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Colpo segreto della tenia nascente

L'ira degli dei. C'era da aspettarselo. È venuta giù l'ira degli dei insieme a quel Duomo in miniatura [ho appena notato che in Italia anche la violenza di piazza è fortemente religiosa: una volta si tiravano i sanpietrini, adesso le madonnine. La Chiesa vince sempre, ricordatevelo].

A parte le strumentalizzazioni politiche, che non possono mancare (io se fossi un politico farei lo stesso, figuriamoci) e che quindi valgono come il due di picche, posso notare due cose. No, tre.

Berlusconi, uomo dell'immagine per eccellenza, colui che – secondo alcuni – ha contribuito ha far rinchiudere gli italiani in casa e a toglierli dalle piazze grazie al suo mondo catodico, è stato colpito nella viva carne e nella piazza reale. Quasi un contrappasso.

Poi ci sono i suoi colleghi parlamentari. Che, per reagire ad un fatto avvenuto nel mondo reale, che anzi richiama – ma con tutt'altra valenza1 – proprio le gesta della piazza ottocentesca, con l'anarchico solitario che uccide il re a nome degli oppressi; insomma, per reagire alla forma più antica ed antiquata di dissenso politico, si impegnano a far chiudere i siti internet, il segno più moderno della fine di quelle piazze e di quei gesti. Ancor peggio, se la prendono con Facebook, perché nella loro atavica ignoranza confondono internet con Facebook. Signori, questa è la gente che ci comanda, persone che non riescono nemmeno a compiere un processo mentale minimanente logico.

Infine vedo che molti sono preoccupati per il clima di odio che aleggerebbe in Italia. Persino l'amico di blog Yossarian, benché noto guerrafondaio reclutatore di bambini soldato, si dice preoccupato per la situazione politica e sociale italiana, che gli fa tornare alla memoria i prodromi degli orrendi anni di piombo. È davvero così? Vediamo.

I precedenti non promettono nulla di buono. La storia d'Italia è (anche) storia di violenza di piazza. La piazza in Italia ha sempre avuto una forte valenza politica, soprattutto per le opposizioni (e chi ha letto l'opera di Mario Isnenghi forse comprende meglio quello che intendo). Il Risorgimento fu per larga parte violenza di piazza. Bisognava essere esperti di barricate allora, perché non c'erano i reparti mobili da fronteggiare, ma l'esercito austriaco. Ma poi tutta la retorica dell'unità d'Italia sarà l'esaltazione della violenza, che culminerà con le cannonate su Porta Pia e i bersaglieri che entrano a Roma.

In seguito, se i giornali, i circoli e il Parlamento erano in mano alle elite borghesi e aristocratiche, la piazza era il luogo dell'opposizione e della rivoluzione, questa volta non contro gli austriaci e i Borboni, ma contro la nuova classe dirigente italiana. E non ci si andava per il sottile nemmeno allora: per un Bava Beccaris che usava l'artiglieria per le strade di Milano, chissà quanti altri ufficiali si accontentavano di moschetto e baionetta. Per un Bresci che uccide il re, chissà quanti altri come lui si accontentavano di un conte ferito o un barone acciaccato.

Poi è arrivata la Grande Guerra e poi è finita ed è arrivato il biennio rosso. Certo, a studiarle sui libri di storia queste cose sembrano poco più che aneddoti, ma allora c'era da aver paura. Decine di migliaia di giovani addestrati alle armi, veterani delle trincee che si riversavano in piazza e che volevano fare la rivoluzione. Fabbriche occupate con lo schioppo. Provateci voi a fare una cosa del genere oggi. E poi gli arditi... gente che assaltava i nidi di mitragliatrice col coltello tra i denti a colpi di mazza ferrata e che d'un tratto si ritrovava nella vita civile di un'Italia senza lavoro e che non sapeva che farsene di questi esaltati. Non so, immaginate dei membri della Delta Force, veterani del Vietnam, che tornano a casa e non hanno lavoro, non hanno famiglia e sono disperati. Avete idea di cosa riuscirebbero a combinare?

