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Tutti i cretesi hanno una mappa

Insomma, ad essere onesti deve essere ormai trascorso qualche anno da quando ho avuto l'ultima discussione seria riguardo politica, religione, musica e un sacco di altre questioni. Non perché mi manchino gli interlocutori, ma è che mi è passata la voglia. Ci ho messo un po' a razionalizzarne il motivo, ma penso di esserci arrivato. 

Ora però voi non offendetevi per quanto sto per scrivere, tutto è inteso "esclusi i presenti", com'è costume. 

La voglia mi è passata perché dopo tante discussioni, in internet e nel mondo reale, mi sono reso conto che non c'era alcuna discussione - o dialogo - nel senso platonico: si poteva andare avanti per delle ore e mancava qualunque progresso dalle posizioni iniziali e una completa assenza di condivisione di almeno alcuni punti di partenza. Si può discutere se le orbite dei pianeti siano delle circonferenze con il Sole al centro oppure delle ellissi in cui il Sole occupa uno dei due fuochi, ma per farlo bisogna essere tutti copernicani. Se invece un tolemaico e un copernicano si mettono a dibattere la questione, senza nemmeno accorgersi della differenza di base, potranno andare avanti dei mesi a chiaccherare, ma non ne ricaveranno mai niente.

L'esempio dei copernicani e dei tolemaici lo faccio perché è il classico contrasto tra due opposte visioni del mondo, letteralmente. L'unica discussione che le due fazioni potevano avere consisteva nel convincere l'altro dell'errore e fargli cambiare idea. 

Tornando a noi: nel tempo mi sono convinto che le idee politiche, le idee religiose, la musica che si ascolta non sono altro che visioni del mondo. O meglio, sono una mappa della realtà nella quale si distingue ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per essere sicuri di stare sempre nel giusto. È ovvio, nessuno vuole stare nel torto e in qualche modo bisogna sapere come evitarlo. 

Così, quando qualcuno mi parla di politica, non mi sta esprimendo un'analisi della situazione politica in un dato contesto, ma mi (e si) sta dicendo invece: io voto x e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. Quando qualcuno mi parla di religione, mi (e si) sta dicendo: io credo in y e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. Quando qualcuno mi parla di musica, mi (e si) sta dicendo: io ascolto z e quindi sono nel giusto, quindi sono giusto. 

Ma lo stesso vale per qualsiasi cosa vi possa interessare: se entrare in un forum di appassionati di biciclette vedrete gli stessi meccanismi. Il fatto di andare in bicicletta diventa un filtro per interpretare il reale e, ovviamente, chi va in bicicletta si sente dalla parte del giusto, si sente giusto e migliore di chi non è dalla sua parte. Provate a vedere i forum o i blog di arti marziali: stessa cosa, io pratico la tale arte marziale, quindi capisco il mondo meglio di chi non la pratica, quindi sono migliore. 

Discutere di praticamente qualunque questione diventa impossibile, a meno che non si vada d'accordo a priori, per due motivi: primo, le visioni del mondo sono autoescludenti. Ma questo non sarebbe un grosso problema, perché in fondo ognuno la pensa come vuole e poi si va a bere una birra. Il vero motivo è che parlare di politica, per esempio, non significa parlare di una serie di eventi e dei loro esiti, ma mettere in discussione la mappa mentale dell'interlocutore, di conseguenza mettere in discussione la sua distinzione tra giusto e sbagliato, di conseguenza mettere in discussione la giustezza stessa dell'interlocutore.

Quando qualcuno vi parla di politica (o di religione, o di qualunque altra cosa), non vi sta parlando di politica, vi sta convincendo della sua giustezza in quanto essere umano. Per contro, se voi non siete d'accordo con lui, non state dubitando dell'idea politica che segue, ma della sua giustezza in quanto persona. 

Siccome tutti abbiamo bisogno di queste mappe mentali e tutti abbiamo bisogno di sapere che siamo nella parte giusta della mappa e che quindi siamo persone giuste, avere qualcuno che tenta di rimuovere quella sicurezza diventa destabilizzante. Non possiamo dubitare di essere nel giusto come persone, altrimenti tutta la nostra vita diventa senza senso.

Quindi io non discuto più con nessuno non perché pensi che gli altri hanno torto, ma perché mi rendo conto che significherebbe andare a mettere in discussione la loro persona e la loro consapevolezza del mondo e della realtà. Siccome non direi mai a nessuno che è sbagliato in quanto persona, io do sempre ragione a tutti, a prescindere, così almeno lo faccio contento e so che si sente meglio per avere qualcuno che la pensa come lui. 

L'unico problema di questo discorso è che ovviamente è a sua volta una mappa mentale che mi sono costruito io, per essere sicuro di essere nella parte giusta e quindi di essere giusto. E in sostanza, affermando questa idea, cado nel paradosso del mentitore: se tutte le visioni del mondo sono solo mappe mentali ad uso di chi le crea, anche ritenere che tutte le visioni del mondo sono una mappa mentale è una mappa mentale e pertanto se è vera la prima, non è vera la seconda; se è vera la seconda, non è vera la prima.

Il che dimostra che devo scopare di più e pensare di meno. 

Scene da un matrimonio

Se non ho capito male, c'è stata la periodica gazzarra sul matrimonio gay. Non che io abbia un'opinione particolarmente intelligente a proposito, però non capisco tutta questa smania di avere il diritto di sposarsi.

Prendete i preti, che poi è quello il de quibus. La Chiesa è il più formidabile apparato di potere della storia dell'uomo. Hanno cominciato con 13 poveracci e una prostituta, nel giro di 300 anni hanno conquistato l'impero romano senza colpo ferire e dopo duemila anni sono ancora lì. Dite quello che volete, ma i preti sanno il fatto loro. 

Cosa c'entra il matrimonio? Semplice: i preti fanno di tutto perché vi sposiate e facciate figli. Ma loro, per entrare a far parte del clero, sono obbligati a non sposarsi e non avere figli.

Loro comandano da duemila anni, voi piegate la testa sempre. 

Amici gay, ancora tanto sicuri di volere matrimonio e adozione?

Drammatologia

Perdere il lavoro è diverso da come immaginavo. Somiglia al primo pugno in faccia: uno pensa chissà che, ma lì per lì non fa particolarmente male. Somiglia a quella volta che una moto mi ha tagliato la strada sulla pista ciclabile e ho fatto una capriola in aria e sono atterrato sulla schiena e i passanti mi hanno circondato inorriditi e mi sono alzato e ho pensato “uau, tutto qui?” Poi i giorni passano e gli effetti si fanno sentire: le labbra tagliate dai denti, il ginocchio ingrossato, la schiena con un ematoma così.

L'altro giorno era il primomaggio. Primomaggio da disoccupato. Ho pensato al concerto di Roma, i sindacati, la sinistra. Come molti, in passato l'ho seguito spesso in tv. Non tutto, solo i gruppi che mi piacevano. Non ho mai avuto la maglietta di ceghevara, non ho mai sventolato bandierine, ma com'è come non è, molti gruppi che mi piacevano suonavano a S. Giovanni. Poi gli amici di sinistra, qualche volta il pensierino di andarci, tanto per vedere la cosa dal vivo.

