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Il responso delle urne

Come tutti coloro che hanno una formazione classica, mi viene abbastanza naturale ritenere che l'esito della forma politica chiamata democrazia sia l'oclocrazia (democrazia e oclocrazia per i pensatori greci erano la stessa cosa, solo che democrazia aveva una accezione più neutra, oclocrazia apertamente dispregiativa).

Non è che me lo invento io: la democrazia ateniese non era una democrazia nel senso odierno e, se paragonata alla nostra, era fortemente classista e sessista. Anche il pensiero democratico moderno, in Francia e America, si prefiggeva una forma di governo chiamata democratica, in cui però la massa della popolazione era sostanzialmente esclusa dall'esercizio effettivo del potere. E ovviamente questo limite era di natura classista e sessista. 

Tuttavia il mio background politico è sostanzialmente libertario (si è modificato nel tempo, ovviamente, ma libertario resta). Mi è difficile definirmi anarchico perché nella vulgata corrente il termine ha precisi riferimenti ideologici che non mi appartengono, ma in generale diciamo che mi identifico molto nell'idea di socialismo liberale, in cui il pensiero libertario si appoggia sia sui pilastri del liberalismo (libertà individuale, diritti politici) che su quelli del socialismo (la libertà individuale e i diritti politici servono a niente se non si cerca di migliorare le condizioni materiali della società in generale).

Il cambiamento principale che è avvenuto nella mia forma di pensiero è dovuto all'esperienza, naturalmente. A vent'anni il mio pensiero era sostanzialmente teorico, oggi si è dovuto aggiustare in base ai dati che ho "raccolto" nel frattempo. 

La parte più difficile è stata cercare di far convivere l'ispirazione libertaria con l'evidenza che la maggior parte delle persone non vuole la libertà, tranne che per sé e solo quando si accorge che altri gliela portano via (esempio banalissimo: gli "anarchici" che professano il crollo dello stato e cercano lo scontro con la polizia e che poi rivendicano a gran voce i diritti dell'imputato tipici delle democrazie liberali borghesi, il welfare state e la scuola gratuita di stato).

Un chiaro esempio di dissonanza cognitiva: la tua visione del mondo cozza con i dati dell'esperienza. Cosa fare? Credo che il mio errore di partenza sia stato abbastanza banale. Siccome io, se lasciato senza controlli esterni, so gestire la mia libertà senza fare danni a me e agli altri, siccome non sento il bisogno di avere uno stato paternalistico che mi abbraccia dalla culla alla tomba, siccome mi rendo conto che quando lo stato ti offre qualcosa lo fa per un suo tornaconto, ho sempre pensato che sarebbe andato bene a tutti vivere in libertà.

Ma non è così: un sacco di gente, quando la lasci libera, non sa gestirsi, ha bisogno della presenza statale dalla culla alla tomba e chiede, se non con le parole con le azioni, uno stato presente e forte, che sollevi il singolo dal peso di troppe responsabilità.

Detto questo, una democrazia radicale come la nostra, dove il potere politico trae forza dal consenso di milioni di persone, è destinata a mutarsi in oclocrazia. Non c'è verso di gestire un gruppo sociale mantenendo il consenso senza che questo porti a risultati pessimi. La gara al consenso è gara al ribasso, perché bisogna puntare al minimo comune denominatore all'interno di un gruppo sociale estremamente eterogeneo.

E l'oclocrazia è l'anticamera della dittatura. Storicamente i governi dell'uomo forte sono quei governi che fondano il proprio potere sul consenso delle masse per aggirare il potere delle elite dominanti. Ovviamente il consenso è estorto con l'inganno e la manipolazione, e con una buona quantità di violenza, ma non è questo il punto. Storicamente le masse tendono ad appoggiare una figura forte, che si appella a loro direttamente pur non facendone minimamente gli interessi, se non in misura minore per alcuni aspetti materiali.

Cesare, Napoleone, Mussolini, Lenin, Hitler erano l'espressione di questa tendenza naturale delle masse a scegliere l'uomo forte.

Quindi non c'è da stupirsi che il voto democratico porti agli esiti che sappiamo; è inutile chiedersi perché "la ggente" vota chi non fa i suoi interessi. E' connaturato nel sistema democratico che concede la possibilità a milioni di individui di delegare il potere politico.

Come la penso io? Che il processo democratico non mi interessa più, né mi interessa la politica attiva in qualunque forma. La necessità di avere consenso per poter agire la rende di per sé inefficace. Se io, sul posto di lavoro, dovessi cercare il consenso del gruppo che dirigo, avrei due strade: o ingannarli e fare comunque quello che voglio, o perdere clienti e dopo un po' anche il lavoro per tutti. Per fortuna invece devo scegliere in base a quello che considero il modo migliore di agire, e anche se non ho il consenso di nessuno, posso farlo lo stesso. E se sbaglio, pago io, non chi ha seguito le mie decisioni. E questo va contro ogni principio democratico.

E la libertà è divenuta una condizione personale e non mi preoccupo più tanto di quella degli altri. 

Scene da un matrimonio

Se non ho capito male, c'è stata la periodica gazzarra sul matrimonio gay. Non che io abbia un'opinione particolarmente intelligente a proposito, però non capisco tutta questa smania di avere il diritto di sposarsi.

Prendete i preti, che poi è quello il de quibus. La Chiesa è il più formidabile apparato di potere della storia dell'uomo. Hanno cominciato con 13 poveracci e una prostituta, nel giro di 300 anni hanno conquistato l'impero romano senza colpo ferire e dopo duemila anni sono ancora lì. Dite quello che volete, ma i preti sanno il fatto loro. 

Cosa c'entra il matrimonio? Semplice: i preti fanno di tutto perché vi sposiate e facciate figli. Ma loro, per entrare a far parte del clero, sono obbligati a non sposarsi e non avere figli.

Loro comandano da duemila anni, voi piegate la testa sempre. 

Amici gay, ancora tanto sicuri di volere matrimonio e adozione?

Come no?

Cascasse il porco di un mondo che c'ho sotto i piedi, mi venisse un accidente qui seduta stante di fronte al mio pubblico, ma io il giorno dell'incoronazione di un re non lo festeggio. 

No, mai e poi mai. 


Questioni di spessore

Nel 2011, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Libertà e Giustizia, durante una manifestazione pubblica trasmessa dalla tv di Stato chiede le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica perché se rimane lì chissà poi all'estero cosa pensano. E si vanta di fronte a tutti di andare a letto tardi perché legge Kant.

Tra il 1927 e il 1929, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Giustizia e Libertà, durante il confino sull'isola di Lipari voluto dal regime fascista, scrive un libro in cui cerca di dar vita alla fusione delle due grandi visioni del mondo dell'epoca, il liberalismo e il socialismo. E nella prefazione si scusa con i lettori per l'assenza di riferimenti bibliografici, perché, sapete, era stato deportato per volere del governo.

Potremmo quasi dire che il valore del regime in carica si misura in base allo spessore dei suoi avversari.

Eroe del nostro tempo

Fermi tutti. Mi sono informato e scopro che Assange sta diventando un eroe moderno per i motivi sbagliati. Tutto questo ciarlare di libertà di informazione sta nascondendo la vera ragione della grandezza di Assange. Dobbiamo ristabilire la verità.

Premetto che non condivido necessariamente le azioni dell'uomo dal capello bianco, ma gli riconosco di avere cojones.
... e un gancio per le teste dei mostri

Tutto comincia quando il biancocrinito vola in Svezia. Va a un convegno dei socialdemocratici e conosce una signora appartenente a tale partito. Una nota femminista. Ora, fate bene attenzione, perché una socialdemocratica femminista svedese è una che non scherza per niente quando si tratta di maschi, è una seria veramente. In più questa particolare femminista svedese – se non ho capito male – ha scritto un libro in cui spiega che le donne devono vendicarsi degli uomini. Un peperino da antologia.

Quando lo viene a sapere, il biancocrinito proclama “sfida accettata!” e lo stesso giorno se la porta a letto, sussurandole “chi è che si vendica eh? Chi è che si vendica?” Non contento, al medesimo convegno, conosce un'altra donna, e il medesimo giorno si porta a letto anche lei!

Solo che l'avevano avvertito, guarda che in Svezia c'è una legge per cui se hai rapporti sessuali e non indossi il preservativo contro il volere o all'oscuro della compagna commetti un reato penale. E senza indugio, il nostro ha proclamato “sfida accettata!” e con entrambe le signore si è prodigato in una illecita cavalcata a pelo, in ispregio della legge e delle femminste svedesi.

Poi c'è la questione dei messaggi segreti delle ambasciate americane. La perdita dei documenti era un fatto noto alle autorità, di cui si sa anche il responsabile, un soldato che è stato chiuso in un cella la cui unica chiave è stata inserita nel prossimo programma spaziale per la conquista di Marte. Questo disgraziato non se lo è filato mai nessuno, nemmeno so come si chiami, ed è destinato a marcire in gattabuia ignorato anche da sua madre.

Assange si è trovato in mano questi documenti, in cui si dice che in Iraq c'è la sabbia, in Russia bevono la vodka e dai quali si evince che gli americani non hanno ancora capito che quando in Italia uno ti confida che il capo è stanco per colpa dell'attività sessuale è un complimento e una fanfaronata, non un dispaccio segreto. Monta un hype a riguardo che nemmeno ai tempi del Segway, pubblica sta roba inutile e basta, diventa l'immagine della libertà del giornalismo e adesso si trova con le polizie di tutto il mondo che lo cercano. Ma non per i documenti segreti: per aver trombato senza preservativo!

È chiaro dunque che quest'uomo è un genio, è un troll talmente perfetto da scavalcare gli argini della trollitudine e ascendere all'empireo dei grandi di questa Terra. Purtroppo verrà ricordato come un difensore della libertà o come il nemico pubblico numero uno, ma probabilmente anche questo era il suo piano da troll.

Ci si può depilare con un post-it?

In quanto giovani adulti degli anni '70, i genitori degli anni '80 erano terrorizzati dalla droga (eroina assunta per via endovenosa soprattutto) e tutti noi bambini di allora abbiamo ricevuto una fortissima educazione alla prevenzione, allo stare lontani dagli spacciatori e dagli sconosciuti che distribuivano droga gratis.

