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Tutti i cretesi hanno una mappa

Insomma, ad essere onesti deve essere ormai trascorso qualche anno da quando ho avuto l'ultima discussione seria riguardo politica, religione, musica e un sacco di altre questioni. Non perché mi manchino gli interlocutori, ma è che mi è passata la voglia. Ci ho messo un po' a razionalizzarne il motivo, ma penso di esserci arrivato. 

Ora però voi non offendetevi per quanto sto per scrivere, tutto è inteso "esclusi i presenti", com'è costume. 

La voglia mi è passata perché dopo tante discussioni, in internet e nel mondo reale, mi sono reso conto che non c'era alcuna discussione - o dialogo - nel senso platonico: si poteva andare avanti per delle ore e mancava qualunque progresso dalle posizioni iniziali e una completa assenza di condivisione di almeno alcuni punti di partenza. Si può discutere se le orbite dei pianeti siano delle circonferenze con il Sole al centro oppure delle ellissi in cui il Sole occupa uno dei due fuochi, ma per farlo bisogna essere tutti copernicani. Se invece un tolemaico e un copernicano si mettono a dibattere la questione, senza nemmeno accorgersi della differenza di base, potranno andare avanti dei mesi a chiaccherare, ma non ne ricaveranno mai niente.

L'esempio dei copernicani e dei tolemaici lo faccio perché è il classico contrasto tra due opposte visioni del mondo, letteralmente. L'unica discussione che le due fazioni potevano avere consisteva nel convincere l'altro dell'errore e fargli cambiare idea. 

Tornando a noi: nel tempo mi sono convinto che le idee politiche, le idee religiose, la musica che si ascolta non sono altro che visioni del mondo. O meglio, sono una mappa della realtà nella quale si distingue ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per essere sicuri di stare sempre nel giusto. È ovvio, nessuno vuole stare nel torto e in qualche modo bisogna sapere come evitarlo. 

Così, quando qualcuno mi parla di politica, non mi sta esprimendo un'analisi della situazione politica in un dato contesto, ma mi (e si) sta dicendo invece: io voto x e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. Quando qualcuno mi parla di religione, mi (e si) sta dicendo: io credo in y e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. Quando qualcuno mi parla di musica, mi (e si) sta dicendo: io ascolto z e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. 

Ma lo stesso vale per qualsiasi cosa vi possa interessare: se entrare in un forum di appassionati di biciclette vedrete gli stessi meccanismi. Il fatto di andare in bicicletta diventa un filtro per interpretare il reale e, ovviamente, chi va in bicicletta si sente dalla parte del giusto, si sente giusto e migliore di chi non è dalla sua parte. Provate a vedere i forum o i blog di arti marziali: stessa cosa, io pratico la tale arte marziale, quindi capisco il mondo meglio di chi non la pratica, quindi sono migliore. 

Discutere di praticamente qualunque questione diventa impossibile, a meno che non si vada d'accordo a priori, per due motivi: primo, le visioni del mondo sono autoescludenti. Ma questo non sarebbe un grosso problema, perché in fondo ognuno la pensa come vuole e poi si va a bere una birra. Il vero motivo è che parlare di politica, per esempio, non significa parlare di una serie di eventi e dei loro esiti, ma mettere in discussione la mappa mentale dell'interlocutore, di conseguenza mettere in discussione la sua distinzione tra giusto e sbagliato, di conseguenza mettere in discussione la giustezza stessa dell'interlocutore.

Quando qualcuno vi parla di politica (o di religione, o di qualunque altra cosa), non vi sta parlando di politica, vi sta convincendo della sua giustezza in quanto essere umano. Per contro, se voi non siete d'accordo con lui, non state dubitando dell'idea politica che segue, ma della sua giustezza in quanto persona. 

Siccome tutti abbiamo bisogno di queste mappe mentali e tutti abbiamo bisogno di sapere che siamo nella parte giusta della mappa e che quindi siamo persone giuste, avere qualcuno che tenta di rimuovere quella sicurezza diventa destabilizzante. Non possiamo dubitare di essere nel giusto come persone, altrimenti tutta la nostra vita diventa senza senso.

Quindi io non discuto più con nessuno non perché pensi che gli altri hanno torto, ma perché mi rendo conto che significherebbe andare a mettere in discussione la loro persona e la loro consapevolezza del mondo e della realtà. Siccome non direi mai a nessuno che è sbagliato in quanto persona, io do sempre ragione a tutti, a prescindere, così almeno lo faccio contento e so che si sente meglio per avere qualcuno che la pensa come lui. 

L'unico problema di questo discorso è che ovviamente è a sua volta una mappa mentale che mi sono costruito io, per essere sicuro di essere nella parte giusta e quindi di essere giusto. E in sostanza, affermando questa idea, cado nel paradosso del mentitore: se tutte le visioni del mondo sono solo mappe mentali ad uso di chi le crea, anche ritenere che tutte le visioni del mondo sono una mappa mentale è una mappa mentale e pertanto se è vera la prima, non è vera la seconda; se è vera la seconda, non è vera la prima.

Il che dimostra che devo scopare di più e pensare di meno. 

Lunga e noiosa dissertazione sull'origine delle differenze tra Italia e Germania

Una costante del mio parlare della Germania agli italiani è cercare di spiegare perché io non ritenga che noi siamo un popolo di incivili, mentre contemporaneamente ammetta che in Germania le cose funzionano oggettivamente meglio (tanto che vivo qui per scelta e non per bieca necessità). Allora ho pensato di mettere giù due righe e spiegare questo fatto. 

Premessa importante: questo è un blog, quindi va preso per quello che è. Scrivo quando posso, di sera, nei ritagli di tempo se il lavoro per quel giorno non mi ha mandato in pappa il cervello. Quello che scrivo riflette i miei interessi, quindi le spiegazioni che mi do di solito si fondano su una selezione di tutti i dati disponibili. Ergo quello che si leggerà qui è parziale, monco, non può e non deve essere considerato una spiegazione esaustiva della materia che vado a trattare.

Bene, ciò detto, perché io vado in giro a ripetere che i tedeschi non sono più civili di noi mentre le cose in Tedeschia funzionano meglio? Ordunque la risposta che meglio mi aggrada è di ordine storico. 

Seconda premessa importante: ho scelto di fare un discorso ad ampio respiro che, in quanto tale, non tiene conto di tutti i particolari. Quello che qui sembrerà un movimento armonico e univoco, nella realtà fu un processo complesso e anche molto sofferto, incoerente e inorganico, pieno di spinte e controspinte, che vanno inevitabilmente a perdersi mano a mano che il punto di vista dell'osservatore si allontana da esse. 

* * *

La Germania unita è una nazione relativamente giovane, circa quanto l'Italia. Come l'Italia, è stata prima di tutto un'idea politica fondata sull'unità linguistica e culturale che ha preceduto la sua realizzazione pratica. Come l'Italia, è il frutto dell'espansione territoriale di uno dei tanti stati che componevano i territori germanofoni; in Italia è stato il Piemonte, in Germania la Prussia. Addirittura con l'Italia la Germania condivide una parte decisiva dei rispettivi processi di unificazione: il 1866, quando Regno d'Italia e Prussia sconfiggono l'Austria-Ungheria (cioè, l'Italia venne sconfitta a Custoza, ma la Prussia vinse a Sadowa, quindi noi abbiamo vinto per la proprietà transitiva delle battaglie. Passata alla storia come Terza Guerra d'Indipendenza).   

Io credo che le differenze tra Italia e Germania nascano a questo punto, a unità raggiunta. Terza premessa al mio discorso: sono convinto che in qualsiasi comunità/società/gruppo umano la direzione che il gruppo prende sia determinata dalle elite che governano quel gruppo: che sia un club di modellismo, un'azienda quotata in borsa, uno Stato, la minoranza che sta al potere determina gli esiti di quel gruppo, mentre la maggioranza vi si adegua. 

Quando la Germania nel 1871 compie il processo di unificazione e fonda l'Impero Tedesco (Deutsches Kaiserreich), le elite di governo hanno carta bianca, perché non esiste un manuale di management dell'unificazione che spieghi passo passo cosa fare quando si deve governare una nazione appena creata. La situazione allora era questa: uno Stato nuovo nato dalla fusione di differenti monarchie, ognuna con la propria organizzazione e burocrazia; abbondanza di risorse naturali (carbone, acciaio, eccetera); un sacco di nazioni intorno che non sono contentissime della nascita di questo impero. 

In questo contesto la Germania si muove in tre direzioni: creazione di un esercito efficiente sul modello prussiano; creazione di una burocrazia statale efficiente; creazione di scuole e università e promozione della cultura in tutti gli strati della popolazione. Ora, l'esercito in questa sede non interessa, perché l'attenzione sarà rivolta agli altri due aspetti.

Il Reich inizia subito ad investire massicciamente nella cultura. Il tasso di analfabetismo inizia a scendere costantemente, fino a raggiungere i livelli più bassi dell'Europa del tempo. Allo scoppio della Grande Guerra gli analfabeti tra i soldati tedeschi sono un numero drammaticamente inferiore rispetto a quello dei soldati italiani. Non solo, nella Germania postunitaria il numero di università che vengono fondate è incredibilmente alto. Il tradizionale concetto di università valido fino ad allora viene modificato e sorge l'università moderna così come noi la conosciamo e così come noi riteniamo debba essere.

