Il responso delle urne
Psicopatologia della trasferta di lavoro
I primati della legge
Colpo segreto della tenia nascente
L'ira degli dei. C'era da aspettarselo. È venuta giù l'ira degli dei insieme a quel Duomo in miniatura [ho appena notato che in Italia anche la violenza di piazza è fortemente religiosa: una volta si tiravano i sanpietrini, adesso le madonnine. La Chiesa vince sempre, ricordatevelo].
A parte le strumentalizzazioni politiche, che non possono mancare (io se fossi un politico farei lo stesso, figuriamoci) e che quindi valgono come il due di picche, posso notare due cose. No, tre.
Berlusconi, uomo dell'immagine per eccellenza, colui che – secondo alcuni – ha contribuito ha far rinchiudere gli italiani in casa e a toglierli dalle piazze grazie al suo mondo catodico, è stato colpito nella viva carne e nella piazza reale. Quasi un contrappasso.
Poi ci sono i suoi colleghi parlamentari. Che, per reagire ad un fatto avvenuto nel mondo reale, che anzi richiama – ma con tutt'altra valenza1 – proprio le gesta della piazza ottocentesca, con l'anarchico solitario che uccide il re a nome degli oppressi; insomma, per reagire alla forma più antica ed antiquata di dissenso politico, si impegnano a far chiudere i siti internet, il segno più moderno della fine di quelle piazze e di quei gesti. Ancor peggio, se la prendono con Facebook, perché nella loro atavica ignoranza confondono internet con Facebook. Signori, questa è la gente che ci comanda, persone che non riescono nemmeno a compiere un processo mentale minimanente logico.
Infine vedo che molti sono preoccupati per il clima di odio che aleggerebbe in Italia. Persino l'amico di blog Yossarian, benché noto guerrafondaio reclutatore di bambini soldato, si dice preoccupato per la situazione politica e sociale italiana, che gli fa tornare alla memoria i prodromi degli orrendi anni di piombo. È davvero così? Vediamo.
I precedenti non promettono nulla di buono. La storia d'Italia è (anche) storia di violenza di piazza. La piazza in Italia ha sempre avuto una forte valenza politica, soprattutto per le opposizioni (e chi ha letto l'opera di Mario Isnenghi forse comprende meglio quello che intendo). Il Risorgimento fu per larga parte violenza di piazza. Bisognava essere esperti di barricate allora, perché non c'erano i reparti mobili da fronteggiare, ma l'esercito austriaco. Ma poi tutta la retorica dell'unità d'Italia sarà l'esaltazione della violenza, che culminerà con le cannonate su Porta Pia e i bersaglieri che entrano a Roma.
In seguito, se i giornali, i circoli e il Parlamento erano in mano alle elite borghesi e aristocratiche, la piazza era il luogo dell'opposizione e della rivoluzione, questa volta non contro gli austriaci e i Borboni, ma contro la nuova classe dirigente italiana. E non ci si andava per il sottile nemmeno allora: per un Bava Beccaris che usava l'artiglieria per le strade di Milano, chissà quanti altri ufficiali si accontentavano di moschetto e baionetta. Per un Bresci che uccide il re, chissà quanti altri come lui si accontentavano di un conte ferito o un barone acciaccato.
Poi è arrivata la Grande Guerra e poi è finita ed è arrivato il biennio rosso. Certo, a studiarle sui libri di storia queste cose sembrano poco più che aneddoti, ma allora c'era da aver paura. Decine di migliaia di giovani addestrati alle armi, veterani delle trincee che si riversavano in piazza e che volevano fare la rivoluzione. Fabbriche occupate con lo schioppo. Provateci voi a fare una cosa del genere oggi. E poi gli arditi... gente che assaltava i nidi di mitragliatrice col coltello tra i denti a colpi di mazza ferrata e che d'un tratto si ritrovava nella vita civile di un'Italia senza lavoro e che non sapeva che farsene di questi esaltati. Non so, immaginate dei membri della Delta Force, veterani del Vietnam, che tornano a casa e non hanno lavoro, non hanno famiglia e sono disperati. Avete idea di cosa riuscirebbero a combinare?
E allora occupano Fiume, guidati da un poeta. E poi si dividono, alcuni passano al fascismo, altri al socialismo. E ci si spara per strada. Alle manifestazioni si moriva, perché c'erano quelli appostati ai balconi che facevano fuoco sulla folla. Marinetti lo scrive proprio che una volta, imbattutosi con gli amici suoi in un corteo di rossi, si è messo a sparare sulla prima fila. Alle donne. Apposta. C'era tanta violenza in piazza allora.
E poi la Resistenza e la guerra civile. Giovani che scelgono di sparare ad altri giovani, altra violenza.
In tutta la storia d'Italia questa violenza di piazza non era praticata per caso, ma teorizzata e incanalata ed ideologizzata. Era violenza politica e rivoluzionaria. E quindi, tutto sommato, nel dopoguerra il clima si fa relativamente disteso, rispetto agli anni precedenti. Non buono, ma insomma...
Poi sono arrivati gli anni '70. La generazione dei figli dei partigiani e dei repubblichini. Tanti avevano studiato e avevano imparato la lezione: l'opposizione si fa in piazza e con le armi, non basta parlare e votare. Il resto si sa, sono gli anni di piombo.
Personalmente ritengo che la violenza di quegli anni non sia stata adeguatamente repressa dall'inizio per precisa volontà politica. Non erano molti i violenti, solo molto rumorosi. Uno stato moderno avrebbe potuto porre fine alla questione nel giro di un anno o due. Ma c'era una classe politica in crisi di consensi. E se i violenti erano pochi, quelli che si erano rotti le scatole erano tanti. Una classe dirigente che ormai governava da più di vent'anni aveva bisogno di rafforzarsi, pena la sparizione. E non c'è miglior alleato politico della paura. Facciamo capire agli italiani che la violenza è più forte dello Stato e avremo dalla nostra parte il sostegno del popolo. E così fu.
E oggi? Siamo di nuovo di fronte a quella situazione? Non ne sono sicuro. I giovinastri degli anni 70 erano eredi di una cultura che portava in sé i semi della violenza. A scuola ti insegnavano come i patrioti facessero barricate, a casa ti insegnavano come i patrioti avessero preso il fucile; oppure ti insegnavano che i traditori avevano preso il fucile e che quindi lo dovevi prendere anche tu. E poi, quanti ragazzi di allora ricevettero la pistola in mano da qualche ex-partigiano, che a sua volta era stato allevato secondo il motto “libro e moschetto”? Una buona metà della popolazione era di sinistra. Oggi non vuol dire niente, ma fino a qualche anno fa i socialisti e i comunisti teorizzavano la rivoluzione. Teorizzavano la caduta del capitalismo e dello Stato borghese. Chiaro che i parlamentari e i vecchi dicevano e non facevano, ma i giovani no, i giovani sentivano parlare di comunismo e lo volevano sul serio, non la prendevano come retorica buona per i comizi. Così come dall'altre parte erano altrettanto convinti delle loro posizioni. Insomma, se i politici parlavano in maniera felpata, c'era comunque una lunga tradizione di teoria politica che predicava la violenza; non solo, c'era anche l'educazione ricevuta a scuola che aiutava. E c'erano gli esempi viventi.