Ho pensato alla distanza che irreparabilmente mi separa da quella liturgia che non ha niente a che vedere con il lavoro. Non c'è più niente da condividere con chi ancora celebra riti nati per un mondo che non esiste più. Non c'è niente da condividere perché li hai conosciuti quelli che celebrano quei riti, sono amici, compagni di studi, colleghi di lavoro. Loro si ritrovano a queste celebrazioni collettive (il primomaggio, le elezioni, le manifestazioni...) intonano le solite litanie, fascismo capitalismo Berlusconi Vaticano, la fine dell'Italia, la fine della democrazia, il regime liberticida, ci vorrebbe la rivoluzione e nessuno fa niente.

E poi tornano a casa alle loro vite, su Facebook invitano i propri contatti a votare sì per dire no, le zoccole di Berlusconi che mannaggia a lui, io non ci sto, io sono brutta come la Hack quindi sono intelligente come lei. E le foto delle vacanze. E del weekend in montagna. E beati loro, io una vacanza non la faccio da un pezzo e li invidio anche, sapete. Poi certo, a nessuno frega niente se hai perso il lavoro, tu. Tanto in Germania c'è il uelfarsteit e comunque nel mitico estero tutto va sempre bene per definizione e non c'è nemmeno bisogno di chiedere come va.

Sarete anche di sinistra, ma siete pure un bel po' stronzi, lasciatevelo dire. Comprendo che abbiate Berlusconi e l'acqua privata cui pensare, però dai...

Che tutti i miei amici di sinistra hanno questa cosa: il metus hostilis. Berlusconi, il nucleare, l'acqua privata. Hanno il metus hostilis che li unisce, che regala un senso a tutto, a tutto quello che non va, a tutto quello che non piace, a tutto quello che non è come dovrebbe essere. E anche gli altri c'hanno il nemico che incombe: l'islam, i comunisti, i giudici.

Perché nella vita ci vuole sempre qualcuno a cui dare la colpa. Non come me, che non ci riesco. Berlusconi, il nucleare, l'acqua pubblica, l'islam, i giudici. Fottesega. No, sul serio. Ho perso il lavoro, dovrei odiare il padrone, il capitalismo, gli ebrei, i banchieri... qualcuno da dargli la colpa della mia sfiga! Niente.

Il nuovo contratto di lavoro se ne sta qui, sulla mia scrivania. Già firmato dalla responsabile delle risorse umane. Manca solo il mio autografo e poi via, di nuovo vita da ufficio, colleghi nuovi (urgh...), nuovi capi (urgh...), entrallenove, esciallesei. Yuhu!

Col vostro permesso

Io lo so che haters gonna hate, e che potrebbe anche non avere scopo, quello che sto per scrivere. So anche che sembrerò quello che sale su una cassetta della frutta lungo l'autostrada e conciona diretto alle automobili che passano a 150 all'ora (non è che il mio blog sia il più frequentato della rete). Però qualcuno, prima o poi, dovrà pur dirlo.

A voi, signori, non ve n'è mai fregato niente dell'Egitto, né della Tunisia, né dell'Algeria. Nessuno, tra tutti quelli che oggi sostengono, esaltano, invidiano la rivolta d'Egitto (deheh, rivolta d'Egitto) ha mai nemmeno saputo che in Egitto ci fosse una dittatura. Non ho mai letto, prima di gennaio 2011, niente di niente in supporto del popolo egiziano. Se vi metto di fronte una cartina muta dell'Africa non trovereste l'Egitto nemmeno se ci fosse scritto "Egitto" sopra.

Tre cose sapete dell'Egitto: Sharm, Cleopatra e piramidi. E credete che le piramidi le abbia costruite Cleopatra nell'entroterra di Sharm. Per cui non venite a raccontarmi con le lacrime agli occhi della forza di questo meraviglioso popolo, perché se credevate che questo popolo fosse così meraviglioso ne avreste scritto anche ad aprile 2009.

Dice, eh ma la rivolta costruita dalla rete, la protesta che monta su internet e cambia il mondo. Internet? INTERNET?!?
 


Internet gliel'hanno chiuso subito e tanti saluti. Vi piace pensare che la rivolta sia nata e cresciuta in internet perché vi sentite di condividere qualcosa con gli egiziani. Invece indovinate un po'? Siete solo invidiosi. Siete invidiosi perché sapete benissimo che morirete inciccioniti di fronte allo schermo di un computer, senza un'emozione che sia una e che l'unico atto di rivolta delle vostre giornate è guardare Facebook di nascosto dal vostro capo. E sapete cosa? Per quanti sforzi faccia, non riesco a capire la vostra fregola per la rivolta di piazza. Credete che sia una allegro diversivo alle giornate noiose? Credete che sia un modo simpatico per occupare la domenica pomeriggio?

Anzi, guardate, visto che tutti ne parlano, vediamo cosa succede in Italia. Facciamo le manifestazioni contro Berlusconi, facciamo le manifestazioni contro il ducetto che deve andarsene, dai facciamole. E come finiscono queste manifestazioni?

Con le suore intervistate da Repubblica che fanno le prediche su come le donne di oggi stiano diventando tutte puttane! Le suore! La protesta delle suore! La protesta contro Berlusconi fatta dalla gente che vi vieta di usare il goldone, che se vi stuprano non vi lasciano abortire e che pensa che siate tutte troie! Le suore che non vogliono nemmeno che mi faccia una sega in santa pace? Che non mi lasciano prenderlo nel culo se mi piace prenderlo nel culo? Loro sono quelle protestano contro Berlusconi?!? Loro, che la loro Chiesa nasconde gli stupri sui bambini, che dà la comunione ai mafiosi e fa seppellire in chiesa gli assassini, a loro avanza tempo di protestare perché le donne sono diventate tutte troie? È con queste persone che manifestate?

Sapete che vi dico? Andatevene affanculo voi, le troie, Berlusconi, le suore, le manifestazioni, Facebook e anche il corpo delle donne, affanculo pure quello. Affanculo la dignità del Paese, affanculo cosa pensano i vicini tedeschi e francesi, affanculo le minorenni, affanculo gli indignati, affanculo gli ombrelli rossi, le piazze piene, affanculo i 300 manifestanti per la questura e i 3 milioni per gli organizzatori.

E forza Panino!

Questioni di spessore

Nel 2011, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Libertà e Giustizia, durante una manifestazione pubblica trasmessa dalla tv di Stato chiede le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica perché se rimane lì chissà poi all'estero cosa pensano. E si vanta di fronte a tutti di andare a letto tardi perché legge Kant.

Tra il 1927 e il 1929, un intellettuale italiano di spicco, appartenente al movimento Giustizia e Libertà, durante il confino sull'isola di Lipari voluto dal regime fascista, scrive un libro in cui cerca di dar vita alla fusione delle due grandi visioni del mondo dell'epoca, il liberalismo e il socialismo. E nella prefazione si scusa con i lettori per l'assenza di riferimenti bibliografici, perché, sapete, era stato deportato per volere del governo.