Contemporaneamente il nuovo Stato unitario comprende la necessità di costruire un apparato burocratico che funzioni e si rende conto che la macchina statale non è fatta di regole, ma di persone e che è necessario che ogni singola persona che fa parte di quel meccanismo non lo intralci e non metta il proprio interesse o il proprio comodo di fronte al bene della burocrazia. È dunque necessario formare i membri dell'apparato statale in funzione del nuovo ruolo che andranno a ricoprire e per fare ciò è necessario creare una nuova fedeltà allo Stato che soppianti i legami di sangue o di relazioni preesistenti.

Questo duplice approccio - educare la popolazione e creare una classe di funzionari pubblici fedeli allo Stato - si rivela la scelta giusta e i frutti si vedono subito. È nell'impero tedesco che comincia la seconda rivoluzione industriale, è qui che si gettano le basi per la creazione del mondo contemporaneo, sia sotto il punto di vista culturale che sotto quello tecnologico. A partire da questo momento la Germania diventa un faro per la cultura occidentale. Per avere un quadro completo dello straordinario impulso tedesco alla scienza e alla tecnologia dal 1871 a oggi, troppo spesso ignorato o sottovalutato per colpa di quei maledetti 10 anni di dittatura, consiglio di leggere un libro uscito due anni fa: P. Watson, The German Genius: Europe's Third Renaissance, the Second Scientific Revolution, and the Twentieth Century, New York 2010.

Come si vede, le scelte della Germania o - per meglio dire - della sua classe dirigente, sono state opposte a quelle della classe dirigente italiana postunitaria. Lì si è percorsa la strada dell'alfabetizzazione di massa, qui si sono tenuti gli italiani a livelli di analfabetismo altissimi fino agli anni 60 del Novecento. Lì si sono formati e allevati funzionari pubblici fedeli allo Stato e alle sue leggi, qui si è lasciato che l'amministrazione pubblica rimanesse impigliata nella rete di relazioni e interessi privati che esistevano da prima. È una questione di mentalità. In Italia si pensa che la cultura sia strumento di emancipazione del singolo o della classe rispetto alla società e al potere costituito. Si è sempre ritenuto che educare la popolazione fosse la ricetta giusta per la rivoluzione (e quanti di noi non pensano che "loro" preferiscono avere una popolazione ignorante e malleabile e che non ci vogliano far studiare perché altrimenti saremmo una minaccia?) In Germania invece si è capito che l'istruzione è la strada maestra verso l'integrazione nella società e la fedeltà allo Stato, sia dei funzionari pubblici (soprattutto loro) sia della popolazione. E infatti - per fare alcuni esempi - il Regno d'Italia era una fucina di terroristi e anarchici, mentre nel Reich si sviluppò prestissimo la socialdemocrazia e le idee marxiste e rivoluzionarie vennero abbandonate relativamente in fretta. Quando il fascismo pretese dai professori universitari il giuramento di fedeltà, si rifiutarono nemmeno in venti. Quando il nazismo prese il potere, i professori tedeschi diedero una mano a portare in piazza i libri da bruciare.

A questo punto si potrebbe avere l'idea che la Germania fosse un Paese democratico o quanto meno aperto alle istanze popolari. Ebbene, fu l'esatto contrario! Mentre l'Italia cercò di mettersi nel solco della democrazia parlamentare inglese e francese, la Germania volutamente e coscientemente rifiutò quella tradizione e scelse per sé una strada tutta sua, un modo originale e diverso di organizzare la società e la politica, che venne da subito definito Sonderweg (strada/via speciale/diversa da quella delle potenze democratiche e dello zarismo russo).

Quando nel 1849 a Francoforte il primo parlamento tedesco offre al re Federico Guglielmo IV di Prussia la corona della Germania, egli la rifiuta: il trono dell'impero tedesco non deve essere legittimato dal popolo, poiché quello che il popolo dà, il popolo può togliere. Il senso di superiorità dell'aristocrazia rispetto al popolo e ai borghesi rimarrà costante per tutta la durata del Reich. Ad una nobiltà di sangue corrisponde una nobiltà di cultura e sapienza che è esclusiva delle elite di potere tedesche.

Esistono due parole per definire il termine 'cultura': Kultur e Zivilisation. La differenza tra le due è gerarchica: Kultur sta in alto, è il sapere intellettuale; è "nobile", per così dire. La Zivilisation sta un gradino più in basso e pertiene agli aspetti più pratici e "materiali" dell'esistenza. È utile, ma meno pregiata. Per l'elite tedesca dell'epoca, le altre nazioni non andavano oltre la Zivilisation, perché solo la Germania poteva esprimere Kultur.

Specularmente il sistema educativo tedesco teneva conto di questa gerarchia dei saperi. La divisione tra cultura alta e cultura bassa era netta. In alto stava la speculazione intellettuale che si fondava sulla tradizione dell'antichità greco-romana, in basso stavano le discipline tecnico-scientifiche. Ciò che rende affascinante l'esperienza tedesca è che questo bipolarismo, questa sfacciata gerarchia dei saperi (così contraria al sentire contemporaneo) ebbe come risultato che sia la cultura "alta" che la cultura "bassa" crebbero come in nessun altro luogo in quel periodo.

Tanto fiorirono gli studi classici (il secondo Rinascimento di cui scrive Watson si riferisce precisamente alla riscoperta dell'antichità, simile a ciò che era accaduto in Italia con il Rinascimento) quanto la scienza e la tecnica. Ma come è stato possibile?

In un certo senso, gli intellettuali tedeschi decisero di rinchiudersi nella torre d'avorio. Apposta. Per non mischiarsi con la volgarità mondana. Tuttavia vollero per loro la miglior torre d'avorio possibile e quindi vollero circondarsi dei migliori ingegneri, tecnici, muratori, idraulici. Gli intellettuali fornirono le scuole e le università, i tecnici conoscenza pratica. Gli intellettuali non intendevano fare proselitismo culturale e si disinteressarono alle questioni spirituali di chi stava fuori dalla torre e i tecnici accettarono di non intromettersi nelle decisioni prese dentro la torre (anche se gli intellettuali non potevano sapere che di lì a poco i tecnici, dopo aver costruito loro la torre d'avorio, li avrebbero chiusi dentro sbarrando la porta dall'esterno).

Perché oggi parliamo di quello che è successo in Germania non il secolo scorso, ma quello prima ancora? Perché oggi in Germania ancora si sentono gli effetti di quelle scelte così lontane nel tempo. L'apparato burocratico funziona, perché chi vi entra è stato istruito e selezionato con attenzione. Per fare un esempio, chi vuole fare l'insegnante deve - dopo la laurea specialistica - sottoporsi a due anni di tirocinio che, nelle parole di un mio amico, assomiglia all'addestramento dei soldati prussiani: prima ti smontano, ti depurano di tutto quello che credi di sapere, poi ti rimontano secondo gli standard richiesti. Alla fine dei due anni, il posto di lavoro non è assicurato, bisogna trovarse una scuola che ti accetti. E quando arriva il contratto, il futuro insegnante deve, tra le altre cose, sottoporsi a visita medica che accerti l'assenza di malattie invalidanti che mettano a rischio di pensionamento anticipato, che lo Stato tedesco non ha nessuna intenzione di darti lo stipendio per 10 anni e poi pagarti la pensione e i sussidi di malattia per i restanti 50.

Questo sistema non crea genii, crea "semplici" lavoratori preparati. Tiene lontani quelli che vorrebbero fare l'insegnante solo per avere un posto statale blindato a vita o che siederebbero in cattedra per mancanza di alternative o capacità in altri settori. Due anni di tirocinio non si fanno se non seriamente motivati, e già questo produce una scuola migliore rispetto a quella italiana.

Per entrare in polizia bisogna aver studiato. A scuola proprio. Bisogna essere preparati e seri. Non si va in polizia per scappare dalla disoccupazione, perché per questo ruolo lo Stato non vuole avere gente che non è riuscita a trovare nemmeno un lavoro come cassiere al McDonald's. Non è il mio pensiero, è il modo in cui ragiona la burocrazia tedesca. Lo stesso vale per tutti i dipendenti pubblici: l'impiego statale non è un ammortizzatore sociale.

Allo stesso modo per trovare lavoro nel settore privato è necessario aver studiato. Magari poco, ma bisogna aver studiato. Per andare a guidare il muletto in un magazzino servono mesi di tirocinio, così come per qualsiasi altro lavoro che noi considereremmo poco qualificato.

Il sistema educativo, invece, è estremamente diversificato. Mentre in Italia siamo ancora fermi alla polarizzazione liceo-università-laurea da una parte e istituto-tecnico-dove-sbattere-quelli-che-non-si-vogliono-laureare dall'altra, in Germania esistono molte più passaggi intermedi tra gli estremi di chi va a lavorare a 15 anni con il minimo di scolarizzazione e chi si dedica alla ricerca speculativa pura. Perché, visto che non siamo più nell'800, la maggior parte dei lavori richiedono conoscenze specifiche, pratiche ma intellettuali, che si devono insegnare dopo il liceo ma che non richiedono 5 o 6 anni di studi teorici.

Quando mi chiedono se in Italia non possiamo essere come in Germania, rispondo di no. Ma non perché i cittadini tedeschi siano antropologicamente diversi da noi, perché non è così. È che il sistema complessivo è radicalmente diverso. E se lo applicassimo da noi così come è succederebbe in finimondo, ma non per modo di dire.