Oggi tutto questo non c'è. Manca una cultura della violenza politica perché manca persino l'obiettivo da raggiungere per mezzo della violenza. Abbiamo visto che l'unico movimento moderno e di sinistra è stato quello No-Global. Sono bastati due giorni di mazzate per disperderlo per sempre. E le reazioni del movimento sono state proprio quelle di chi con la violenza non vuole avere a che fare né l'ha mai praticata: stupiti che la polizia menasse, quasi oltraggiati.
La sinistra postcomunista è stata definitivamente scalzata dal parlamento e i sostenitori della sinistra parlamentare sono diventati i difensori della magistratura: sono cioè diventati i più accessi sostenitori dell'organo dello Stato repressivo per eccellenza.
La destra parlamentare è un'armata Brancaleone altrettanto priva di contenuti, vagamente parteggiante per le forze armate e la polizia e per il resto troppo impegnata a capire come abbiano fatto a vincere le elezioni i secessionisti insieme ai nazionalisti insieme ai democristiani insieme ai pubblicitari insieme alle veline.
Però si dice che il dibattito politico si sia incarognito in questi ultimi anni. A me non sembra. A sinistra non osano nemmeno parlare. Hanno adottato delle parole d'ordine talemente annacquate che non si capisce nemmeno a cosa pensino. A destra non so neanche che retorica usino, a dire il vero, perché c'è di tutto, Fini con la kippà, Bossi col dio Po, dell'Utri con i suoi eroi.
Mi pare che il dibattito politico si sia invece involgarito: grida, cappi esposti, insulti all'aspetto fisico delle persone. Ma questo linguaggio non mobilita le persone, non le incita alla violenza. Non è gridando per quindici anni di fila “comunisti” o “regime” che si scatena la violenza di piazza.
Se qualcuno ha avuto esperienze di rappresentanza (non necessariamente politica) saprà bene che i gruppi hanno delle dinamiche costanti. Quasi sempre essi contengono al loro interno una minoranza che si espone e si dà da fare per il gruppo nel suo insieme. Poi c'è la maggioranza che non partecipa attivamente, ma eventualmente parteggia per qualcuno. Poi esistono quelli che si lamentano sempre di tutto. Qualunque cosa i dirigenti facciano non va bene, tutte le decisioni sono sbagliate, ogni scelta è fatta contro l'interesse generale e via dicendo. Spesso riescono a tirarsi dietro anche una parte della “maggioranza silenziosa”. Ma una cosa è certa: non agiscono mai, vivono solo nel riflesso delle azioni altrui.
Ecco, in Italia da tempo ormai il gruppo dirigente ha deciso di mollare. Le persone con un minimo di intelligenza stanno lontane dai partiti, hanno capito che il gioco democratico è una corsa al peggio e preferiscono dedicare gli sforzi ad altre cause. Gli ultimi che ricordi aver partecipato con entusiasmo erano i leghisti ad inizio anni 90, quando pensavano che finalmente qualcosa si potesse cambiare in politica. Hanno presto mollato tutti, dopo che hanno capito che anche la Lega Nord era un partito come gli altri, e sono rimasti i Calderoli e i Borghezio. E il figlio di Bossi. Per dire, no...
Così il vuoto lasciato dai “dirigenti naturali” è stato rimpiazzato da quelli che si lamentano. I politici di oggi sono gli scarti di quello che è rimasto dei vecchi partiti, mentre i loro sostenitori sanno solo lamentarsi. E quando si lamentano, lo fanno alla grande, che altrimenti non cìè gusto: “abbiamo il regime liberticida”, scrivono sui dieci giornali che hanno a disposizione; “sono degli illiberali che aspettano di far abbeverare i cavalli dei cosacchi alla fontana di San Pietro”, lamentano in Parlamento o da una delle sei tv che possiedono. “Secessione”, berciano dai loro scranni a Roma, mentre piazzano figli e nipoti ovunque sia possibile sperperare soldi pubblici.
Perché quelli che si lamentano devono sempre passare per vittime, e allora s'inventano di essere processati, perseguitati, censurati, picchiati; di essere oggetto di campagne d'odio, di violenze immaginarie, di pestaggi fantasiosi.
Questa è la nostra classe dirigente e questi sono i suoi sostenitori: parassiti che vivono parlando a vuoto, nutrendosi del riflesso di soprusi inventati, perché di reali non ce ne sono. E da questo clima non credo possa nascere violenza politica, perché la violenza è azione e rischio personale: due cose che i parassiti non sanno nemmeno cosa siano. Alla prima randellata che dovessero prendersi, sparirebbero alla velocità della luce.
Mi sento di dire che possiamo stare tranquilli. Non credo rivivremo ancora gli anni 70. Al massimo soffriremo dei disturbi tipici di un corpo afflitto da parassiti.
Scusate il post infinito.
1Perché assaltare il Re non è come uccidere un Presidente. Il Re è il rappresentate dell'ordine voluto da Dio e attaccare il Re vuol dire mettere in dubbio il volere di Dio. Un Presidente eletto è solo un uomo che rappresenta poco più che sè stesso e i suoi accoliti. Attaccare lui non intacca l'ordine del mondo.
Questioni di balistica
Ieri sera ero appena riuscito a ristabilire l'uso normale dei miei plasmidi, quando Frau Angelo è uscita dal bagno dove si stava acconciando il crine e tutta agitata esclama: “Tommy, they attacked Berlusconi! On the street!”.
Io ho mantenuto la tipica flemma italiana: “Fuck! Really?!”
Frau Angelo: “Yes, they are talking about it on the radio.”
Siccome avevo da poco letto i vari quotidiani online e niente di tutto ciò vi era riportato, la radio tedesca doveva aver trasmesso la notizia praticamente in diretta e quindi la cosa doveva essere particolarmente grave. Frau Angelo mi guardava in cerca di una risposta e allora ho provato ad abbozzare una prima analisi in base ai dati a disposizione: “Fuck fuck fuck fuck!!!”
