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La passione per la corruzione

Da appassionato di storia trovo che i periodi più affascinanti da studiare siano quelli tradizionalmente trascurati dai programmi scolastici e quindi al grande pubblico. Questi periodi sono quelli che nei manuali delle superiori vengono liquidati in poche battute, considerati momenti di passaggio tra un'epoca e la seguente oppure fasi terminali di processi più importanti: la storia della Grecia post-classica; le fasi finali dell'impero romano, comprese le cosiddette invasioni barbariche; la fine del paganesimo e l'avvento del cristianesimo. Esse sono conosciute in maniera superficiale e giudicate - generalmente - come la corruzione della situazione precedente che ha determinato la fine di un'epoca.

Per esempio è innegabile che esista una vulgata ben radicata, anche tra i banchi di scuola, che ritiene il tardo impero romano un luogo di corruzione e dissolutezza, il quale, corroso dall'interno, non ha potuto che crollare sotto i colpi delle popolazioni barbariche. Sul piano storico, questo giudizio è completamente privo di fondamento e tra gli specialisti è stato ormai abbandonato da tempo. Perché dunque rimane?

Innanzitutto perché la conoscenza storica destinata alla massa di studenti proviene dai programmi scolastici e nei programmi scolastici, tradizionalmente, la storia ha avuto un ruolo ideologico che è servito a creare una visione del mondo funzionale al presente. Così la Grecia classica è servita ai rivoluzionari francesi per far attecchire la propria ideologia democratica e libertaria, ma è anche servita alla Germania del secondo impero per creare la propria ideologia antidemocratica e autoritaria.  L'antica Roma è servita a dare un sistema di riferimento a tanti repubblicani risorgimentali italiani, ma anche a fornire al fascismo gli strumenti propagandistici atti a creare consenso.

Se lo scopo era creare, per mezzo della storia, una visione del mondo particolare che desse un quadro di riferimento ideologico alle masse di cittadini che dovevano riconoscersi in un passato comune, come è accaduto in Europa per tutto l'Ottocento e fino alla fine della seconda guerra mondiale, il messaggio della storia doveva essere semplificato il più possibile, in modo che fosse assimilabile da quanti più contadini, operai, fabbri, minatori, mondine, Fabi Voli panettieri possibile.

Insomma, come la Chiesa ha creato quella sofisticata architettura del pensiero chiamata teologia, ma alla massa del popolo ne riserva una versione semplificata all'estremo chiamata catechismo, così gli stati-nazione rielaborano la complessità della storia in un racconto che ha un'inizio, uno svolgimento e una fine ed è fatto di personaggi archetipici e topoi letterari predeterminati. Come la Chiesa ha un'elite di studiosi che non si cura di un vecchio uomo barbuto che dal cielo controllerebbe cosa fa la gente a letto, così gli stati hanno un'elite di accademici che non vede la storia in termini di periodi di apice seguiti da corruzione e morte. 

In questo processo di annacquamento della storia è stato inevitabile che alcune epoche siano state lasciate da parte e facilmente etichettate come periodi di corruzione e quindi inutili da approfondire: se teniamo a mente la storia di Roma, così parliamo di un argomento che più o meno conoscono tutti, è facile vedere che le fasi di cosiddetta corruzione sono in realtà periodi molto complessi sul piano politico, culturale e sociale e - in quanto tali - non possono essere facilmente spiegati in una scuola media o in un liceo classico, dove il fine era creare cittadini fedeli alla Patria e pronti a morire per essa.

Il programma scolastico medio, fino a qualche anno fa almeno, trattava la storia di Roma (come pure quella della Grecia), secondo il modello inizio-apice/periodo classico-corruzione-dissoluzione. Le fasi di inizio e di apice erano il veicolo dei valori positivi che si volevano trasmettere, mentre le fasi di corruzione e dissoluzione rappresentavano i valori negativi che distrussero quelle civiltà e che, non c'è bisogno di dirlo, minacciavano anche il presente.

Si ha gioco facile nel creare questo genere di contrapposizioni perché, di solito, i periodi di origine e apice di una società antica sono anche i periodi per cui le fonti sono più scarse, mentre per i periodi successivi le fonti sono molto più abbondanti. Così per la Grecia classica o per la Roma repubblicana le nostre conoscenze dipendono da poche tradizioni, schierate da una parte sola, che a loro volta erano nate per esaltare o silenziare i vari punti della storia. La storia delle origini di Roma e poi della repubblica è bellissima, ma non possiamo far finta di non vedere che quello che sappiamo è un racconto di una persona sola, che ha attinto a fonti ufficiali, con lo scopo di giustificare il principato e creare un'ideologia comune nell'elite dominante che ponesse fine lotte intestine che duravano da decenni. 

Grazie alla scarsità di fonti è inoltre molto più facile riempire i buchi con quello che sembra più adatto al fine educativo. Ma se di un periodo storico si conoscono molti più dettagli, diventa difficile ignorare che la società antica era anch'essa umana, troppo umana e per questo molto più simile al presente e molto meno esemplare. Per secoli la storia di Roma si è studiata leggendo Cicerone e Livio, ammirando la grandezza degli antichi, la loro moralità, il loro senso dello stato. Ma poi si è scoperta Pompei e si è visto che il romano medio non passava le giornate alle terme di bianco vestito discettando di iustum e utile e dibattendo sull'ambasceria di Carneade, ma preferiva frequentare i bordelli e discuteva di elezioni alla maniera di un beppegrillo qualunque.

Ma queste cose agli studenti non si possono dire. E allora gli si propina Attilio Regolo e l'abuso della pazienza di Catilina e si liquida il resto dicendo che ormai era un mondo corrotto, un paio di capitoli di Petronio per far vedere quanto corrotto fosse, invasioni barbariche e via col Medioevo.

Ma nel momento in cui non si concepisce la storia come una serie di modelli educativi per i giovani e invece si comincia a studiarla per il piacere di studiarla, allo stesso modo in cui si studia la natura per capire come funziona e non per trovare dimostrazioni a quanto Aristotele aveva scritto duemila anni fa, tutti quei periodi che sono stati bollati come corrotti diventano estremamente più interessanti.

La tarda antichità è un argomento che sto gradatamente cercando di approfondire e apprezzare. Il suo fascino è dovuto alla complessità della società sotto ogni punto di vista e alla disponibilità di fonti variegate che permettono di analizzare quel periodo sotto diversi punti di vista incrociati. Le invasioni barbariche non sono per niente "invasioni" pure e semplici, così come l'avvento del Cristianesimo non è un avvento. Sono entrambi processi che si svolgono nel tempo, coinvolgendo in momenti diversi strati della società diversi con esiti diversi.

Più che l'aspetto evenemenziale, che ritengo un sostrato necessario ma non sufficiente alla ricerca, ad interessare è lo scontro, l'incontro, la mescolanza di Weltanschaung che si presentano ancora come elementi distinti ma grazie ai quali si possono già cogliere gli sviluppi della società europea posteriore (graziati come siamo dal senno di poi). In un certo senso è come leggere un romanzo giallo in cui si sa già chi è il colpevole e ci si può dunque godere senza disturbo la storia di come l'assassino e il detective sono arrivati a quel momento, cercando di capire come ragionano, quali motivazioni li spingano, quali obiettivi cerchino di raggiungere.

Questa complessità tuttavia è praticamente irriducibile ad unità ed è di fatto impossibile parlare di quelle epoche credendo di averle comprese fino in fondo. La coperta della nostra interpretazione è sempre troppo corta e se cerchiamo di coprire per bene un'estremità, ne lasciamo scoperta quella opposta e siamo quindi costretti a muovere continuamente la coperta, o a trovare un compromesso che lasci fuori il meno possibile, consapevoli che qualcosa rimane sempre fuori.

Tutto l'opposto insomma della storia classica che ci insegnavano a scuola, dove gli antichi erano mostri di moralità e buon governo, che si muovevano in un tempo scandito dal progresso verso la perfezione e dal conseguente regresso verso la barbarie. Una storia fatta di uomini, di ingegneri che costruivano opere grandiose e di cafoni arricchiti che organizzavano banchetti di volgarità, di estremisti religiosi che credevano nella venuta della fine del mondo e reazionari che tentavano di mantenere in vita il corpo di una gloriosa tradizione culturale, di intellettuali che cercavano di conciliare la filosofia greco-romana con i principi di quella nuova eresia giudaica ormai egemone, di clerici trovatisi a rappresentare la gloria di Roma di fronte alla nuova classe dirigente che veniva da est, di insegnanti che si battono invano per far imparare una lingua che sta per diventare morta.