La quasi totalità dei dipendenti pubblici italiani semplicemente non avrebbe le qualifiche per lavorare, ad esclusione di qualche categoria particolare come medici e infermieri. Se tra i lettori di questo blog ci sono dei dipendeni pubblici, sappiate che - con le qualifiche che avete - non potreste lavorare.

Potremmo cambiare col tempo? No, non credo. Perché. a differenza della Germania di Bismark, oggi l'azione politica e di governo ha bisogno del consenso popolare e il consenso popolare impedirebbe di cambiare la struttura portante del nostro Paese. Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale con la promessa di modificare il pubblico impiego in modo che l'accesso filtri ed elimini gli elementi peggiori? Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale promettendo di rendere incredibilmente più difficile trovare un lavoro da statale? Io no.

Si poteva fare ad Italia appena unita, quando in ogni caso il governo non si faceva problemi a  cannoneggiare la folla, mandare l'esercito contro i briganti e deportare quelli a cui non stava bene il nuovo corso degli eventi. Purtroppo all'epoca non avevamo la classe dirigente della Prussia e l'occasione è andata persa. Oggi la classe dirigente viene selezionata in base alla capacità di raccogliere consenso e niente di quello che ha reso la Germania quello che è si può fare con il consenso, tutt'altro.

Leggi che diventi grande/1

Questo è uno screenshot preso dalla pagina del mio Google reader.



Le cartelle contengono i feed ordinati per argomento. Ignorate i nomi: se mi sono messo a ordinare i miei feed in cartelle e per argomento significa che quel giorno ero molto molto annoiato. Di fianco ai nomi ci sono dei numeri in grassetto, che indicano quanti elementi non letti ci sono in ogni cartella.

Un semplice colpo d'occhio rivela quali siano le mie priorità di lettura. Leggo con costanza i blog personali; con costanza quasi pari leggo notizie sui videogiochi; poi a seguire perdo tempo con i siti che mi fanno ridere; seguono le notizie su Ubuntu; infine rimangono praticamente intatte le notizie vere e proprie, l'informazione così come la si intende generalmente.

Quel “1000+” – tendente all'infinito – ha lasciato stupito più me che voi. Essendo nato e cresciuto nell'epoca precendete all'internet di massa, sono stato educato a “leggere il giornale”. Leggere il giornale era considerato un atto dovuto per chi si considerasse una persona intellettualmente attiva. Leggere due o tre giornali era prerogativa degli intellettuali veri e propri. Leggere il giornale a scuola o all'università era simbolo esteriore di serietà ed intelligenza.
Sì.
Quando la stampa estera è diventata ampiamente accessibile grazie a internet, mi ci sono dedicato con intensità. In fondo i quotidiani mi avevano insegnato a considerare la stampa estera e specialmente anglosassone la forma sublime di giornalismo. Da un lato mi è stato possibile accedere e comparare un grande volume di notizie di stampa in un arco di tempo ridotto e a costi quasi nulli, dall'altro ho potuto vedere il tipo di lettori e capire in che modo si approcciano alla notizia (quando si legge un quotidiano non è possibile sapere cosa pensano gli altri lettori, grazie ad internet si ha subito un'idea sulle reazioni suscitate da un articolo).

Essendo possibile questa visione accelerata e onnicomprensiva del modo in cui i media funzionano, è anche molto più facile comprenderne le dinamiche che, nel mondo tradizionale, erano così lente e così grandi da rimanere al di fuori del campo visivo del lettore medio quale sono io. Questa triangolazione di prospettiva tra produttori di notizie, fruitori di notizie ed effetti prodotti dalle notizie mette in luce la natura dell'informazione.
Classica è una vignetta che non ha mai
finito di dire quello che ha da dire.

L'informazione è un bene che viene prodotto e viene offerto a chi lo vuole in cambio di un altro bene. È una forma di mercato, insomma. Ma prima che partano i commenti sbroccotronici, vediamo di fare chiarezza. Una considerazione del genere non ha valore positivo o negativo, ma di semplicemente di osservazione.

Ora, se considero la mia pagina di Google reader, non mi sorprende vedere che di fatto non leggo più quotidiani. Per quanti giornali leggessi, non sono mai riuscito a prevedere nulla di importante accaduto nel mondo. Mai. I giornali, pur offrendomi una mole enorme di informazioni, non mi hanno mai offerto notizie significative. Quello che mi vendevano era una visione del mondo: il lettore paga per vedere confermata la propria idea sulla realtà, e questo vale allo stesso modo per il lettore di Repubblica o del Times, per chi guarda Rai3 o FoxNews. Poiché a me non interessa vedere confermata la mia visione del mondo, ma avere informazioni abbastanza dettagliate per potermi muovere, ho smesso di leggere la stampa tradizionale. Ho smesso di girare con 15 quotidiani internazionali sotto il mouse e indovinate? Non è cambiato niente né della mia visione del mondo né della mia capacità di affrontarlo.
Quanti editoriali servono per cambiare
la tua visione dell'universo?

L'informazione è dunque tutta così? No, perché l'offerta è diversa a seconda della domanda. Prendiamo le altre voci dei miei feed. Per usare Ubuntu ho bisogno di consigli e informazioni su come farlo funzionare a dovere, le trovo in quei siti e posso vedere i risultati in pratica. Mi piacciono i videogiochi, che però costano: vado nei siti dove trovo le informazioni giuste per scegliere un videogioco e non buttare via i soldi.

E perché leggere i blog? Con blog intendo quelli personali, amatoriali, non siti commerciali che hanno la forma esteriore del blog. Li trovo altamente informativi perché si pongono all'opposto dei quotidiani, sono esplicitamente soggettivi e si interessano di realtà vicine a chi scrive. Offrono uno spaccato di una realtà così come viene vista dall'autore, mi fanno conoscere libri che val la pena di leggere e film da guardare la sera.

E dove sta lo scambio? Per i quotidiani è il denaro, ma per gli altri? Solitamente, i siti di videogiochi e passatempi mi offrono notizie in cambio di una mia visita, che si traduce poi nel valore degli spazi pubblicitari da vendere. Chi scrive riguardo ad Ubuntu lo fa perché vuole si diffonda l'uso di Ubuntu medesimo: loro mi aiutano ad usare Ubuntu, in cambio io partecipo alla diffusione del “loro” sistema operativo. I blog di solito vogliono in cambio di essere ascoltati e di ricevere dagli altri quello che loro offrono per primi.

Il sito su Ubuntu mi dice “leggimi e troverai consigli su come far funzionare la tua scheda video e su quale lettore multimediale installare”; ma non mi dice “leggimi e poi vai a discutere con Linus Torvalds su quali linee di codice cambiare”. Mentre il quotidiano mi dice “leggimi e saprai cosa sta succedendo nel mondo” quando con le informazioni che veicola non si è in grado di prevedere sconvolgimenti storici come quelli che stiamo vedendo questi giorni in Africa e Vicino Oriente.

Non c'è dolo da parte dei quotidiani. È la nostra società ad attribuire un valore esagerato all'informazione massmediatica; è la società nel suo complesso che insegna il dovere di “leggere il giornale”; è la società che stima chi gira per strada con “due quotidiani sotto il braccio”; è la società che ritiene giusto che la scuola dell'obbligo educhi a leggere i giornali come se da questo dipendesse la loro capacità di interagire con la realtà.

Se le informazioni fossero una mappa, i quotidiani sarebbero gli antichi planisferi: al centro c'era quello che si sapeva già (dove sono la Grecia, Roma, i Parti...) e tutt'intorno gli Iperborei, i leoni e l'oceano sconfinato tra Europa e Asia. Così un antico guardava il planisfero e credeva di sapere come era fatto il mondo, mentre quella roba lì non la usava per muoversi nei territori noti ed in più credeva di star piantando la bandiera dei re di Spagna sul suolo indiano quando invece aveva inzuccato un intero continente di cui non aveva nemmeno immaginato l'esistenza. Però cavolo, quanto si vantava di essere colto...
" 'zzo dici, vecchio?
Sapevano già tutto nel 3000 a.C."

Un buon sito di videogiochi o di trucchi per usare Ubuntu è come gli schemi della metropolitana: un po' di linee colorate che si intersecano. Tu lo sai che la città non ha quell'aspetto, però grazie a quelle linee arrivi sempre a destinazione. Ma soprattutto, non ti sentirai in grado di discutere con l'Amministratore Delegato della Metropolitana per il solo fatto di essere sceso alla stazione giusta.

Questioni di spessore

Nel 2011, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Libertà e Giustizia, durante una manifestazione pubblica trasmessa dalla tv di Stato chiede le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica perché se rimane lì chissà poi all'estero cosa pensano. E si vanta di fronte a tutti di andare a letto tardi perché legge Kant.

Tra il 1927 e il 1929, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Giustizia e Libertà, durante il confino sull'isola di Lipari voluto dal regime fascista, scrive un libro in cui cerca di dar vita alla fusione delle due grandi visioni del mondo dell'epoca, il liberalismo e il socialismo. E nella prefazione si scusa con i lettori per l'assenza di riferimenti bibliografici, perché, sapete, era stato deportato per volere del governo.

Potremmo quasi dire che il valore del regime in carica si misura in base allo spessore dei suoi avversari.

Dalle stalle alle stelle

Per fortuna sono nato abbastanza tardi da perdermi certi dibattiti sulla cultura-cultura contro la cultura massificata. Dico fortuna perché ad esempio so che all'epoca fece un certo scandalo tra i circoli intellettuali la nascita della collana BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), cioè una serie di pubblicazioni di classici della letteratura e della saggistica in formato tascabile a basso prezzo. Ciò era male, perché avrebbe portato alla massificazione del sapere, all'inflazione del suo valore, allo svutamento di ogni significato.