E allora occupano Fiume, guidati da un poeta. E poi si dividono, alcuni passano al fascismo, altri al socialismo. E ci si spara per strada. Alle manifestazioni si moriva, perché c'erano quelli appostati ai balconi che facevano fuoco sulla folla. Marinetti lo scrive proprio che una volta, imbattutosi con gli amici suoi in un corteo di rossi, si è messo a sparare sulla prima fila. Alle donne. Apposta. C'era tanta violenza in piazza allora.

E poi la Resistenza e la guerra civile. Giovani che scelgono di sparare ad altri giovani, altra violenza.

In tutta la storia d'Italia questa violenza di piazza non era praticata per caso, ma teorizzata e incanalata ed ideologizzata. Era violenza politica e rivoluzionaria. E quindi, tutto sommato, nel dopoguerra il clima si fa relativamente disteso, rispetto agli anni precedenti. Non buono, ma insomma...

Poi sono arrivati gli anni '70. La generazione dei figli dei partigiani e dei repubblichini. Tanti avevano studiato e avevano imparato la lezione: l'opposizione si fa in piazza e con le armi, non basta parlare e votare. Il resto si sa, sono gli anni di piombo.

Personalmente ritengo che la violenza di quegli anni non sia stata adeguatamente repressa dall'inizio per precisa volontà politica. Non erano molti i violenti, solo molto rumorosi. Uno stato moderno avrebbe potuto porre fine alla questione nel giro di un anno o due. Ma c'era una classe politica in crisi di consensi. E se i violenti erano pochi, quelli che si erano rotti le scatole erano tanti. Una classe dirigente che ormai governava da più di vent'anni aveva bisogno di rafforzarsi, pena la sparizione. E non c'è miglior alleato politico della paura. Facciamo capire agli italiani che la violenza è più forte dello Stato e avremo dalla nostra parte il sostegno del popolo. E così fu.

E oggi? Siamo di nuovo di fronte a quella situazione? Non ne sono sicuro. I giovinastri degli anni 70 erano eredi di una cultura che portava in sé i semi della violenza. A scuola ti insegnavano come i patrioti facessero barricate, a casa ti insegnavano come i patrioti avessero preso il fucile; oppure ti insegnavano che i traditori avevano preso il fucile e che quindi lo dovevi prendere anche tu. E poi, quanti ragazzi di allora ricevettero la pistola in mano da qualche ex-partigiano, che a sua volta era stato allevato secondo il motto “libro e moschetto”? Una buona metà della popolazione era di sinistra. Oggi non vuol dire niente, ma fino a qualche anno fa i socialisti e i comunisti teorizzavano la rivoluzione. Teorizzavano la caduta del capitalismo e dello Stato borghese. Chiaro che i parlamentari e i vecchi dicevano e non facevano, ma i giovani no, i giovani sentivano parlare di comunismo e lo volevano sul serio, non la prendevano come retorica buona per i comizi. Così come dall'altre parte erano altrettanto convinti delle loro posizioni. Insomma, se i politici parlavano in maniera felpata, c'era comunque una lunga tradizione di teoria politica che predicava la violenza; non solo, c'era anche l'educazione ricevuta a scuola che aiutava. E c'erano gli esempi viventi.

Oggi tutto questo non c'è. Manca una cultura della violenza politica perché manca persino l'obiettivo da raggiungere per mezzo della violenza. Abbiamo visto che l'unico movimento moderno e di sinistra è stato quello No-Global. Sono bastati due giorni di mazzate per disperderlo per sempre. E le reazioni del movimento sono state proprio quelle di chi con la violenza non vuole avere a che fare né l'ha mai praticata: stupiti che la polizia menasse, quasi oltraggiati.

La sinistra postcomunista è stata definitivamente scalzata dal parlamento e i sostenitori della sinistra parlamentare sono diventati i difensori della magistratura: sono cioè diventati i più accessi sostenitori dell'organo dello Stato repressivo per eccellenza.