Inevitabilmente, quand'è venuto il momento di affrontare da soli il mondo, non avremmo saputo riconoscere uno spacciatore nemmeno se ci avessimo sbattuto contro. Inevitabilmente, eravano del tutto impreparati ad affrontare la questione droga, uso, abuso, dipendenza eccetera. Credo sia per questo che al giorno d'oggi c'è gente fulminata nel cervello che non si considera tossicodipendente perché non si infila un ago in mezzo alle dita dei piedi nei bagni della stazione.

Lo stesso sta succedendo con quelli che hanno orchestrato la campagna dei post-it sulla bocca. Stanno facendo un quarantotto per una legge che verrà, mentre è ormai da anni in Italia la magistratura e la polizia possono chiudere un sito praticamente per sempre a totale discrezione loro, senza processo e senza difesa.

Della cosa se ne sono sempre fregati tutti, perché all'inizio erano misure contro i terroristi islamici i pedofili: tradotto, riguardavano qualche immigrato con le pezze al culo e qualcuno che era considerato talmente rivoltante da non meritare alcuna protezione, nemmeno quelle richieste dalla Costituzione.

È bastato lasciare tempo al tempo e si è arrivati al punto che se uno sciroccato qualsiasi con qualche contatto “importante” vi querela, il magistrato che si occupa della questione decide che il vostro blog, tutto e per intero, deve essere chiuso e fa in modo che il vostro servizio di hosting stacchi la spina.

Mentre quelli che si lamentano del fatto che una legge voglia rendere obbligatoria la rettifica dei contenuti bla bla bla, contemporaneamente è pratica abituale che i blog vengano fatti chiudere senza processo e senza condanna. Nel silenzio generale. Senza post-it.

Ora, nelle questioni giuridiche non metto parola, non mi compete. Però due cose mi paiono chiare. La prima, come ho già avuto modo di scrivere, è che in Italia manca completamente una mentalità dei diritti personali inviolabili, che sono sempre stati considerati sacrificabili in favore del partito, della corporazione e dello Stato. Anche perché pensate che in Italia quelli che si definiscono liberali e liberisti sostengono Berlusconi. No, per dire a che livello siamo.

La seconda è che una situazione del genere (che un blog venga fatto chiudere a tempo indefinito senza una condanna e che nessuno se ne lamenti) è il frutto maturo delle politiche di chi per anni ha chiesto allo Stato tutto. Abbiamo chiesto allo Stato di darci la sanità, la scuola, l'università, le pensioni, la casa, il lavoro, pensando di non dover dare niente in cambio. Non ci siamo resi conto che c'era un prezzo da pagare per tutte queste cose: la libertà. Così oggi, quello Stato a cui ci siamo rivolti mostrandoci deboli ed indifesi, ci tratta come tali: se siamo deboli ed indifesi, è giusto che sia lo Stato a decidere quali blog dobbiamo leggere e quali no. La censura è sempre fatta per il nostro bene, no?

Al pari dei bambini degli anni '80, i difensori della libertà a mezzo post-it non riescono a distinguere la censura e la limitazione dell'espressione del pensiero nemmeno quando ci sbattono contro, perché sono stati abituati a pensare che la censura sia una legge scritta da un Presidente del Consiglio molto cattivo nella quale esplicitamente si ordina la censura. E finché quella legge non c'è, la vostra libertà di espressione può essere calpestata a piacere senza che se ne accorgano.

Colpo segreto della tenia nascente

L'ira degli dei. C'era da aspettarselo. È venuta giù l'ira degli dei insieme a quel Duomo in miniatura [ho appena notato che in Italia anche la violenza di piazza è fortemente religiosa: una volta si tiravano i sanpietrini, adesso le madonnine. La Chiesa vince sempre, ricordatevelo].

A parte le strumentalizzazioni politiche, che non possono mancare (io se fossi un politico farei lo stesso, figuriamoci) e che quindi valgono come il due di picche, posso notare due cose. No, tre.

Berlusconi, uomo dell'immagine per eccellenza, colui che – secondo alcuni – ha contribuito ha far rinchiudere gli italiani in casa e a toglierli dalle piazze grazie al suo mondo catodico, è stato colpito nella viva carne e nella piazza reale. Quasi un contrappasso.

Poi ci sono i suoi colleghi parlamentari. Che, per reagire ad un fatto avvenuto nel mondo reale, che anzi richiama – ma con tutt'altra valenza1 – proprio le gesta della piazza ottocentesca, con l'anarchico solitario che uccide il re a nome degli oppressi; insomma, per reagire alla forma più antica ed antiquata di dissenso politico, si impegnano a far chiudere i siti internet, il segno più moderno della fine di quelle piazze e di quei gesti. Ancor peggio, se la prendono con Facebook, perché nella loro atavica ignoranza confondono internet con Facebook. Signori, questa è la gente che ci comanda, persone che non riescono nemmeno a compiere un processo mentale minimanente logico.

Infine vedo che molti sono preoccupati per il clima di odio che aleggerebbe in Italia. Persino l'amico di blog Yossarian, benché noto guerrafondaio reclutatore di bambini soldato, si dice preoccupato per la situazione politica e sociale italiana, che gli fa tornare alla memoria i prodromi degli orrendi anni di piombo. È davvero così? Vediamo.

I precedenti non promettono nulla di buono. La storia d'Italia è (anche) storia di violenza di piazza. La piazza in Italia ha sempre avuto una forte valenza politica, soprattutto per le opposizioni (e chi ha letto l'opera di Mario Isnenghi forse comprende meglio quello che intendo). Il Risorgimento fu per larga parte violenza di piazza. Bisognava essere esperti di barricate allora, perché non c'erano i reparti mobili da fronteggiare, ma l'esercito austriaco. Ma poi tutta la retorica dell'unità d'Italia sarà l'esaltazione della violenza, che culminerà con le cannonate su Porta Pia e i bersaglieri che entrano a Roma.

In seguito, se i giornali, i circoli e il Parlamento erano in mano alle elite borghesi e aristocratiche, la piazza era il luogo dell'opposizione e della rivoluzione, questa volta non contro gli austriaci e i Borboni, ma contro la nuova classe dirigente italiana. E non ci si andava per il sottile nemmeno allora: per un Bava Beccaris che usava l'artiglieria per le strade di Milano, chissà quanti altri ufficiali si accontentavano di moschetto e baionetta. Per un Bresci che uccide il re, chissà quanti altri come lui si accontentavano di un conte ferito o un barone acciaccato.

Poi è arrivata la Grande Guerra e poi è finita ed è arrivato il biennio rosso. Certo, a studiarle sui libri di storia queste cose sembrano poco più che aneddoti, ma allora c'era da aver paura. Decine di migliaia di giovani addestrati alle armi, veterani delle trincee che si riversavano in piazza e che volevano fare la rivoluzione. Fabbriche occupate con lo schioppo. Provateci voi a fare una cosa del genere oggi. E poi gli arditi... gente che assaltava i nidi di mitragliatrice col coltello tra i denti a colpi di mazza ferrata e che d'un tratto si ritrovava nella vita civile di un'Italia senza lavoro e che non sapeva che farsene di questi esaltati. Non so, immaginate dei membri della Delta Force, veterani del Vietnam, che tornano a casa e non hanno lavoro, non hanno famiglia e sono disperati. Avete idea di cosa riuscirebbero a combinare?

E allora occupano Fiume, guidati da un poeta. E poi si dividono, alcuni passano al fascismo, altri al socialismo. E ci si spara per strada. Alle manifestazioni si moriva, perché c'erano quelli appostati ai balconi che facevano fuoco sulla folla. Marinetti lo scrive proprio che una volta, imbattutosi con gli amici suoi in un corteo di rossi, si è messo a sparare sulla prima fila. Alle donne. Apposta. C'era tanta violenza in piazza allora.

E poi la Resistenza e la guerra civile. Giovani che scelgono di sparare ad altri giovani, altra violenza.

In tutta la storia d'Italia questa violenza di piazza non era praticata per caso, ma teorizzata e incanalata ed ideologizzata. Era violenza politica e rivoluzionaria. E quindi, tutto sommato, nel dopoguerra il clima si fa relativamente disteso, rispetto agli anni precedenti. Non buono, ma insomma...

Poi sono arrivati gli anni '70. La generazione dei figli dei partigiani e dei repubblichini. Tanti avevano studiato e avevano imparato la lezione: l'opposizione si fa in piazza e con le armi, non basta parlare e votare. Il resto si sa, sono gli anni di piombo.

Personalmente ritengo che la violenza di quegli anni non sia stata adeguatamente repressa dall'inizio per precisa volontà politica. Non erano molti i violenti, solo molto rumorosi. Uno stato moderno avrebbe potuto porre fine alla questione nel giro di un anno o due. Ma c'era una classe politica in crisi di consensi. E se i violenti erano pochi, quelli che si erano rotti le scatole erano tanti. Una classe dirigente che ormai governava da più di vent'anni aveva bisogno di rafforzarsi, pena la sparizione. E non c'è miglior alleato politico della paura. Facciamo capire agli italiani che la violenza è più forte dello Stato e avremo dalla nostra parte il sostegno del popolo. E così fu.

E oggi? Siamo di nuovo di fronte a quella situazione? Non ne sono sicuro. I giovinastri degli anni 70 erano eredi di una cultura che portava in sé i semi della violenza. A scuola ti insegnavano come i patrioti facessero barricate, a casa ti insegnavano come i patrioti avessero preso il fucile; oppure ti insegnavano che i traditori avevano preso il fucile e che quindi lo dovevi prendere anche tu. E poi, quanti ragazzi di allora ricevettero la pistola in mano da qualche ex-partigiano, che a sua volta era stato allevato secondo il motto “libro e moschetto”? Una buona metà della popolazione era di sinistra. Oggi non vuol dire niente, ma fino a qualche anno fa i socialisti e i comunisti teorizzavano la rivoluzione. Teorizzavano la caduta del capitalismo e dello Stato borghese. Chiaro che i parlamentari e i vecchi dicevano e non facevano, ma i giovani no, i giovani sentivano parlare di comunismo e lo volevano sul serio, non la prendevano come retorica buona per i comizi. Così come dall'altre parte erano altrettanto convinti delle loro posizioni. Insomma, se i politici parlavano in maniera felpata, c'era comunque una lunga tradizione di teoria politica che predicava la violenza; non solo, c'era anche l'educazione ricevuta a scuola che aiutava. E c'erano gli esempi viventi.