Mentre mi dirigevo al computer, avevo in mente l'auto di Berlusconi sventrata da un RPG, corpi di civili dilaniati dall'esplosione, elicotteri della tv che si muovevano al rallentatore sopra il corteo producendo solo il rumore delle pale che fendono l'aria; la radio della scorta trasmetteva il messaggio di soccorso: “Command, this is Bravo-Six, we got the President down. I repeat: we got the President down. Request of immediate support. I repeat: immediate support. Over.”
“Bravo-Six, this is Command. Confirm you got the President down. I repeat: confirm you got the President down. Over.”
“Command, send the fucking chopper, we got hit!”
Perché la scorta di Berlusconi dovrebbe parlare in inglese? Non saprei, ma i film d'azione sono tutti americani e non so cosa direbbe un italiano.
Comunque, vado al computer e vedo che per fortuna non è successo niente di tanto grave, solo l'ennesimo lancio di oggetti contro il Presidente del Consiglio, che questa volta si è fatto male abbastanza seriamente. Mi dispiace vedere questo anziano signore con il volto tumefatto e sanguinante, ma almeno non sta per scoppiare una guerra civile. Tranquillizzato, archivio subito la cosa e mi rimetto alla ricerca di Fontaine.
Poi però arriva il giorno dopo. Faccio il mio solito giretto mattutino su Facebook per vedere come stanno i miei amici in Italia e in giro per il mondo. Ovviamente a quelli in giro per il mondo non gliene può fregare di meno. I miei amici italiani invece non si lasciano andare a nessun grido di gioia. A conferma che almeno gli amici me li so scegliere intelligenti. Resta però il fatto che in molti pensano che tutto questo servirà solo ad essere strumentalizzato contro la sinistra. E quindi penso cosa sarebbe accaduto a parti invertite: immagino che se qualche bellimbusto avessere preso a martellate sui denti Bersani, a sinistra avrebbero invocato i caschi blu. Come minimo. Vabbè.
Qualche minuto dopo arrivano i colleghi italiani. Ricordo che sono tutti antiberlusconiani e quindi sono quelli che sostengono le manifestazioni viola funerale. Probabilmente sono considerati anche cervelli in fuga. Ebbene, gioia e tripudio, grasse risate e pacche sulle spalle. Io non ce la faccio a partecipare ai festeggiamenti per un tizio, forse poverino con problemi psicologici, che tenta di sfigurare un settantatreenne che ha pure avuto un cancro. Alla fine mi limito ad impedire che venga affissa al muro la foto dell'attentore, un po' perché non mi pare il caso, un po' perché c'ha una faccia...
Giuro che della vicenda non ho voluto sapere niente. Soprattutto le dichiarazioni dei politici: quindi non mi esprimerò su quanto detto dalla Bindi e da Di Pietro. Quello che è accaduto è poco più di un fatto di cronaca, per quel che mi riguarda. Non ha alcuna valenza politica, al massimo lo posso considerare uno di quegli esempi di miseria umana che portano ad azioni tanto violente quanto ridicole.
Quello che mi ha stupito è vedere così tanta gente gioire. E non sto parlando dei mitologici “frequentatori dei centri sociali”, ma di persone assolutamente nella media, con una laurea in tasca e che conducono vite come chiunque altro. Persone come me, insomma. Mi chiedo come si possa gioire per una non-cosa.
Quello che invece mi ha fatto pensare è che molti dicono che Berlusconi provoca, provoca, provoca e alla fine le cose gli ritornano indietro. Non so voi, ma a me pare un discorso del piffero. Mi spiego: ritengo Berlusconi e la sua cricca di parlamentari mezzi avvocati e mezze veline un'armata Brancaleone priva di particolare valore intellettuale. Sentir parlare Berlusconi, Ghedini, Calderoli e compagnia bella mi fa sentire particolarmente intelligente. Non mi stupisco quindi che facciano discorsi provocatori e illogici. Sono come il bulletto di paese: mancando di cervello, cerca di riempire il vuoto della loro vita con le risse il sabato sera. Avete presente no? Va in giro ad attaccar briga, finché non trova quello ancora più scemo di lui che abbocca e si prendono a pugni. Se viene da me, che sono mediamente intelligente, non trovano certo il modo di coinvolgermi in una rissa, perché appunto il loro approccio è talmente stupido che si fanno scoprire immediatamente. Lo stesso vale per Berlusconi e la sua cricca: certo che fanno discorsi pessimi, ma se tu ci caschi – perché è quello che cercano – allora sei peggio di loro, perché almeno loro hanno dimostrato di saper costuire una trappola politica, mentre tu non sei nemmeno riuscito a vederla.
E allora ho pensato che se per ipotesi la destra passasse in minoranza e questa gente arrivasse al governo, ecco, ho come l'impressione che non noterei alcuna differenza.
Senza crocifisso, senza Berlusconi e poi?
Un giorno stavo parlando con un mio amico francese e, siccome io sono italiano, si è arrivati a parlare di Berluscone. Il mio amico è un ingegnere delle telecomunicazioni, ha insegnato all'università per qualche tempo, prima di lavorare in Germania ha vissuto a lungo in Inghilterra. Tanto per sottolineare che non è il primo babbalone di passaggio, ma una persona dotata di sicura intelligenza. Dicevo, tocchiamo l'argomento Berluscone. Il francese, che si informa e studia, comincia ad enumerarmi tutto quello che B. ha fatto e non ha fatto... il ragazzo è certamente informato. Parla che ti parla, capisco che l'idea di Italia che si è fatto è di un posto come la Francia, solo che c'è Berluscone a rovinare tutto. Se non ci fosse lui, in Italia si starebbe bene. Cerco di fargli capire che è vero che Berluscone è un problema, ma che appunto è un, non il problema. Ma non c'è niente da fare, lui è convinto e cerca di spiegare a me come funzionano le cose nel mio Paese. Dopo un po' lascio perdere, perché capisco che in effetti, a meno di non leggere la stampa filoberlusconiana, tutti gli altri dipingono il Berluscone esattamente a questo modo: come un tumore nato in un corpo altrimenti sano. Berluscone, per il mio amico e per le fonti da cui prende le notizie, è la causa di un male, estirpata la quale il corpo tornerà ad essere sano.
E' lo stesso discorso che si fa per il crocifisso. Eliminiamo il crocifisso dalle scuole, così avremo una scuola migliore e più rispettosa di tutti. Eliminiamo i privilegi fiscali alle curie, così diventeremo un Paese migliore e meno bigotto.
E' questa forma mentis ad essere sbagliata, ed è questo che contestavo nel post precedente. E' il credere che l'Italia faccia schifo per colpa di una causa o due e che sia sufficiente asportarla per farla ritornare com'era (per inciso, è il modo di pensare speculare a quello di leghisti e berlusconiani: in Italia ci sono i comunisti che controllano tutto ma, eliminati loro e messi i nostri, tutto andrà meglio).