La destra parlamentare è un'armata Brancaleone altrettanto priva di contenuti, vagamente parteggiante per le forze armate e la polizia e per il resto troppo impegnata a capire come abbiano fatto a vincere le elezioni i secessionisti insieme ai nazionalisti insieme ai democristiani insieme ai pubblicitari insieme alle veline.

Però si dice che il dibattito politico si sia incarognito in questi ultimi anni. A me non sembra. A sinistra non osano nemmeno parlare. Hanno adottato delle parole d'ordine talemente annacquate che non si capisce nemmeno a cosa pensino. A destra non so neanche che retorica usino, a dire il vero, perché c'è di tutto, Fini con la kippà, Bossi col dio Po, dell'Utri con i suoi eroi.

Mi pare che il dibattito politico si sia invece involgarito: grida, cappi esposti, insulti all'aspetto fisico delle persone. Ma questo linguaggio non mobilita le persone, non le incita alla violenza. Non è gridando per quindici anni di fila “comunisti” o “regime” che si scatena la violenza di piazza.

Se qualcuno ha avuto esperienze di rappresentanza (non necessariamente politica) saprà bene che i gruppi hanno delle dinamiche costanti. Quasi sempre essi contengono al loro interno una minoranza che si espone e si dà da fare per il gruppo nel suo insieme. Poi c'è la maggioranza che non partecipa attivamente, ma eventualmente parteggia per qualcuno. Poi esistono quelli che si lamentano sempre di tutto. Qualunque cosa i dirigenti facciano non va bene, tutte le decisioni sono sbagliate, ogni scelta è fatta contro l'interesse generale e via dicendo. Spesso riescono a tirarsi dietro anche una parte della “maggioranza silenziosa”. Ma una cosa è certa: non agiscono mai, vivono solo nel riflesso delle azioni altrui.

Ecco, in Italia da tempo ormai il gruppo dirigente ha deciso di mollare. Le persone con un minimo di intelligenza stanno lontane dai partiti, hanno capito che il gioco democratico è una corsa al peggio e preferiscono dedicare gli sforzi ad altre cause. Gli ultimi che ricordi aver partecipato con entusiasmo erano i leghisti ad inizio anni 90, quando pensavano che finalmente qualcosa si potesse cambiare in politica. Hanno presto mollato tutti, dopo che hanno capito che anche la Lega Nord era un partito come gli altri, e sono rimasti i Calderoli e i Borghezio. E il figlio di Bossi. Per dire, no...

Così il vuoto lasciato dai “dirigenti naturali” è stato rimpiazzato da quelli che si lamentano. I politici di oggi sono gli scarti di quello che è rimasto dei vecchi partiti, mentre i loro sostenitori sanno solo lamentarsi. E quando si lamentano, lo fanno alla grande, che altrimenti non cìè gusto: “abbiamo il regime liberticida”, scrivono sui dieci giornali che hanno a disposizione; “sono degli illiberali che aspettano di far abbeverare i cavalli dei cosacchi alla fontana di San Pietro”, lamentano in Parlamento o da una delle sei tv che possiedono. “Secessione”, berciano dai loro scranni a Roma, mentre piazzano figli e nipoti ovunque sia possibile sperperare soldi pubblici.

Perché quelli che si lamentano devono sempre passare per vittime, e allora s'inventano di essere processati, perseguitati, censurati, picchiati; di essere oggetto di campagne d'odio, di violenze immaginarie, di pestaggi fantasiosi.

Questa è la nostra classe dirigente e questi sono i suoi sostenitori: parassiti che vivono parlando a vuoto, nutrendosi del riflesso di soprusi inventati, perché di reali non ce ne sono. E da questo clima non credo possa nascere violenza politica, perché la violenza è azione e rischio personale: due cose che i parassiti non sanno nemmeno cosa siano. Alla prima randellata che dovessero prendersi, sparirebbero alla velocità della luce.