Siccome i circoli intellettuali hanno smesso di capire qualcosa ai tempi del Risorgimento, le collane economiche si sono invece moltiplicate e questo è stato solo un bene. Da adolescente [sfigato qual ero] io spendevo mille o duemila lire e mi portavo a casa capolavori, mentre i miei amici spendevano dieci, venti, quando non cento volte tanto per musica e videogiochi. Costavano così poco che valeva la pena di prenderli, sti libri, che se tanto non ti piacevano non ci avevi perso niente. Per non parlare della BUR, che ho usato per tutta la carriera universitaria come fonte unica di accesso a testi antichi e meno antichi.

Poi c'è la famosa critica al Signore degli Anelli: siccome il libro non era gradito a certi intellettuali, essi lo avevano bollato come “fascista”. Che per alcuni funziona un po' da insulto universale: quando vogliono esprimere l'abiezione totale, dicono “fascista”. Non ho mai capito se invece i neofascisti che si rifacevano a quel libro lo facessero come reazione a questa critica o per iniziativa propria ed indipendente. Ma non ho mai approfondito: in fondo non sono mai riuscito ad andare oltre le cinquanta pagine del libro, non so neanche di cosa stiano parlando.

Per non dire dei fumetti, o degli anime.

Oggi siamo al salto generazionale e gli allora giovanissimi che hanno sfidato quegli sciocchi pregiudizi si stanno avviando verso la strada dell'imbolsimento, in modo da perpetuare quei vecchi ragionamenti, solo che da una prospettiva speculare. Così tutto quello che era considerato cultura massificata, fascista e piccolo-borghese, adesso diventa capolavoro assoluto, vetta eccelsa, punto di non ritorno. Anche se è una canzonetta pop, anche se è un filmetto da quattro soldi. Basta che una volta non piacesse che oggi piace.

Gli eroi dei fumetti, tipo Batman, erano considerati fascisti perché l'uomo forte eccetera eccetera. Oggi sono descritti come pietre miliari che incarnano lo spirito del tempo. Si fa fatica a trovare qualcuno che dica “mah, a me Batman sembra la storia inverosimile di un ricco disturbato che va in giro vestito da pipistrello; mi piaceva quand'ero bambino, ma adesso che sono cresciuto non ci trovo più niente di speciale.”

Una volta i film tipo “Ispettore Callahan” erano fascisti, perché il vigilante, le paure piccolo-borghesi e via dicendo. Oggi stanno pian piano risalendo la china e tempo due anni saranno il nuovo faro della cultura cinematografica, perché spiegano il declino, le ansie e le disillusioni della società postmoderna. Provate a trovare qualcuno che onestamente ammetta “Callahan è un personaggio ai limiti del reale, con una faccia da schiaffi, però mi diverto a guardare le sue storie per le battute memorabili, che non c'entrano niente con quello che un poliziotto direbbe mai, ma in fondo chissene, è un film”.

Mai che ci sia la mezza misura, l'onesta percezione della mediocrità. Sono solo canzonette, suvvia.


La smorfia

Sarà che sto invecchiando, sarà che qui in Germania devo stare molto più attento alle sòle che non in Italia, sarà quel che sarà, ma ormai non mi fregano più. Eh no, perché per dire... cioè se io fossi una personalità di un certo rilievo nel campo economico e fossi certissimo di sapere come far guagagnare un sacco di soldi ad un'azienda che non se la passa bene, tipo... non so... la FIAT, cioè voi cosa fareste?

Io mi metterei in contatto con la FIAT e gli farei una proposta: signori, so come risollevare le sorti della vostra azienda. Se seguite i miei consigli, vi assicuro che nel giro di 5 anni il vostro guadagno passerà da tot a tot. Non voglio nemmeno essere pagato adesso: voglio avere ogni anno lo 0,5% del fatturato, se questo raggiunge le mie previsioni.

Sarebbe una soluzione buona per tutti: l'azienda si risolleva, salvo i posti di lavoro, garantisco il lavoro dell'indotto, riesco a togliere la FIAT dal groppone del contribuente ed in più ci guadagno. Se invece mi limitassi a scrivere sul mio blog cosa l'azienda dovrebbe fare, così sono buoni tutti.

Invece una pattuglia di docenti universitari, di fronte alla questione FIAT, fa mostra di sapere come risolvere tutti i problemi, esprime vaghe insinuazioni su quello che la FIAT non sta facendo di giusto, e firma un appello contro la FIAT.

A parte il fatto che luminari dell'economia pensino di poter influenzare la politica aziendale di un soggetto privato tramite un appello la dice la lunga, ma quello che stupisce è che nessuno di questi luminari abbia pensato di mandare un curriculum alla FIAT. Siete in quintordici economisti che dite di sapere cosa fare, allora andate, fate, salvate, su su. Se io avessi le capacità che dite di avere voi, a quest'ora farei i tuffi negli euro come Paperone.

A firmare gli appelli invece siete come i cartomanti che sbarcano il lunario vendendo numeri del lotto, anziché vivere da nababbi giocando quegli stessi numeri. E con questo non voglio comunque negarmi il piacere di mandare FIAT a quel paese, che francamente un'attention whore del genere in Italia non ce n'è altra. E che s'è magnata altrettanti soldi nostri nemmeno.  

Dal basco al reality


Guardandomi indietro, capisco che la più grande idiozia che un giovane può fare, a parte bucarsi e ingravidare ragazze che passavano di là, è dedicarsi alla politica. Mi riferisco proprio all'attivismo, al dedicarci energie materiali e spirituali, alle nobili cause.

Il primo grosso problema è che, mentre già a 10 anni tutti ti mettono in guardia contro la droga, nessuno ti mette in guardia contro la politica. Anzi, in moltissimi casi essa viene propagandata come la più nobile delle attività (se poi finite al liceo classico o comunque tra le grinfie qualche insegnante particolarmente fissato, questa cosa diventa il nuovo catechismo).

Giovani, ascoltate bene: state lontani dalla politica, a meno che non abbiate intenzione di fare come Capezzone. Cioè, o la intendete come una professione e andate con chi vi paga meglio, o non intendetela affatto. In tutti gli altri casi, qualsiasi attivista farà l'esatto contrario di quello che predicava da sbarbato.

Facciamo degli esempi. Questo è Flavor Flav al tempo dei Public Enemy, con tanto di Black Panther a corredo, che noi combattiamo il sistema e lo dobbiamo far capire al colto e all'inclita, sia mai.

Niente grida “rivoluzione” quanto un basco ben portato.

Vent'anni dopo, Flavor Flav è protagonista di un reality show che è stato giudicato “inguardabile” da una giuria composta dagli autori di Uomini&Donne, Il Grande Fratello e Porta a Porta:



Questo invece è Cordozar Calvin Broadus, cioè Snoop Dogg. A poco più di vent'anni ha ottenuto un quadruplice disco di platino con un album che un'attivista afroamericana ha definito “un'oscena e profana glorificazione dell'omicidio e dello stupro”. E infatti nel lontano 1993:

L'assenza di basco denota indifferenza verso
la condizione della donna afroamericana.

Vent'anni dopo, Snoop Dogg si fa vedere in giro così:

Niente basco...

... e niente basco.

La politica fa male a te e a chi ti sta intorno. Ma soprattutto fa male a me che ti devo ascoltare. Smetti, prima di ridurti come Flavor Flav.

Un gioco da bambini


Il 2010 appena trascorso resterà nei miei ricordi come l'anno della tecnologia per bambini. Per molti sarà stato l'anno delle prostitute in politica, per altri l'anno dello scontro tra Marchionne e la FIOM, o quello degli studenti che protestano contro la Gelmini.

Per me, è l'anno in cui è divenuta preponderante a livello di massa l'idea che l'efficienza e la bontà di una tecnologia si debbano misurare in base alla capacità di un bambino non ancora scolarizzato di utilizzare la tecnologia medesima.

Sto certamente pensando al touch-screen, glorificato perché alla portata dei fantolini, ma non mi limito a questo: in svariati ambiti è idea diffusa che l'ergonomia debba essere tale da non richiedere alcun apprendimento, se non quello possibile ad un bambino.

Ma cosa succederebbe se tutta la tecnologia umana si fondasse su questo principio?

Innanzitutto, sarebbe difficilissima da creare. Dovendo usare le mani per muoversi. Perché cammineremmo tutti a quattro zampe, visto che quello è il modo in cui i bambini naturalmente deambulano. Ma anche se potessimo usare le mani, avremmo molto poco da fare: un bambino non sa usare il fuoco, non sa scrivere, non sa costruire un riparo per la notte o filare la lana per avere dei vestiti.

Sostanzialmente la civilizzazione è incompatibile con le capacità di un bambino. Per questo motivo servono decine di ingegneri incredibilmente abili e preparati per arrivare a creare un gadget che possa essere usato anche da un bambino in età prescolare.

Che poi in pratica vuol dire una minoranza che possiede le conoscenze può stabilire cosa la maggioranza debba usare, quando e in che modo. E finché si tratta del sottoscritto che non può vedere un video di YouTube sul famoso tablet perché l'applicazione dedicata non lo consente, non è neanche un problema. Ma in un mondo in cui l'alfabetizzazione ormai coincide con il saper usare un computer anche nel lavoro peggio pagato, glorificare l'analfabetismo non mi pare la più saggia delle decisioni.