Credere questo significa postulare l'esistenza di uno stato primigeneo di naturale bontà, dal quale l'Italia è stata strappata da Berlusconi, dal Vaticano, da Andreotti o da altro a scelta. Il problema è che questo stato di bontà non esiste e non è mai esistito. Il problema è che sembra impossibile parlare di queste cose senza che l'interlocutore si tappi gli orecchi e chiuda gli occhi. E un motivo c'è.
A parte le ovvie e dovute eccezioni, oggi i pubblici sostenitori dello Stato laico tendono a sinistra. Essi cercano in qualche modo di far passare l'idea che l'Italia sia uno Stato di stampo anglosassone, con un codice penale di stampo anglosassone, un sistema elettorale e politico di stampo anglosassone. Questo perché cercano di far proprie tutte le idee dello stato liberale di stampo anglosassone, ma non ne sono capaci, poiché fino all'altro ieri loro o i loro “padri politici” letteralmente sputavano addosso alle idee liberali. Forse in molti lo hanno già dimenticato, forse alcuni lettori più giovani non possono ricordarlo, ma la politica italiana era sostanzialmente divisa tra Democrazia Cristiana da una parte, Socialisti e Comunisti dall'altra. Il tutto innestato su una struttura sociale, politica ed economica fascista. I liberali veri erano pochi, inascoltati e sostanzialmente ininfluenti.
Ciò significa che le due principali e più potenti forze sociali in Italia erano entrambe fortemente avverse ai principi di uno Stato laico e liberale. Lo Stato laico, liberale di matrice anglosassone si fonda sul principio che l'individuo è detentore di diritti inalienabili, tra cui vi è la proprietà, e che lo Stato debba ridurre la propria azione al minimo indispensabile nel regolare i rapporti tra individui, con tutte le conseguenze sul piano economico, giuridico, sociale. Ora, tutto ciò era profondamente inviso ai socialisti (in senso lato) perché contrario alla loro ideologia. Ma ciò era inviso anche ai democristiani, perché la dottrina sociale della Chiesa condanna(va) sì il socialismo, ma altrettanto condannava le idee liberali e capitaliste. Entrambi gli schieramenti, poi, si trovavano a proprio agio perché la struttura portante dello Stato (codice penale, esercito, polizia, scuola...) era fascista, cioè nasceva in un contesto in cui l'individuo era considerato subordinato alla collettività, andando volutamente contro i principi di uno stato liberale anglosassone.
In altre parole: la classe dirigente italiana sopra i 35 anni per tutta la vita ha seguito queste ideologie e non è attrezzata culturalmente per parlare di stato laico o liberale. Non lo è perché dal 1924 in poi essa è stata educata a ritenerlo un male contrario all'interesse generale e in questi 80 anni ha modellato il Paese secondo questa impostazione culturale. Quindi, quando Bersani vi parla di liberalizzare le licenze dei taxi, ricordate che per tutto il resto della sua vita ha predicato l'abolizione delle proprietà privata. Non aggiungiamo altro.
Ciò detto, esiste in Italia un buon numero di persone istruite, con lavori intellettualmente stimolanti, che vorrebbe vivere in un Paese di stampo anglosassone. Questo desiderio è talmente radicato nel loro animo, da impedir loro di vedere quello che altrimenti è sotto gli occhi di tutti: che l'Italia non è uno Stato anglosassone. Poiché l'esperienza fa cortocircuito con la loro idea, cercano di trovare una causa a questo cortocircuito, individuandola in alcuni oggetti specifici, siano essi Berluscone, il crocifisso o altro.
Attenzione, non sto dicendo che queste persone abbiano torto nei principi, sto dicendo che credono talmente tanto in quei principi da confonderli con la realtà, impendendo loro di analizzarla per quello che è. E' una situazione che è sempre esistita in Italia. Una parte della classe dirigente è genuinamente mossa da ottimi intenti, è colta, studia, parla le lingue, si sente cosmopolita e sa prendere quello che di buono arriva dall'estero. Ma soffre di un difetto ancestrale: stare lontana dalla realtà, dalla gente comune e, in ultima istanza, essere incapace di modificare quella realtà. E così non comprende alcuni fatti di per sé molto semplici. Un ottimo esempio di tutto questo è, per limitarci alla cultura pop, Marco Travaglio. Travaglio è un ottimo giornalista, fa benissimo il suo mestiere, ma evidentemente non si rende conto di come sia la realtà italiana. Leggendolo, si capisce che per lui i giudici farebbero bene il loro lavoro, se solo non esistesse qualche politico corrotto; la polizia pure, le leggi e la Costituzione anche. Per Travaglio, almeno da quello che si può capire leggendolo, tolto di mezzo Berluscone e qualche amico suo, l'Italia tornerà ad essere quello che non è mai stata, cioè uno stato in cui il diritto regna sovrano, i torti vengono raddrizzati, i poveri hanno le stesse opportunità dei ricchi e la legge è più forte del più forte. Secondo Travaglio, senza Berluscone l'Italia ridiventerà l'ipotetico stato di diritto anglosassone teorizzato a cavallo tra sette e ottocento da una manciata di filosofi liberali che secondo lui dovrebbe essere, e che quindi è. Ma se anche voi vivete nello stesso Paese di Travaglio, sapete benissimo che non è così. Perchè?
Perché in Italia hanno proliferato fascismo, DC, PCI, CL e le Coop rosse? Perché in Italia la corruzione è il motore che regola i rapporti tra politica ed economia? Perché esiste la mafia? Perché esistono i nepotismi? Perché si trova lavoro solo grazie alla rete di conoscenze e parentele? Perché l'apparato giudiziario e poliziesco è ancora quello già condannato da Manzoni? Perché si insegna la religione cattolica a scuola?
La risposta piacerà a pochi, ma il fatto è che in Italia, nella concezione dei rapporti sociali ed economici, siamo ancora legati al feudalismo. Tutti i perché delle righe precedenti si originano in questo tratto costituente della mentalità italiana. Tutti quelli che sembrano mali, in realtà sono solo il proseguire di una mentalità che in altri Paesi è tramontata da tre secoli.
E non parlo tanto della popolazione in generale. Mi riferisco proprio alla classe dirigente, ai professionisti, agli intellettuali. Sono costoro che giocoforza segnano la direzione che il Paese prenderà. In altri Paesi il modello socio-economico feudale è stato sostituito da quello dello Stato moderno. In Italia no. In Italia si è cercato di sovraimprimere la forma-Stato su un territorio che non voleva né poteva assumerla.