Potremmo quasi dire che il valore del regime in carica si misura in base allo spessore dei suoi avversari.

Ci si può depilare con un post-it?

In quanto giovani adulti degli anni '70, i genitori degli anni '80 erano terrorizzati dalla droga (eroina assunta per via endovenosa soprattutto) e tutti noi bambini di allora abbiamo ricevuto una fortissima educazione alla prevenzione, allo stare lontani dagli spacciatori e dagli sconosciuti che distribuivano droga gratis.

Inevitabilmente, quand'è venuto il momento di affrontare da soli il mondo, non avremmo saputo riconoscere uno spacciatore nemmeno se ci avessimo sbattuto contro. Inevitabilmente, eravano del tutto impreparati ad affrontare la questione droga, uso, abuso, dipendenza eccetera. Credo sia per questo che al giorno d'oggi c'è gente fulminata nel cervello che non si considera tossicodipendente perché non si infila un ago in mezzo alle dita dei piedi nei bagni della stazione.

Lo stesso sta succedendo con quelli che hanno orchestrato la campagna dei post-it sulla bocca. Stanno facendo un quarantotto per una legge che verrà, mentre è ormai da anni in Italia la magistratura e la polizia possono chiudere un sito praticamente per sempre a totale discrezione loro, senza processo e senza difesa.

Della cosa se ne sono sempre fregati tutti, perché all'inizio erano misure contro i terroristi islamici i pedofili: tradotto, riguardavano qualche immigrato con le pezze al culo e qualcuno che era considerato talmente rivoltante da non meritare alcuna protezione, nemmeno quelle richieste dalla Costituzione.

È bastato lasciare tempo al tempo e si è arrivati al punto che se uno sciroccato qualsiasi con qualche contatto “importante” vi querela, il magistrato che si occupa della questione decide che il vostro blog, tutto e per intero, deve essere chiuso e fa in modo che il vostro servizio di hosting stacchi la spina.

Mentre quelli che si lamentano del fatto che una legge voglia rendere obbligatoria la rettifica dei contenuti bla bla bla, contemporaneamente è pratica abituale che i blog vengano fatti chiudere senza processo e senza condanna. Nel silenzio generale. Senza post-it.

Ora, nelle questioni giuridiche non metto parola, non mi compete. Però due cose mi paiono chiare. La prima, come ho già avuto modo di scrivere, è che in Italia manca completamente una mentalità dei diritti personali inviolabili, che sono sempre stati considerati sacrificabili in favore del partito, della corporazione e dello Stato. Anche perché pensate che in Italia quelli che si definiscono liberali e liberisti sostengono Berlusconi. No, per dire a che livello siamo.

La seconda è che una situazione del genere (che un blog venga fatto chiudere a tempo indefinito senza una condanna e che nessuno se ne lamenti) è il frutto maturo delle politiche di chi per anni ha chiesto allo Stato tutto. Abbiamo chiesto allo Stato di darci la sanità, la scuola, l'università, le pensioni, la casa, il lavoro, pensando di non dover dare niente in cambio. Non ci siamo resi conto che c'era un prezzo da pagare per tutte queste cose: la libertà. Così oggi, quello Stato a cui ci siamo rivolti mostrandoci deboli ed indifesi, ci tratta come tali: se siamo deboli ed indifesi, è giusto che sia lo Stato a decidere quali blog dobbiamo leggere e quali no. La censura è sempre fatta per il nostro bene, no?

Al pari dei bambini degli anni '80, i difensori della libertà a mezzo post-it non riescono a distinguere la censura e la limitazione dell'espressione del pensiero nemmeno quando ci sbattono contro, perché sono stati abituati a pensare che la censura sia una legge scritta da un Presidente del Consiglio molto cattivo nella quale esplicitamente si ordina la censura. E finché quella legge non c'è, la vostra libertà di espressione può essere calpestata a piacere senza che se ne accorgano.

Ignoranti

Ogni tanto mi faccio un giretto delle blogstar. Più che altro perché spesso sono linkate nei blog che leggo quotidianamente e perché ultimamente al lavoro è un po' fiacca. Così mi capita di leggere spesso e volentieri la tirata contro i veneti ignoranti. Un esempio recente è questo (consiglio di leggere i commenti, molto esplicativi) (un'alternativa è questa).

La maggior parte dei miei lettori, a occhio, non è veneta. Io lo sono. Chi è veneto come me, soprattutto se è nato in centri minori o proprio in campagna, è cresciuto nutrendosi di commenti come quelli del blog di cui sopra (non è che queste blogstar brillino per acume o originalità).

Sostanzialmente gli intellettuali che sentono il bisogno di commentare riguardo al Veneto vi sgranano sempre il medesimo rosario di castronerie.

  1. In Veneto sono tutti bifolchi ignoranti e odiano i negri
  2. In Veneto parlano tutti dialetto, a dimostrazione del punto 1
  3. In Veneto sono tutti ricchi e hanno tutti la fabbrica
  4. In Veneto sono tutti finti cattolici baciapile
  5. In Veneto si lavora e basta

Scrivere e leggere su un blog cose del genere è normale, soprattutto se il vostro blog si dichiara progressista e di sinistra. Ma, come ho scritto, non sono stati certo i blogger a scoprire queste ostinate verità sociologiche: se siete veneti, le avete sentite per una vita.

Di fronte a tali giudizi, potete reagire in molti modi. Uno, molto comune, è quello di cercare di dimostrare che voi siete dei fini intellettuali, che non parlate dialetto, che non avete la fabbrica, che siete atei e che non lavorate. Sarete una delle figure che, ottant'anni fa, potevano vantare una qualche forma di prestigio sociale, perché capaci di leggere e scrivere in un mondo di analfabeti o perché in fortuito contatto con le classi sociali superiori.

Eppure la maggior parte delle persone non sceglie questa via. Se penso alle persone che frequento io, nessuno ha avuto voglia di fare l'intellettuale: qualcuno è operaio, qualcuno è magazziniere, altre sono infermiere o impiegate; c'è anche qualcuno che lavora in proprio, una fabbrichetta, qualche dipendente. Molti vanno a messa la domenica. Si parla dialetto tra di noi. I nostri nonni parlavano dialetto, i nostri genitori parlavano dialetto, noi parliamo dialetto. Non è una scelta o una rivendicazione d'orgoglio, è semplice quotidianità.

Ecco, tutte queste persone, che non sono ricche, che non vanno in giro col SUV, sono coloro i quali i nostri intellettuali progressisti si divertono a trattare come minus habentes. Ma provate a pensare: vi alzate tutte le mattine alle cinque per andare in fabbrica; fate il turno di notte in un centro di assistenza per disabili; vi siete fatti 10 ore sotto il sole a tirar su muri; avete il mutuo da pagare, le bollette, la dichiarazione dei redditi, la macchina che non va, il dentista che costa una fortuna. Voi ci andate anche a messa, ma le bestemmie ve le cavano di bocca. E poi arrivano questi, gente mai vista, gente studià, e vi dice che siete ignorante, che siete razzista, che siete materialista e che pensate solo alle vacanze al mare.