Smetto quando voglio

Nel blog del Dr. Manhattan ho scoperto che Enrico Brizzi ha pubblicato un libro. Mi ci è voluto un po' a capire chi fosse Brizzi, poi Google in 0,678 secondi mi ha detto che è quello di Jack Frusciante. Ooocchei.

Il libro esce e di cosa parla? Del Berluscone. Perché Berluscone è talmente avanti da essere diventato un genere letterario a sé (uno scrittore può campare scrivendo polizieschi, o horror, o poesia erotica, oppure scrivendo di Berlusconi. Un caso unico). I topoi ci sono tutti: il palazzinaro, la televisione, Drive-in e tutto quello che fa da contorno. Ora che sappiamo di cosa parla, cosa ci insegna questo libro?

Una verità molto triste. Che nel nostro Paese coloro dai quali ci si aspetterebbe una maggiore apertura ed un più ampio progresso intellettuale sono in realtà quelli che meno vedono e meno sanno del mondo.

Consideriamo l'idea secondo cui Berluscone ha formato... no, deformato l'immaginario e la cultura italiani per mezzo delle sue tv. Soltanto una persona che abbia guardato esclusivamente Finivest/Mediaset può dire una cosa del genere. La televisione italiana trasmette esattamente gli stessi programmi che si vedono in tutti gli altri Paesi democratici/capitalisti. Usa, Uk, Francia, Germania. Anzi Berluscone ha portato in Italia negli anni 80 quello che in America aveva avuto successo durante il boom del secondo dopoguerra, niente di che. C'era un territorio vergine e lui ci è arrivato per primo vendendo patacche dismesse.

Questo la dice lunga. Tutti che guardano fissi Berluscone e la tv, non voltano mai la testa, e poi si lamentano che Berluscone e la sua tv sono dappertutto e controllano tutto. Ma se solo voltassero la testa di 90 gradi, scoprirebbero un mondo intero a cui di Silvio non interessa nulla.

Perché se passi il tempo a rincorrere Berluscone, Berluscone sarà sempre più avanti di te per definizione. Abbiamo internet? Sì. Come lo usiamo? Scrivendoci sopra i commenti a quello che si è visto la sera prima in tv!

Non se ne perdono un minuto: Santoro, Fazio, Saviano, Minzolini, Vespa, tutti tutti tutti i programmi si guardano, dal primo all'ultimo, poi ne scrivono sul blog, poi taggano su Facebook, poi ripostano su Tumblr, infine discutono su Friendfeed. E alla fine commentano: eh in Italia c'è la videocrazia signora mia, comanda tutto la televisione. Se avessimo la banda larga, allora sì che staremmo meglio.

Sì, ma se si provasse un po' a spegnerla? Se si provasse un po' ad usare internet per vedere di cosa discutono, per esempio, negli altri Paesi? A cosa serve internet se poi si legge Repubblica.it o il Corriere.it?

È vero che all'estero la televisione non è un fenomeno così pervadente, ma non è dovuto al fatto che sia intrinsecamente migliore della nostra. È solo che le persone con un livello culturale medio non la considerano. Sanno che la tv produce principalmente liquami tossici, sanno che è intrattenimento a basso costo per le masse e basta, non la guardano. Non stanno tutti i giorni incollati alla tv per poi lamentarsi della tv; non fanno i sociologi da blog; non vanno in giro come i monatti a raccogliere i cadaveri dei lobotomizzati.

Abitando in Germania non vedo la televisione italiana, ma sono sempre al corrente di quello che trasmettono, perché la blogosfera italiana non parla d'altro. Ne parla magari male, ma ne parla. Su YouTube si trovano i video dei programmi. C'è gente che registra i programmi, poi li converte, li edita e li carica su YouTube. Fatica e sforzi e (presumo) fegati grossi a quale scopo?

Perché io voglio la banda larga per guardare Ballarò, vero? Per guardare Bersani in bassa risoluzione?

Internet offre la libertà di esprimersi e creare a poco prezzo. Ebbene, al netto degli sciroccati, di quelli che prevedono la fine imminente della qualunque, cosa rimane? Quelli che parlano male di Berluscone e quelli che parlano male di quelli che parlano male di Berluscone.

È un'ossessione. Eppure sarebbe così facile: smettere di guardare la tv libera la mente, libera connessioni neurali e libera dal fardello di guardare compulsivamente la tv per poter accusare la tv di controllare i cuori e le menti degli italiani.

Dai libri sibillini alle righe di codice

All'alba dell'era dell'informatica di massa, la nuova frontiera della cultura pop veniva colonizzata da un nuovo personaggio, il nerd. Caratterizzato da un'intelligenza superiore, applicata principalmente a materie tecnico-scientifiche, e dalla passione per divertimenti ad esse legati (videogiochi, fantascienza, ma anche fumetti e letteratura fantasy...), originariamente il nerd era oggetto di scherno da parte della comunità di pari. Un personaggio quasi negativo.

A distanza di anni, l'immaginario collettivo e la cultura pop usano lo stesso personaggio in maniera opposta, quale figura positiva da valorizzare. L'incapacità di gestire i rapporti sociali viene trattata con accondiscenza, l'incapacità di relazionarsi con le donne diventa motivo di comprensione. Nel 2010 è il nerd che tratta la biondona con alterigia.

15 anni fa questa era fantascienza

La ragione del mutamento è evidente. Poiché le redini del mondo sono tenute da Bill Gates, Steve Jobs, Larry Page, Sergey Brin e Mark Zuckerberg (tutti nerd), poiché costoro controllano le nostre vite, sanno quello che facciamo, dove siamo, chi sono i nostri amici, quante ore di Tube8 guardiamo al giorno, progressivamente stanno trasformando l'immagine di sé stessi: ora siamo nella fase intermedia, quella dei teneri imbranati rubacuori; domani saranno la nuova nobiltà e il nuovo clero, l'élite in grado di far funzionare il mondo informatizzato adorata da una popolazione di niubbi che sa soltanto premere il pulsante “Potenza”.

La religione di domani

La cosa interessante però è il cambiamento sociale che si sta verificando. Ormai sempre più persone che sprecano le loro giornate giocando ai videogiochi e leggendo fumetti si definiscono con orgoglio “nerd”. È interessante perché costoro mancano dell'attributo fondamentale del nerd, l'intelligenza superiore e la passione per lo studio e la scienza, e si dedicano esclusivamente ai passatempi tipici del nerd. Cioè, ci sono persone che si atteggiano a nerd pur non essendolo; come quelli che si indebitano per poter ostentare un'auto da ricchi, sempre più individui ricercano l'accettazione sociale scimmiottando i tratti marginali e esteriori della figura del nerd.

In una completa incomprensione del “fenomeno nerd”, scambiano le cause con gli effetti e dunque credono che l'incapacità di relazionarsi agli altri sia segno di intelligenza, anziché semplice incapacità di relazionarsi. Pensano che leggere fumetti sia un'attività intellettualmente superiore, anziché il passatempo di intelletti superiori. C'è gente che fa finta di essere affetta dalla sindrome di Asperger quasi non fosse una malattia ma un simpatico tratto caratteriale. Che è come far finta di avere la sifilide per far credere di essere grandi amatori.

Insomma, tutto questo è sintomatico di un mondo che sta cambiando le proprie élite culturali ed in cui le classi “inferiori” cercano di emulare alla meglio, nei tratti più semplici ed riproducibili, queste élite. Ed è anche, per i giovani più svegli, la direzione da prendere se si vuole stare abbastanza in alto nella piramide sociale. 

Ci si può depilare con un post-it?

In quanto giovani adulti degli anni '70, i genitori degli anni '80 erano terrorizzati dalla droga (eroina assunta per via endovenosa soprattutto) e tutti noi bambini di allora abbiamo ricevuto una fortissima educazione alla prevenzione, allo stare lontani dagli spacciatori e dagli sconosciuti che distribuivano droga gratis.

Inevitabilmente, quand'è venuto il momento di affrontare da soli il mondo, non avremmo saputo riconoscere uno spacciatore nemmeno se ci avessimo sbattuto contro. Inevitabilmente, eravano del tutto impreparati ad affrontare la questione droga, uso, abuso, dipendenza eccetera. Credo sia per questo che al giorno d'oggi c'è gente fulminata nel cervello che non si considera tossicodipendente perché non si infila un ago in mezzo alle dita dei piedi nei bagni della stazione.

Lo stesso sta succedendo con quelli che hanno orchestrato la campagna dei post-it sulla bocca. Stanno facendo un quarantotto per una legge che verrà, mentre è ormai da anni in Italia la magistratura e la polizia possono chiudere un sito praticamente per sempre a totale discrezione loro, senza processo e senza difesa.

Della cosa se ne sono sempre fregati tutti, perché all'inizio erano misure contro i terroristi islamici i pedofili: tradotto, riguardavano qualche immigrato con le pezze al culo e qualcuno che era considerato talmente rivoltante da non meritare alcuna protezione, nemmeno quelle richieste dalla Costituzione.

È bastato lasciare tempo al tempo e si è arrivati al punto che se uno sciroccato qualsiasi con qualche contatto “importante” vi querela, il magistrato che si occupa della questione decide che il vostro blog, tutto e per intero, deve essere chiuso e fa in modo che il vostro servizio di hosting stacchi la spina.

Mentre quelli che si lamentano del fatto che una legge voglia rendere obbligatoria la rettifica dei contenuti bla bla bla, contemporaneamente è pratica abituale che i blog vengano fatti chiudere senza processo e senza condanna. Nel silenzio generale. Senza post-it.