Mi sento di dire che possiamo stare tranquilli. Non credo rivivremo ancora gli anni 70. Al massimo soffriremo dei disturbi tipici di un corpo afflitto da parassiti.

Scusate il post infinito.

1Perché assaltare il Re non è come uccidere un Presidente. Il Re è il rappresentate dell'ordine voluto da Dio e attaccare il Re vuol dire mettere in dubbio il volere di Dio. Un Presidente eletto è solo un uomo che rappresenta poco più che sè stesso e i suoi accoliti. Attaccare lui non intacca l'ordine del mondo.

De conspiratione

Parte I

Ieri ho guardato la prima puntata del telefilm V, che dovrebbe essere il rifacimento dei mitici Visitors. Dico dovrebbe, perché la serie originale era una metafora del nazismo e quindi anche questa avrebbe dovuto esserlo. Invece da subito un capo della resistenza all'invasione aliena spiega come stanno le cose veramente: i visitatori sono in realtà dei rettiliani mascherati da umani e da decenni si sono infiltrati nei gangli vitali della società umana, dando origine a tutte le guerre, le crisi economiche, le carestie e le malattie del mondo, così da potersi presentare come i pacificatori venuti dallo spazio, ingannare il genere umano e spazzarlo via dal pianeta.

Questa storia è di fatto quello che David Icke propone nei suoi libri, dove parla proprio di rettiliani che governano il mondo secondo il principio “problema, reazione, soluzione”, creando tensioni ad arte e proponendo come soluzione il dominio assoluto su tutte le nazioni.

Ma poiché Icke viene giustamente preso in giro per aver creato una teoria cospirazionista che ricalca palesemente i tratti fondamentali della serie originale dei Visitors, il cerchio si chiude là dove si era aperto. Sono il solo a vedere dell'ironia in tutto questo?

Per la cronaca, il nuovo V mi sembra valere quanto l'originale Visitors e i libri di Icke, non credo che guarderò anche la seconda puntata. E Morena Baccarin non regge il confronto con Jane Badler.

Parte II

Mario Placanica, l'ex carabiniere accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, è indagato dalla procura di Catanzaro per violenza sessuale su minore e maltrattamenti. Secondo quanto trapelato, ieri la vittima degli abusi, che all'epoca dei fatti aveva 11 anni […]

Ricordiamo che Placanica ha sempre affermato di non essere il responsabile della morte di Giuliani e accusato i Carabinieri di averlo usato e poi buttato; ricordiamo anche che ha avuto un incidente in auto causato dai freni difettosi e ora ha un processo per stupro di una minorenne.

Quest'uomo è il più grande concentrato di sfortuna dell'Italia repubblicana. Consiglierei di evitare il caffè, dovesse finire in carcere. E gli asciugamani e i sacchetti di plastica.

Obiezione Vostro Onore!

Ieri ho letto questa intervista sul sito di Micromega e tristi pensieri non mi hanno lasciato per tutto il giorno. Più che il tema trattato, è la prospettiva da cui è originato ad avermi toccato negativamente. Premetto che non ho niente contro l'autore, Emilio Sbaraglia, né contro l'intervistato, Lorenzo Guadagnucci, anzi – se devo essere onesto – non so neanche chi siano (mea culpa); è solo che leggere articoli come questi fa capire per quale motivo la sinistra sembri vivere nell'oltreterreno, in una dimensione parallela inaccessibile ai più. Argomento del discutere sono i processi per il G8 di Genova. Riporto solo le frasi cui mi riferisco:

[...] Pensiamo che per le [...] vicende del G8 di Genova, violenze fisiche gravissime, come quelle compiute nella “macelleria messicana” alla Diaz, o quelle esercitate alla caserma di Bolzaneto contro decine di detenuti (i giudici hanno parlato esplicitamente di tortura), le condanne sono state [di] massimo quattro anni, e coperte per lo più dalla prescrizione. E questo nonostante l’aggravante costituita dal fatto di indossare una divisa e d’essere quindi, in quel momento, rappresentanti dello stato, quindi preposti a garantire i diritti dei cittadini.