Lunga e noiosa dissertazione sull'origine delle differenze tra Italia e Germania

Una costante del mio parlare della Germania agli italiani è cercare di spiegare perché io non ritenga che noi siamo un popolo di incivili, mentre contemporaneamente ammetta che in Germania le cose funzionano oggettivamente meglio (tanto che vivo qui per scelta e non per bieca necessità). Allora ho pensato di mettere giù due righe e spiegare questo fatto. 

Premessa importante: questo è un blog, quindi va preso per quello che è. Scrivo quando posso, di sera, nei ritagli di tempo se il lavoro per quel giorno non mi ha mandato in pappa il cervello. Quello che scrivo riflette i miei interessi, quindi le spiegazioni che mi do di solito si fondano su una selezione di tutti i dati disponibili. Ergo quello che si leggerà qui è parziale, monco, non può e non deve essere considerato una spiegazione esaustiva della materia che vado a trattare.

Bene, ciò detto, perché io vado in giro a ripetere che i tedeschi non sono più civili di noi mentre le cose in Tedeschia funzionano meglio? Ordunque la risposta che meglio mi aggrada è di ordine storico. 

Seconda premessa importante: ho scelto di fare un discorso ad ampio respiro che, in quanto tale, non tiene conto di tutti i particolari. Quello che qui sembrerà un movimento armonico e univoco, nella realtà fu un processo complesso e anche molto sofferto, incoerente e inorganico, pieno di spinte e controspinte, che vanno inevitabilmente a perdersi mano a mano che il punto di vista dell'osservatore si allontana da esse. 

* * *

La Germania unita è una nazione relativamente giovane, circa quanto l'Italia. Come l'Italia, è stata prima di tutto un'idea politica fondata sull'unità linguistica e culturale che ha preceduto la sua realizzazione pratica. Come l'Italia, è il frutto dell'espansione territoriale di uno dei tanti stati che componevano i territori germanofoni; in Italia è stato il Piemonte, in Germania la Prussia. Addirittura con l'Italia la Germania condivide una parte decisiva dei rispettivi processi di unificazione: il 1866, quando Regno d'Italia e Prussia sconfiggono l'Austria-Ungheria (cioè, l'Italia venne sconfitta a Custoza, ma la Prussia vinse a Sadowa, quindi noi abbiamo vinto per la proprietà transitiva delle battaglie. Passata alla storia come Terza Guerra d'Indipendenza).   

Io credo che le differenze tra Italia e Germania nascano a questo punto, a unità raggiunta. Terza premessa al mio discorso: sono convinto che in qualsiasi comunità/società/gruppo umano la direzione che il gruppo prende sia determinata dalle elite che governano quel gruppo: che sia un club di modellismo, un'azienda quotata in borsa, uno Stato, la minoranza che sta al potere determina gli esiti di quel gruppo, mentre la maggioranza vi si adegua. 

Quando la Germania nel 1871 compie il processo di unificazione e fonda l'Impero Tedesco (Deutsches Kaiserreich), le elite di governo hanno carta bianca, perché non esiste un manuale di management dell'unificazione che spieghi passo passo cosa fare quando si deve governare una nazione appena creata. La situazione allora era questa: uno Stato nuovo nato dalla fusione di differenti monarchie, ognuna con la propria organizzazione e burocrazia; abbondanza di risorse naturali (carbone, acciaio, eccetera); un sacco di nazioni intorno che non sono contentissime della nascita di questo impero. 

In questo contesto la Germania si muove in tre direzioni: creazione di un esercito efficiente sul modello prussiano; creazione di una burocrazia statale efficiente; creazione di scuole e università e promozione della cultura in tutti gli strati della popolazione. Ora, l'esercito in questa sede non interessa, perché l'attenzione sarà rivolta agli altri due aspetti.

Il Reich inizia subito ad investire massicciamente nella cultura. Il tasso di analfabetismo inizia a scendere costantemente, fino a raggiungere i livelli più bassi dell'Europa del tempo. Allo scoppio della Grande Guerra gli analfabeti tra i soldati tedeschi sono un numero drammaticamente inferiore rispetto a quello dei soldati italiani. Non solo, nella Germania postunitaria il numero di università che vengono fondate è incredibilmente alto. Il tradizionale concetto di università valido fino ad allora viene modificato e sorge l'università moderna così come noi la conosciamo e così come noi riteniamo debba essere.

Contemporaneamente il nuovo Stato unitario comprende la necessità di costruire un apparato burocratico che funzioni e si rende conto che la macchina statale non è fatta di regole, ma di persone e che è necessario che ogni singola persona che fa parte di quel meccanismo non lo intralci e non metta il proprio interesse o il proprio comodo di fronte al bene della burocrazia. È dunque necessario formare i membri dell'apparato statale in funzione del nuovo ruolo che andranno a ricoprire e per fare ciò è necessario creare una nuova fedeltà allo Stato che soppianti i legami di sangue o di relazioni preesistenti.

Questo duplice approccio - educare la popolazione e creare una classe di funzionari pubblici fedeli allo Stato - si rivela la scelta giusta e i frutti si vedono subito. È nell'impero tedesco che comincia la seconda rivoluzione industriale, è qui che si gettano le basi per la creazione del mondo contemporaneo, sia sotto il punto di vista culturale che sotto quello tecnologico. A partire da questo momento la Germania diventa un faro per la cultura occidentale. Per avere un quadro completo dello straordinario impulso tedesco alla scienza e alla tecnologia dal 1871 a oggi, troppo spesso ignorato o sottovalutato per colpa di quei maledetti 10 anni di dittatura, consiglio di leggere un libro uscito due anni fa: P. Watson, The German Genius: Europe's Third Renaissance, the Second Scientific Revolution, and the Twentieth Century, New York 2010.

Come si vede, le scelte della Germania o - per meglio dire - della sua classe dirigente, sono state opposte a quelle della classe dirigente italiana postunitaria. Lì si è percorsa la strada dell'alfabetizzazione di massa, qui si sono tenuti gli italiani a livelli di analfabetismo altissimi fino agli anni 60 del Novecento. Lì si sono formati e allevati funzionari pubblici fedeli allo Stato e alle sue leggi, qui si è lasciato che l'amministrazione pubblica rimanesse impigliata nella rete di relazioni e interessi privati che esistevano da prima. È una questione di mentalità. In Italia si pensa che la cultura sia strumento di emancipazione del singolo o della classe rispetto alla società e al potere costituito. Si è sempre ritenuto che educare la popolazione fosse la ricetta giusta per la rivoluzione (e quanti di noi non pensano che "loro" preferiscono avere una popolazione ignorante e malleabile e che non ci vogliano far studiare perché altrimenti saremmo una minaccia?) In Germania invece si è capito che l'istruzione è la strada maestra verso l'integrazione nella società e la fedeltà allo Stato, sia dei funzionari pubblici (soprattutto loro) sia della popolazione. E infatti - per fare alcuni esempi - il Regno d'Italia era una fucina di terroristi e anarchici, mentre nel Reich si sviluppò prestissimo la socialdemocrazia e le idee marxiste e rivoluzionarie vennero abbandonate relativamente in fretta. Quando il fascismo pretese dai professori universitari il giuramento di fedeltà, si rifiutarono nemmeno in venti. Quando il nazismo prese il potere, i professori tedeschi diedero una mano a portare in piazza i libri da bruciare.

A questo punto si potrebbe avere l'idea che la Germania fosse un Paese democratico o quanto meno aperto alle istanze popolari. Ebbene, fu l'esatto contrario! Mentre l'Italia cercò di mettersi nel solco della democrazia parlamentare inglese e francese, la Germania volutamente e coscientemente rifiutò quella tradizione e scelse per sé una strada tutta sua, un modo originale e diverso di organizzare la società e la politica, che venne da subito definito Sonderweg (strada/via speciale/diversa da quella delle potenze democratiche e dello zarismo russo).