Vi accusano di lavorare, che pensate solo al lavoro. Perché tanto il mutuo si paga da solo, no? Le bollette basta metterle da parte, la visita medica a pagamento basta non pensarci, no?

Vi accusano di essere ricchi, perché non vivete in uno slum da terzo mondo.

Vi accusano di parlare dialetto, come se fosse un delitto, come se faceste del male a qualcuno.

Accusano i vostri nonni di essere stati poveri e non di esserlo più.

Accusano i vostri genitori di essere ricchi (ancora con questa storia? Sì, siete tutti ricchi in Veneto).

E allora cosa fate? Votate per chi dice che invece no, che il dialetto è meglio dell'italiano, che non siete dei bifolchi e che non accettate che qualcuno venga a giudicare il modo in cui siete usciti dalla miseria. E come darvi torto? La Lega non sarà il massimo, ma è anche l'unica opzione, perché la classe intellettuale ha aborrito le proprie origini e si è allontanata da quelli di cui avrebbe dovuto essere espressione, lasciando un vuoto che è stato colmato alla bell'e meglio dalla Liga Veneta e dalla Lega Nord. Così, mentre il Veneto ha prodotto il più celebrato poeta italiano vivente, ci si fa rappresentare da chi pensa che cultura voglia dire cartelli stradali monchi dell'ultima sillaba.

Davvero complimenti, per fortuna che sono intellettuali e progressisti... che poi insomma, almeno una volta c'erano i signori che schifavano i poveri e non era una bella cosa, ma era comprensibile: ricco, studiato, vestito bene, facevate un figurone di fronte ad un povero analfabeta con le mani grosse come un badile e gli zoccoli di legno ai piedi. Ma oggi? Tutta questa gente che non riesce più a trovare il prestigio sociale di una volta, prof, giornalisti, impiegati di basso rango, tutti che si atteggiano con aria di superiorità e additano il popolo ignorante e cafone, mentre il popolo non sa nemmeno della loro esistenza. E accusano il popolo di essere ricco e crapulone, solo perché loro non riescono a pagarsi i vestiti firmati.


Note a margine:

Mi pare che queste bloggostelle siano cresciute a pane e telefilm americani, da grandi abbiano letto i libri americani e, in breve, abbiano assimilato la giusta dose di politicamente corretto. È logico dunque che per loro qualsiasi conflitto tra etnie diventi la lotta tra wasp e afroamericani. Peccato che il mondo non sia l'Alabama, men che meno lo è il Veneto. Basta con questa storia che i veneti odiano i negri e che cercano la purezza del sangue ariano. Davvero, è patetica.

Altra cosa: il Veneto non è l'Inghilterra vittoriana e nemmeno gli Usa della Bible Belt, quindi non esiste nessuna morale sessuale come la si vede denunziata nei libri e nei film anglosassoni. Vi posso assicurare che siamo entrati anche noi, a pieno titolo, nel ventunesimo secolo.

Infine, comprendo che la commedia, con la sua struttura modulata secondo topoi vecchi di quasi 3000 anni e con le sue maschere caricaturali, possa risultare di più facile comprensione per le menti semplici. Ciononostante, Signore e signori rimane sempre una commedia, non un trattato sociologico o antropologico. E farà anche ridere ma non ha più attinenza alla realtà di Arlecchino e Pantalone.


Colpo segreto della tenia nascente

L'ira degli dei. C'era da aspettarselo. È venuta giù l'ira degli dei insieme a quel Duomo in miniatura [ho appena notato che in Italia anche la violenza di piazza è fortemente religiosa: una volta si tiravano i sanpietrini, adesso le madonnine. La Chiesa vince sempre, ricordatevelo].

A parte le strumentalizzazioni politiche, che non possono mancare (io se fossi un politico farei lo stesso, figuriamoci) e che quindi valgono come il due di picche, posso notare due cose. No, tre.

Berlusconi, uomo dell'immagine per eccellenza, colui che – secondo alcuni – ha contribuito ha far rinchiudere gli italiani in casa e a toglierli dalle piazze grazie al suo mondo catodico, è stato colpito nella viva carne e nella piazza reale. Quasi un contrappasso.

Poi ci sono i suoi colleghi parlamentari. Che, per reagire ad un fatto avvenuto nel mondo reale, che anzi richiama – ma con tutt'altra valenza1 – proprio le gesta della piazza ottocentesca, con l'anarchico solitario che uccide il re a nome degli oppressi; insomma, per reagire alla forma più antica ed antiquata di dissenso politico, si impegnano a far chiudere i siti internet, il segno più moderno della fine di quelle piazze e di quei gesti. Ancor peggio, se la prendono con Facebook, perché nella loro atavica ignoranza confondono internet con Facebook. Signori, questa è la gente che ci comanda, persone che non riescono nemmeno a compiere un processo mentale minimanente logico.

Infine vedo che molti sono preoccupati per il clima di odio che aleggerebbe in Italia. Persino l'amico di blog Yossarian, benché noto guerrafondaio reclutatore di bambini soldato, si dice preoccupato per la situazione politica e sociale italiana, che gli fa tornare alla memoria i prodromi degli orrendi anni di piombo. È davvero così? Vediamo.

I precedenti non promettono nulla di buono. La storia d'Italia è (anche) storia di violenza di piazza. La piazza in Italia ha sempre avuto una forte valenza politica, soprattutto per le opposizioni (e chi ha letto l'opera di Mario Isnenghi forse comprende meglio quello che intendo). Il Risorgimento fu per larga parte violenza di piazza. Bisognava essere esperti di barricate allora, perché non c'erano i reparti mobili da fronteggiare, ma l'esercito austriaco. Ma poi tutta la retorica dell'unità d'Italia sarà l'esaltazione della violenza, che culminerà con le cannonate su Porta Pia e i bersaglieri che entrano a Roma.

In seguito, se i giornali, i circoli e il Parlamento erano in mano alle elite borghesi e aristocratiche, la piazza era il luogo dell'opposizione e della rivoluzione, questa volta non contro gli austriaci e i Borboni, ma contro la nuova classe dirigente italiana. E non ci si andava per il sottile nemmeno allora: per un Bava Beccaris che usava l'artiglieria per le strade di Milano, chissà quanti altri ufficiali si accontentavano di moschetto e baionetta. Per un Bresci che uccide il re, chissà quanti altri come lui si accontentavano di un conte ferito o un barone acciaccato.

Poi è arrivata la Grande Guerra e poi è finita ed è arrivato il biennio rosso. Certo, a studiarle sui libri di storia queste cose sembrano poco più che aneddoti, ma allora c'era da aver paura. Decine di migliaia di giovani addestrati alle armi, veterani delle trincee che si riversavano in piazza e che volevano fare la rivoluzione. Fabbriche occupate con lo schioppo. Provateci voi a fare una cosa del genere oggi. E poi gli arditi... gente che assaltava i nidi di mitragliatrice col coltello tra i denti a colpi di mazza ferrata e che d'un tratto si ritrovava nella vita civile di un'Italia senza lavoro e che non sapeva che farsene di questi esaltati. Non so, immaginate dei membri della Delta Force, veterani del Vietnam, che tornano a casa e non hanno lavoro, non hanno famiglia e sono disperati. Avete idea di cosa riuscirebbero a combinare?