La polizia di stato ha ostacolato il corso della giustizia, anziché mettersi a disposizione della magistratura; gli altissimi dirigenti imputati al processo Diaz [...] sono stati promossi a ruoli ancora superiori a processo in corso e hanno tenuto un comportamento processuale indegno di dirigenti di quel rango […].

Nessuno, al vertice dello stato, ha mai pensato di chiedere scusa alle vittime di abusi e violenze.

La voglia di lasciar perdere [...] affiora quando vedi l’indifferenza o il fastidio di chi dovrebbe affiancarti in questa lotta, che ha un valore morale, culturale e politico più che giudiziario. Penso ad alcuni episodi specifici: il no alla commissione parlamentare d’inchiesta dovuto alle improvvise e vili defezioni di alcuni deputati radicali e dell’Italia dei Valori meno di due anni fa; la promozione di Gianni De Gennaro a capo di gabinetto del ministro Amato; gli applausi di quest’estate a Gianfranco Fini alla Festa dei Democratici a Genova quando si è felicitato per la conferma dell’assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che avrebbe ucciso Carlo Giuliani, commentando una sentenza che in realtà infliggeva una pena pecuniaria allo stato italiano per la gestione inadeguata dell’ordine pubblico.

C'è una cosa che mia madre mi ha ripetuto da sempre, forse da prima che imparassi a leggere e scrivere: “ricordati che a noi nessuno ci regala niente”. La frase, presa da sola, non significa molto. Ma le occasioni per cui veniva detta ed il tono di voce con cui veniva espressa le conferivano una valenza così forte da avermela impressa ben a fondo nella mente. Non era il lamento della donnetta inviperita col mondo, significava qualcosa di ben preciso.

Ricordati: ti sto per dire una cosa che tu adesso non capirai, ma che ti servirà quando crescerai.

Che a noi: che alla gente semplice, e tu sei e sarai sempre gente semplice

Nessuno: chi detiene una qualunque forma di potere

Regala niente: proverà a mettertelo nel didietro, magari anche solo per divertimento

E' la saggezza di generazioni di contadini, mezzadri, emigranti, operai, poveri, affamati che si è impressa nel DNA dei loro figli e che ha lasciato in eredità un codice di comportamento utile per vivere in un ambiente ostile.

Allora non comprendevo molto cosa intendesse dire. Sì, certo, sapevo che in qualche modo doveva avere ragione, tua madre mica ti dice le bugie, ma certe cose sono spesso difficili da distinguere: se sei solo nipote di povera gente, se la fame non sai cosa sia, se non hai le mani spaccate dal badile questa morale ti sembra una cosa giusta, ma non applicabile alla realtà circostante. Poi però cresci e capisci cosa voleva dire tua madre quando diceva “ricordati che noi”. Significa che per quanto tu possa star bene economicamente, per quanto tu possa andare a scuola e leggere libri e parlare forbito, sei sempre il nipote di povera gente e “gli altri” non mancheranno mai di fartelo notare. Con la pancia piena le disavventure non sono mai gravi, però si notano i particolari.

Tipo a scuola, quando tu studi e ti devi meritare ogni mezzo voto che ti danno e appena sgarri di una virgola ti cacciano un bel due; mentre il figlio del ricco, il figlio dell'insegnante, il figlio del sindacalista non fanno niente per cinque anni di fila e immancabilmente hanno un media pressoché uguale alla tua. Tipo all'esame di maturità, quando a te la penna trema tra le dita, mentre all'altro capo del corridoio un commissario detta la versione di greco a chi sapete voi. Tipo quando vai a fare l'orale e un altro studente arriva accompagnato dal padre, che a sua volta viene accolto dal presidente della commissione con calorosa stretta di mano e salva di salamelecchi fuori ordinanza. E orale a porte chiuse.

