potete scegliere se andare in una casa spoglia, con il frigo vuoto a mangiare pizza surgelata da soli di fronte al computer, oppure rimanere con quelle poche persone con cui avete qualcosa da condividere: i vostri colleghi manager. E naturalmente il giorno dopo avrete anche la scusa per fare la ruota di fronte ai sottoposti. Come se quelli vi credessero.

Un'altra differenza tra noi api operaie e loro manager è che noi cercavamo le nostre relazioni fuori dal lavoro. Per il fatto di avere una vita normale fuori del lavoro, ci sembrava altrettanto normale cercare un compagno per l'accoppiamento fuori dall'ufficio. L'accoppiamento dei manager avveniva invece all'interno dell'ufficio, di solito scegliendo tra le sottoposte, che ovviamente al momento dell'assunzione erano state selezionate secondo criteri estetici abbastanza precisi. In effetti posso dire che in quel periodo ero circondato da un buon numero di belle ragazze. Che spesso non avevano alcun problema a dire esplicitamente che la loro carriera procedeva per mezzo del sesso. E comunque anche le donne non si esimevano dall'approfittarsi dei sottoposti: ricordo una ragazza – gradevole a vedersi ma fredda come un ghiacciolo e simpatica come un'occlusione intestinale – che usava i nuovi arrivati per il proprio sollazzo, anche se ho il dubbio che il sesso le interessasse solo come strumento da usare in società per ben figurare. Per tutto il tempo che sono rimasto lì non l'ho mai vista sorridere né tenere il broncio né piangere. Semplicemente impassibile. Posso solo immaginare a quale travolgente passione si lasciasse andare nell'intimità...

Perché allora questa crisi non dovrebbe stupirci? Perché se tutte le grandi corporation sono guidate dalla mentalità che ho visto io, prima o poi sono destinate a morire di morte violenta.

Primo: i manager sono come Pinocchio. Se prepari un paio di slide di Power Point colorate in cui spieghi che piantando degli assegni circolari sottoterra il valore delle azioni potrebbe salire del 50%, loro ci credono e ti danno assegni circolari in bianco da piantare sottoterra. E ai più restii è sufficiente promettere benefit come un viaggio al Paese dei Balocchi che si convincono subito.

Secondo: i manager non hanno idea di cosa stanno facendo. Loro studiano nelle loro scuole, frequentano altri manager, ottengono MBA in serie, ma non sanno fare niente. Arrivano in ufficio con le loro cravatte strette bene intorno al collo e cominciano a parlare. E parlano. E parlano. E alla fine non dicono niente, perché di quello che fate voi, api operaie, non sanno niente e non saprebbero nemmeno come farlo.

Terzo: hanno bisogno dei disegnini (in inglese: Power Point) per capire le cose.

Questi tre fattori combinati creano la ricetta perfetta per il disastro. Interi gruppi di dirigenti si metteranno a cercare guadagni facili e quindi impossibili, ignorando del tutto i rischi e senza il problema di dover pagare il prezzo dei propri errori. Perché l'imprenditore rischia il suo e se chiude la fabbrica rimane senza soldi, ma il manager no: il manager, dopo aver devastato una società, si sposta e va a devastarne un'altra.

Se vogliamo uscire dalla crisi, dobbiamo per prima cosa liberarci di questa piaga, prima che la razza umana venga sterminata dalla proliferazione incontrollata di manager.