Quando nel 1849 a Francoforte il primo parlamento tedesco offre al re Federico Guglielmo IV di Prussia la corona della Germania, egli la rifiuta: il trono dell'impero tedesco non deve essere legittimato dal popolo, poiché quello che il popolo dà, il popolo può togliere. Il senso di superiorità dell'aristocrazia rispetto al popolo e ai borghesi rimarrà costante per tutta la durata del Reich. Ad una nobiltà di sangue corrisponde una nobiltà di cultura e sapienza che è esclusiva delle elite di potere tedesche.

Esistono due parole per definire il termine 'cultura': Kultur e Zivilisation. La differenza tra le due è gerarchica: Kultur sta in alto, è il sapere intellettuale; è "nobile", per così dire. La Zivilisation sta un gradino più in basso e pertiene agli aspetti più pratici e "materiali" dell'esistenza. È utile, ma meno pregiata. Per l'elite tedesca dell'epoca, le altre nazioni non andavano oltre la Zivilisation, perché solo la Germania poteva esprimere Kultur.

Specularmente il sistema educativo tedesco teneva conto di questa gerarchia dei saperi. La divisione tra cultura alta e cultura bassa era netta. In alto stava la speculazione intellettuale che si fondava sulla tradizione dell'antichità greco-romana, in basso stavano le discipline tecnico-scientifiche. Ciò che rende affascinante l'esperienza tedesca è che questo bipolarismo, questa sfacciata gerarchia dei saperi (così contraria al sentire contemporaneo) ebbe come risultato che sia la cultura "alta" che la cultura "bassa" crebbero come in nessun altro luogo in quel periodo.

Tanto fiorirono gli studi classici (il secondo Rinascimento di cui scrive Watson si riferisce precisamente alla riscoperta dell'antichità, simile a ciò che era accaduto in Italia con il Rinascimento) quanto la scienza e la tecnica. Ma come è stato possibile?

In un certo senso, gli intellettuali tedeschi decisero di rinchiudersi nella torre d'avorio. Apposta. Per non mischiarsi con la volgarità mondana. Tuttavia vollero per loro la miglior torre d'avorio possibile e quindi vollero circondarsi dei migliori ingegneri, tecnici, muratori, idraulici. Gli intellettuali fornirono le scuole e le università, i tecnici conoscenza pratica. Gli intellettuali non intendevano fare proselitismo culturale e si disinteressarono alle questioni spirituali di chi stava fuori dalla torre e i tecnici accettarono di non intromettersi nelle decisioni prese dentro la torre (anche se gli intellettuali non potevano sapere che di lì a poco i tecnici, dopo aver costruito loro la torre d'avorio, li avrebbero chiusi dentro sbarrando la porta dall'esterno).

Perché oggi parliamo di quello che è successo in Germania non il secolo scorso, ma quello prima ancora? Perché oggi in Germania ancora si sentono gli effetti di quelle scelte così lontane nel tempo. L'apparato burocratico funziona, perché chi vi entra è stato istruito e selezionato con attenzione. Per fare un esempio, chi vuole fare l'insegnante deve - dopo la laurea specialistica - sottoporsi a due anni di tirocinio che, nelle parole di un mio amico, assomiglia all'addestramento dei soldati prussiani: prima ti smontano, ti depurano di tutto quello che credi di sapere, poi ti rimontano secondo gli standard richiesti. Alla fine dei due anni, il posto di lavoro non è assicurato, bisogna trovarse una scuola che ti accetti. E quando arriva il contratto, il futuro insegnante deve, tra le altre cose, sottoporsi a visita medica che accerti l'assenza di malattie invalidanti che mettano a rischio di pensionamento anticipato, che lo Stato tedesco non ha nessuna intenzione di darti lo stipendio per 10 anni e poi pagarti la pensione e i sussidi di malattia per i restanti 50.

Questo sistema non crea genii, crea "semplici" lavoratori preparati. Tiene lontani quelli che vorrebbero fare l'insegnante solo per avere un posto statale blindato a vita o che siederebbero in cattedra per mancanza di alternative o capacità in altri settori. Due anni di tirocinio non si fanno se non seriamente motivati, e già questo produce una scuola migliore rispetto a quella italiana.

Per entrare in polizia bisogna aver studiato. A scuola proprio. Bisogna essere preparati e seri. Non si va in polizia per scappare dalla disoccupazione, perché per questo ruolo lo Stato non vuole avere gente che non è riuscita a trovare nemmeno un lavoro come cassiere al McDonald's. Non è il mio pensiero, è il modo in cui ragiona la burocrazia tedesca. Lo stesso vale per tutti i dipendenti pubblici: l'impiego statale non è un ammortizzatore sociale.

Allo stesso modo per trovare lavoro nel settore privato è necessario aver studiato. Magari poco, ma bisogna aver studiato. Per andare a guidare il muletto in un magazzino servono mesi di tirocinio, così come per qualsiasi altro lavoro che noi considereremmo poco qualificato.

Il sistema educativo, invece, è estremamente diversificato. Mentre in Italia siamo ancora fermi alla polarizzazione liceo-università-laurea da una parte e istituto-tecnico-dove-sbattere-quelli-che-non-si-vogliono-laureare dall'altra, in Germania esistono molte più passaggi intermedi tra gli estremi di chi va a lavorare a 15 anni con il minimo di scolarizzazione e chi si dedica alla ricerca speculativa pura. Perché, visto che non siamo più nell'800, la maggior parte dei lavori richiedono conoscenze specifiche, pratiche ma intellettuali, che si devono insegnare dopo il liceo ma che non richiedono 5 o 6 anni di studi teorici.

Quando mi chiedono se in Italia non possiamo essere come in Germania, rispondo di no. Ma non perché i cittadini tedeschi siano antropologicamente diversi da noi, perché non è così. È che il sistema complessivo è radicalmente diverso. E se lo applicassimo da noi così come è succederebbe in finimondo, ma non per modo di dire.

La quasi totalità dei dipendenti pubblici italiani semplicemente non avrebbe le qualifiche per lavorare, ad esclusione di qualche categoria particolare come medici e infermieri. Se tra i lettori di questo blog ci sono dei dipendeni pubblici, sappiate che - con le qualifiche che avete - non potreste lavorare.

Potremmo cambiare col tempo? No, non credo. Perché. a differenza della Germania di Bismark, oggi l'azione politica e di governo ha bisogno del consenso popolare e il consenso popolare impedirebbe di cambiare la struttura portante del nostro Paese. Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale con la promessa di modificare il pubblico impiego in modo che l'accesso filtri ed elimini gli elementi peggiori? Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale promettendo di rendere incredibilmente più difficile trovare un lavoro da statale? Io no.

Si poteva fare ad Italia appena unita, quando in ogni caso il governo non si faceva problemi a  cannoneggiare la folla, mandare l'esercito contro i briganti e deportare quelli a cui non stava bene il nuovo corso degli eventi. Purtroppo all'epoca non avevamo la classe dirigente della Prussia e l'occasione è andata persa. Oggi la classe dirigente viene selezionata in base alla capacità di raccogliere consenso e niente di quello che ha reso la Germania quello che è si può fare con il consenso, tutt'altro.

Grammatica

Attenzione, il post che segue è per sfigati. Vale la regola “sfigato chi legge”. Quindi chi non vuole diventare sfigato non prosegua.

La cosa più difficile nel processo di apprendimento del tedesco è la mia formazione umanistica. Avendo studiato a livello accademico italiano, latino e greco, ho la mia visione della lingua, che naturalmente è quella giusta. Per me le lingue hanno sempre funzionato in maniera concettualmente semplice: ci sono i predicati, i complementi, le concordanze tra sostantivi e aggettivi e così via. Significa che per comporre una frase imparo una regola teorica generale, in base alla quale faccio derivare i casi particolari.

Se il soggetto è singolare, dovrò usare il verbo al singolare; se il soggetto è femminile, dovrò adottare gli aggettivi al femminile. In questa operazione non interferisce la morfologia dei singoli termini. Cioè, casa e televisione hanno suffissi diversi, ma l'aggettivo seguirà la sua propria declinazione, sordo ai lamenti delle prime. La casa sarà gialla, ma anche la televisione sarà gialla. Perché il femminile singolare di giallo è gialla e così sarà sempre in saecula saeculorum.