Oggi tutto questo non c'è. Manca una cultura della violenza politica perché manca persino l'obiettivo da raggiungere per mezzo della violenza. Abbiamo visto che l'unico movimento moderno e di sinistra è stato quello No-Global. Sono bastati due giorni di mazzate per disperderlo per sempre. E le reazioni del movimento sono state proprio quelle di chi con la violenza non vuole avere a che fare né l'ha mai praticata: stupiti che la polizia menasse, quasi oltraggiati.

La sinistra postcomunista è stata definitivamente scalzata dal parlamento e i sostenitori della sinistra parlamentare sono diventati i difensori della magistratura: sono cioè diventati i più accessi sostenitori dell'organo dello Stato repressivo per eccellenza.

La destra parlamentare è un'armata Brancaleone altrettanto priva di contenuti, vagamente parteggiante per le forze armate e la polizia e per il resto troppo impegnata a capire come abbiano fatto a vincere le elezioni i secessionisti insieme ai nazionalisti insieme ai democristiani insieme ai pubblicitari insieme alle veline.

Però si dice che il dibattito politico si sia incarognito in questi ultimi anni. A me non sembra. A sinistra non osano nemmeno parlare. Hanno adottato delle parole d'ordine talemente annacquate che non si capisce nemmeno a cosa pensino. A destra non so neanche che retorica usino, a dire il vero, perché c'è di tutto, Fini con la kippà, Bossi col dio Po, dell'Utri con i suoi eroi.

Mi pare che il dibattito politico si sia invece involgarito: grida, cappi esposti, insulti all'aspetto fisico delle persone. Ma questo linguaggio non mobilita le persone, non le incita alla violenza. Non è gridando per quindici anni di fila “comunisti” o “regime” che si scatena la violenza di piazza.

Se qualcuno ha avuto esperienze di rappresentanza (non necessariamente politica) saprà bene che i gruppi hanno delle dinamiche costanti. Quasi sempre essi contengono al loro interno una minoranza che si espone e si dà da fare per il gruppo nel suo insieme. Poi c'è la maggioranza che non partecipa attivamente, ma eventualmente parteggia per qualcuno. Poi esistono quelli che si lamentano sempre di tutto. Qualunque cosa i dirigenti facciano non va bene, tutte le decisioni sono sbagliate, ogni scelta è fatta contro l'interesse generale e via dicendo. Spesso riescono a tirarsi dietro anche una parte della “maggioranza silenziosa”. Ma una cosa è certa: non agiscono mai, vivono solo nel riflesso delle azioni altrui.

Ecco, in Italia da tempo ormai il gruppo dirigente ha deciso di mollare. Le persone con un minimo di intelligenza stanno lontane dai partiti, hanno capito che il gioco democratico è una corsa al peggio e preferiscono dedicare gli sforzi ad altre cause. Gli ultimi che ricordi aver partecipato con entusiasmo erano i leghisti ad inizio anni 90, quando pensavano che finalmente qualcosa si potesse cambiare in politica. Hanno presto mollato tutti, dopo che hanno capito che anche la Lega Nord era un partito come gli altri, e sono rimasti i Calderoli e i Borghezio. E il figlio di Bossi. Per dire, no...

Così il vuoto lasciato dai “dirigenti naturali” è stato rimpiazzato da quelli che si lamentano. I politici di oggi sono gli scarti di quello che è rimasto dei vecchi partiti, mentre i loro sostenitori sanno solo lamentarsi. E quando si lamentano, lo fanno alla grande, che altrimenti non cìè gusto: “abbiamo il regime liberticida”, scrivono sui dieci giornali che hanno a disposizione; “sono degli illiberali che aspettano di far abbeverare i cavalli dei cosacchi alla fontana di San Pietro”, lamentano in Parlamento o da una delle sei tv che possiedono. “Secessione”, berciano dai loro scranni a Roma, mentre piazzano figli e nipoti ovunque sia possibile sperperare soldi pubblici.

Perché quelli che si lamentano devono sempre passare per vittime, e allora s'inventano di essere processati, perseguitati, censurati, picchiati; di essere oggetto di campagne d'odio, di violenze immaginarie, di pestaggi fantasiosi.

Questa è la nostra classe dirigente e questi sono i suoi sostenitori: parassiti che vivono parlando a vuoto, nutrendosi del riflesso di soprusi inventati, perché di reali non ce ne sono. E da questo clima non credo possa nascere violenza politica, perché la violenza è azione e rischio personale: due cose che i parassiti non sanno nemmeno cosa siano. Alla prima randellata che dovessero prendersi, sparirebbero alla velocità della luce.

Mi sento di dire che possiamo stare tranquilli. Non credo rivivremo ancora gli anni 70. Al massimo soffriremo dei disturbi tipici di un corpo afflitto da parassiti.

Scusate il post infinito.

1Perché assaltare il Re non è come uccidere un Presidente. Il Re è il rappresentate dell'ordine voluto da Dio e attaccare il Re vuol dire mettere in dubbio il volere di Dio. Un Presidente eletto è solo un uomo che rappresenta poco più che sè stesso e i suoi accoliti. Attaccare lui non intacca l'ordine del mondo.

Spendere, risparmiare o boicottare? - 2 parte

Per chi è d'accordo sul piano teorico che si stia vivendo un periodo che non è proprio il massimo e che ci sia bisogno di cambiare le cose anche radicalmente, la domanda più naturale è: “sì, tu hai ragione in teoria, ma in pratica cosa si fa?”

Domanda che mi sono posto a lungo e che continuo a pormi, perché non ho una risposta. Cerco però di analizzare la situazione in maniera razionale.

Considerando la realtà secondo il principio di causa ed effetto, la soluzione sarebbe la rivolta armata. Grazie alla rete, sarebbe possibile organizzarsi, coordinarsi e radunare forze a sufficienza, in modo da poter contrastare il monopolio della forza, che è uno dei cardini dello Stato moderno. Sul campo, il risultato sarebbe il seguente:

Quindi, a meno che l'asso nella manica non sia far morire dal ridere l'avversario, non vedo la rivolta armata come una soluzione utile allo scopo. A nessuno scopo, se è per questo.

Che in realtà bisogna pensarci bene prima di mettersi a cambiare le cose. Bisogna sapere cosa si vuole e soprattutto cosa andrà a sostituire il presente. Tradizionalmente siamo stati abituati ad avere le idee chiare. Una volta anche il più improbabile dei rivoluzionari aveva in mente come far funzionare il mondo a venire, a prescindere dalla giustezza o meno delle sue idee. Era l'epoca in cui esistevano le ideologie, un termine che oggi si ripudia con vergogna, ma che ha fatto compagnia alla vita di molti. Non è certo il caso di rimpiangere quei tempi, però in effetti pare che nella gran furia di buttare via le ideologie, ci si sia dimenticati sia di buttare via anche chi quelle ideologie propagandava, sia di sostituirle con qualcosa di meglio.

Il non aver buttato via le persone ci dovrebbe mettere in guardia da molti cosiddetti militanti e dalla classe dirigente che essi scelgono. Se c'è gente che per anni è stata iscritta al PCI, o alla DC, o ai Radicali e che oggi milita per idee del tutto contrapposte, significa che hanno mentito nel passato o stanno mentendo ora. O hanno sempre mentito e continuano a farlo. E questo non esclude che abbiano mentito o stiano mentendo anche a se stessi.

La mancanza di un sostituto alle ideologie è meno grave del fatto di avere dei cazzari patentati come classe dirigente, è fuori discussione. Il fatto è che c'è gente che continua a sperare nella rivoluzione, intesa come capovolgimento dello stato di cose, ma quello che hanno in mente non è esattamente da considerarsi un mondo migliore.

Se escludiamo frange minoritarie tipo gente che crede ancora nel comunismo-leninismo o nel fascismo, quello che si può notare anche senza fare studi approfonditi è che nessuno vuole un vero cambio di sistema. In media, il genere di cambiamento richiesto consiste nel pretendere che lo Stato fornisca una lunga serie di... tutto, in modo che noi non si debba più pensare a niente. Lo Stato e i governi dovrebbero far funzionare l'economia, offrire istruzione eccellente e gratuita, salvare l'ambiente dal riscaldamento globale, promuovere la cultura, fare informazione oggettiva ed indipendente, più tutto quello che di buono vi viene in mente.

Una cosa poco nota, nel senso che tutti fanno finta di non saperla, è che questa concezione di Stato non è l'unica presente nell'universo, ma è nata in un contesto ben preciso, quello dei gloriosi anni 20 e 30. Incominciò col Fascismo, continuò col Nazismo e l'Unione Sovietica e trovò forma più moderata nelle dottrine di Keynes in America. Uno Stato che si intromette, regola e sanziona la vita dei cittadini al fine di regalare pace, ordine e felicità. Come è andata a finire con i primi tre regimi non c'è bisogno di dirlo. Con Keynes, be' pensate che propugnava l'inflazione come tassa occulta per le classi più povere. E che le politiche keynesiane, partite da un innocente “il Governo commissiona lavori anche inutili per avviare l'economia” sono arrivate a creare il tristemente noto “complesso militar-industriale”. E la Federal Reserve Bank, la quale ultimamente non si è certo fatta notare per acume e intelligenza.

Da quello che osservo io (ma non ho certo la pretesa di vedere meglio degli altri), mi pare di capire che le uniche idee per un cambiamento siano o l'utopismo – chiamiamolo così – di chi vota sperando per un non meglio precisato motivo che prima o poi arriverà qualcuno a mettere le cose a posto, e la rabbia di chi vuole uno Stato-padre-padrone che stana i commercianti ad uno ad uno, tassa i ricchi all'75%, stampa cartamoneta senza ritegno, e fa tutte le cose che i socialisti italiani hanno fatto negli anni 80. Oltre a nazionalizzare tutte le industrie. E le banche. E la produzione di vibratori.

Nell'aria sento voglia di Stato totalitario. E l'odore non mi piace per niente. Soprattutto non mi piace che non ci sia nessuno a contrastare l'andazzo. A destra vogliono rendere lo Stato violento con chi non gli garba; a sinistra vogliono una socialdemocrazia dove tutto è in mano ai privati, ma è in regime di monopolio garantito dallo Stato. Chi è escluso, vuole semplicemente che lo Stato gli dia pane e companatico, non importa a che prezzo, fosse anche quello di trovarci in un delirio nazisoviet, basta che siano gli altri a pagarlo.