Non è un caso che l'Italia sia stata una grande nazione finché è arrivata la modernità. Finché l'antico regime ha funzionato, ne siamo stati straordinari interpreti. Non gli unici, non direi mai una cosa del genere, ma a lungo l'Italia è stata faro di cultura e civiltà. Quando l'antico regime è crollato ed è stato sconfitto dal nuovo Stato moderno, da una nuova concezione di uomo, di economia, di cultura, l'Italia non ha saputo tenere il passo, ed è rimasta quella di prima in un mondo stravolto.
Mafia, nepotismo, corruzione, superstizione religiosa sono quel che resta dei rapporti socio-economici pre-moderni nel mondo post-industriale (prego notare l'abbondante uso di trattini, che fanno tanto articolo accademico). Dei fossili culturali che non possono interagire attivamente con l'ambiente in cui si trovano. E non è che eliminando il crocifisso dalle scuole o Berluscone dal governo cambierà qualcosa, perché quelli sono solo gli effetti e non la causa dei problemi.
Il problema è avere una classe dirigente profondamente ignorante e tagliata fuori dal mondo. In Italia sforniamo laureati che a malapena sanno leggere e scrivere. Abbiamo medici convinti che la pillola del giorno dopo sia aborto. La maggioranza degli insegnanti italiani non sa usare un computer e si rifiuta di imparare, così come moltissime persone colte si rifiutano di utilizzare dei banali strumenti informatici perché si rifiutano di accettare la modernità. Ci sono schiere e schiere di studenti che vengono allevati secondo i principi educativi gentiliani, secondo cui l'unica cultura buona è la cultura morta. Ecco che abbiamo pochi ingegneri e fisici, ma schiere di umanisti. Almeno, produciamo cultura? No, perché abbiamo una schiera di intellettuali che non vive in questo mondo perché gli fa schifo e quindi non è in grado di produrre cultura, ma solo ripetizione onanistica di poesie scritte 1000 anni fa.
In altri paesi la gente studia perché vuole lavorare da Google o Microsoft, da noi studia per vincere il concorso. In altri paesi la gente studia letteratura e finisce a scrivere sceneggiature per i Soprano, da noi per diventare supplente a vita. E non per sfiga, ma perché da noi chi studia schifa tutto, schifa il moderno, schifa la televisione, schifa la letteratura commerciale, schifa i videogiochi, schifa Facebook, schifa internet, schifa l'economia. E tutto questo principalmente perché è quello che viene loro insegnato. Le conseguenze sono catastrofiche: mentre in altri Paesi le teste migliori vengono cercate e incentivate e vengono utilizzate per creare il mondo circostante, da noi no, è il contrario.
Non credete a quello che scrivo? Massimo Fini ha pubblicato un articolo sul Fatto in cui elogia il feudalesimo, le caste, le gilde, la servitù della gleba e tutti quello che ci va di contorno. Capite? Il feudalesimo, il medioevo vengono proposti come modelli economici di riferimento. Non si tratta di stabilire fanciullescamente se un periodo storico sia stato buono o no, ma di essere convinti che un modello socio-economico superato da 300 anni sia una valida alternativa al presente. Per me è rasentare la follia, a dir poco. E' come cercare di risolvere il problema del traffico cittadino proponendo il ritorno del cavallo.
E' facile capire che in questo contesto Berluscone è solo l'effetto e non la causa; che togliere il crocifisso dalle classi più che far contento qualche mangiapreti non può. C'è un'intera classe dirigente da cambiare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno. Come ho già scritto, lavoro in una azienda internazionale leader del settore, insieme a gente di molte e molte nazioni e dove il turn-over dei lavoratori è relativamente alto. Gli italiani che arrivano fanno impressione anche a me che sono italiano. Non fraintendetemi, sono tutti antiberlusconiani, ci mancherebbe. Salvo poi iniziare a costruire la propria rete di amicizie sul lavoro, quella ragnatela mafiosetta e paracula nella quale entra solo chi dicono loro e dalla quale sono esclusi tutti quelli che potrebbero emergere. Immancabilmente, quelli bravi rimangono poco e sono osteggiati, mentre le capre ammanicate prosperano e si moltiplicano. Nel mio dipartimento, il girone degli infimi, la cosa si fa sentire in maniera leggera, ma già vedo i gironi più alti e la situazione è drammatica. Laureati in lingue che non sanno parlare inglese. Manager che scrivono mail in cui non si capisce cosa vogliano dire. Però per carità, tutti a parlare male di Berluscone in pausa caffè, tutti a prendere in giro i provini del grande fratello, poco importa che loro siano uguali a quelli che prendono in giro.
Perché è facile dare la colpa al Berluscone o al crocefisso; meno facile è fare autocritica e chiedersi se non si sia parte del problema, anziché vittime del sistema.
Le streghe sono andate via
C'è una cosa che apprezzo molto nelle donne: non amano parlare di politica. Una conversazione con una donna parte sempre col piede giusto, perché so che non arriveremo a parlarne, a meno che non sia io a farlo (e non lo faccio). Dev'essere la mancanza di quella componente tipicamente maschile che rende necessario appartenere ad un gruppo e inscenare una guerra ritualizzata contro un altro gruppo. E' lo stesso motivo per cui le donne non seguono il calcio. Ora che ci penso, nel mio ufficio i maschi parlano sempre di politica e di calcio, alternando i due argomenti in maniera assolutamente semplice ed automatica, senza cambiare tono di voce né modo d'argomentare.
Se avete la licenza elementare, saprete che se c'è una caratteristica intrinsecamente buona nell'essere donna, puntualmente si presenterà una femminista a volerla distruggere. Io, che ho anche la terza media, ho da poco scoperto che, per sapere quale sia il perbenismo degli anni duemila, bisogna leggere il sito di Micromega. E' davvero meraviglioso. Hanno tutte queste ricettine semplici semplici per salvare il mondo, solo che si vede benissimo che chi scrive viene da un mondo altro, leggermente meno schifoso di quello in cui viviamo noi. Immaginate di essere stuprati da Lexington Steele e mentre siete in ospedale che ancora cercate di capire come abbiate potuto non vedere quel dannato treno, arriva uno di Micromega on-line e cerca di spiegarvi perché nella nostra società il massaggio prostatico non è sufficientemente valorizzato. Rende l'idea?
Poiché tutto ciò che era rivoluzionario diventa col tempo perbenismo della peggior risma, era inevitabile che anche il femminismo divenisse una nuova forma di perbenismo. E siccome Micromega sta diventando il campione del perbenismo, non poteva dedicarci il suo bravo articoletto femminista.