Lo stesso vale per i complementi: quando ho imparato che i vari casi hanno funzioni diverse e che ogni preposizione accompagnata da un caso costruisce un determinato complemento, mi è indifferente quale verbo sto usando, in quale conesto e via dicendo.

Da quando studio tedesco tutto questo non c'è più. Perché vi dicono che il tedesco è come il latino, ma non è mica vero. Almeno, così come te lo insegnano non assomiglia per niente al latino. Caso banale: in latino (ma anche in greco), il genere ed il caso di un sostantivo si ricavano dal suffisso. Lupus è maschile perché -us è l'uscita del nominativo maschile singolare; casa è femminile perché il suffisso -a è femminile. Punto.

In tedesco, il genere del sostantivo è una convenzione dei parlanti che non ha alcun riflesso nella flessione del sostantivo stesso. Per cui qualsiasi parola è potenzialmente di qualsiasi genere, a meno che per esperienza il parlante non conosca il genere. Cioè il sostantivo si rifiuta di dirvi di che genere è. È come se non fosse possibile stabilire se un sostantivo sia singolare o plurale, se non sapendolo a priori.



Allo stesso modo, i famigerati verbi tedeschi sono, apparentemente, privi di una logica formativa interna. In teoria, funzionano come il greco: prefisso+verbo, in cui il prefisso modifica il significato del verbo. Solo che in greco la modifica avviene secondo una logica che, se non evidente, per lo meno si può apprendere, quindi una volta che si conosce il significato dei prefissi e dei verbi semplici, è facile ricostruire il significato dei verbi composti (non chiedetemi esempi, il Rocci è inscatolato in Italia).

In tedesco è così, ma anche no. Per dire, laden vuol dire circa caricare (inglese: to load); herunter-laden significa scaricare, nel senso di to download, e qui ci siamo, perché herunter significa giù, sotto; ma ein-laden vuol dire invitare.

Il problema poi è che nella didattica vengono ignorate le regole che ci si aspetterebbe di trovare, e ne vengono introdotte altre apparentemente più semplici, ma che nel lungo periodo si rivelano sbagliate. Per esempio, vi spiegano che il verbo va sempre nella “seconda posizione”. Così la frase “io mangio una mela a merenda”, può diventare “una mela mangio io a merenda”, oppure “a merenda mangio io una mela”; ma non potrà essere “a merenda io mangio una mela”, perché il verbo in questo caso occupa la “terza posizione”. Già in questa semplice frase si capisce che la regola della “seconda posizione” fa acqua, perché in “ a merenda mangio...” il verbo è, a rigor di logica, in terza posizione. Ma quando la frase diventa più complessa, la regola diventa inutile. Vediamo:

Yukiko vive in una casa danneggiata dal terremoto dello scorso Marzo insieme ai genitori.

Il tipico esercizio che si fa a scuola è quello di invertire l'ordine degli elementi, per imparare a posizionare il verbo. La frase in tedesco può essere così riordinata:

In una casa danneggata dal terremoto dello scorso Marzo vive Yukiko insieme ai genitori.

In che posizione è il verbo? In “seconda”? A me pare sia in decima posizione. Invece no, è in seconda, a patto che riformuliate la regola: il predicato verbale deve essere preceduto sempre dal solo soggetto (insieme ad eventuali complementi da esso dipendenti) oppure da un singolo complemento (insieme ad eventuali complementi da esso dipendenti). Sottigliezze? Forse, però una volta enunciata la regola come fanno a scuola, ogni singolo studente formula la frase così:

*In una casa vive danneggata dal terremoto dello scorso Marzo Yukiko insieme ai genitori.

Che è sbagliata in tedesco, ma aderisce perfettamente alla regola del verbo in seconda posizione. Il problema è che manca il concetto di complementi, da cui deriva un metodo di insegnamento che trovo difficilissimo da seguire. La cosa si complica con i verbi, perché (così come per il genere dei sostantivi) è necessario imparare a memoria con quali preposizioni si accompagnano. Stando a quanto insegnano a scuola, non c'è modo di astrarre una regola generale grazie alla quale sia possibile prevedere il caso particolare.

Parlare con gli insegnanti non aiuta, perché ho scoperto che nemmeno a loro, a livello accademico, viene insegnata la grammatica che noi impariamo alla scuola dell'obbligo. Per esempio, non conoscono la differenza tra tempo e modo verbale. Una volta, un esercizio richiedeva di sottolineare tutti i verbi al presente di un testo. Per me è stato ovvio sottolineare anche l'infinito presente, perché appunto verbo al presente. Ho dovuto litigare con l'insegnante perché secondo lui l'infinito è in opposizione al presente. Se un verbo è al presente, non può essere all'infinito.

Ovviamente per lui presente significa “indicativo o congiuntivo presente”, perché nel libro di scuola non esistono tabelle con i tempi verbali dell'infinito (anche se ovviamente l'infinito passato esiste).

Altro punto sensibile per gli insegnanti è il passivo. Non c'è verso di far capire loro che le frasi “Mario mangia la mela” e “la mela è mangiata da Mario” hanno lo stesso identico significato. Anche in questo caso, mi sono trovato a discutere animatamente per imporre la ragione, alla quale è stato infine addotto come controargomento il binomio “la signora delle pulizie lava il pavimento” - “il pavimento viene lavato dalla signora delle pulizie e non dal portiere”.

Al che ho capito che è proprio una carenza formativa. Persino a livello universitario la lingua viene insegnata non a livello astratto in base a meccanismi razionali, ma come semplice messa in pratica di nozioni acquisite di volta in volta con l'esperienza. Da qui ne risulta l'incapacità di distinguere tra forma e significato, tra modo e tempo, tra elementi della frase e posizione degli elementi. Poiché l'infinito non ha una tabella di flessione temporale divisa per persona, nell'infinito non viene percepita la presenza di un tempo. Ciononstante, l'infinito passato viene usato senza problemi quando necessario, perché la pratica quotidiana priva di rigida teorizzazione astratta permette di far convivere teorie che si negano a vicenda.

Così per me imparare il tedesco è doppiamente difficile, perché l'unico metodo è quello di imparare pedissequamente a memoria il genere di ogni singolo sostantivo, la preposizione che segue ogni singolo verbo eccetera. Solo che non sono convinto che la lingua tedesca funzioni in questo modo demente. Manca solo una astrazione razionale del suo funzionamento. Ora, se qualcuno dei lettori ha studiato tedesco in Italia, magari ha sperimentato un metodo diverso. O magari lo ha studiato a livello accademico e ne sa più di me e io sto sbagliando tutto. Però devo trovare il modo di uscire dalla situazione in cui sono, in cui mi rifiuto di fare certi esercizi perché sono totalmente privi di basi razionali.


Val più la pratica della grammatica

Mi sono imbattuto in un post di un blog che non conosco e l'ho trovato particolarmente interessante. Parla di una madre che scrive per sapere che università bisogna scegliere per andare a fare una determinata professione. 

L'argomento è interessante, ma molto di più lo è la risposta di un professionista del settore in questione, che suggerisce senza indugio di non fare l'università. Il consiglio per trovare lavoro è quello di dedicarsi a studi più "tecnici" e "pratici" (e brevi) e di cominciare ad accumulare quanto prima esperienza sul campo. 

Il professionista spiega molto bene i requisiti che lui adotta per assumere personale: primo esperienza; secondo senso di responsabilità (accountability, se la traduzione non è corretta correggetemi); terzo talento; quarto capacità di armonizzarsi al gruppo di lavoro.

La breve ma pregnante disamina mi ha molto colpito perché riguarda un ambito molto ristretto: i videogiochi. Per questo motivo non rappresenta in alcun modo una presa di posizione contro l'educazione universitaria né una riflessione teorica sull'accesso al mondo del lavoro da parte dei ventenni. È una semplice riflessione disinteressata e deideolgizzata su un aspetto singolo e particolare. 

Probabilmente in maniera del tutto non intenzionale l'autore ha centrato in pieno il problema della difficoltà di lavorare da parte degli under 30 e, secondo la mia esperienza (fallace e miope qual'è), è il miglior suggerimento che si possa dare ad un ragazzo che non sia sicuro di cosa fare dopo le superiori; è un consiglio molto saggio e col senno di poi direi che sarebbe stato ottimo quando avevo 19 anni. 