Se questa è davvero l'aria che tira, allora sinceramente preferisco che le cose restino come sono. Almeno in questa situazione so barcamenarmi. Un branco di politici dediti all'uso di droga e a far soldi mi fanno meno paura di un gruppo di rivoluzionari fanatici e moralisti che hanno deciso di migliorare il mondo costi quello che costi. Io non ho mai avuto problemi con chi esercita potere su di me. Mediamente chi esercita l'autorità è più stupido di me. Se non lo posso combattere, di solito lo frego con l'intelligenza. Se vengo condannato a morte, scelgo a che albero venire impiccato.

Se invece arriveranno i rivoluzionari a portare il bene in Terra, quelli come me sono fottuti: di fronte al rivoluzionario, devi fare dichiarazione di fede. Non basta farsi i fatti propri, è necessario dimostrare che si crede alla causa. Ed io, che una causa non ce l'ho mai avuta e non voglio averla, siccome non sono capace di far finta di averne una, sarei braccato come nemico del popolo.

Perché ai rivoluzionari di tutti i tempi una sola cosa non è mai interessata: la libertà. E a me, la seconda cosa che mi interessa nella vita è la libertà. Io e la rivoluzione siamo incompatibili.

Per questo io vi dico: mi va bene questo mondo che se ne frega di me, di quello che penso e di come mi vesto, se questo significa evitare di avere moralisti rivoluzionari statalisti che possono disporre della mia vita.

Grazie.

Spendere, risparmiare o boicottare? - 1 parte

Comprensibilmente il mio post precedente, in cui si muoveva una critica all'utilità dello Stato, ha fatto sorgere la domanda più naturale: ma non basterebbe cominciare a tagliare le spese inutili, gli sprechi, i soldi buttati al vento?

La domanda però è mal posta. Di fronte al quesito se sia meglio uno Stato che spreca o uno Stato che non spreca, chiunque dotato di cerebro in quantità sufficiente risponderà “meglio lo Stato che non spreca”. Lapalissiano.

La domanda che invece mi pongo io è se sia possibile che uno Stato non sprechi. La mia risposta è un convinto “no”. No, perché quando diciamo che uno Stato spende i soldi, vogliamo dire che una serie di esseri umani, alcuni eletti altri assunti, spendono soldi altrui (e questa è la teoria) allo scopo di mantenersi in carica (e questa è l'esperienza pratica). Poiché spendere quei soldi non comporta nessuna conseguenza personale, non esiste alcun limite alle modalità di spesa e alle coseguenti possibilità di errore. Esempio (sottolineo esempio, cioè artificio dialettico per esplicare un pensiero: non è né una spiegazione né una dimostrazione): quest'estate in casa Angelo abbiamo deciso di comprare la nostra prima auto. Poiché un'auto costa molto e noi di soldi ne abbiamo pochi, abbiamo prima valutato se era utile comprarla. Una volta deciso che sì, lo era, abbiamo stabilito che tipo di auto prendere in base all'uso che ne avremmo fatto e abbiamo stabilito un tetto di spesa. Infine abbiamo deciso di non indebitarci per tutta una serie di ragioni e abbiamo cercato finché abbiamo trovato quello che ci andava bene. Come sarà successo anche a voi, ogni singolo passaggio è costato tanta fatica e sudore, e tanta paura di sbagliare. Se i soldi li avete racimolati ad uno ad uno, ci pensate sopra dodici volte prima di spenderli. Perché? Perché se sbaglierete, sarete gli unici a pagarne le conseguenze, in solido e senza sconti.

Ora immaginate di essere un politico o un amministratore e di dover comprare delle auto per i cittadini. Avete molti soldi a disposizione, che non avete guadagnato voi, e dovete scegliere che macchine comprare. Qual'è la differenza rispetto a quello che è accaduto in casa Angelo? Che all'aministratore mancano due limiti fondamentali a guidare la scelta: la soddisfazione di un bisogno e la responsabilità materiale delle conseguenze. Cosa significa? Che l'amministratore deve scegliere un'auto che vada bene a tutti, ma senza sapere quali sono i bisogni di tutti. E che non ha un freno al modo in cui spende i soldi, perché tanto anche se spende tutto quello che ha per una macchina che dopo un anno è da buttare, per lui non cambia niente.

Ma non solo, perché fin qui era solo teoria. La pratica ci dice che il politico, non avendo né il bisogno né la responsabilità della scelta, dovrà comunque adottare dei criteri per operarla. Quali? Di solito, gli vengono forniti da fattori esterni: innanzitutto prometterà di comprare un'auto lussuosa per tutti, così da ricevere voti. Una volta ricevuti i voti, non manterrà la promessa, perché tanto non dovrà pagare per non averla rispettata, e allora considererà quali rivenditori di auto gli lasceranno la busta di Natale più grossa. Inoltre, quando scoprirà di non avere limiti di spesa a causa della possibilità di contrarre debiti all'infinito che non dovrà mai saldare, perderà definitivamente il controllo.

E non fraintendetemi, è quello che avrei fatto anche io, se avessi avuto una montagna di soldi non mia quest'estate: sarei andato da tutti i concessionari e avrei chiesto quanti soldi mi avrebbero dato perché gli comprassi la macchina più costosa che avevano. Perché no? Cosa mi avrebbe fermato? Quale limite vero ci sarebbe stato fra me e una bella macchinozza da 100 mila euro, se alla fine mi sarei trovato a possedere un'auto di lusso e 2000 euro in tasca?

Sicuramente qualcuno obietterà che è possibile che anche io abbia sbagliato a compare l'auto, che potevo farne a meno, o che magari quella che ho comprato è un bidone e fra sei mesi la devo buttare. Tutto vero: ma io non danneggio nessuno con i miei errori. Se sbaglio, pago e imparo per la volta successiva.

Altri obietteranno che non tutti hanno la capacità di scegliere un'auto e che ci vuole il politico che la sceglie al posto suo. Anche questo è vero, non tutti hanno le stesse capacità. Ma chi decide chi le ha e chi no? Purtroppo ci sarà sempre qualcuno non in grado di fare qualcosa. E' la vita, a volte fa schifo, ma non per questo possiamo ridurre tutti i cittadini a minorenni incapaci di intendere e volere. Chi sbaglia paga e i cocci restano suoi.

Insomma, facciamocene una ragione, e impariamo una nozione fondamentale che non insegnano a scuola: fare politica significa soddisfare un bisogno che non si ha, con mezzi economici altrui, senza mai dover scontare gli effetti delle proprie scelte. La politica è una delle cose più folli e prive di senso che si possano immaginare.

Se a qualcuno piace, prego, si accomodi. Ma che non pretenda di chiedere a me i soldi per questo gioco.

Undicesimo: non esagerare

Tra le cose di cui sento la mancanza all'interno dell'umano consorzio, sicuramente c'è il senso del ridicolo. Il senso del ridicolo si compone in parti uguali di istanze morali e di istanze estetiche, allo scopo di limitare le azioni del singolo e renderle più armoniche con quelle degli altri.

Non va confuso con l'umorismo, né con la morale o con l'estetica. E' quella cosa per cui non si agisce in un certo modo per evitare che i nostri pari ci prendano in giro all'istante e quella cosa per cui siamo autorizzati a deridere qualcuno se compie l'azione che lo merita.

Perché, vi chiederete, tra tutto quello che manca al mondo, ti preoccupi proprio del senso del ridicolo? Perché se esso fosse patrimonio comune, ci eviteremmo un gran numero di problemi, dai più minuti ai più giganteschi.

Prendete il posto di lavoro, per esempio. Io lavoro nell'azienda internazionale leader del settore e i miei colleghi vengono da svariate parti del mondo. Fortunato come sono, chi mi comanda direttamente ogni giorno è italiano. Ciò significa “cialtroneria al potere”: tipicamente egli occupa quel posto grazie alla capacità di gestire le pubbliche relazioni, peraltro in un contesto dove non si è avvezzi all'uso italiano. Per cui quando l'italiano afferma di essere bravissimo in questo e quest'altro, e di avere questo e questo progetto in mente, se siete italiani sapete che sono solo parole e non gli date peso; se non siete italiani e non avete anticorpi contro la retorica da quattro soldi, gli crederete e lo metterete pure a dirigere qualcosa. Un capo di tal fatta in genere non è bravo a far niente. Anzi, non è in grado di far niente. E cerca di coprire le sue mancanze con la retorica. Purtroppo per lui, non sapendo far niente, non è nemmeno in grado di parlare in inglese (altro problema tipico di molti italiani all'estero).

Un capo incapace sul lavoro e impossibilitato a comunicare con i lavoratori è una pericolosa mina vagante. Poiché non è in grado di portare a termine il lavoro secondo i parametri che tutti i suoi parigrado rispettano, ma poiché ha detto di poter fare molto meglio di loro, si troverà schiacciato tra il martello dal management che insiste per avere i risultati promessi e l'incudine della forza lavoro che, priva di una guida e sottoposta a richieste impossibili, diminuisce la propria produttività nell'esatto momento in cui dovrebbe aumentarla. Il capo incapace qui perde il grip con la realtà e si sente messo all'angolo. Una volta messo all'angolo, reagisce di conseguenza, attaccando e facendo male. E siccome i più forti non si attaccano, si accanisce sui più deboli. E' esattamente a questo punto che il capo incapace diventa pericoloso: perché inizia a colpire a caso e non c'è modo di sapere né chi, né come, né quando. E non c'è modo di difendersi.

Molte situazioni di discriminazione, di mobbing, di persecuzione nascono in questo modo (non tutte: alcune sono scelte pianificate dall'azienda).

E cosa c'entra il senso del ridicolo? Facile: il capo cialtrone era tale anche prima di diventare capo. Se il senso del ridicolo fosse un istinto innato degli esseri umani, verrebbe notato subito e messo in un angolo. Se si presenta per un colloquio, verrebbe assunto come simpatico uomo di fatica. Se alle riunioni si sforza di tenere discorsi in inglese in cui non c'è una sola frase di senso compiuto, tutti si metterebbero a ridere. Invece no, purtroppo.