E allora occupano Fiume, guidati da un poeta. E poi si dividono, alcuni passano al fascismo, altri al socialismo. E ci si spara per strada. Alle manifestazioni si moriva, perché c'erano quelli appostati ai balconi che facevano fuoco sulla folla. Marinetti lo scrive proprio che una volta, imbattutosi con gli amici suoi in un corteo di rossi, si è messo a sparare sulla prima fila. Alle donne. Apposta. C'era tanta violenza in piazza allora.

E poi la Resistenza e la guerra civile. Giovani che scelgono di sparare ad altri giovani, altra violenza.

In tutta la storia d'Italia questa violenza di piazza non era praticata per caso, ma teorizzata e incanalata ed ideologizzata. Era violenza politica e rivoluzionaria. E quindi, tutto sommato, nel dopoguerra il clima si fa relativamente disteso, rispetto agli anni precedenti. Non buono, ma insomma...

Poi sono arrivati gli anni '70. La generazione dei figli dei partigiani e dei repubblichini. Tanti avevano studiato e avevano imparato la lezione: l'opposizione si fa in piazza e con le armi, non basta parlare e votare. Il resto si sa, sono gli anni di piombo.

Personalmente ritengo che la violenza di quegli anni non sia stata adeguatamente repressa dall'inizio per precisa volontà politica. Non erano molti i violenti, solo molto rumorosi. Uno stato moderno avrebbe potuto porre fine alla questione nel giro di un anno o due. Ma c'era una classe politica in crisi di consensi. E se i violenti erano pochi, quelli che si erano rotti le scatole erano tanti. Una classe dirigente che ormai governava da più di vent'anni aveva bisogno di rafforzarsi, pena la sparizione. E non c'è miglior alleato politico della paura. Facciamo capire agli italiani che la violenza è più forte dello Stato e avremo dalla nostra parte il sostegno del popolo. E così fu.

E oggi? Siamo di nuovo di fronte a quella situazione? Non ne sono sicuro. I giovinastri degli anni 70 erano eredi di una cultura che portava in sé i semi della violenza. A scuola ti insegnavano come i patrioti facessero barricate, a casa ti insegnavano come i patrioti avessero preso il fucile; oppure ti insegnavano che i traditori avevano preso il fucile e che quindi lo dovevi prendere anche tu. E poi, quanti ragazzi di allora ricevettero la pistola in mano da qualche ex-partigiano, che a sua volta era stato allevato secondo il motto “libro e moschetto”? Una buona metà della popolazione era di sinistra. Oggi non vuol dire niente, ma fino a qualche anno fa i socialisti e i comunisti teorizzavano la rivoluzione. Teorizzavano la caduta del capitalismo e dello Stato borghese. Chiaro che i parlamentari e i vecchi dicevano e non facevano, ma i giovani no, i giovani sentivano parlare di comunismo e lo volevano sul serio, non la prendevano come retorica buona per i comizi. Così come dall'altre parte erano altrettanto convinti delle loro posizioni. Insomma, se i politici parlavano in maniera felpata, c'era comunque una lunga tradizione di teoria politica che predicava la violenza; non solo, c'era anche l'educazione ricevuta a scuola che aiutava. E c'erano gli esempi viventi.

Oggi tutto questo non c'è. Manca una cultura della violenza politica perché manca persino l'obiettivo da raggiungere per mezzo della violenza. Abbiamo visto che l'unico movimento moderno e di sinistra è stato quello No-Global. Sono bastati due giorni di mazzate per disperderlo per sempre. E le reazioni del movimento sono state proprio quelle di chi con la violenza non vuole avere a che fare né l'ha mai praticata: stupiti che la polizia menasse, quasi oltraggiati.

La sinistra postcomunista è stata definitivamente scalzata dal parlamento e i sostenitori della sinistra parlamentare sono diventati i difensori della magistratura: sono cioè diventati i più accessi sostenitori dell'organo dello Stato repressivo per eccellenza.

La destra parlamentare è un'armata Brancaleone altrettanto priva di contenuti, vagamente parteggiante per le forze armate e la polizia e per il resto troppo impegnata a capire come abbiano fatto a vincere le elezioni i secessionisti insieme ai nazionalisti insieme ai democristiani insieme ai pubblicitari insieme alle veline.

Però si dice che il dibattito politico si sia incarognito in questi ultimi anni. A me non sembra. A sinistra non osano nemmeno parlare. Hanno adottato delle parole d'ordine talemente annacquate che non si capisce nemmeno a cosa pensino. A destra non so neanche che retorica usino, a dire il vero, perché c'è di tutto, Fini con la kippà, Bossi col dio Po, dell'Utri con i suoi eroi.

Mi pare che il dibattito politico si sia invece involgarito: grida, cappi esposti, insulti all'aspetto fisico delle persone. Ma questo linguaggio non mobilita le persone, non le incita alla violenza. Non è gridando per quindici anni di fila “comunisti” o “regime” che si scatena la violenza di piazza.

Se qualcuno ha avuto esperienze di rappresentanza (non necessariamente politica) saprà bene che i gruppi hanno delle dinamiche costanti. Quasi sempre essi contengono al loro interno una minoranza che si espone e si dà da fare per il gruppo nel suo insieme. Poi c'è la maggioranza che non partecipa attivamente, ma eventualmente parteggia per qualcuno. Poi esistono quelli che si lamentano sempre di tutto. Qualunque cosa i dirigenti facciano non va bene, tutte le decisioni sono sbagliate, ogni scelta è fatta contro l'interesse generale e via dicendo. Spesso riescono a tirarsi dietro anche una parte della “maggioranza silenziosa”. Ma una cosa è certa: non agiscono mai, vivono solo nel riflesso delle azioni altrui.

Ecco, in Italia da tempo ormai il gruppo dirigente ha deciso di mollare. Le persone con un minimo di intelligenza stanno lontane dai partiti, hanno capito che il gioco democratico è una corsa al peggio e preferiscono dedicare gli sforzi ad altre cause. Gli ultimi che ricordi aver partecipato con entusiasmo erano i leghisti ad inizio anni 90, quando pensavano che finalmente qualcosa si potesse cambiare in politica. Hanno presto mollato tutti, dopo che hanno capito che anche la Lega Nord era un partito come gli altri, e sono rimasti i Calderoli e i Borghezio. E il figlio di Bossi. Per dire, no...

Così il vuoto lasciato dai “dirigenti naturali” è stato rimpiazzato da quelli che si lamentano. I politici di oggi sono gli scarti di quello che è rimasto dei vecchi partiti, mentre i loro sostenitori sanno solo lamentarsi. E quando si lamentano, lo fanno alla grande, che altrimenti non cìè gusto: “abbiamo il regime liberticida”, scrivono sui dieci giornali che hanno a disposizione; “sono degli illiberali che aspettano di far abbeverare i cavalli dei cosacchi alla fontana di San Pietro”, lamentano in Parlamento o da una delle sei tv che possiedono. “Secessione”, berciano dai loro scranni a Roma, mentre piazzano figli e nipoti ovunque sia possibile sperperare soldi pubblici.