Ora, nelle questioni giuridiche non metto parola, non mi compete. Però due cose mi paiono chiare. La prima, come ho già avuto modo di scrivere, è che in Italia manca completamente una mentalità dei diritti personali inviolabili, che sono sempre stati considerati sacrificabili in favore del partito, della corporazione e dello Stato. Anche perché pensate che in Italia quelli che si definiscono liberali e liberisti sostengono Berlusconi. No, per dire a che livello siamo.

La seconda è che una situazione del genere (che un blog venga fatto chiudere a tempo indefinito senza una condanna e che nessuno se ne lamenti) è il frutto maturo delle politiche di chi per anni ha chiesto allo Stato tutto. Abbiamo chiesto allo Stato di darci la sanità, la scuola, l'università, le pensioni, la casa, il lavoro, pensando di non dover dare niente in cambio. Non ci siamo resi conto che c'era un prezzo da pagare per tutte queste cose: la libertà. Così oggi, quello Stato a cui ci siamo rivolti mostrandoci deboli ed indifesi, ci tratta come tali: se siamo deboli ed indifesi, è giusto che sia lo Stato a decidere quali blog dobbiamo leggere e quali no. La censura è sempre fatta per il nostro bene, no?

Al pari dei bambini degli anni '80, i difensori della libertà a mezzo post-it non riescono a distinguere la censura e la limitazione dell'espressione del pensiero nemmeno quando ci sbattono contro, perché sono stati abituati a pensare che la censura sia una legge scritta da un Presidente del Consiglio molto cattivo nella quale esplicitamente si ordina la censura. E finché quella legge non c'è, la vostra libertà di espressione può essere calpestata a piacere senza che se ne accorgano.

Ignoranti

Ogni tanto mi faccio un giretto delle blogstar. Più che altro perché spesso sono linkate nei blog che leggo quotidianamente e perché ultimamente al lavoro è un po' fiacca. Così mi capita di leggere spesso e volentieri la tirata contro i veneti ignoranti. Un esempio recente è questo (consiglio di leggere i commenti, molto esplicativi) (un'alternativa è questa).

La maggior parte dei miei lettori, a occhio, non è veneta. Io lo sono. Chi è veneto come me, soprattutto se è nato in centri minori o proprio in campagna, è cresciuto nutrendosi di commenti come quelli del blog di cui sopra (non è che queste blogstar brillino per acume o originalità).

Sostanzialmente gli intellettuali che sentono il bisogno di commentare riguardo al Veneto vi sgranano sempre il medesimo rosario di castronerie.

  1. In Veneto sono tutti bifolchi ignoranti e odiano i negri
  2. In Veneto parlano tutti dialetto, a dimostrazione del punto 1
  3. In Veneto sono tutti ricchi e hanno tutti la fabbrica
  4. In Veneto sono tutti finti cattolici baciapile
  5. In Veneto si lavora e basta

Scrivere e leggere su un blog cose del genere è normale, soprattutto se il vostro blog si dichiara progressista e di sinistra. Ma, come ho scritto, non sono stati certo i blogger a scoprire queste ostinate verità sociologiche: se siete veneti, le avete sentite per una vita.

Di fronte a tali giudizi, potete reagire in molti modi. Uno, molto comune, è quello di cercare di dimostrare che voi siete dei fini intellettuali, che non parlate dialetto, che non avete la fabbrica, che siete atei e che non lavorate. Sarete una delle figure che, ottant'anni fa, potevano vantare una qualche forma di prestigio sociale, perché capaci di leggere e scrivere in un mondo di analfabeti o perché in fortuito contatto con le classi sociali superiori.

Eppure la maggior parte delle persone non sceglie questa via. Se penso alle persone che frequento io, nessuno ha avuto voglia di fare l'intellettuale: qualcuno è operaio, qualcuno è magazziniere, altre sono infermiere o impiegate; c'è anche qualcuno che lavora in proprio, una fabbrichetta, qualche dipendente. Molti vanno a messa la domenica. Si parla dialetto tra di noi. I nostri nonni parlavano dialetto, i nostri genitori parlavano dialetto, noi parliamo dialetto. Non è una scelta o una rivendicazione d'orgoglio, è semplice quotidianità.

Ecco, tutte queste persone, che non sono ricche, che non vanno in giro col SUV, sono coloro i quali i nostri intellettuali progressisti si divertono a trattare come minus habentes. Ma provate a pensare: vi alzate tutte le mattine alle cinque per andare in fabbrica; fate il turno di notte in un centro di assistenza per disabili; vi siete fatti 10 ore sotto il sole a tirar su muri; avete il mutuo da pagare, le bollette, la dichiarazione dei redditi, la macchina che non va, il dentista che costa una fortuna. Voi ci andate anche a messa, ma le bestemmie ve le cavano di bocca. E poi arrivano questi, gente mai vista, gente studià, e vi dice che siete ignorante, che siete razzista, che siete materialista e che pensate solo alle vacanze al mare.

Vi accusano di lavorare, che pensate solo al lavoro. Perché tanto il mutuo si paga da solo, no? Le bollette basta metterle da parte, la visita medica a pagamento basta non pensarci, no?

Vi accusano di essere ricchi, perché non vivete in uno slum da terzo mondo.

Vi accusano di parlare dialetto, come se fosse un delitto, come se faceste del male a qualcuno.

Accusano i vostri nonni di essere stati poveri e non di esserlo più.

Accusano i vostri genitori di essere ricchi (ancora con questa storia? Sì, siete tutti ricchi in Veneto).

E allora cosa fate? Votate per chi dice che invece no, che il dialetto è meglio dell'italiano, che non siete dei bifolchi e che non accettate che qualcuno venga a giudicare il modo in cui siete usciti dalla miseria. E come darvi torto? La Lega non sarà il massimo, ma è anche l'unica opzione, perché la classe intellettuale ha aborrito le proprie origini e si è allontanata da quelli di cui avrebbe dovuto essere espressione, lasciando un vuoto che è stato colmato alla bell'e meglio dalla Liga Veneta e dalla Lega Nord. Così, mentre il Veneto ha prodotto il più celebrato poeta italiano vivente, ci si fa rappresentare da chi pensa che cultura voglia dire cartelli stradali monchi dell'ultima sillaba.

Davvero complimenti, per fortuna che sono intellettuali e progressisti... che poi insomma, almeno una volta c'erano i signori che schifavano i poveri e non era una bella cosa, ma era comprensibile: ricco, studiato, vestito bene, facevate un figurone di fronte ad un povero analfabeta con le mani grosse come un badile e gli zoccoli di legno ai piedi. Ma oggi? Tutta questa gente che non riesce più a trovare il prestigio sociale di una volta, prof, giornalisti, impiegati di basso rango, tutti che si atteggiano con aria di superiorità e additano il popolo ignorante e cafone, mentre il popolo non sa nemmeno della loro esistenza. E accusano il popolo di essere ricco e crapulone, solo perché loro non riescono a pagarsi i vestiti firmati.


Note a margine:

Mi pare che queste bloggostelle siano cresciute a pane e telefilm americani, da grandi abbiano letto i libri americani e, in breve, abbiano assimilato la giusta dose di politicamente corretto. È logico dunque che per loro qualsiasi conflitto tra etnie diventi la lotta tra wasp e afroamericani. Peccato che il mondo non sia l'Alabama, men che meno lo è il Veneto. Basta con questa storia che i veneti odiano i negri e che cercano la purezza del sangue ariano. Davvero, è patetica.

Altra cosa: il Veneto non è l'Inghilterra vittoriana e nemmeno gli Usa della Bible Belt, quindi non esiste nessuna morale sessuale come la si vede denunziata nei libri e nei film anglosassoni. Vi posso assicurare che siamo entrati anche noi, a pieno titolo, nel ventunesimo secolo.

Infine, comprendo che la commedia, con la sua struttura modulata secondo topoi vecchi di quasi 3000 anni e con le sue maschere caricaturali, possa risultare di più facile comprensione per le menti semplici. Ciononostante, Signore e signori rimane sempre una commedia, non un trattato sociologico o antropologico. E farà anche ridere ma non ha più attinenza alla realtà di Arlecchino e Pantalone.


Chi fa, sbaglia

Da quando ho trovato un lavoro sicuro, devo costantemente scrivere in inglese a della gente che può essere indifferentemente un madrelingua inglese, un giapponese, un altro italiano o sa il cielo chi. Fondamentale è scrivere senza errori. Nessuno pretende da me opere in prosa degne di Joyce, però non sono ammesse grafie scorrette, errori di battitura o di sintassi, perché è segno di poco rispetto verso chi legge e perché sintomo di poca professionalità e sciatteria, così i clienti vanno da un'altra parte, l'azienda non vede più soldi, io finisco disoccupato e poi ci sarà il divorzio e i figli sono infelici.

Contemporaneamente però non è che si può star lì a ricontrollare cento volte, dormirci sopra, farlo leggere ad altri. Bisogna fare presto e bene (che lo sono che non conviene, però bisogna e basta). E in una lingua diversa dalla propria, dove è facilissimo lasciarsi scappare l'errore.