Altro esempio: ho conosciuto una giovane che ha avuto un capo (donna, in questo caso, e tedesca) che assumeva la gente affidandosi al pendolino (ossì, ho scritto proprio “pendolino”), al contempo predicando tutte le sciocchezze sul management responsabile che vanno di moda di questi tempi. Prevedibilmente, quel posto di lavoro era un inferno, dove discriminazione e guerra tra colleghi erano la quotidianità. Ovviamente la giovane in questione ha dovuto cambiare lavoro.

Vogliamo fare delle considerazioni meno personali? Prendiamo due nazioni a caso, Italia e Germania, visto che sono le mie due case. Se frequentate gli stranieri, saprete che la chiave di ricerca mentale “Italia + Germania” non produce come risultato la celebre partita di Città del Messico, ma un link che vi reindirizza alla scritta fucsia lampeggiante “nazifascismo”. Fatti salvi tutti i discorsi su quanto cattivo fosse il nazifascismo, non si può non concordare sul fatto che quei regimi fossero, benché diversi tra loro, estremamente ridicoli. Le adunate, l'estetica, la retorica, i simboli erano intrinsecamente ridicoli. Se il senso del ridicolo fosse innato, quando un austriaco e il suo seguito di avanzi di galera e pederasti passano il tempo nei bar di Monaco berciando con voce querula contro ebrei, omosessuali e non-tedeschi, il resto della popolazione si farebbe una grassa risata e gli volterebbe le spalle. E la polizia li arresterebbe per reati comuni. Invece no, li hanno presi sul serio e guardate come è andata a finire. Lo stesso vale per Mussolini e tutto quello che gli girava intorno in quegli anni.

Ma vale anche per politici più moderni, vale per Craxi, per Berluscone. E poi per Moro, Andreotti, D'Alema. Pensate se i loro sostenitori avessero un minimo di senso del ridicolo... be', smetterebbero di essere loro sostenitori molto prima che questi personaggi arrivino ad avere così tanto potere da creare danni agli altri.

A proposito di Moro: avete presente i comunicati delle Brigate Rosse? Se avessero avuto il senso del ridicolo, dopo aver scritto il primo si sarebbero messi a ridere, avrebbero sciolto l'organizzazione e sarebbero andati a fare altro. Cioè dico, sei un ventenne nel bel mezzo del decennio del sesso libero, negli anni in cui le donne te la davano per affondare il sistema capital-maschilista (a proposito, senso del ridicolo...) e tu ti metti a sbrodolare comunicati ciclostilati che attacchi sotto i cestini dell'immondizia? Non solo, ci credi talmente tanto che cominci ad ammazzare la gente per fare in modo che la realtà si adatti a quello che hai scritto sui volantini? E nessuno che ti abbia fermato nel frattempo, facendoti notare quanto ridicolo fossi.

Si potrebbe continuare a lungo. L'altro giorno una valletta della tv ha espresso la geniale idea di vietare nelle scuole il copricapo integrale per le donne musulmane. Come fanno notare Paniscus e Martinez, l'editto della valletta è talmente surreale che non si può nemmeno commentare, ma soltanto prendere in giro. O compatire.

Negli stessi giorni, una PR milanese proprietaria di un bar in Sardegna è andata a turbare la quiete pubblica durante le celebrazioni per la fine del Ramadan, inscenando uno spettacolo grottesco in cui, con la faccia deformata, accusava di essere stata rapita, picchiata a sangue, stuprata, derubata e sputata da parte dei musulmani presenti. In pieno giorno. Circondata da guardie del corpo. Di fronte ad un cordone di agenti di polizia.

La scorsa settimana una tv nazionale trasmette una video-inchiesta riguardo ad un giudice, colpevole di camminare per strada, fumare, sedere su una panchina al parco e indossare dei calzini. Il video è da vedere perché non è nemmeno giornalismo, è avanguardia iperrealista, è così assurdo da poter essere il trailer di Idiocracy, è carnevale tutto l'anno. L'autrice è uno spasso. Ho trovato il suo curriculum, dove scrive di voler – testuale – inorgoglire i suoi genitori. Me la immagino che telefona a casa: “Ciao mamma, oggi ti ho inorgoglito abbastanza?” Ma l'assurdo non è tanto lei, quanto i suoi colleghi, il caporedattore, il presentatore che non si sono resi conto della follia che mandavano in onda, esponendosi ad una figuraccia senza fine, sortendo l'effetto contrario a quello voluto.

Ho menzionato il fatto che la valletta è un Ministro, la PR una parlamentare e la televisione proprietà personale del Presidente del Consiglio?

Aspettate però, perché non è finita. Una mattina noto su Facebook che tutti sono inviperiti con una tal Binetti, senatrice del Partito Democratico, che ha bloccato un legge sulla discriminazione bla bla bla. Cerco di informarmi meglio, che non ci capisco niente, e scopro che 'sta Binetti indossa il cilicio. Cioè, questa signora, una nonnina a vederla, si sveglia la mattina e si cinge i fianchi con un cintura di metallo munita di spuntoni che si infilano nella carne allo scopo di procurarsi del dolore. Se non è chiaro, riformulo: questa senatrice cerca qualunque pretesto per rovinare la vita sessuale degli altri, però poi si vanta sui giornali di far parte della comunità BDSM. D'accordo che ogni pervertito ritiene disgustose le perversioni altrui, ma mi pare si stia esagerando.

Ecco, io il Ventennio fascista me lo immagino così: un branco di imbecilli senza cervello investiti di un potere che non comprendono, troppo scemi per fare qualsiasi cosa e che quindi iniziano a picchiare, uccidere e violentare per cercare di sviare sugli altri la propria inettitudine. Non a caso si attribuisce ad un Mussolini ormai destituito la frase “governare gli italiani non è impossibile, è inutile” anche se non è sua: perché si attaglia perfettamente al personaggio e a tutti quelli che gli sono andati dietro. E gli oppositori un branco di imbecilli uguali che invece di fare qualcosa di utile, qualunque cosa, perde tempo a scandalizzarsi su dove la gente infila il proprio pene, mentre loro si fanno frustare da un colonello delle SS che indossa una maschera antigas e che bercia in tedesco “Iss meine Scheisse, du Schlampe!”

Se solo avessimo tutti un po' di senso del ridicolo, tutto questo non sarebbe altro che un racconto erotico di terz'ordine. Invece è la prima pagina dei più importanti giornali.

Obiezione Vostro Onore!

Ieri ho letto questa intervista sul sito di Micromega e tristi pensieri non mi hanno lasciato per tutto il giorno. Più che il tema trattato, è la prospettiva da cui è originato ad avermi toccato negativamente. Premetto che non ho niente contro l'autore, Emilio Sbaraglia, né contro l'intervistato, Lorenzo Guadagnucci, anzi – se devo essere onesto – non so neanche chi siano (mea culpa); è solo che leggere articoli come questi fa capire per quale motivo la sinistra sembri vivere nell'oltreterreno, in una dimensione parallela inaccessibile ai più. Argomento del discutere sono i processi per il G8 di Genova. Riporto solo le frasi cui mi riferisco:

[...] Pensiamo che per le [...] vicende del G8 di Genova, violenze fisiche gravissime, come quelle compiute nella “macelleria messicana” alla Diaz, o quelle esercitate alla caserma di Bolzaneto contro decine di detenuti (i giudici hanno parlato esplicitamente di tortura), le condanne sono state [di] massimo quattro anni, e coperte per lo più dalla prescrizione. E questo nonostante l’aggravante costituita dal fatto di indossare una divisa e d’essere quindi, in quel momento, rappresentanti dello stato, quindi preposti a garantire i diritti dei cittadini.

La polizia di stato ha ostacolato il corso della giustizia, anziché mettersi a disposizione della magistratura; gli altissimi dirigenti imputati al processo Diaz [...] sono stati promossi a ruoli ancora superiori a processo in corso e hanno tenuto un comportamento processuale indegno di dirigenti di quel rango […].

Nessuno, al vertice dello stato, ha mai pensato di chiedere scusa alle vittime di abusi e violenze.

La voglia di lasciar perdere [...] affiora quando vedi l’indifferenza o il fastidio di chi dovrebbe affiancarti in questa lotta, che ha un valore morale, culturale e politico più che giudiziario. Penso ad alcuni episodi specifici: il no alla commissione parlamentare d’inchiesta dovuto alle improvvise e vili defezioni di alcuni deputati radicali e dell’Italia dei Valori meno di due anni fa; la promozione di Gianni De Gennaro a capo di gabinetto del ministro Amato; gli applausi di quest’estate a Gianfranco Fini alla Festa dei Democratici a Genova quando si è felicitato per la conferma dell’assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che avrebbe ucciso Carlo Giuliani, commentando una sentenza che in realtà infliggeva una pena pecuniaria allo stato italiano per la gestione inadeguata dell’ordine pubblico.

C'è una cosa che mia madre mi ha ripetuto da sempre, forse da prima che imparassi a leggere e scrivere: “ricordati che a noi nessuno ci regala niente”. La frase, presa da sola, non significa molto. Ma le occasioni per cui veniva detta ed il tono di voce con cui veniva espressa le conferivano una valenza così forte da avermela impressa ben a fondo nella mente. Non era il lamento della donnetta inviperita col mondo, significava qualcosa di ben preciso.

Ricordati: ti sto per dire una cosa che tu adesso non capirai, ma che ti servirà quando crescerai.

Che a noi: che alla gente semplice, e tu sei e sarai sempre gente semplice

Nessuno: chi detiene una qualunque forma di potere

Regala niente: proverà a mettertelo nel didietro, magari anche solo per divertimento

E' la saggezza di generazioni di contadini, mezzadri, emigranti, operai, poveri, affamati che si è impressa nel DNA dei loro figli e che ha lasciato in eredità un codice di comportamento utile per vivere in un ambiente ostile.

Allora non comprendevo molto cosa intendesse dire. Sì, certo, sapevo che in qualche modo doveva avere ragione, tua madre mica ti dice le bugie, ma certe cose sono spesso difficili da distinguere: se sei solo nipote di povera gente, se la fame non sai cosa sia, se non hai le mani spaccate dal badile questa morale ti sembra una cosa giusta, ma non applicabile alla realtà circostante. Poi però cresci e capisci cosa voleva dire tua madre quando diceva “ricordati che noi”. Significa che per quanto tu possa star bene economicamente, per quanto tu possa andare a scuola e leggere libri e parlare forbito, sei sempre il nipote di povera gente e “gli altri” non mancheranno mai di fartelo notare. Con la pancia piena le disavventure non sono mai gravi, però si notano i particolari.