Perché quelli che si lamentano devono sempre passare per vittime, e allora s'inventano di essere processati, perseguitati, censurati, picchiati; di essere oggetto di campagne d'odio, di violenze immaginarie, di pestaggi fantasiosi.

Questa è la nostra classe dirigente e questi sono i suoi sostenitori: parassiti che vivono parlando a vuoto, nutrendosi del riflesso di soprusi inventati, perché di reali non ce ne sono. E da questo clima non credo possa nascere violenza politica, perché la violenza è azione e rischio personale: due cose che i parassiti non sanno nemmeno cosa siano. Alla prima randellata che dovessero prendersi, sparirebbero alla velocità della luce.

Mi sento di dire che possiamo stare tranquilli. Non credo rivivremo ancora gli anni 70. Al massimo soffriremo dei disturbi tipici di un corpo afflitto da parassiti.

Scusate il post infinito.

1Perché assaltare il Re non è come uccidere un Presidente. Il Re è il rappresentate dell'ordine voluto da Dio e attaccare il Re vuol dire mettere in dubbio il volere di Dio. Un Presidente eletto è solo un uomo che rappresenta poco più che sè stesso e i suoi accoliti. Attaccare lui non intacca l'ordine del mondo.

Questioni di balistica

Ieri sera ero appena riuscito a ristabilire l'uso normale dei miei plasmidi, quando Frau Angelo è uscita dal bagno dove si stava acconciando il crine e tutta agitata esclama: “Tommy, they attacked Berlusconi! On the street!”.

Io ho mantenuto la tipica flemma italiana: “Fuck! Really?!”

Frau Angelo: “Yes, they are talking about it on the radio.”

Siccome avevo da poco letto i vari quotidiani online e niente di tutto ciò vi era riportato, la radio tedesca doveva aver trasmesso la notizia praticamente in diretta e quindi la cosa doveva essere particolarmente grave. Frau Angelo mi guardava in cerca di una risposta e allora ho provato ad abbozzare una prima analisi in base ai dati a disposizione: “Fuck fuck fuck fuck!!!”

Mentre mi dirigevo al computer, avevo in mente l'auto di Berlusconi sventrata da un RPG, corpi di civili dilaniati dall'esplosione, elicotteri della tv che si muovevano al rallentatore sopra il corteo producendo solo il rumore delle pale che fendono l'aria; la radio della scorta trasmetteva il messaggio di soccorso: “Command, this is Bravo-Six, we got the President down. I repeat: we got the President down. Request of immediate support. I repeat: immediate support. Over.”

Bravo-Six, this is Command. Confirm you got the President down. I repeat: confirm you got the President down. Over.”

Command, send the fucking chopper, we got hit!”

Perché la scorta di Berlusconi dovrebbe parlare in inglese? Non saprei, ma i film d'azione sono tutti americani e non so cosa direbbe un italiano.

Comunque, vado al computer e vedo che per fortuna non è successo niente di tanto grave, solo l'ennesimo lancio di oggetti contro il Presidente del Consiglio, che questa volta si è fatto male abbastanza seriamente. Mi dispiace vedere questo anziano signore con il volto tumefatto e sanguinante, ma almeno non sta per scoppiare una guerra civile. Tranquillizzato, archivio subito la cosa e mi rimetto alla ricerca di Fontaine.

Poi però arriva il giorno dopo. Faccio il mio solito giretto mattutino su Facebook per vedere come stanno i miei amici in Italia e in giro per il mondo. Ovviamente a quelli in giro per il mondo non gliene può fregare di meno. I miei amici italiani invece non si lasciano andare a nessun grido di gioia. A conferma che almeno gli amici me li so scegliere intelligenti. Resta però il fatto che in molti pensano che tutto questo servirà solo ad essere strumentalizzato contro la sinistra. E quindi penso cosa sarebbe accaduto a parti invertite: immagino che se qualche bellimbusto avessere preso a martellate sui denti Bersani, a sinistra avrebbero invocato i caschi blu. Come minimo. Vabbè.

Qualche minuto dopo arrivano i colleghi italiani. Ricordo che sono tutti antiberlusconiani e quindi sono quelli che sostengono le manifestazioni viola funerale. Probabilmente sono considerati anche cervelli in fuga. Ebbene, gioia e tripudio, grasse risate e pacche sulle spalle. Io non ce la faccio a partecipare ai festeggiamenti per un tizio, forse poverino con problemi psicologici, che tenta di sfigurare un settantatreenne che ha pure avuto un cancro. Alla fine mi limito ad impedire che venga affissa al muro la foto dell'attentore, un po' perché non mi pare il caso, un po' perché c'ha una faccia...

Giuro che della vicenda non ho voluto sapere niente. Soprattutto le dichiarazioni dei politici: quindi non mi esprimerò su quanto detto dalla Bindi e da Di Pietro. Quello che è accaduto è poco più di un fatto di cronaca, per quel che mi riguarda. Non ha alcuna valenza politica, al massimo lo posso considerare uno di quegli esempi di miseria umana che portano ad azioni tanto violente quanto ridicole.

Quello che mi ha stupito è vedere così tanta gente gioire. E non sto parlando dei mitologici “frequentatori dei centri sociali”, ma di persone assolutamente nella media, con una laurea in tasca e che conducono vite come chiunque altro. Persone come me, insomma. Mi chiedo come si possa gioire per una non-cosa.

Quello che invece mi ha fatto pensare è che molti dicono che Berlusconi provoca, provoca, provoca e alla fine le cose gli ritornano indietro. Non so voi, ma a me pare un discorso del piffero. Mi spiego: ritengo Berlusconi e la sua cricca di parlamentari mezzi avvocati e mezze veline un'armata Brancaleone priva di particolare valore intellettuale. Sentir parlare Berlusconi, Ghedini, Calderoli e compagnia bella mi fa sentire particolarmente intelligente. Non mi stupisco quindi che facciano discorsi provocatori e illogici. Sono come il bulletto di paese: mancando di cervello, cerca di riempire il vuoto della loro vita con le risse il sabato sera. Avete presente no? Va in giro ad attaccar briga, finché non trova quello ancora più scemo di lui che abbocca e si prendono a pugni. Se viene da me, che sono mediamente intelligente, non trovano certo il modo di coinvolgermi in una rissa, perché appunto il loro approccio è talmente stupido che si fanno scoprire immediatamente. Lo stesso vale per Berlusconi e la sua cricca: certo che fanno discorsi pessimi, ma se tu ci caschi – perché è quello che cercano – allora sei peggio di loro, perché almeno loro hanno dimostrato di saper costuire una trappola politica, mentre tu non sei nemmeno riuscito a vederla.

E allora ho pensato che se per ipotesi la destra passasse in minoranza e questa gente arrivasse al governo, ecco, ho come l'impressione che non noterei alcuna differenza.