Che inizia subito bene: “L’ 82% dei senatori, il 79% dei deputati e il 77% dei ministri sono uomini”. Bene, che c'è di male? Se fossi una donna sventolerei con orgoglio questi dati. Andrei da mio marito e con aria beffarda gli farei vedere chi sono quelli come lui. Girerei per strada a testa alta sapendo che così poche appartenenti al mio genere sono dei politici. Invece per le articoliste questa sarebbe una forma di discriminazione. Non riesco a capire il perché: è risaputo che le donne non amano il tifo e l'imbrancamento tipicamente maschili e quindi evitano le assemblee e gli stadi. Ottimo, no? Cioè, le donne avranno altri difetti, ma questo è indiscutibilmente un punto a loro favore. Invece no. La tesi proposta è che bisognerebbe arrivare ad un Parlamento col 50% di donne.
Leggendo l'articolo, capisco che le autrici hanno un po' di confusione in testa. Secondo loro, se metà della popolazione è composta da donne, allora metà dei parlamentari dovrebbe essere donna; se così non è, vuol dire che gli uomini imbrogliano. Qualcuno dovrebbe spiegare loro che il Parlamento non rappresenta la composizione statistica della popolazione, altrimenti la politica dovrebbe essere gestita come un sondaggio. Cioè, dovrebbe fare quello di cui viene sempre accusato il Berluscone. Il Parlamento invece rappresenta la volontà degli elettori che, per quel che ne sappiamo, potrebbero un giorno voler mandare a Montecitorio i più noti dj della Romagna, e non gli si potrebbe dire niente.
Ma le nostre intrepide redattrici non sono così sprovvedute. Loro sanno benissimo che la composizione del Parlamento non dipende dalla volontà degli elettori, visto che viene stabilita a tavolino da associazioni private non elette, i partiti. Ma siccome scrivono per il sito del nuovo perbenismo, si guardano bene dal dire una cosa del genere. Però devono anche trovare un modo per cambiare le cose. Quindi le suffragette cosa fanno? Scrivono un cento righe per arrivare a proporre che i partiti siano obbligati a candidare delle donne per una cifra che arrivi al 50% del totale dei candidati.
Capito le furbacchione? Sanno benissimo che i giochi politici sono fatti dalle segreterie di partito e che le elezioni sono solo un rito privo di significato, solo che a loro non interessa questo. A loro interessa arrivare alla cadrega e per ottenere la cadrega bisogna che il partito decida che loro arriveranno alla cadrega. Soluzione: facciamo una legge che obblighi i partiti a decidere che loro arriveranno alla cadrega. Mefistofelico.
Per educazione non farò notare che non gli è nemmeno passata per la testa l'idea che, se fosse vero che metà dell'elettorato vuole delle donne parlamentari e Presidenti del Consiglio, basterebbe candidare un po' di donne in una lista indipendente e vincerebbero a mani basse tutto il vincibile, totalizzando più voti di tutto il vecchio Pentapartito messo insieme. Meglio pretendere che gli altri ti assicurino il posto in prima fila, naturalmente.
Comunque basta avere pazienza, con il tempo ascolteremo sempre più personaggi di tal fatta, che propongono le idee più strampalate pur di ottenere un scranno del valore di 20000 euro al mese più pensione e viaggi gratis. Aspettate solo che il Berluscone si tolga di torno e finalmente potremo goderci degli spettacoli come si deve. Prepariamo il popocorn.
(E questi sono i progressisti che operano per un mondo migliore. Non immagino neanche che proposte possano fare gli altri).
Undicesimo: non esagerare
Tra le cose di cui sento la mancanza all'interno dell'umano consorzio, sicuramente c'è il senso del ridicolo. Il senso del ridicolo si compone in parti uguali di istanze morali e di istanze estetiche, allo scopo di limitare le azioni del singolo e renderle più armoniche con quelle degli altri.
Non va confuso con l'umorismo, né con la morale o con l'estetica. E' quella cosa per cui non si agisce in un certo modo per evitare che i nostri pari ci prendano in giro all'istante e quella cosa per cui siamo autorizzati a deridere qualcuno se compie l'azione che lo merita.
Perché, vi chiederete, tra tutto quello che manca al mondo, ti preoccupi proprio del senso del ridicolo? Perché se esso fosse patrimonio comune, ci eviteremmo un gran numero di problemi, dai più minuti ai più giganteschi.
Prendete il posto di lavoro, per esempio. Io lavoro nell'azienda internazionale leader del settore e i miei colleghi vengono da svariate parti del mondo. Fortunato come sono, chi mi comanda direttamente ogni giorno è italiano. Ciò significa “cialtroneria al potere”: tipicamente egli occupa quel posto grazie alla capacità di gestire le pubbliche relazioni, peraltro in un contesto dove non si è avvezzi all'uso italiano. Per cui quando l'italiano afferma di essere bravissimo in questo e quest'altro, e di avere questo e questo progetto in mente, se siete italiani sapete che sono solo parole e non gli date peso; se non siete italiani e non avete anticorpi contro la retorica da quattro soldi, gli crederete e lo metterete pure a dirigere qualcosa. Un capo di tal fatta in genere non è bravo a far niente. Anzi, non è in grado di far niente. E cerca di coprire le sue mancanze con la retorica. Purtroppo per lui, non sapendo far niente, non è nemmeno in grado di parlare in inglese (altro problema tipico di molti italiani all'estero).
Un capo incapace sul lavoro e impossibilitato a comunicare con i lavoratori è una pericolosa mina vagante. Poiché non è in grado di portare a termine il lavoro secondo i parametri che tutti i suoi parigrado rispettano, ma poiché ha detto di poter fare molto meglio di loro, si troverà schiacciato tra il martello dal management che insiste per avere i risultati promessi e l'incudine della forza lavoro che, priva di una guida e sottoposta a richieste impossibili, diminuisce la propria produttività nell'esatto momento in cui dovrebbe aumentarla. Il capo incapace qui perde il grip con la realtà e si sente messo all'angolo. Una volta messo all'angolo, reagisce di conseguenza, attaccando e facendo male. E siccome i più forti non si attaccano, si accanisce sui più deboli. E' esattamente a questo punto che il capo incapace diventa pericoloso: perché inizia a colpire a caso e non c'è modo di sapere né chi, né come, né quando. E non c'è modo di difendersi.
Molte situazioni di discriminazione, di mobbing, di persecuzione nascono in questo modo (non tutte: alcune sono scelte pianificate dall'azienda).
E cosa c'entra il senso del ridicolo? Facile: il capo cialtrone era tale anche prima di diventare capo. Se il senso del ridicolo fosse un istinto innato degli esseri umani, verrebbe notato subito e messo in un angolo. Se si presenta per un colloquio, verrebbe assunto come simpatico uomo di fatica. Se alle riunioni si sforza di tenere discorsi in inglese in cui non c'è una sola frase di senso compiuto, tutti si metterebbero a ridere. Invece no, purtroppo.