Tipo a scuola, quando tu studi e ti devi meritare ogni mezzo voto che ti danno e appena sgarri di una virgola ti cacciano un bel due; mentre il figlio del ricco, il figlio dell'insegnante, il figlio del sindacalista non fanno niente per cinque anni di fila e immancabilmente hanno un media pressoché uguale alla tua. Tipo all'esame di maturità, quando a te la penna trema tra le dita, mentre all'altro capo del corridoio un commissario detta la versione di greco a chi sapete voi. Tipo quando vai a fare l'orale e un altro studente arriva accompagnato dal padre, che a sua volta viene accolto dal presidente della commissione con calorosa stretta di mano e salva di salamelecchi fuori ordinanza. E orale a porte chiuse.

Piccole cose, che non noti neanche al momento, ma che messe in fila ti ricordano chi sei e da dove vieni. Giusto in caso ti fossi montato la testa. Così prendi l'abitudine di mettere in fila tutto. Guardi quello che hanno fatto i tuoi genitori: una vita passata a lavorare a testa bassa e poi un calcio nel culo dal “padrone”, mentre scoprono che decenni di contributi se li sono mangiati qualche politico e qualche dirigente statale; non ricordi di averli mai visti nemmeno parcheggiare fuori dalle linee, però ogni volta che serve un'autorizzazione, un documento o qualunque cosa da parte di un ufficio pubblico stranamente non arrivano, l'incartamento va perso e arriva dopo 10 anni, mentre chi sapete voi tutto è pronto nel giro di 24 ore. Sono anche queste piccole cose, non è che la vita materiale venga compromessa, ma servono per metterti al tuo posto. E se questo succede a chi sta bene economicamente e ha avuto la fortuna di studiare, non è difficile immaginare come sia la quotidianità di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Non esistono diritti: esiste solo quello che riesci ad ottenere con le tue forze. Tutto il resto, semplicemente, non ti appartiente, poco importa che sia il timbro sul pezzo di carta, il rimborso delle tasse o la sentenza di un processo.

E' da qui che nasce l'atavica avversione italiana per l'autorità: per un popolo che fino a ieri era povero e affamato, essa è uno strumento di sopravvivenza. Il potere non si può combattere e allora si cerca di fotterlo ogni volta che sia possibile.

Capirete che l'articolo di Micromega mi fa sorridere e non poco. Mi par di vederlo il nostro giornalista che, ormai maturo, si becca le randellate della polizia e si meraviglia che la polizia non venga condannata in tribunale. Se nasci dalla parte sfigata del mondo, impari presto che appena un poliziotto compare all'orizzonte, arrivano rogne e stai alla larga, ben alla larga, altro che processi. E di sicuro non vai a Genova, dove di poliziotti ce ne sono decine di migliaia.

Quando anche il nostro giornalista si accorge che il capo della polizia non viene condannato, apriti cielo! E' finita la democrazia, siamo regrediti a Paese incivile, terremoto e traggedia! Eh, perché prima invece... uuuuh, prima si stava di un bene, ma di un bene. Mai visto un abuso da parte della polizia; mai visti agenti infiltrati. E quanti processi contro i capi della polizia! Uscivano anche i DVD con le udienze ogni mercoledì col Corriere.

Che poi lo sappiamo di chi è la colpa, inutile mentirici. La colpa è di Berluscone, che ha fatto diventare l'Italia un Paese meno civile. Quando non c'era Berluscone, infatti, la corruzione non esisteva, i tribunali elargivano giustizia a secchiate, i politici erano onesti e gli agnelli facevano l'amore con i lupi.

E quando domani o dopodomani Berluscone verrà destituito, vedrete come cambierà l'Italia. Nelle scuole i figli dei ricchi non spacceranno più impuniti e i ragazzi bravi ma indigenti verranno portati in palmo di mano; i docenti universitari smetteranno di dare i posti a mogli, figli e nipoti; i tribunali saranno tutti gestiti così bene che l'Onnipotente verrà a prendere appunti per quando dovrà giudicare la grande meretrice; i mafiosi si costituiranno in blocco alla polizia e lupi ed angelli torneranno a fare l'amore come quando Berluscone non c'era.

Sul serio mi chiedo dove vivano questi intellettuali della sinistra. Dev'essere un mondo meraviglioso, a metà strada tra Gilmore Girls e Law & Order. A parte il fatto di non esistere, è chiaro. Così quando ogni tanto vedono che qualcosa non va, si arrabbiano e scrivono a Teletutto perché rimandino in onda le vecchie puntate, che la nuova stagione è peggiorata molto.

Comincio a rivalutare le randellate della polizia: esse non sono punitive, ma umanitarie e, se date in buon numero, è probabile che faranno svegliare anche il più fesso degli intellettuali di sinistra.

Sinclair: la pancia piena e i giovani ubriachi

Qualche tempo fa un'influenza fuori stagione mi ha costretto a letto per un paio di giorni. Precisamente, da venerdì pomeriggio a domenica sera, in modo da non perdere alcun giorno di lavoro. Se si è casa da soli e ci si ammala il fine settimana, rimane poco da fare, se non sistemare il proprio computer portatile vicino al letto e guardare tutti i film che non si ha mai avuto tempo di guardare (debitamente acquistati o noleggiati in assoluto rispetto della vigente normativa sul diritto d'autore, che non ci azzarderemmo mai e poi mai a violare).

Tra gli altri, mi è capitato There Will Be Blood di P.T. Anderson (Il petroliere in italiano), che ha riscosso un ottimo successo di critica (RottenTomatoes.com gli da un lusinghiero 91%). Il film è tratto da un libro di Upton Sinclair, Oil!, ed il caso ha voluto che poco tempo dopo lo abbia trovato in libreria. Siccome mi pareva avere del potenziale e siccome Sinclair mi era piaciuto in precedenza, ho pensato di regalarmi questi 9 euro.

Come regola generale i film tratti da libri non mi interessano, perché la trasposizione da un medium all'altro non riesce mai. Un racconto che si sviluppa per svariate ore di lettura non potrà mai essere condensato in due ore di immagini in movimento. Ma in questo caso dire che il film è tratto dal libro è decisamente eccessivo: la storia è ambientata in California e uno dei personaggi è un petroliere multimilionario che si è fatto da sé: questi sono i due unici punti di contatto tra libro e film, che per il resto narrano due storie affatto diverse.

Il libro è una sorta di romanzo di formazione che accompagna la vita di Bunny Ross, figlio di un ricco magnate del petrolio, dalla fanciullezza all'età adulta. E' la storia di una vita vissuta a cavallo di due mondi: il mondo dei milionari, dei loro figli, della loro società e delle loro scuole; e il mondo di chi lavora per quei milionari e combatte per un condizioni di vita diverse. Sono due mondi che per certi versi non si incrociano mai e che per altri si scontrano fisicamente. In questa guerra di mondi, Bunny Ross sta nel mezzo, sposa le ragioni dei poveri ma non può cancellare le ragioni del sangue.

Il romanzo viene pubblicato nel 1927 e la storia si colloca nel decennio precedente, a cavallo della Grande Guerra. Durante questi anni, Bunny Ross viene a contatto con tutte le grandi contraddizioni del mondo moderno. Le ragioni dei capitalisti; la loro lotta per sopravvivere alla concorrenza; la necessità di scendere a patti col potere politico, di corromperlo e di usarlo a proprio vantaggio; la presa di coscienza delle masse lavoratrici; la guerra mondiale; l'avvento del bolscevismo; le rivendicazioni salariali. Questo lo sfondo, sul quale il romanzo si snoda attraverso una serie di scontri: scontro di classe e scontro infraclassista; scontro di generazioni e scontro infragenerazionale; scontro di sessi e scontro infrasessista.

In questa complessità di attriti incrociati risiede la grandezza del romanzo: la capacità di descrivere ogni attore dello scontro nella sua completezza e fuori da ogni stereotipo. Nella lotta di classe non c'è il capitalista cattivo contro l'operaio buono. C'è il naturale attrito tra due interessi contrapposti, che vengono riconosciuti come tali da entrambi.

Forse questo romanzo non ha la tensione letteraria de La giungla, né la potenza evocativa di Furore; ciò che lo rende particolarmente affascinante è la capacità di Sinclair di descrivere in 500 pagine gran parte dei mutamenti che sono avvenuti nell'ultimo secolo nella società capitalista occidentale. Il valore di Sinclair sta nel fatto di aver descritto quei mutamenti prima che avvenissero, di essere riuscito a cogliere i primi segnali di cambiamento e a comprendere che essi erano il futuro verso cui ci si stava incamminando allora. Sinclair capisce che i mutamenti che avvengono a livello di elite ricchissime sono talmente importanti da scriverci un libro, tanto prezioso perché quei mutamenti avverranno nelle stesse modalità progressivamente nelle classi sociali inferiori, mano a mano che queste raggiungono una certa prosperità economica.

In Oil! giovani ricchissimi portano avanti la propria liberazione sessuale contro la morale antica. Le giovani donne esigono di esercitare la propria libertà di scelta sia negli affetti che nel lavoro. Abusano di alcol quando il Proibizionismo lo vieta. Si avvicinano alle idee socialiste per un mondo nuovo e migliore. Si oppongono alla guerra. Si impegnano a creare giornali per i lavoratori. Fondano scuole per dare ai poveri la possibilità di studiare.

Vent'anni più tardi, saranno i giovani della beat generation a percorrere gli stessi passi in cerca di una nuova morale e di una nuova libertà. E quarant'anni più tardi, saranno i capelloni, gli hippie, il '68 a riproporre, per l'ultima volta, quelle scelte.

C'è una costante, in tutto questo. Sembra proprio che, non appena una generazione raggiunga un livello economico tale da non avere problemi a mettere il pane in tavola, i suoi figli cerchino la libertà, rifiutino la sua morale e apprezzino nuove forma di sessualità e di divertimento.

Così qualcuno oggi si chiede come mai i giovani non vogliano più “fare la rivoluzione”. E' semplice: chi è giovane oggi torna a pensare con preoccupazione al pane da mettere in tavola; e quando c'è il rischio di non averne, si diventa reazionari.