Le streghe sono andate via

C'è una cosa che apprezzo molto nelle donne: non amano parlare di politica. Una conversazione con una donna parte sempre col piede giusto, perché so che non arriveremo a parlarne, a meno che non sia io a farlo (e non lo faccio). Dev'essere la mancanza di quella componente tipicamente maschile che rende necessario appartenere ad un gruppo e inscenare una guerra ritualizzata contro un altro gruppo. E' lo stesso motivo per cui le donne non seguono il calcio. Ora che ci penso, nel mio ufficio i maschi parlano sempre di politica e di calcio, alternando i due argomenti in maniera assolutamente semplice ed automatica, senza cambiare tono di voce né modo d'argomentare.

Se avete la licenza elementare, saprete che se c'è una caratteristica intrinsecamente buona nell'essere donna, puntualmente si presenterà una femminista a volerla distruggere. Io, che ho anche la terza media, ho da poco scoperto che, per sapere quale sia il perbenismo degli anni duemila, bisogna leggere il sito di Micromega. E' davvero meraviglioso. Hanno tutte queste ricettine semplici semplici per salvare il mondo, solo che si vede benissimo che chi scrive viene da un mondo altro, leggermente meno schifoso di quello in cui viviamo noi. Immaginate di essere stuprati da Lexington Steele e mentre siete in ospedale che ancora cercate di capire come abbiate potuto non vedere quel dannato treno, arriva uno di Micromega on-line e cerca di spiegarvi perché nella nostra società il massaggio prostatico non è sufficientemente valorizzato. Rende l'idea?

Poiché tutto ciò che era rivoluzionario diventa col tempo perbenismo della peggior risma, era inevitabile che anche il femminismo divenisse una nuova forma di perbenismo. E siccome Micromega sta diventando il campione del perbenismo, non poteva dedicarci il suo bravo articoletto femminista.

Che inizia subito bene: “L’ 82% dei senatori, il 79% dei deputati e il 77% dei ministri sono uomini”. Bene, che c'è di male? Se fossi una donna sventolerei con orgoglio questi dati. Andrei da mio marito e con aria beffarda gli farei vedere chi sono quelli come lui. Girerei per strada a testa alta sapendo che così poche appartenenti al mio genere sono dei politici. Invece per le articoliste questa sarebbe una forma di discriminazione. Non riesco a capire il perché: è risaputo che le donne non amano il tifo e l'imbrancamento tipicamente maschili e quindi evitano le assemblee e gli stadi. Ottimo, no? Cioè, le donne avranno altri difetti, ma questo è indiscutibilmente un punto a loro favore. Invece no. La tesi proposta è che bisognerebbe arrivare ad un Parlamento col 50% di donne.

Leggendo l'articolo, capisco che le autrici hanno un po' di confusione in testa. Secondo loro, se metà della popolazione è composta da donne, allora metà dei parlamentari dovrebbe essere donna; se così non è, vuol dire che gli uomini imbrogliano. Qualcuno dovrebbe spiegare loro che il Parlamento non rappresenta la composizione statistica della popolazione, altrimenti la politica dovrebbe essere gestita come un sondaggio. Cioè, dovrebbe fare quello di cui viene sempre accusato il Berluscone. Il Parlamento invece rappresenta la volontà degli elettori che, per quel che ne sappiamo, potrebbero un giorno voler mandare a Montecitorio i più noti dj della Romagna, e non gli si potrebbe dire niente.

Ma le nostre intrepide redattrici non sono così sprovvedute. Loro sanno benissimo che la composizione del Parlamento non dipende dalla volontà degli elettori, visto che viene stabilita a tavolino da associazioni private non elette, i partiti. Ma siccome scrivono per il sito del nuovo perbenismo, si guardano bene dal dire una cosa del genere. Però devono anche trovare un modo per cambiare le cose. Quindi le suffragette cosa fanno? Scrivono un cento righe per arrivare a proporre che i partiti siano obbligati a candidare delle donne per una cifra che arrivi al 50% del totale dei candidati.

Capito le furbacchione? Sanno benissimo che i giochi politici sono fatti dalle segreterie di partito e che le elezioni sono solo un rito privo di significato, solo che a loro non interessa questo. A loro interessa arrivare alla cadrega e per ottenere la cadrega bisogna che il partito decida che loro arriveranno alla cadrega. Soluzione: facciamo una legge che obblighi i partiti a decidere che loro arriveranno alla cadrega. Mefistofelico.

Per educazione non farò notare che non gli è nemmeno passata per la testa l'idea che, se fosse vero che metà dell'elettorato vuole delle donne parlamentari e Presidenti del Consiglio, basterebbe candidare un po' di donne in una lista indipendente e vincerebbero a mani basse tutto il vincibile, totalizzando più voti di tutto il vecchio Pentapartito messo insieme. Meglio pretendere che gli altri ti assicurino il posto in prima fila, naturalmente.

Comunque basta avere pazienza, con il tempo ascolteremo sempre più personaggi di tal fatta, che propongono le idee più strampalate pur di ottenere un scranno del valore di 20000 euro al mese più pensione e viaggi gratis. Aspettate solo che il Berluscone si tolga di torno e finalmente potremo goderci degli spettacoli come si deve. Prepariamo il popocorn.

(E questi sono i progressisti che operano per un mondo migliore. Non immagino neanche che proposte possano fare gli altri).

Obiezione Vostro Onore!

Ieri ho letto questa intervista sul sito di Micromega e tristi pensieri non mi hanno lasciato per tutto il giorno. Più che il tema trattato, è la prospettiva da cui è originato ad avermi toccato negativamente. Premetto che non ho niente contro l'autore, Emilio Sbaraglia, né contro l'intervistato, Lorenzo Guadagnucci, anzi – se devo essere onesto – non so neanche chi siano (mea culpa); è solo che leggere articoli come questi fa capire per quale motivo la sinistra sembri vivere nell'oltreterreno, in una dimensione parallela inaccessibile ai più. Argomento del discutere sono i processi per il G8 di Genova. Riporto solo le frasi cui mi riferisco:

[...] Pensiamo che per le [...] vicende del G8 di Genova, violenze fisiche gravissime, come quelle compiute nella “macelleria messicana” alla Diaz, o quelle esercitate alla caserma di Bolzaneto contro decine di detenuti (i giudici hanno parlato esplicitamente di tortura), le condanne sono state [di] massimo quattro anni, e coperte per lo più dalla prescrizione. E questo nonostante l’aggravante costituita dal fatto di indossare una divisa e d’essere quindi, in quel momento, rappresentanti dello stato, quindi preposti a garantire i diritti dei cittadini.

La polizia di stato ha ostacolato il corso della giustizia, anziché mettersi a disposizione della magistratura; gli altissimi dirigenti imputati al processo Diaz [...] sono stati promossi a ruoli ancora superiori a processo in corso e hanno tenuto un comportamento processuale indegno di dirigenti di quel rango […].

Nessuno, al vertice dello stato, ha mai pensato di chiedere scusa alle vittime di abusi e violenze.