Ciò detto, da neolaureato ero un potenziale grammar whore (una persona patologicamente attenta alla correttezza grammaticale). Per molti tra coloro che escono da facoltà umanistiche diventa abbastanza normale essere ossesionati dalla corretta grafia, dalla presenza di segni diacritici e di interpunzione e cose così. Come tutti quelli che sanno far bene qualcosa, è un attimo distrarsi e cominciare a ritenersi moralmente ed ontologicamente superiori a tutti coloro che non la sanno fare (immagino che anche i camorristi ritengano che il loro lavoro sia il più difficile e quello che richiede più intelligenza).

Il lavoro mi ha cambiato. Il dover scrivere senza errori non per vezzo ma per necessità mi ha fatto capire quanto sia difficile in realtà scrivere senza errori. Soprattutto, ho capito che puoi permetterti di essere un grammar whore solo finché non c'è nessuno che controlla sistematicamente tutto quello che scrivi. Quando quel qualcuno c'è, come nel mio caso, il tuo bel castello di carte crolla tristemente.

Di conseguenza non stupitevi se rispondo male quando qualcuno gioca a fare la maestra e, insinuando chissà quali nefandezze, mi fa notare con orrore che ho scritto “qual'è” e “un'uomo”, oppure che ho mancato qualche “acca” nel verbo avere.

Non mi riferisco a chi mi corregge un errore di battitura nel blog: anzi, credo di aver sempre ringraziato per questo, e se non l'ho fatto lo faccio ora cumulativamente. Mi riferisco a quelli che dicono “sono sicuro che nel tuo lavoro sei bravissimo, però 'qual' è troncamento e non elisione e quell'apostrofo non si può proprio vedere. Scusa se te lo dico, ma è un pugno in un occhio”.

Costoro mi irritano perché intendono insinuare che l'interlocutore sia stupido o ignorante. Se non è capace di scrivere, figuriamoci tutto il resto, compreso il suo lavoro. Inoltre, so per esperienza che fare il maestrino dalla penna rossa è puro cazzeggio esistenziale: la tua mente è talmente sgombra di pensieri, preoccupazioni ed impegni che puoi permetterti di dedicarti agli errori di ortografia altrui. E non hai imparato una delle cose fondamentali della vita: agire comporta sbagliare e l'assenza di errore è sintomo di due sole cose: mancanza di controlli o mancanza di azione. Se credi di essere senza errore, significa che nessuno controlla quello che fai oppure che non fai niente. Insomma, cazzeggio esistenziale.

In aggiunta, mi spaventano perché hanno una scala di valori in cui un apostrofo sta più in alto dell'istinto di evitare il contrasto con un altro essere umano. Niente di buono può venire da un atteggiamento del genere.

Infine, a scrivere si impara da bambini, insieme a leggere, far di conto, camminare e andare in bicicletta. Sono attività che si compiono in automatico e capita a tutti di leggere male un testo, sbagliare a fare un'addizione al supermercato, inciampare sul marciapiede o cadere dalla bicicletta. Vi credereste intellettualmente superiori ad una persona che dà un euro di meno alla cassiera o che mette il piede in fallo salendo sull'autobus? Spero di no. Ecco, un errore di ortografia è la stessa cosa, non è grave, sono normodotato e lo so da me che 'qual' si scrive senza accento apostrofo.

E chi me lo fa notare, si crede migliore per saper svolgere un'attività alla portata di un bambino di 7 anni. Bravi, volete anche il busto in piazza?

Informatizzare l'alfabetizzazione delle masse democratiche

Una cosa che difficilmente saprete è che la scuola italiana non è frutto del caso e della sfiga, come si sarebbe portati a pensare, ma è il risultato della volontà di qualcuno. Non è una cosa di cui si parla nei giornali on-line, ma esiste tutta una schiera di pedagogisti, accademici ed insegnanti che elaborano costantemente nuove forme di educazione, che poi vengono tradotte nelle riforme di cui si legge sulla stampa.

Ora, visto i risultati, voi vi immaginerete chissà che cosa. Nella realtà, costoro cercano delle vie per ammodernare la scuola, per renderla al passo coi tempi, per aprirla al nuovo che avanza. Non sembra però, perché la scuola a tutto potrà preparare, ma non certo alle novità più nuove.

Questo perché i pedagogisti, gli accademici e gli insegnanti che parlano di modernità non ne sanno niente. Cioè, loro sanno che là fuori c'è il mondo contemporaneo, ma non ci vivono dentro e non lo conoscono. Infatti, se seguite le lezioni di questa dotta schiatta, non ci capirete niente, perché parlano di un mondo che non esiste e che si sono creati nella loro mente. È come saltare dentro un buco nero in cui il buio sovrasta ogni cosa e non lascia sfuggire il minimo barlume di luce.

Se la vedete dal di dentro, è del tutto logico che la scuola sembri ferma al dopoguerra: non è che non l'abbiano mai cambiata, è che si sono preoccupati di cose irrilevanti o non esistenti, o di adattarsi ad una modernità teorica mai verificata sul campo.

Tutto questo lo dico perché sto seguendo un dibattito (di cui non fornisco i vari link volutamente) in cui ci si chiede come si possano portare le masse italiane ad un livello di “alfabetizzazione informatica” tale per cui riescano ad usare “gli strumenti social del web 2.0” ad un livello superiore di “coscienza ed autocoscienza” in modo da aumentare la “democraticità” di internet.

Leggendo cose del genere, vi sentirete confusi e non capirete bene quale sia il succo del discorso. È normale, non siete abituati a sentir parlare un pedagogista che cerca di riformare la scuola. Se lo lasciate parlare (o se seguite i commenti della discussione) alla fine arrivate alla succo. Che è questo:

Un'insegnante di lettere delle medie che spiega a dei dodicenni come usare Facebook.

L'alfabetizzazione informatica!
Le masse autocoscienti!
Il social web 2.0!

Ma 'nde remengo!
Youporn tutta la vita!

Emozionati e due


L'amico di bloggosità Yossarian mi ha fatto l'onore di dedicare un post al mio post sulle emozioni in letteratura. Siccome discutere troppo a lungo nei commenti non mi piace, e visto che tanto non devo pagare la carta su cui scrivere, gli rispondo a mia volta qui.

La prima critica che mi muove è quella di creare una netta dicotomia fra emozioni e razionalità, e farne due "categorie", due "assoluti" giudicati in quanto tali. La critica è facilmente respingibile in quanto il centro del discorso non stava nel giudizio da dare alle emozioni o alla razionalità, ma nella richiesta del pubblico di avere opere d'arte che suscitino in loro emozioni. Una richiesta di questo tipo non genera che opere mediocri, perché per suscitare emozioni non serve molto, bastano alcuni trucchi del mestiere che (ad esempio) a Hollywood conoscono perfettamente. Un'opera eccelsa provocherà emozioni, ma un'opera mediocre è sufficiente a provocare le stesse emozioni. Considerato che a parità di risultato si cerca sempre la via più economica, la domanda di emozioni genera offerta mediocre.

Continua poi Yossarian:

Se stabiliamo che "generare emozioni" e' male in quanto tale - cosi' come chi lo pensa del "generare razionalita' " - allora possiamo tranquillamente buttare nel cesso duemila anni di letteratura, cosi' in blocco, senza riflettere, criticare e capire.

Anche in questo caso, la critica non tiene conto del fatto che nel post non si stabiliva che “generare emozioni” è una cosa malvagia o deplorevole, ma si cercava di definire una scala di valori, all'interno della quale il “generare emozioni” non occupa il gradino più alto, come invece si tende normalmente a credere. E in effetti gli ultimi 2500 anni di letteratura, per la stragrande maggioranza, sono stati buttati via. Come ho già avuto modo di scrivere, la letteratura che è arrivata a noi è solo un selezione ristrettissima dell'effettiva produzione. È rimasto pochissimo e quello che è rimasto è solo il meglio del meglio.

Ergo attenendosi alla dicotomia degli assoluti insita nel tuo ragionamento, l'Edipo Re e' semplicemente la storia di un tizio che si scopa la madre, Paolo e Francesca una faccenda di corna, e Madame Bovary le menate di una "casalinga disperata".

Constatato che non vi è alcuna dicotomia degli assoluti nel mio ragionamento, siccome hai citato due tra le mie opere di letteratura preferite, adesso ti metti comodo e ti becchi il superpippone. Tutto, fino alla fine e senza discutere. Gli altri possono andare a casa, se vogliono.

Edipo Re. Personalmente, la ritengo la più grande opera letteraria della nostra cultura. Perché parla dell'incesto tra una madre e il proprio figlio? No. L'incesto, in tutta l'opera, rimane in disparte, è il sottotesto che serve al pubblico per comprendere gli eventi, ma non è il fulcro dell'Edipo Re. Con questo non voglio dire che lo spettatore ateniese non fosse scandalizzato e non provasse orrore per quello che accadeva in scena, ma se la tragedia si limitasse a questo, noi oggi non la leggeremmo ancora con amore e dedizione. Che emozioni ci può suscitare un rapporto incestuoso? In internet ci sono migliaia di ore di film pornografici a tema, ci hanno fatto persino una serie di successo negli anni '80? Cavolo, a noi l'incesto piace, sai che emozione leggerti l'Edipo Re, dove l'incesto non viene mai nominato...

So già che c'è un lettore, Tonino il secchione, che si agita sulla sedia ed è preda di violenti spasmi. Stai calmo, Tonino: lo so che c'è la Poetica di Aristotele, lo so che c'è la catarsi, lo so. Come dicevo più sopra, non ho mai detto che le grandi opere (pun not intended) non suscitino emozioni, ma che il suscitare emozioni non sia caratteristica sufficiente per far catalogare un'opera come grande. E con questo ritengo superata ogni critica che parta dalla concetto di catarsi in Aristotele.