Leggo che in molti si augurano che la crisi ci renda tutti un po' più poveri, così impareremo ad accontentarci del necessario; altri invece sperano in un collasso generale, così che la povertà spingerà le genti alla rivoluzione, a cacciare i tiranni e a renderci liberi per sempre.

Mi permetto di essere dubbioso. Se davvero avremo un impoverimento generale, avremo anche un'involuzione generale. La libertà si cerca con la pancia piena ed il popolo affamato non fa la rivoluzione; anche perché la storia non ha mai insegnato il contario.

Evitare l'uso criminoso

Ogni volta che si parla di libertà di stampa in Italia, dopo poco si arriva all'evidente conclusione che tale libertà esiste di fatto: il numero di giornali disponibili in edicola è talmente elevato che molti non vengono nemmeno comprati. Le idee di tutti sono espresse in maniera più o meno variegata e nessun giornale viene chiuso per volontà del governo. Senza poi contare che da qualche anno esiste anche internet, dove ognuno a costi relativamente esigui può fare informazione libera. Di fronte a questa situazione si è soliti dire che il problema dell'informazione italiana stia nel fatto che la maggioranza della popolazione si informa tramite la televisione, che è tutta o in parte in mano a Berlusconi. A questo punto ci si potrebbe anche fermare: se chi si informa ha possibilità di scegliere e, scegliendo, si informa dalla tv e non dai giornali, più di tanto non si può fare, a parte obbligarlo a leggere giornali.

Per il piacere della discussione, tuttavia, continueremo il discorso.

La televisione, come molti strumenti tecnologici moderni, è nata senza rispondere ad un'esigenza precisa. L'aereo serve per volare, l'auto per muoversi in maniera indipendente; la tv serve solo a veicolare immagini e suoni. E' perciò un medium privo di contenuti e finalità proprie.

Per quanto polivalente, come tutti gli strumenti si adatta meglio a trasportare alcuni contenuti a scapito di altri. La televisione è un ottimo strumento di intrattenimento: essa non permette di veicolare profondità di pensiero e complessità di vedute. E' uno strumento che si basa sull'immagine, che è bidimensionale e piatta. Per questo la televisione è un pessimo strumento se si vuole veicolare informazione e conoscenza, perché queste si compongono di complessità e profondità.

Si potrebbe obiettare che la tv ha insegnato l'italiano agli italiani. Questo è vero: ma quello che veniva insegnato era il corrispondente di un livello base di scolarizzazione, che di solito viene impartito ai bambini tra i 6 e i 9 anni. Aver trasmesso a degli adulti delle informazioni normalmente destinate ai bambini conferma, anziché smentire, il carattere limitato del messaggio televisivo. Ogni volta che un programma televisivo tenta di spiegare argomenti complessi, normalmente dedicati allo studio superiore o universitario, inevitabilmente fallisce, come può dimostrare chiunque assista ad un programma di “divulgazione” di un tema che conosce in maniera professionale. Non è colpa degli autori, né ignoranza: è il mezzo che non permette di veicolare quel tipo di conoscenza, così come non può trasmettere gli odori e i sapori.

La televisione, insomma, è ottima quando si presenta per quel che è, uno strumento d'evasione. E' pessima quando tenta di essere pedagogica o informativa.

Il problema nasce quando si sono capite alcune potenzialità del mezzo. Precisamente, la sua estrema efficacia nell'imprimere un messaggio in chi guarda. Non richiedendo alcuna conoscenza per essere fruito (nemmeno saper leggere) e affidandosi alle immagini per diffondersi, il messaggio televisivo è più forte e dirompente di qualsiasi altro. Non è un caso che in Italia la tv sia stata creata sotto il controllo statale. Uno strumento così potente non poteva essere lasciato in mano al primo che passava e così, oltre alla sua intrinseca superiorità, ha assunto anche il sigillo dell'autorità, abbattendo l'ultimo potenziale filtro alla sua fruizione.

Nel momento in cui il potere politico decise di rendere la tv strumento di educazione e informazione della popolazione, è riuscito a creare un Leviatano che ancor oggi tiranneggia le vite di molti: veicolare informazioni e conoscenza attraverso messaggi semplici e superficiali per mezzo di uno strumento che li renderà quasi indelebili nelle menti dei milioni di fruitori ha creato il più efficace strumento di propaganda che uomo abbia conosciuto.

Poiché l'Italia repubblicana non era quella di Mussolini, l'uso che ne è stato fatto non è stato terribile come quello dei regimi totalitari, ma – in un'ottica di libertà – è riuscita per anni a dettare minuziosamente il dibattito pubblico, gli argomenti da trattare e il modo in cui trattarli.

Oggi i difensori della libertà di informazione si battono perché la Rai torni ad essere stumento di informazione libera e plurale. Questa battaglia è così tanto sgangherata che si potrebbe considerare involontariamente comica, per tre motivi:

a) La televisione non è uno strumento di informazione. Non può esserlo perché non è in grado di veicolare nozioni complesse. Per chi si informa tramite la tv, il problema non sta nei contenuti che assorbe, ma nel fatto stesso di credere che la tv lo informi.

b) La televisione di Stato è uno strumento di propaganda, a prescindere dai contenuti espressi. In mano al potere politico è il più potente mezzo di diffusione attraverso cui arringare le folle. E' inutile lamentarsi di Berlusconi che “occupa” la Rai. Berlusconi usa la Rai per lo scopo cui è destinata, cioè diffondere la voce di chi ha il potere politico. Lo facevano la DC, il Pentapartito ed il PCI. Lamentarsi non serve a niente.

c) Per questi motivi, la Rai non è mai stata, non è e non sarà mai libera, pluralista e super partes (e no, non funziona che quando fa parlare me è libera e quando non mi fa parlare è censura, troppo facile).

Mi permetto quindi di suggerire due semplici mosse a difesa della libertà di informazione. E' un programma riassumibile in tre parole, uno slogan semplice ed efficace e di sicura presa sull'opinione pubblica:

1. Abolizione della Rai.

2. Abolizione delle concessioni statali per le tv private, sostituite da una regolamentazione che affronti gli aspetti meramente tecnici dell'attività.

Tutto il resto, tutti i pianti in difesa del pluralismo della tv pubblica, sono e resteranno il modo per cercare di ottenere un angolino di televisione di Stato dove poter erigere il proprio pulpitello da predicatore.

Rabbia contro la macchina

Un giovane solo e disperato che lotta contro le regole imposte da un sistema che lo opprime:

Stampa, libera di tacere

Molti anni fa seguivo con preoccupazione le vicende politiche italiane, soprattutto quelle legate all'attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Quando arrivò a formare il suo primo governo stabile, ero sinceramente convinto che fosse pericoloso. Non in senso metaforico: temevo che la sua ascesa al governo potesse risolversi in una svolta pericolosa anche per l'incolumità fisica mia e degli altri. Non aiutò il fatto che il G8 di Genova accadde proprio in concomitanza con l'inizio di quella legislatura. Poiché sapevo che le persone che andarono a Genova a manifestare erano pacifiche, anche se non la pensavo come loro, mi diede da riflettere vederle battute agli angoli di strada sotto l'occhio delle telecamere, mentre i pochi che commettevano reati organizzavano piccole parate musicali per la tv, per poi girare indisturbati e spaccare qui e lì senza che nemmeno un vigile urbano osasse disturbarli.

Quando Berlusconi iniziò la sua opera legislativa senza ritegno, pensai davvero che un giorno si sarebbe presentato il Parlamento e avrebbe dichiarato che l'Aula era sorda e grigia e che da allora in poi sarebbe stata semplicemente un bivacco di manipoli. Credo ancora oggi che avrebbe avuto la capacità, le risorse ed il sostegno per farlo.

Quando vedevo l'opposizione parlamentare non fare nulla, smozzicare frasi sconnesse e lasciar correre tutto quello che di sostanziale Berlusconi faceva, temevo che si ripetesse la storia degli anni '20. Non capivo come fosse possibile che non si rendessero conto del pericolo imminente.

I giornali poi discettavano amabilmente di molte cose, ma mai di quello che stava accadendo.

Gli anni sono passati e posso dire con certezza che i miei timori si sono rivelati infondati. Berlusconi non ha fatto tutto quello che avrebbe potuto fare; si è limitato a risolvere i problemi suoi e dei suoi amici, mentre le componenti “libro e moschetto” della sua maggioranza sono state messe a tacere.

Nel frattempo però ho visto quello che la sinistra ha fatto in questi anni di berlusconismo. E cioè le stesse identiche cose che ha fatto Berlusconi. Sui temi più sostanziali della politica, non v'è stata un virgola di differenza. Lavoro, sanità, pensioni, immigrazione, politica estera sono semplicemente la fotocopia di quelle di Berlusconi. Quando sono stati coinvolti esponenti della sinistra in guai giudiziari, la reazione è stata la stessa che Berlusconi ha sempre adottato. Anzi, forse anche peggiore, perché almeno Berlusconi sotto processo, qualche volta, c'è andato, mentre gli altri hanno cacciato il giudice e soffocato l'inchiesta.

Ora comprendo il perché di tanti anni di silenzio. Non era stupidità, non era miopia politica. Era semplice connivenza. A differenza del sottoscritto, a sinistra sapevano bene cosa stava succedendo, sapevano che Berlusconi non avrebbe mai instaurato un regimetto parafascista, sapevano che non sarebbe andato a stanare gli oppositori casa per casa. Soprattutto, sapevano che quello che Berlusconi faceva, lo faceva anche per loro, proteggendoli dalle future grane giudiziarie e da ogni problema accessorio. Come ad esempio la legge elettorale, che nessun partito – ovviamente – si sogna di cambiare.

Oggi si manifesta per la libertà di stampa. Ah sì, dimenticavo, Berlusconi è quello che avrebbe dovuto uccidere la libertà di stampa. Lo sento dire da 15 anni (ed era un timore che avevo anche io) eppure non un solo giornale ha chiuso per volontà di Berlusconi. Anzi, l'Unità ha conosciuto nuova vita grazie all'anitberlusconismo militante.

In realtà non c'è nessuna minaccia del genere. I giornali escono regolarmente, internet è pieno di gente che non fa altro che parlare male di tutti i politici dell'arco parlamentare e nessuno è andato in galera per aver scritto che il governo fa schifo.