La voglia di lasciar perdere [...] affiora quando vedi l’indifferenza o il fastidio di chi dovrebbe affiancarti in questa lotta, che ha un valore morale, culturale e politico più che giudiziario. Penso ad alcuni episodi specifici: il no alla commissione parlamentare d’inchiesta dovuto alle improvvise e vili defezioni di alcuni deputati radicali e dell’Italia dei Valori meno di due anni fa; la promozione di Gianni De Gennaro a capo di gabinetto del ministro Amato; gli applausi di quest’estate a Gianfranco Fini alla Festa dei Democratici a Genova quando si è felicitato per la conferma dell’assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che avrebbe ucciso Carlo Giuliani, commentando una sentenza che in realtà infliggeva una pena pecuniaria allo stato italiano per la gestione inadeguata dell’ordine pubblico.

C'è una cosa che mia madre mi ha ripetuto da sempre, forse da prima che imparassi a leggere e scrivere: “ricordati che a noi nessuno ci regala niente”. La frase, presa da sola, non significa molto. Ma le occasioni per cui veniva detta ed il tono di voce con cui veniva espressa le conferivano una valenza così forte da avermela impressa ben a fondo nella mente. Non era il lamento della donnetta inviperita col mondo, significava qualcosa di ben preciso.

Ricordati: ti sto per dire una cosa che tu adesso non capirai, ma che ti servirà quando crescerai.

Che a noi: che alla gente semplice, e tu sei e sarai sempre gente semplice

Nessuno: chi detiene una qualunque forma di potere

Regala niente: proverà a mettertelo nel didietro, magari anche solo per divertimento

E' la saggezza di generazioni di contadini, mezzadri, emigranti, operai, poveri, affamati che si è impressa nel DNA dei loro figli e che ha lasciato in eredità un codice di comportamento utile per vivere in un ambiente ostile.

Allora non comprendevo molto cosa intendesse dire. Sì, certo, sapevo che in qualche modo doveva avere ragione, tua madre mica ti dice le bugie, ma certe cose sono spesso difficili da distinguere: se sei solo nipote di povera gente, se la fame non sai cosa sia, se non hai le mani spaccate dal badile questa morale ti sembra una cosa giusta, ma non applicabile alla realtà circostante. Poi però cresci e capisci cosa voleva dire tua madre quando diceva “ricordati che noi”. Significa che per quanto tu possa star bene economicamente, per quanto tu possa andare a scuola e leggere libri e parlare forbito, sei sempre il nipote di povera gente e “gli altri” non mancheranno mai di fartelo notare. Con la pancia piena le disavventure non sono mai gravi, però si notano i particolari.

Tipo a scuola, quando tu studi e ti devi meritare ogni mezzo voto che ti danno e appena sgarri di una virgola ti cacciano un bel due; mentre il figlio del ricco, il figlio dell'insegnante, il figlio del sindacalista non fanno niente per cinque anni di fila e immancabilmente hanno un media pressoché uguale alla tua. Tipo all'esame di maturità, quando a te la penna trema tra le dita, mentre all'altro capo del corridoio un commissario detta la versione di greco a chi sapete voi. Tipo quando vai a fare l'orale e un altro studente arriva accompagnato dal padre, che a sua volta viene accolto dal presidente della commissione con calorosa stretta di mano e salva di salamelecchi fuori ordinanza. E orale a porte chiuse.

Piccole cose, che non noti neanche al momento, ma che messe in fila ti ricordano chi sei e da dove vieni. Giusto in caso ti fossi montato la testa. Così prendi l'abitudine di mettere in fila tutto. Guardi quello che hanno fatto i tuoi genitori: una vita passata a lavorare a testa bassa e poi un calcio nel culo dal “padrone”, mentre scoprono che decenni di contributi se li sono mangiati qualche politico e qualche dirigente statale; non ricordi di averli mai visti nemmeno parcheggiare fuori dalle linee, però ogni volta che serve un'autorizzazione, un documento o qualunque cosa da parte di un ufficio pubblico stranamente non arrivano, l'incartamento va perso e arriva dopo 10 anni, mentre chi sapete voi tutto è pronto nel giro di 24 ore. Sono anche queste piccole cose, non è che la vita materiale venga compromessa, ma servono per metterti al tuo posto. E se questo succede a chi sta bene economicamente e ha avuto la fortuna di studiare, non è difficile immaginare come sia la quotidianità di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Non esistono diritti: esiste solo quello che riesci ad ottenere con le tue forze. Tutto il resto, semplicemente, non ti appartiente, poco importa che sia il timbro sul pezzo di carta, il rimborso delle tasse o la sentenza di un processo.

E' da qui che nasce l'atavica avversione italiana per l'autorità: per un popolo che fino a ieri era povero e affamato, essa è uno strumento di sopravvivenza. Il potere non si può combattere e allora si cerca di fotterlo ogni volta che sia possibile.

Capirete che l'articolo di Micromega mi fa sorridere e non poco. Mi par di vederlo il nostro giornalista che, ormai maturo, si becca le randellate della polizia e si meraviglia che la polizia non venga condannata in tribunale. Se nasci dalla parte sfigata del mondo, impari presto che appena un poliziotto compare all'orizzonte, arrivano rogne e stai alla larga, ben alla larga, altro che processi. E di sicuro non vai a Genova, dove di poliziotti ce ne sono decine di migliaia.

Quando anche il nostro giornalista si accorge che il capo della polizia non viene condannato, apriti cielo! E' finita la democrazia, siamo regrediti a Paese incivile, terremoto e traggedia! Eh, perché prima invece... uuuuh, prima si stava di un bene, ma di un bene. Mai visto un abuso da parte della polizia; mai visti agenti infiltrati. E quanti processi contro i capi della polizia! Uscivano anche i DVD con le udienze ogni mercoledì col Corriere.

Che poi lo sappiamo di chi è la colpa, inutile mentirici. La colpa è di Berluscone, che ha fatto diventare l'Italia un Paese meno civile. Quando non c'era Berluscone, infatti, la corruzione non esisteva, i tribunali elargivano giustizia a secchiate, i politici erano onesti e gli agnelli facevano l'amore con i lupi.

E quando domani o dopodomani Berluscone verrà destituito, vedrete come cambierà l'Italia. Nelle scuole i figli dei ricchi non spacceranno più impuniti e i ragazzi bravi ma indigenti verranno portati in palmo di mano; i docenti universitari smetteranno di dare i posti a mogli, figli e nipoti; i tribunali saranno tutti gestiti così bene che l'Onnipotente verrà a prendere appunti per quando dovrà giudicare la grande meretrice; i mafiosi si costituiranno in blocco alla polizia e lupi ed angelli torneranno a fare l'amore come quando Berluscone non c'era.

Sul serio mi chiedo dove vivano questi intellettuali della sinistra. Dev'essere un mondo meraviglioso, a metà strada tra Gilmore Girls e Law & Order. A parte il fatto di non esistere, è chiaro. Così quando ogni tanto vedono che qualcosa non va, si arrabbiano e scrivono a Teletutto perché rimandino in onda le vecchie puntate, che la nuova stagione è peggiorata molto.

Comincio a rivalutare le randellate della polizia: esse non sono punitive, ma umanitarie e, se date in buon numero, è probabile che faranno svegliare anche il più fesso degli intellettuali di sinistra.