La realtà è che l'Edipo Re non parla di un tizio che si scopa la madre, ma è un formidabile dipinto del contrasto tra sapienza religiosa e sapere razionale, tra legge divina e diritto umano, tra tradizione e modernità; non solo Sofocle ci descrive il contesto storico in cui vive (la Grecia che vuole stabilire la supremazia della ragione sulla mistica, che rivendica il primato del diritto positivo su quello divino, che spegne la tradizione tribale per iniziare una nuova forma organizzazione sociale) ma coglie l'essenza di tutta la cultura occidentale dei successivi 2500 anni, dei suoi continui contrasti che tanto la devastano quanto la rendono straordinaria.

Solo che per fare questo non basta suscitare le emozioni di un contadino attico in gita religiosa ad Atene. Ci vuole di più, ci vuole l'intelligenza per capire il proprio tempo e la razionalità di metterlo in prospettiva.

Su Dante e Flaubert c'è poco da aggiungere. Entrambi dicono quello che dico io (anzi, io dico quello che hanno scritto loro), solo che loro la prendono un po' più seriamente. La storia di Paolo e Francesca intende spiegare che usufruire della letteratura che “trasmette emozioni” porta ad un abbassamento delle qualità morali, tale da condurre dritti all'inferno; ma non solo, anche essere l'autore di tale letteratura è attività assai deplorevole. Perché il libro fu galeotto, ma anche chi lo scrisse. E Dante alla fine sviene perché in quel momento capisce di essere uno scrittore che ha “saputo trasmettere le proprie emozioni” ai lettori, e che quindi ha aiutato il loro abbruttimento morale e li ha avvicinati alla dannazione eterna.

E lo stesso per Flaubert, il quale viveva in un tempo in cui la letteratura “che dava emozioni” era ancora considerata paraletteratura destinata ai meno colti e che portava in sé i germi della distruzione.

Sulla questione storica, non ho mai detto che la causa della seconda guerra mondiale siano le emozioni. Ho invece detto che la capacità di suscitare emozioni ha saputo radunare un consenso delle proporzioni viste alle parate di Norimberga. Ancora una volta: il fulcro del discorso voleva sottolineare che “suscitare emozioni” è un'attività relativamente semplice, perché agisce su strutture semplici e primordiali del nostro cervello e che quindi di per sé non ha niente di speciale.

Come dice Yossarian, anche infilare lo scroto nel frullatore provoca emozioni. Che è esattamente quello che si intendeva nel post: provocare emozioni non posiziona l'opera a livelli superiori di giudizio.

Emozionati

Da qualche tempo faccio fatica a trovare un libro, un film, un videogioco che mi soddisfino veramente. Al cinema non ci vado praticamente più. Libri, tra lavoro, casa, donna e il maledettissimo internet ne leggo molti meno e quelli che leggo li trovo insipidi. Videogiochi poi, ormai non ti puoi più fidare nemmeno delle riviste specializzate.
Ma sappiamo quale sia la ragione: è il mondo occidentale che è arrivato al capolinea, la mentalità capitalista che ha invaso ogni anfratto della società, l'anteporre il guadagno all'arte, cercare il consenso delle mas... Scherzo, non è niente di tutto questo.
La colpa invece è nostra. Mia e vostra. Più vostra che mia, ma anche un poco mia.
Poffarre, si chiederà il lettore prima di minimizzare il browser che passa il capoufficio... poffarre, dicevamo, ma perché dovrebbe essere colpa mia?
È presto spiegato. Stiamo parlando tra amici, diciamo di arte (per dire letteratura, o cinema, o che so io) e si litiga e ci si insulta e poi si torna amici, però c'è una cosa su cui tutti siamo d'accordo, e che l'andiamo a scrivere nel nostro blog e a postare sul profilo di Feisbuc: l'arte deve trasmettere emozioni ed esprimere ciò che l'autore sente. Eccovi spiegata la morte di qualsiasi forma d'arte: le emozioni e ciò che sente l'artista.
Le emozioni, queste maledette. Le emozioni sono il livello minimo di esistenza umana ed è quello che ci accomuna agli animali. Provare emozioni è la cosa più banale e semplice che ci possa accadere, al pari di avere fame e sete. Quello che ci eleva al di sopra delle bestie è la razionalità e la coscienza di sé.
Per un qualche motivo che non posso dire di conoscere, negli ultimi decenni ha cominciato a propagarsi l'idea che invece non è così, che le emozioni e le passioni sono quello che ci rende umani, e la razionalità quello che ci disumanizza, tanto che persino nella cultura pop la maschera del personaggio razionale incarna le virtù negative per antonomasia, quasi più dell'antieroe. Spock, in Star Trek, è simpatico come una crisi acuta di diverticolite. Addirittura, in una delle ultime versioni di Star Trek, i terrestri sono dei bruti ignoranti privi di autocontrollo (vale a dire che hanno i sentimenti e quindi sono buoni) mentre i vulcaniani sono affetti da una sorta di forma aliena di autismo (vale a dire che sono razionali e quindi sono cattivi).

Le persone razionali hanno le orecchie
a punta e salutano in maniera strana
Non c'è bisogno di sottolineare che le emozioni, appartenendo alla sfera più basilare dell'essere umano, sono quelle che più facilmente si possono manovrare, manipolare e sfruttare. Con delle conoscenze minime sul funzionamento delle emozioni, non è stato difficile far marciare al passo dell'oca decine di milioni di persone e soggiogare l'Europa; la pubblicità si basa esclusivamente sulla manipolazione delle emozioni (e funziona); la politica si basa sulla manipolazione delle emozioni (e funziona).
Quindi, quando il pubblico chiede ad un libro o ad un film di “trasmettergli emozioni”, sta chiedendo di avere film e libri banali e privi di valore, perché per provocare emozioni non ci vuole molto, sono sufficienti alcuni accorgimenti che qualsiasi produttore cinematografico conosce. Sono facili da riconoscere quando non si è il target commerciale del film: perché gli uomini trovano tutti uguali i film “da donne”? Perché le donne trovano ripetitivi i film d'azione? Perché lo sono. 

Se solo una Dodge Charger
del '69 sfondasse la parete...
Tutti i film sono prevedibili, soltanto che se facciamo parte del target cui il film si rivolge, cadiamo nel tranello e lasciamo che la parte irrazionale (le emozioni) prenda il sopravvento su quella razionale, ignorando quello che altrimenti sarebbe palese.
Esistono forme diverse di questo meccanismo. Cioè, se siete colti ed intelligenti non vi fate prendere da Die Hard, andate a vedere Il Divo, oppure Le fate ignoranti, ma non è che il meccanismo emozionale sia diverso. L'anno scorso sono stati celebrati due film come Up in the Air e The Hurt Locker. Se vi sono piaciuti, non è certo per le loro qualità intrinseche: sono storie già raccontate millemila volte e costruite in modo da far leva sulla vostra parte irrazionale. Poiché nella nostra cultura l'attivazione meccanica di sentimenti è considerata una cosa positiva, voi considerate bellissimi quei film. 
 Un uomo buono, reso cinico dal lavoro

Un uomo buono, reso cinico dal lavoro
Uno scrittore come Stephen King è un grandissimo scrittore e non ce ne sono molti come lui. Ma è anche l'esempio migliore di cosa intendo dire. King ha scelto il genere che più di tutti fonda la propria essenza nell'ingenerare emozioni nel lettore: l'orrore. Anni fa lessi IT: avete presente quel tomo da milleduecento pagine? L'ho finito in 4 giorni, non riuscivo a staccarmene, letteralmente. 
 E sfotte pure
Stessa cosa per The Stand e The Tommyknockers. Non puoi leggere un libro di King e smettere. Perché lui sa come muovere le emozioni del lettore. Ma ciò che rende King straordinario costituisce anche il suo limite. Togliete ai suoi libri l'orgasmo da paura e cosa resta di uno dei più grandi artigiani della scrittura viventi? Ahimé, molto poco. Di fatto è costretto alla letteratura di genere, schiavo della sua stessa bravura a farvi sporcare la biancheria, ma non riuscirà mai ad elevarsi all'eccellenza della letteratura.
Dicevamo anche che è importante quello che l'artista sente. Perché? Nessuno si è mai posto questa domanda? Perché quello che un artista sente dovrebbe rendere il suo prodotto degno di nota? Non ha alcun senso. Le sue emozioni non sono diverse dalle mie, né da quelle di nessun altro, né da quelle dei primati nostri cugini. Sono la soglia minima sotto la quale c'è il coma. Le emozioni sono la cosa più comune che esista tra gli esseri umani e quindi costruirci attorno un'opera d'arte non avrà altro che esito che la mediocrità.
 Ci siamo capiti, no?
Quindi, per concludere, quando infestate l'interwebz dichiarando solennemente che l'arte deve trasmettere emozioni e l'artista deve rappresentare quello che sente, sappiate che mi state condannando a dovermi impegnare a schivare film noiosi e libri mediocri. Per dire, nella mia lista Wish List di Amazon c'era da un po' The Road, il libro del premio Pulitzer, osannato, fatto il film, che bello. Vedo che piace in giro, mi dico che forse c'è del buono, poi leggo una recensione in cui si dice che finalmente un libro che regala emozioni vere. Ti saluto, Cormac.
Basta emozioni, vi prego. Datemi intelligenza e razionalità, bravura e talento, ma emozioni no.