Altro esempio: ho conosciuto una giovane che ha avuto un capo (donna, in questo caso, e tedesca) che assumeva la gente affidandosi al pendolino (ossì, ho scritto proprio “pendolino”), al contempo predicando tutte le sciocchezze sul management responsabile che vanno di moda di questi tempi. Prevedibilmente, quel posto di lavoro era un inferno, dove discriminazione e guerra tra colleghi erano la quotidianità. Ovviamente la giovane in questione ha dovuto cambiare lavoro.
Vogliamo fare delle considerazioni meno personali? Prendiamo due nazioni a caso, Italia e Germania, visto che sono le mie due case. Se frequentate gli stranieri, saprete che la chiave di ricerca mentale “Italia + Germania” non produce come risultato la celebre partita di Città del Messico, ma un link che vi reindirizza alla scritta fucsia lampeggiante “nazifascismo”. Fatti salvi tutti i discorsi su quanto cattivo fosse il nazifascismo, non si può non concordare sul fatto che quei regimi fossero, benché diversi tra loro, estremamente ridicoli. Le adunate, l'estetica, la retorica, i simboli erano intrinsecamente ridicoli. Se il senso del ridicolo fosse innato, quando un austriaco e il suo seguito di avanzi di galera e pederasti passano il tempo nei bar di Monaco berciando con voce querula contro ebrei, omosessuali e non-tedeschi, il resto della popolazione si farebbe una grassa risata e gli volterebbe le spalle. E la polizia li arresterebbe per reati comuni. Invece no, li hanno presi sul serio e guardate come è andata a finire. Lo stesso vale per Mussolini e tutto quello che gli girava intorno in quegli anni.
Ma vale anche per politici più moderni, vale per Craxi, per Berluscone. E poi per Moro, Andreotti, D'Alema. Pensate se i loro sostenitori avessero un minimo di senso del ridicolo... be', smetterebbero di essere loro sostenitori molto prima che questi personaggi arrivino ad avere così tanto potere da creare danni agli altri.
A proposito di Moro: avete presente i comunicati delle Brigate Rosse? Se avessero avuto il senso del ridicolo, dopo aver scritto il primo si sarebbero messi a ridere, avrebbero sciolto l'organizzazione e sarebbero andati a fare altro. Cioè dico, sei un ventenne nel bel mezzo del decennio del sesso libero, negli anni in cui le donne te la davano per affondare il sistema capital-maschilista (a proposito, senso del ridicolo...) e tu ti metti a sbrodolare comunicati ciclostilati che attacchi sotto i cestini dell'immondizia? Non solo, ci credi talmente tanto che cominci ad ammazzare la gente per fare in modo che la realtà si adatti a quello che hai scritto sui volantini? E nessuno che ti abbia fermato nel frattempo, facendoti notare quanto ridicolo fossi.
Si potrebbe continuare a lungo. L'altro giorno una valletta della tv ha espresso la geniale idea di vietare nelle scuole il copricapo integrale per le donne musulmane. Come fanno notare Paniscus e Martinez, l'editto della valletta è talmente surreale che non si può nemmeno commentare, ma soltanto prendere in giro. O compatire.
Negli stessi giorni, una PR milanese proprietaria di un bar in Sardegna è andata a turbare la quiete pubblica durante le celebrazioni per la fine del Ramadan, inscenando uno spettacolo grottesco in cui, con la faccia deformata, accusava di essere stata rapita, picchiata a sangue, stuprata, derubata e sputata da parte dei musulmani presenti. In pieno giorno. Circondata da guardie del corpo. Di fronte ad un cordone di agenti di polizia.
La scorsa settimana una tv nazionale trasmette una video-inchiesta riguardo ad un giudice, colpevole di camminare per strada, fumare, sedere su una panchina al parco e indossare dei calzini. Il video è da vedere perché non è nemmeno giornalismo, è avanguardia iperrealista, è così assurdo da poter essere il trailer di Idiocracy, è carnevale tutto l'anno. L'autrice è uno spasso. Ho trovato il suo curriculum, dove scrive di voler – testuale – inorgoglire i suoi genitori. Me la immagino che telefona a casa: “Ciao mamma, oggi ti ho inorgoglito abbastanza?” Ma l'assurdo non è tanto lei, quanto i suoi colleghi, il caporedattore, il presentatore che non si sono resi conto della follia che mandavano in onda, esponendosi ad una figuraccia senza fine, sortendo l'effetto contrario a quello voluto.
Ho menzionato il fatto che la valletta è un Ministro, la PR una parlamentare e la televisione proprietà personale del Presidente del Consiglio?
Aspettate però, perché non è finita. Una mattina noto su Facebook che tutti sono inviperiti con una tal Binetti, senatrice del Partito Democratico, che ha bloccato un legge sulla discriminazione bla bla bla. Cerco di informarmi meglio, che non ci capisco niente, e scopro che 'sta Binetti indossa il cilicio. Cioè, questa signora, una nonnina a vederla, si sveglia la mattina e si cinge i fianchi con un cintura di metallo munita di spuntoni che si infilano nella carne allo scopo di procurarsi del dolore. Se non è chiaro, riformulo: questa senatrice cerca qualunque pretesto per rovinare la vita sessuale degli altri, però poi si vanta sui giornali di far parte della comunità BDSM. D'accordo che ogni pervertito ritiene disgustose le perversioni altrui, ma mi pare si stia esagerando.
Ecco, io il Ventennio fascista me lo immagino così: un branco di imbecilli senza cervello investiti di un potere che non comprendono, troppo scemi per fare qualsiasi cosa e che quindi iniziano a picchiare, uccidere e violentare per cercare di sviare sugli altri la propria inettitudine. Non a caso si attribuisce ad un Mussolini ormai destituito la frase “governare gli italiani non è impossibile, è inutile” anche se non è sua: perché si attaglia perfettamente al personaggio e a tutti quelli che gli sono andati dietro. E gli oppositori un branco di imbecilli uguali che invece di fare qualcosa di utile, qualunque cosa, perde tempo a scandalizzarsi su dove la gente infila il proprio pene, mentre loro si fanno frustare da un colonello delle SS che indossa una maschera antigas e che bercia in tedesco “Iss meine Scheisse, du Schlampe!”
Se solo avessimo tutti un po' di senso del ridicolo, tutto questo non sarebbe altro che un racconto erotico di terz'ordine. Invece è la prima pagina dei più importanti giornali.
Rabbia contro la macchina
La maggior parte della minoranza
Noi uomini funzioniamo a gruppi, nel senso che ognuno di noi cerca di far parte di un gruppo di simili. I nostri simili possono essere molto dissimili tra loro e noi potremmo far parte di gruppi di simili diversi. Apparteniamo al gruppo di amici che si frequentano, ma anche al gruppo con cui andiamo in palestra, così pure al gruppo di appassionati del Necronomicon e via dicendo.