Il post originale si trovata qui: Kids, Don't Waste Your Money On Game Dev Education.

Chi fa, sbaglia

Da quando ho trovato un lavoro sicuro, devo costantemente scrivere in inglese a della gente che può essere indifferentemente un madrelingua inglese, un giapponese, un altro italiano o sa il cielo chi. Fondamentale è scrivere senza errori. Nessuno pretende da me opere in prosa degne di Joyce, però non sono ammesse grafie scorrette, errori di battitura o di sintassi, perché è segno di poco rispetto verso chi legge e perché sintomo di poca professionalità e sciatteria, così i clienti vanno da un'altra parte, l'azienda non vede più soldi, io finisco disoccupato e poi ci sarà il divorzio e i figli sono infelici.

Contemporaneamente però non è che si può star lì a ricontrollare cento volte, dormirci sopra, farlo leggere ad altri. Bisogna fare presto e bene (che lo sono che non conviene, però bisogna e basta). E in una lingua diversa dalla propria, dove è facilissimo lasciarsi scappare l'errore.

Ciò detto, da neolaureato ero un potenziale grammar whore (una persona patologicamente attenta alla correttezza grammaticale). Per molti tra coloro che escono da facoltà umanistiche diventa abbastanza normale essere ossesionati dalla corretta grafia, dalla presenza di segni diacritici e di interpunzione e cose così. Come tutti quelli che sanno far bene qualcosa, è un attimo distrarsi e cominciare a ritenersi moralmente ed ontologicamente superiori a tutti coloro che non la sanno fare (immagino che anche i camorristi ritengano che il loro lavoro sia il più difficile e quello che richiede più intelligenza).

Il lavoro mi ha cambiato. Il dover scrivere senza errori non per vezzo ma per necessità mi ha fatto capire quanto sia difficile in realtà scrivere senza errori. Soprattutto, ho capito che puoi permetterti di essere un grammar whore solo finché non c'è nessuno che controlla sistematicamente tutto quello che scrivi. Quando quel qualcuno c'è, come nel mio caso, il tuo bel castello di carte crolla tristemente.

Di conseguenza non stupitevi se rispondo male quando qualcuno gioca a fare la maestra e, insinuando chissà quali nefandezze, mi fa notare con orrore che ho scritto “qual'è” e “un'uomo”, oppure che ho mancato qualche “acca” nel verbo avere.

Non mi riferisco a chi mi corregge un errore di battitura nel blog: anzi, credo di aver sempre ringraziato per questo, e se non l'ho fatto lo faccio ora cumulativamente. Mi riferisco a quelli che dicono “sono sicuro che nel tuo lavoro sei bravissimo, però 'qual' è troncamento e non elisione e quell'apostrofo non si può proprio vedere. Scusa se te lo dico, ma è un pugno in un occhio”.

Costoro mi irritano perché intendono insinuare che l'interlocutore sia stupido o ignorante. Se non è capace di scrivere, figuriamoci tutto il resto, compreso il suo lavoro. Inoltre, so per esperienza che fare il maestrino dalla penna rossa è puro cazzeggio esistenziale: la tua mente è talmente sgombra di pensieri, preoccupazioni ed impegni che puoi permetterti di dedicarti agli errori di ortografia altrui. E non hai imparato una delle cose fondamentali della vita: agire comporta sbagliare e l'assenza di errore è sintomo di due sole cose: mancanza di controlli o mancanza di azione. Se credi di essere senza errore, significa che nessuno controlla quello che fai oppure che non fai niente. Insomma, cazzeggio esistenziale.

In aggiunta, mi spaventano perché hanno una scala di valori in cui un apostrofo sta più in alto dell'istinto di evitare il contrasto con un altro essere umano. Niente di buono può venire da un atteggiamento del genere.

Infine, a scrivere si impara da bambini, insieme a leggere, far di conto, camminare e andare in bicicletta. Sono attività che si compiono in automatico e capita a tutti di leggere male un testo, sbagliare a fare un'addizione al supermercato, inciampare sul marciapiede o cadere dalla bicicletta. Vi credereste intellettualmente superiori ad una persona che dà un euro di meno alla cassiera o che mette il piede in fallo salendo sull'autobus? Spero di no. Ecco, un errore di ortografia è la stessa cosa, non è grave, sono normodotato e lo so da me che 'qual' si scrive senza accento apostrofo.

E chi me lo fa notare, si crede migliore per saper svolgere un'attività alla portata di un bambino di 7 anni. Bravi, volete anche il busto in piazza?

Mamma, Ciccio mi tocca

Avete presente tutti quei docenti, ricercatori universitari, professori di liceo che alimentano da sempre la litania della scuola e dell'università che non sono meritocratiche, dove va avanti solo chi si sottomette alle storture del sistema eccetera eccetera?

Non fanno quasi tenerezza? Fanno parte di quel sistema, sono stati accettati da quel sistema, quindi implicitamente ammettono che loro sono un bel gruppo di pappatori di tasse altrui (è semplice logica: tu dici che il sistema accetta solo gli amici degli amici, tu sei stato accettato dal sistema, vuol dire che anche tu sei amico di un amico), però poi vi spiegano con tono serioso e ditino alzato che il sistema brutto e cattivo va cambiato altrimenti perdiamo “competitività” (massì dai, “competitività” e “social web” ci stanno sempre bene).

Perché ricordate: in Italia vanno avanti solo i raccomandati e gli incapaci. Tranne loro. Loro sono lì per merito, chiaro. Riconosciuto da chi? Da quelli che mandano avanti raccomandati ed incapaci. Certo, perché chi manda avanti raccomandati ed incapaci ha fatto l'eccezione per loro, non lo avevate capito?

Informatizzare l'alfabetizzazione delle masse democratiche

Una cosa che difficilmente saprete è che la scuola italiana non è frutto del caso e della sfiga, come si sarebbe portati a pensare, ma è il risultato della volontà di qualcuno. Non è una cosa di cui si parla nei giornali on-line, ma esiste tutta una schiera di pedagogisti, accademici ed insegnanti che elaborano costantemente nuove forme di educazione, che poi vengono tradotte nelle riforme di cui si legge sulla stampa.

Ora, visto i risultati, voi vi immaginerete chissà che cosa. Nella realtà, costoro cercano delle vie per ammodernare la scuola, per renderla al passo coi tempi, per aprirla al nuovo che avanza. Non sembra però, perché la scuola a tutto potrà preparare, ma non certo alle novità più nuove.

Questo perché i pedagogisti, gli accademici e gli insegnanti che parlano di modernità non ne sanno niente. Cioè, loro sanno che là fuori c'è il mondo contemporaneo, ma non ci vivono dentro e non lo conoscono. Infatti, se seguite le lezioni di questa dotta schiatta, non ci capirete niente, perché parlano di un mondo che non esiste e che si sono creati nella loro mente. È come saltare dentro un buco nero in cui il buio sovrasta ogni cosa e non lascia sfuggire il minimo barlume di luce.

Se la vedete dal di dentro, è del tutto logico che la scuola sembri ferma al dopoguerra: non è che non l'abbiano mai cambiata, è che si sono preoccupati di cose irrilevanti o non esistenti, o di adattarsi ad una modernità teorica mai verificata sul campo.

Tutto questo lo dico perché sto seguendo un dibattito (di cui non fornisco i vari link volutamente) in cui ci si chiede come si possano portare le masse italiane ad un livello di “alfabetizzazione informatica” tale per cui riescano ad usare “gli strumenti social del web 2.0” ad un livello superiore di “coscienza ed autocoscienza” in modo da aumentare la “democraticità” di internet.

Leggendo cose del genere, vi sentirete confusi e non capirete bene quale sia il succo del discorso. È normale, non siete abituati a sentir parlare un pedagogista che cerca di riformare la scuola. Se lo lasciate parlare (o se seguite i commenti della discussione) alla fine arrivate alla succo. Che è questo:

Un'insegnante di lettere delle medie che spiega a dei dodicenni come usare Facebook.

L'alfabetizzazione informatica!
Le masse autocoscienti!
Il social web 2.0!

Ma 'nde remengo!
Youporn tutta la vita!