Piccole cose, che non noti neanche al momento, ma che messe in fila ti ricordano chi sei e da dove vieni. Giusto in caso ti fossi montato la testa. Così prendi l'abitudine di mettere in fila tutto. Guardi quello che hanno fatto i tuoi genitori: una vita passata a lavorare a testa bassa e poi un calcio nel culo dal “padrone”, mentre scoprono che decenni di contributi se li sono mangiati qualche politico e qualche dirigente statale; non ricordi di averli mai visti nemmeno parcheggiare fuori dalle linee, però ogni volta che serve un'autorizzazione, un documento o qualunque cosa da parte di un ufficio pubblico stranamente non arrivano, l'incartamento va perso e arriva dopo 10 anni, mentre chi sapete voi tutto è pronto nel giro di 24 ore. Sono anche queste piccole cose, non è che la vita materiale venga compromessa, ma servono per metterti al tuo posto. E se questo succede a chi sta bene economicamente e ha avuto la fortuna di studiare, non è difficile immaginare come sia la quotidianità di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Non esistono diritti: esiste solo quello che riesci ad ottenere con le tue forze. Tutto il resto, semplicemente, non ti appartiente, poco importa che sia il timbro sul pezzo di carta, il rimborso delle tasse o la sentenza di un processo.

E' da qui che nasce l'atavica avversione italiana per l'autorità: per un popolo che fino a ieri era povero e affamato, essa è uno strumento di sopravvivenza. Il potere non si può combattere e allora si cerca di fotterlo ogni volta che sia possibile.

Capirete che l'articolo di Micromega mi fa sorridere e non poco. Mi par di vederlo il nostro giornalista che, ormai maturo, si becca le randellate della polizia e si meraviglia che la polizia non venga condannata in tribunale. Se nasci dalla parte sfigata del mondo, impari presto che appena un poliziotto compare all'orizzonte, arrivano rogne e stai alla larga, ben alla larga, altro che processi. E di sicuro non vai a Genova, dove di poliziotti ce ne sono decine di migliaia.

Quando anche il nostro giornalista si accorge che il capo della polizia non viene condannato, apriti cielo! E' finita la democrazia, siamo regrediti a Paese incivile, terremoto e traggedia! Eh, perché prima invece... uuuuh, prima si stava di un bene, ma di un bene. Mai visto un abuso da parte della polizia; mai visti agenti infiltrati. E quanti processi contro i capi della polizia! Uscivano anche i DVD con le udienze ogni mercoledì col Corriere.

Che poi lo sappiamo di chi è la colpa, inutile mentirici. La colpa è di Berluscone, che ha fatto diventare l'Italia un Paese meno civile. Quando non c'era Berluscone, infatti, la corruzione non esisteva, i tribunali elargivano giustizia a secchiate, i politici erano onesti e gli agnelli facevano l'amore con i lupi.

E quando domani o dopodomani Berluscone verrà destituito, vedrete come cambierà l'Italia. Nelle scuole i figli dei ricchi non spacceranno più impuniti e i ragazzi bravi ma indigenti verranno portati in palmo di mano; i docenti universitari smetteranno di dare i posti a mogli, figli e nipoti; i tribunali saranno tutti gestiti così bene che l'Onnipotente verrà a prendere appunti per quando dovrà giudicare la grande meretrice; i mafiosi si costituiranno in blocco alla polizia e lupi ed angelli torneranno a fare l'amore come quando Berluscone non c'era.

Sul serio mi chiedo dove vivano questi intellettuali della sinistra. Dev'essere un mondo meraviglioso, a metà strada tra Gilmore Girls e Law & Order. A parte il fatto di non esistere, è chiaro. Così quando ogni tanto vedono che qualcosa non va, si arrabbiano e scrivono a Teletutto perché rimandino in onda le vecchie puntate, che la nuova stagione è peggiorata molto.

Comincio a rivalutare le randellate della polizia: esse non sono punitive, ma umanitarie e, se date in buon numero, è probabile che faranno svegliare anche il più fesso degli intellettuali di sinistra.