L'uomo tende naturalmente a relazionarsi con un gruppo ristretto di simili. Quando il gruppo supera un certo numero di individui iniziamo a smettere di indentificarci con esso e più grande è il gruppo, minore è la nostra identificazione con esso; per contro, tutti quelli che stanno al di fuori del gruppo cui apparteniamo sfumano in lontanza andando a far parte di una massa indistinta che sta sullo sfondo.
In questo senso apparteniamo tutti ad una minoranza: qualunque sia il gruppo di cui siamo parte, per quanto grande, rispetto alla generalità della popolazione, siamo sempre in minoranza. Il fatto non è particolarmente strano ma, a differenza che in passato, ognuno di noi oggi percepisce questo contrasto molto più intensamente, soprattutto grazie ai media di massa che mettono a disposizione di tutti il monto intero. Solo che il mondo intero trascende la nostra capacità di identificazione e quindi diventa una presenza enorme e confusa che preme sulla porta di casa senza mai sostanziarsi nella realtà.
Di conseguenza tutti si sentono, magari inconsciamente, parte di una minoranza. E lo sono, nei fatti. Ognuno di noi è sempre in minoranza, a prescindere dalla propria posizione o appartenenza, perché il numero di quelli che non fanno parte del nostro gruppo è sempre maggiore degli appartenenti al nostro gruppo.
Avere una connessione internet è molto interessante, perché permette in poco tempo di venire a conoscienza di una serie infinita di gruppi (o minoranze) che altrimenti non sapremmo nemmeno esistere. Si scherza dicendo che in internet ognuno può trovare un sito pornografico dedicato alla più strana perversione sessuale: questo è precisamente il meccanismo di cui stiamo parlando applicato.
Dopo qualche anno di lettura di blog e forum, non è possibile quindi non notare certe dinamiche che, sebbene esaltate dalle potenzialità del medium internet, fanno parte del sentire comune. Il processo più interessante però è la costante con cui il singolo si relaziona con il gruppo cui appartiente in antitesi al resto. In sostanza, il singolo sente di appartenere ad un gruppo e, al di fuori di questo gruppo, anziché vedere una serie di altre minoranze, riconosce solo una massa indistinta di persone, componendo un'immagine del mondo divisa in due: un “noi” in minoranza e un “loro” maggioranza. Da qui, possiamo creare una breve tassonomia non scientifica delle varie minoranze, in base al modo in cui il “noi” interpreta il “loro”.
La prima categoria di minoranza comprende quelli che definisco “vittimisti”. Secondo costoro il mondo va male e, per qualche motivo, sono venuti a contatto in maniera negativa con un'altra minoranza. La mescolanza dei due fatti li porta ad attribuire i mali del mondo a quella minoranza, confondendola con la totalità del mondo. Ad esempio, chi è di sinistra ripete da anni il mantra secondo cui l'Italia è governata in maniera totalitaria dai fascisti i quali, mentre governano il Paese, contemporanemante organizzano colpi di Stato e fuggono in Sudamerica. Per contro, chi è di destra vede comunisti e sinistroidi ovunque, hanno in mano tutti i giornali, tutta la musica, il cinema, la pubblicità, insomma, il famoso monopolio della cultura con cui faranno diventare tutta la popolazione omosessuale. I gruppi di cattolici sono convinti che il mondo sia in mano agli atei, che hanno come fine ultimo quello di distruggere la Chiesa di Roma, mentre gli atei mettono in guardia su come il Vaticano controlli ogni singolo aspetto della politica e dell'economia della Nazione e su come voglia spazzare gli atei e la scienza dalla faccia della Terra.
Come si vede, per ogni minoranza sembra esservene un'altra uguale, contraria ed onnipotente votata al suo annientamento e, guardacaso, loro fanno parte proprio della minoranza che verrà annichilita. Di qui il nome di “vittimisti”.
Vi sono poi gli “elitaristi”. Chi appartiene a questa minoranza assume una posizione più evoluta e non scende ad accusare le altre minoranze di alcunché. Si atteggia a sergente Hartman, non si sente superiore a negri, froci, terroni e marocchini, perché per loro sono tutti uguali, non contano niente allo stesso modo. Per costoro gli altri sono solo un gregge, sono tutti stupidi e mossi dagli istinti di fame e riproduzione, mentre loro fanno parte degli aristoi, i migliori destinati a comandare. Praticamente quelli che credono di aver capito sul serio Nietzsche, loro.
Esiste poi la minoranza degli “intellettualisti”. Sono particolarmente dediti alla lettura, al cinema d'essai, alle varie Biennali. Non guardano gli altri con disprezzo, bensì con sgomento e dolore perché non si capacitano di come sia possibile vivere senza guardare almeno due film coreani al mese e andare a gioire per le mostre di arte contemporanea senza scendere nella scala evolutiva. La massa (cioè quelli che loro non frequentano) non è malvagia o pericolosa come credono gli elitisti, è solo costretta in uno stato di semibestialità che non le permette di esprimersi se non a grugniti o attraverso la secrezione di odori. Queste persone possono anche definirsi progressisti o di sinistra in certi casi, ma prima o poi giungeranno alla rivelazione che tutti quegli scimmioni che camminano sul marciapiede votano, orrore.
Questo tipo di tassonomia si potrebbe applicare in molti altri casi, ma ragioni di spazio e di tempo suggeriscono di fermarsi qui. Il lettore potrà certamente fare proprio il metodo e utilizzarlo come simpatico gioco di società nelle fredde serate invernali.
Interessa notare però alcune cose: la prima è che l'essere parte di una minoranza costituisce motivo di orgoglio, poiché chi è al di fuori di quella minoranza esiste solo come individuo massificato. Poi, essere pochi significa essere migliori. Ed infine, ad essere massificati e conformisti sono sempre gli altri. Strano, davvero.
Spero che nessuno ora pensi che in questo blog si inizierà a crearsi una nuova forma di minoranza per essere ancor più alternativi di quelli che si sentono già migliori del resto della popolazione. No, tutt'altro. La nostra speranza è che questo blog diventi il punto di incontro per coloro che sanno di essere maggioranza, di far parte della media, di non essere nulla di così speciale rispetto agli altri.
Ci definiremo, per prendere in prestito una felice intuizione di un grande del pensiero contemporaneo, “mediamente mona”. Sappiamo cioè di non essere particolarmente migliori degli altri, ma siamo anche convinti di non essere poi tanto peggiori, via. Non salveremo il mondo, ma nemmeno lo annienteremo. Siamo la sana via di mezzo. I “mediamente mona”.