Gli esami finiscono prima o poi

Ma oggi comincia l'esame per il pezzo di carta! Italiano. Lo scritto di italiano, meraviglioso. Prendete un adolescente, dategli carta e penna ed insegnategli che per ottenere l'approvazione dell'autorità deve creare in meno tempo possibile un testo in cui esprima il suo pensiero su un argomento qualsiasi, senza il supporto di alcuna fonte.
Non stupisce poi che il mondo sia popolato di gente che sente il bisogno di scrivere la propria opinione su tutto, senza saperne niente, convinti che “questa è la mia opinione” sia un argomento valido: gliel'hanno insegnato a scuola...
(ah, baideuei: la traccia sugli iu-ef-ou non era sugli iu-ef-ou, ma sulle possibilità di vita al di fuori del nostro pianeta. Giornali, inutili come sempre.)
(c'entra niente ma: il prossimo post lo volete di politica o di cultura?)

D'umanisti e di precari/3

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte terza ed ultima.

Il fatto che i tradizionali studi classico-umanistici non siano più l'educazione privilegiata dalla classe dirigente moderna, insieme al fatto che essi siano stati scelti per essere la zona morta in cui lasciare chiunque aspiri ad una laurea ma non ne abbia le capacità, ha reso la figura dell'umanista la caricatura di sé stessa.

Potendo chiedere ad un campione scelto a caso cosa intendano per “umanista”, ne risulterebbe la descrizione di qualcuno a cui piacciono “i libri”, che ha a che fare con la letteratura e l'arte (ma non un musicista né un pittore), un po' filosofo ma anche no. I contorni sarebbero cioè molto sfumati ed una definizione coerente non si troverebbere. E questa, fateci caso, è anche l'accusa che viene rivolta agli umanisti: di parlare senza conclusione, di dedicarsi ad argomenti fumosi, di non saper fare niente di preciso. Insomma, quasi sempre le accuse contro gli umanisti sono il riflesso della propria ignoranza riguardo all'umanesimo medesimo: io non so di preciso cosa fai, quindi tu non fai niente di preciso.

Dei problemi che affliggono gli studi umanistici abbiamo già ampiamente trattato. In questo contesto parlo di essi così come essi dovrebbero essere, portati avanti a modino e in via del tutto teorica.

Al contrario di quanto affermato dalla vulgata, gli studi umanistici sono tutt'altro che fumisterie a basso prezzo. Ogni disciplina ha un suo preciso campo d'azione, all'interno del quale agisce secondo metodologie razionali fondate su evidenze fattuali, in base alle quali formulare teorie che diano ragione di una determinata realtà. Che si stia parlando di storia, letteratura, filologia, studi linguistici o artistici, non ci si riferisce mai a studi basati su opinioni. Il problema, semmai, è che i fatti su cui si basano non sono di natura oggettiva, ma prodotti dall'uomo e quindi estremamente soggettivi ed incompleti. Ad esempio negli studi storici le fonti più “parlano” e più si rivelano soggettive. Mentre un ostrakon ateniese ci trasmette informazioni tutto sommato oggettive ed affidabili (datazione, nome dell'interessato al procedimento penale eccetera) ci dice poco o niente del processo; per contro, una fonte letteraria che ci spiega dettagliatamente il processo che ha condotto all'ostracismo di un cittadino ateniese, sarà estremamente soggettiva e inaffidabile e dovrà essere vagliata attentamente. E questo vale anche per le altre discipline, in modi diversi a seconda delle peculiarità di ognuna.

Quindi non è la natura degli studi umanistici ad essere soggettiva (come molti credono), ma la natura dell'oggetto degli studi umanistici. Di conseguenza non è vero che essi sono il terreno dell'opinione e della discussione fine a sé stessa.

Un'altra loro caratteristica è la necessità di una continua interazione tra discipline: un bravo umanista deve sapere maneggiare tutte le altre discipline oltre alla propria (pur con un minor grado di specializzazione): non è possibile studiare una disciplina senza metterla in relazione con tutte le altre: storia, letteratura, filosofia... sono strattamente legate e non si può credere di conoscere l'una se non si conoscono le altre. Questo è particolarmente evidente negli studi di antichistica, dove il confine tra le varie materie è talmente sfumato da essere poco più che formale. Un vero antichista passa senza problemi dalla filologia alla filosofia alla storia alla critica letteraria.

Purtroppo in Italia (o forse anche nel resto del mondo, non saprei) l'idea che ci si fa delle materie umanistiche è di stretta derivazione giornalistica. E quindi è chiaro che al lettore medio sembra ovvio pensare che gli studi umanistici siano il regno dell'opinione, perché il suo modello di umanista è un giornalista che scrive le sue opinioni. Una pseudocritica letteraria che recensisce i libri in base a criteri infantili, la storia riscritta in funzione politica e via dicendo sono tutte creazioni giornlistiche che danno l'idea di essere “umaniste”, ma che non hanno niente a che spartire con il vero studio.

È tuttavia chiaro che difficilmente il cittadino medio potrà mai entrare in un'aula universitaria e vedere in cosa consista un vero dibattito storico o letterario o filosofico e quindi, senza possibilità di confrontare, prenderà per buono quello che legge sui giornali.

Altrettanto chiaro è che gli studi umanistici sono riservati a pochi: non a pochi in senso elitario, ma a pochi in senso di “mercato del lavoro”. Poiché con essi è difficile trovare occupazione ci dovrebbe essere una naturale tendenza ad evitarli, al contrario di quello che accade oggi. Sarebbe necessario filtrare e cercare l'eccellenza, anziché distribuire titoli a piene mani. Ma sappiamo che avviene il contrario.

Infine, la domanda che tutti si pongono è “a cosa servono?”. Domanda cui ogni umanista non risponde nemmeno, e cui ogni non-umanista non trova risposta. Credo che siano tre i campi in cui essi sono utili (logicamente è una divisione di massima, anche perché bisognerebbe prima mettersi d'accordo su cosa sia umanistico e cosa no):

1. Lo studio accademico.

2. La formazione di chi vuole lavorare nel mondo dell'arte o dell'intrattenimento. Una solida conoscenza tecnica di quello che è venuto prima è l'unico modo per poter creare qualcosa di nuovo, sia esso un romanzo, un film o un quiz a premi. Perché i film americani fanno miliardi? Perché chi li fa ha studiato Aristotele e Propp.

3. La formazione dei giovani. Le discipline umanistiche sono come la preparazione atletica nello sport. Servono ad allenare il corpo e a prepararlo, per poi lasciare spazio alla specialità vera e propria. Per la loro specificità, esse preparano all'elasticità mentale, alla teorizzazione, all'astrazione, alla capacità di analizzare un dato da diversi punti di vista. È chiaro come sia necessario eliminare l'assurda contrapposizione con le materie “scientifiche” (contrapposizione tutta ideologica e non fattuale) ed anche ripensare il contenuto specifico di ciò che viene insegnato, perché magari sei mesi di Dolce Stil Novo sono troppi anche per lo studente più diligente.

Credo che in un'ottica di serena integrazione con il mondo contemporaneo, le discipline umanistiche abbiano un loro posto di tutto rispetto e abbiano ancora molto da offrire, soprattutto se gli umanisti cominceranno a capire che non siamo più alla corte dei Medici ma in una società che, pur non venerandoli, potrebbe aver ancora molto bisogno di loro.

(Fine)

D'umanisti e di precari/2

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte seconda.

Nel volgere di qualche decennio la cultura umanistica è diventata – nell'immaginario collettivo – la sorella disgraziata nella famiglia degli studi. Probabilmente ciò è dovuto a due fattori incrociantisi: essa è stata tradizionalmente patrimonio delle classi sociali più elevate, che l'hanno sempre tenuta gelosamente al riparo da mani impure. Nel frattempo, le classi sociali un tempo inferiori sono uscite da tale condizione e sono arrivate alla “stanza dei bottoni”, nel senso che il mondo contemporaneo non è più retto da borghesi col cappello a cilindro che discutono del De bello gallico, mentre progettano la prossima ferrovia e finanziano la deportazione di qualche decina di migliaia di africani verso le Americhe. Oggidì il mondo è mandato avanti dagli scienziati e dai tecnici, da coloro che sanno creare e gestire le tecnologie moderne e che, per la maggior parte, non hanno avuto la formazione umanistica destinata alla vecchia classe dirigente.