La realtà è che “libertà di stampa” in Italia significa “spartizione della Rai”. Non sono molto addentro alle vicende della televisione di stato, ma da fuori l'idea che mi sono fatto è questa: non riescono a mettersi d'accordo. Mentre durante la Prima Repubblica si era trovato un equilibrio nella spartizione delle poltrone, a me pare che oggi non ci si riesca più. E ogni volta che non si riesce a piazzare il proprio uomo dove si voleva, scatta la litania della censura (se di sinistra) o di egemonia culturale (se di destra). Non si spiega in altro modo tutta questa mobilitazione per la libertà di stampa.

Libertà di cosa?

Per 15 anni non si è sentito niente. I giornali non hanno mai parlato di niente. Se volete informarvi, dovete andare in rete e leggere i giornali stranieri. I giornali italiani non fanno informazione, producono soltanto pagine di dichiarazioni. Adesso, per esempio, c'è questa cosa delle escort di Berlusconi. Nessuno, nella stampa mainstream, ha mai fatto notare a Berlusconi quello che stava facendo in politica. Nessuno. L'unica cosa che in 15 anni sono riusciti a contestargli con una certa veemenza è questa storia delle prostitute. Evvai, grande stampa libera, facci sognare! Guardali quanto sono belli i tuoi lettori che sghignazzano e si danno di gomito, mentre cercano di fare la faccia seria fingendosi indignati per l'orrore che Berlusconi ha commesso. In una copia venuta male del giornalismo americano, cerchi, tu libera stampa italiana, di far crollare un politico a causa delle sue presunte ore di sesso a pagamento. Siamo tutti sconcertati, davvero. Un uomo che va con una prostituta.

E dov'eri quando quell'uomo passava leggi ignobili, rendeva il mercato del lavoro un inferno per i deboli, mandava in carcere senza processo della gente solo perché non ha in regola i documenti? Se non lo ricordi, te lo dico io, libera stampa italiana: tacevi, perché erano le stesse cose che i tuoi referenti politici hanno fatto quando ne hanno avuto occasione.

Quando si ingaggiano alte battaglie morali, bisogna premurarsi di avere credibilità. E a te, libera stampa italiana, manca anche solo l'apparenza di credibilità. Hai taciuto sul mondo del lavoro, sulle guerre illegali che l'Italia sta portando avanti nel mondo e su mille altre questioni, però vorresti mobilitarmi perché un uomo avrebbe (mica ne siamo sicuri) giaciuto con una prostituta.

No grazie, la mia indignazione la lascio per il milione e più di morti che le guerre in Iraq e Afghanistan hanno provocato anche con il sostegno dell'Italia e per espressa volontà dei tuoi referenti politici. La lascio per come è stata ridotta l'economia italiana anche grazie alla fattiva opera dei tuoi referenti politici, cara libertà di stampa italiana. La lascio per tutte quelle cose per cui è serio indignarsi.

Un po' di tempo fa ho visto una conferenza stampa di Zapatero insieme a Berlusconi e col siparietto di un giornalista spagnolo che si fa prendere in giro da Berlusconi. Grande, grande, grandissima indignazione di tutti i sostenitori della libera stampa. Grande, enorme tristezza da parte mia. Questo giornalista aveva a destra un uomo che ne ha combinate di tutti i colori, che viene accusato di essere amico della mafia, che controlla tutte le televisioni italiane e chi più ne ha più ne metta; a sinistra ha un uomo che è responsabile della più grossa crisi economica della Spagna, con una bolla immobiliare che fatto blup e un tasso di disoccupazione che sfiora il 20%; e lui cosa fa? Chiede se Berlusconi è andato a prostitute.

Presidente, lei va a prostitute?”

Certo, signor giornalista, ogni giovedì alle 21. Vuole che le mostri la fattura?”

Non serve. Grazie per la risposta, Presidente.”

Prego. Il prossimo?”

Evviva la libera stampa, orsù andiamo tutti a manifestare.

I puntini sulle ii

… ovvero di come inimicarsi da subito tutti i lettori. Non saprei, non so come dirlo senza mancare di rispetto a nessuno, quindi andrò subito al punto, ma non prendetela sul personale.

Io credo nel diritto delle persone di detenere armi. Ecco, l'ho detto.

Comprendo che oggi è quasi una bestemmia affermare una cosa del genere, però se abbiamo deciso di parlarci in maniera franca ed onesta (perché l'abbiamo deciso, vero?) bisogna farlo fino in fondo. Comprendo anche di non aver alcuna possibilità di piacere dopo aver detto questo, ma cercherò almeno di spiegarmi.

Ci sono alcune cose al mondo che sono sgradevoli, ma esistono. Una di queste è la violenza. C'è, è li fuori ed è dentro di noi. La violenza è il primo grande ostacolo alla libertà e c'è un solo modo per opporsi ad essa: la violenza. E' un dato di fatto, purtroppo. Questo lo sapevano bene i nostri antenati: nelle società arcaiche potevano fare guerra solo gli uomini liberi; il possedere armi era un privilegio dei ricchi e i ricchi erano i liberi. Per usare termini moderni, diritti politici e guerra andavano di pari passo e la libertà non era concepibile senza la possibilità di difenderla con le armi. I liberi avevano le armi, gli schiavi no. Era così ad esempio nella Grecia arcaica. E quando, col tempo, fu necessario aumentare il numero di uomini da impiegare al fronte, si dovettero concedere i diritti politici a strati sempre più larghi (e meno ricchi) della società.

Ironicamente, i più fieri oppositori del diritto di avere armi indossano magliette con il volto di Che Guevara e dicono di predicare i valori della Resistenza. Del primo non c'è molto da dire: di mestiere organizzava guerre in nome della libertà.

Sulla seconda invece sarebbe anche ora di parlarci chiaro. I valori della Resistenza sono riassumibili in poche parole: “in nome della libertà, prendo in mano il fucile e mi sollevo contro chi mi governa”.

Forse qualcuno si aspettava che parlassi del diritto di sparare al primo che mette piede nella mia proprietà. Illusi. Quand'ero in prima o seconda media ci fecero vedere un film, “L'amico ritrovato” se non mi sbaglio. Ricordo la scena di un ebreo reduce della prima guerra mondiale che attende, indossando fieramente la divisa, sull'uscio di casa il nazista che lo sta per portar via. All'epoca mi parve una scelta di incredibile coraggio e dignità. Oggi mi pare una scelta da mona. L'equipaggiamento militare sarebbe stato anche appropriato, ma mancava l'elemento base: il Gewehr 98. Grazie a questo eccellente fucile in dotazione all'esercito tedesco, sapendo che i nazisti stavano per arrivare, avrebbe potuto mettere al sicuro la propria famiglia, appostarsi in un luogo riparato ed iniziare a far saltare le cervella di tutti i nazisti che si presentavano. Obiezione: tanto dopo cosa sarebbe successo? Probabilmente esattamente quello che è successo a tutti quelli a cui i nazisti hanno bussato alla porta e che non hanno fatto niente: ucciso in qualche campo di concentramento. Ma se tutti gli ebrei avessero avuto la possibilità e la mentalità di sparare a vista alle SA che tentavano di entrare in casa loro per rapirli ed ucciderli, probabilmente la storia sarebbe andata in maniera diversa.

L'altra obiezione in sequenza sarà: “ma se tutti avranno le armi, si ammazzeranno per strada come cani senza motivo”. Avete mai visto due karateka fare a botte? No. Forse perché apprendono una filosofia segreta che impedisce loro di usare violenza per non generare controriflussi negativi alla propria coscienza? Neanche per idea. Semplicemente perché sanno fin troppo bene che se fanno a botte con un loro pari, si faranno male. Avete mai visto ragazzi che sparano sulla folla da uno scooter? Sì, certo, l'ultima vota hanno anche ucciso un ragazzino. Sapete perché lo fanno? Perché sanno che nessuno ha una pistola. Se sapessero che statisticamente in quella folla una o due persone hanno la pistola e sono pronti ad usarla (ma non sanno chi sono, perché non sono in divisa) ci penserebbero due volte prima di fare una cosa del genere.

E' chiaro che “diritto ad avere armi” non significa “distribuiamo armi in piazza dal rimorchio di un camion”. Significa avere detentori di armi che sono stati preparati ed istruiti ad usarle.

Non c'erano ebrei armati sui treni per la Polonia.

I puntini sulle i

Forse è il caso di iniziare a mettere alcune cose al proprio posto, così io le dico e poi non ne parliamo più. Di solito quando discuto con qualcuno, mi trovo sempre in contrasto per una ragione di fondo che il mio interlocutore non comprende. Per me la prima cosa da salvaguardare è la libertà dell'individuo. Dell'individuo singolo, concreto ed in carne ed ossa. Ogni azione, ogni scelta, ogni politica, ogni legge deve avere la libertà individuale come fondamento. Il problema è che, mediamente, i miei interlocutori provengono da una cultura o cattolica o sinistrorsa o parafascista. Questo significa che non sono in grado di concepire la libertà del singolo se non come il primo passo verso l'apocalisse. Per le tre grandi religioni monoteiste d'Italia, l'individuo è male e la collettività che gli sta attorno è bene in quanto limita, riduce o annulla la libertà del singolo. Qui scatta l'incomunicabilità tra me e l'interlocutore, perché per me la libertà del singolo è la base su cui costruire tutto il resto. Senza di essa nulla ha valore. La società esiste sì, ma non è un essere senziente dotato di volontà propria. E' un insieme di individui che con le loro scelte ne determinano gli esiti. Sacrificare il bene individuale per il bene comune è una follia, perché significa sacrificare il bene individuale in cambio di un nulla, perché il bene collettivo non esiste. Io su questo non transigo, ma ovviamente ne discuto. Ora sapete perché ogni volta che qualcuno arriva a proporre strane idee che parlano di bene comune, collettività e società, prima mi deve spiegare perché ed in che modo vuole restringere le libertà individuali. Poi passiamo al resto. Tanto poi arriva quello che dice “sì, ma se tutti fanno quello che gli pare, dove andremo a finire?” Rispondo io: se non sai gestire la tua libertà e hai bisogno che ti spieghi come farlo, in realtà sei in cerca di un padrone, quindi dovresti rivolgerti ad un sito di annunci BDSM.