Mi pare che in Italia il mondo accademico abbia compreso di aver perso l'avito prestigio e che stia cercando di riaggiustare il tiro per ridare dignità alle materie umanistiche. Tuttavia esiste una forte tendenza a raggiungere questo obiettivo attraverso mezzi illeciti, cercando di spacciare i corsi umanistici per quello che non sono, e cioè discipline scientifiche. Il modo più semplice è cambiare loro nome: una volta erano “Lettere classiche”, oggi sono “Scienze dell'Antichità”; una volta erano “Lettere Moderne”, ora sono “Scienze del testo letterario”.

Ma questo non è un male, in fondo un po' di belletto non può che render più gradevole il modo in cui si presentano. I dubbi sorgono quando il docente (che purtroppo è il giudice assoluto del proprio operato) cerca anche di portare il contenuto della propria disciplina più vicino a quello dei colleghi fisici e matematici. Tipicamente, ciò passa per il ricorso ai numeri. I numeri – si sa – sono oggettivi e scientifici, ed un foglio pieno di cifre è per forza scientifico. Inoltre, le discipline scientifiche sono anche difficili (perché hanno i numeri) quindi il numero è la strada obbligata per rendere le materie umanistiche scientifiche, oggettive e difficili.

Per esempio, se siete un docente di storia, i vostri esami consteranno di una sequela incredibile di cifre da snocciolare. Liste di eventi da datare, numero di membri del consiglio del principe di turno, numero di catalogo dei reperti degli scavi del sito paleoveneto di Cazzago (VE): c'è solo l'imbrazzo della scelta. La quantità di numeri che si può chiedere è strabiliante e non c'è nemmeno il rischio che ci siano due compiti uguali. Almeno l'esame è difficile? Certo che lo è. Immagazzinare una lunga serie di numeri slegati da qualsiasi significato è difficile, nel senso che ci vuole tempo e dedizione. In più, il docente obbliga a studiare un paio di libri che non si occupano di fornire liste di numeri, ma cercano di spiegare cosa sia successo nel dato periodo, quindi il giovane umanista studia quello che non gli verrà chiesto, mentre gli verrà chiesto quello che non gli è stato spiegato. Comunque, questo genere di difficoltà non favorisce lo studioso, ma lo sciocco. Ora, pensiamo di rimanere 12 ore in una stanza senza fare nulla. Nulla di nulla. Non si suda, non ci si stanca. È difficile passare 12 ore a non far niente? Molto. Ecco, per una mente normodotata imparare a memoria la catalogazione dei cocci di una chiatta vichinga equivale a non fare niente. In questo sistema lo sciocco è naturalmente avvantaggiato, perché è un esercizio che richiede di mettere a tacere il cervello. Ed infatti negli ultimi anni che ho passato io all'università era normale tenere i libri di storia chiusi e imparare a memoria la cronologia che di solito viene messa prima della quarta di copertina.

In questo modo si opera una selezione al contrario che avvantaggia i mediocri ed espelle i migliori: nessuna mente brillante ha voglia di continuare gli studi dopo la laurea in queste condizioni. Mentre le menti ristrette, incapaci di creare connessioni fra eventi e non adatte a mettere in discussione i dati forniti trovano l'humus adatto a proliferare. La cosa si notava particolarmente quando qualche novello dottorando o dottore veniva a tenere seminari o lezioni: anziché portare aria fresca e fornire stimoli a guardare le cose sotto profili diversi, questi giovanotti erano più noiosi dei vecchi docenti, che almeno avevano il pregio non indifferente di essere persone colte e con qualcosa da dire.

Come se non bastasse, alla fine della lunga serie di esami passati imparando a memoria quattro paginette di numeri, bisogna anche scrivere la tesi. Normalmente per un umanista la tesi dovrebbe essere una passeggiata: in fondo ha passato gli ultimi anni della sua vita a leggere libri di storia o critica letteraria o quello che è, sarà in grado di fare lo stesso no? No, perché nessuno gli ha mai chiesto di comprendere quei libri, ma di imparare a memoria delle cifre. Quindi scatta il panico. E le possibilità sono due: il professore buono e il professore cattivo. Il primo è quello che raccoglie attorno a sé numerosi adepti e li usa per le proprie pubblicazioni: c'è bisogno di catalogare i rinvenimenti di un sito oppure di trascrivere un manoscritto medievale oppure digitalizzare la biblioteca del dipartimento? Non c'è problema, lo facciamo fare a chi si deve laureare, gli facciamo scrivere quello che serve, gli diciamo che è una tesi, gli diamo 110, raccogliamo il materiale, lo pubblichiamo a nome nostro ed oplà, ecco che abbiamo il nostro articolo per il prossimo seminario di studi antichi, o per il prossimo numero di “Filologia oggi”, o per la proposta di finanziamento dell'informatizzazione della biblioteca, con annessi fondi. Tanto ai ragazzi che gli frega, quelli finiscono al call centre comunque.

Il professore cattivo invece è quello vecchio stampo. Fa 6 ore di lezione in un semestre, non ha idea di cosa sia successo nell'università italiana negli ultimi 30 anni e come tesi laurea pretende un lavoro in due tomi da 300 pagine che sia la base necessaria a sviluppare il dottorato di ricerca. Che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che la borsa di studio per quel dottorato si sa già a chi andrà a finire. E non siete voi.

Oltre a questo, va ricordato che il lavoro è un corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”. Quindi il docente vi chiederà sempre quanto ci avete messo a preparare un esame. Prima regola, mentire. Allargare. Dilatare. Tre quattro cinque mesi! Quando il mio correlatore mi chiese quanti mesi avessi impiegato a scrivere la mia tesi ed io potei esibire soltanto un misero “9”, mi guardò con compassione e, affranto dal dolore, non disse niente (salvo indicare quali articoli da lui scritti andassero messi in bibliografia). È chiaro che questo discorso andava bene fino a qualche anno fa, quando il vecchio ordinamento era ancora un macigno che pesava sull'università. Magari adesso è diverso.

La conseguenza è che i giovani studiosi assimilano questa mentalità e allora intenzionalmente dilatano il loro periodo di studio per “imparare meglio”. C'è questa idea tra gli umanisti che per sapere di più bisogna metterci tanto tempo. Più tempo, più sapere. Se ci mettete 10 anni a laurearvi, vuol dire che amavate davvero lo studio e conoscete alla perfezione la vostra materia.

Il quadretto non è idilliaco. E nemmeno bucolico, per dirla tutta. Una formazione di questo tipo non può che generare mostri. Mostri tagliati fuori dalla società, giocoforza destinati al precariato perenne, anche se studiavano molto e avevano tutti 30 e lode. Ed è significativo, ma non rassicurante, il fatto che molte persone che hanno successo nella vita, siano sempre state ai margini della vita di studi. Significa che il percorso formativo intralcia i più dotati, blocca i “normali”, manda avanti i mediocri; non stupisce che i furbi si facciano strada e i normali emigrino all'estero.

(continua)

(prima parte)

D'umanisti e di precari/1

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte prima.

Preludio. In Italia il lavoro – latu sensu – non è l'attività attraverso cui l'uomo ottiene dei beni di vario genere, ma una corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”.

Ciò detto, ospitando l'Italia una società complessa, per ottenere il pane quotidiano l'individuo non si limita a cacciare e piantare il grano a primavera, ma svolge un'attività altamente specifica, in cambio della quale riceve del denaro, in cambio del quale riceve beni.

Orbene, sappiamo tutti che da poco meno di 20 anni esiste il fenomeno del precariato, che colpisce in particolare le fasce più giovani della popolazione lavorativa, e molto spesso le fasce acculturate della medesima. A leggere la stampa informata, l'unica reazione che si sente è il solito piagnisteo di qualche gruppuscolo intento a chiedere al governo di fare qualcosa. Qualcosa che puntualmente il governo non fa, perché i governi più che tassare e fare guerra non possono. E allora si passa al pianto: “sono senza lavoro perché il governo, gli imprenditori, i comunisti, il turbocapitalismo, la massoneria, la Chiesa, la Cina, gli alieni...” che, tradotto, diventa “sono senza lavoro, ma non per causa mia, perché è sempre colpa degli altri.”

Se è vero che il mondo lì fuori non è il massimo, è altrettanto vero che il mondo lì fuori non è mai stato il massimo. Quindi proviamo per una volta a parlarci tra di noi seriamente. Tanto qui non ci legge nessuno e possiamo permetterci di dire quello che vogliamo. Aggiungo solamente che da tutto quello che dico io non mi tiro fuori: il curatore di questo blog è uno come tanti, con una vita come tanti e senza particolari motivi per cui debba ritenersi al di sopra o al di fuori del gruppo sociale cui appartiente. Io vi dico la mia, vedete voi cosa farne.

Come ho già avuto modo di scrivere, nel nostro Paese si è deciso che l'istruzione doveva diventare di massa, cioè non doveva essere accessibile a tutti, ma tutti dovevano accedervi. Per qualche strano motivo, si è deciso che più gente doveva avere la laurea (in nome dell'onnipresente e insulso paragone con l'estero magico e meraviglioso) ed allo scopo si sono scelte le facoltà umanistiche. Quando dico scelte, intendo proprio una volontà attiva: nel corso degli anni si sono rimossi tutti i filtri che impedissero ad una persona qualunque di ottenere una laurea umanistica, a prescindere e dalle sue conoscenze pregresse e dalle conoscenze acquisite. Chiunque può iscriversi ad una facoltà umanistica senza sapere nulla ed uscirne dopo un tempo x senza sapere nulla. Non è un iperbole. È la realtà dei fatti. Ed è il motivo per cui il sentire comune percepisce le facoltà umanistiche come “facili”, luoghi dove si parla tanto e non si conclude nulla, dove si fa “filosofia”, cioè “ci si parla addosso” e via dicendo.

Il fatto è che le discipline umanistiche, di per sé, non sono facili né alla portata di tutti. Non siamo più nel 1869, quando un giovanotto un po' tocco poteva ricevere la cattedra di letteratura greca prima della laurea per aver scritto degli sgangherati pensierini sull'antichità. Sebbene non appartengano alle scienze esatte, hanno fatto propri i criteri di ricerca e studio tipici di quelle materie, grazie ai quali hanno raggiunto dei gradi di serietà e specializzazione sconosciuti fino a 50 anni fa. Quindi, prese per quelle che sono, le facoltà umanistiche hanno una loro dignità e un posto di rispetto tra gli studi accademici. Per loro stessa natura, però, non sono appetibili che ad una ristretta fascia di popolazione. Di gente che vuole studiare davvero filosofia in maniera seria non ne trovate molta in giro, ed è normale che sia così. Come pure certe facoltà, come Scienze della Comunicazione, avrebbero tutto il senso di esistere in un mondo in cui la comunicazione è una parte consistente dell'economia.

Il problema è che si è deciso che in queste facoltà dovevano entrarci tutti e quindi corsi che sarebbero destinati a pochi ma buoni si sono trasformati in una corte dei miracoli dove potete trovare di tutto. Ad esempio la facoltà di Lettere e Filosofia era destinata a chi ha fatto il liceo, possibilmente classico, perché era strutturata in modo da non dover fornire le conoscenze di base per dedicarsi soltanto all'approfondimento. Studiare filologia dantesca o ermeneutica non è un diritto sancito dalla Costituzione, quindi si procedeva a bloccare in partenza quelli senza le conoscenze pregresse adatte. Quando si sono aperte le iscrizioni a tutti, un fiume di persone che non aveva alcuna idea del proprio destino ha varcato la soglia di Lettere e si è trasformato in carne da cannone. Nei corsi più frequentati (quelli obbligatori) i pochi con una formazione classica come me assistevano quotidianamente al massacro di questi poveri giovani mandati contro un nemico più forte, motivato ed armato: la cultura. Per lo più questi disgraziati non capivano l'argomento della lezione – nel senso: non capivano quale fosse l'argomento della lezione; altri non capivano la terminologia usata; altri non capivano i libri da leggere. Ricordo ancora il mio primo semestre, corso di linguistica generale: tradizionalmente destinato ai pochissimi studenti di antichistica, divenne obbligatorio per tutti i partecipanti al concorso di Lettere e Conservazione dei Beni Culturali. Mi sentivo come un soldato a Verdun nel 1916: gente che non studiava italiano dai tempi delle medie costretta a prendere appunti sull'etrusco! Potevo leggere la disperazione nei loro occhi, ma non potevo far nulla per aiutarli. Li vedevo cadere ad uno ad uno sotto i colpi dell'apofonia e della tripartizione della società indoeuropea. Forse qualcuno ha ancora gli incubi pensando al wanaka.

Non tema comunque il lettore. La disperazione di costoro non li ha fatti certo desistere e si è trasformata in rivendicazione di diritti. Esame di latino, obbligatorio per tutti. Il latino a Lettere è come il numero di Avogadro in chimica: è la base minima per poter comprendere tutto il resto. A livello accademico, italiano e latino sono legati così strettametne da diventare inseparabili; non si può parlare di italiano senza sapere latino. Il 99 percento di coloro che tentavano di passare il turno non aveva mai fatto latino in vita sua. Ma ciò non costituiva un problema, perché pretendevano di passare l'esame di latino: siccome loro non lo sapevano, era ingiusto che si chiedesse loro di saperlo e rivendicavano il diritto alla promozione. Il principio era che lo studente passa un esame per il fatto stesso di essere inadatto a passare l'esame. Guardate che non mi invento niente.

Considerando però che l'ordine supremo è quello di promuovere, si sarebbe di fronte ad un bel dilemma. Come può un professore promuovere uno studente che non sa nulla? Difficile, a meno che...

non applichiamo il concetto di lavoro che abbiamo premesso all'inizio al mondo delle facoltà umanistiche. In base alla concezione moralistica di lavoro, lo studente viene giudicato per la quantità di fatica patita sui libri e non per il risultato prodotto. È il sempreverde “com'è bravo, studia 12 ore al giorno, si merita 30 e lode”. In un sistema di valutazione razionale, si considera il risultato, cioè quanto lo studente ha imparato, e ci si disinteressa di quanto ci ha messo per impararlo. Eventualmente, a parità di risultato si ammira chi necessita di un carico di lavoro minore, perché più intelligente o più motivato. Non da noi. Da noi più fatica fai più bravo sei, a prescindere da quanto hai imparato. Si premia l'inefficienza.

È chiaro che in questo sistema la carne da cannone di cui sopra è avvantaggiata al momento della valutazione, perché farà una fatica enorme per passare un esame, rispetto a chi invece ha già delle basi e quindi deve solo approfondire alcuni aspetti. Alla fine chi produce un risultato migliore a costi inferiori viene valutato peggio di chi produce un risultato scarso o nullo a costi elevatissimi. E ancora, guardate che non mi invento niente. Tornando all'esempio dell'esame di latino, si è creato ufficialmente il doppio metro di valutazione: uno per chi non lo sa e uno per chi lo sa. In cosa consiste? Semplicemente, chi non ha mai fatto latino porta metà del programma, gli viene richiesta una conoscenza grammaticale da IV ginnasio e una conoscenza letteraria da I liceo. Chi invece conosce il latino e magari studia antichistica, fa lo stesso esame con lo stesso professore, però viene torchiato a dovere. Va da sé che chi viene da un istituto tecnico farà una fatica immane e non saprà niente, mentre chi viene dal classico farà meno fatica e saprà di più. Ma sul libretto, alla voce “Letteratura Latina”, lo studente che sa meno ha un voto uguale o superiore a quello che sa di più.

In aggiunta a tutto questo, alcune facoltà sono diventate il ricettacolo di chi non vuol far fatica. L'esempio abusato è quello di Scienze della Comunicazione. In ulteriore aggiunta, si sono inventati corsi di laurea apposta per laureare quante più persone possibile.

A questo punto, mentre di certo non si può negare che il mondo è cattivo, gli imprenditori sono cattivi, le leggi sul lavoro sono cattive, è anche vero che un numero enorme di persone sono state spinte a laurearsi a qualsiasi costo andando ad inflazionare una nicchia formativa naturalmente destinata a poche persone. Di conseguenza, chi ha studiato sul serio si è trovato un pezzo di carta in mano, reso inutilizzabile dal numero esorbitante di colleghi non preparati; mentre alla maggioranza degli studenti sono state instillate nella mente aspettative lavorative che non hanno riscontro nella realtà. È inevitabile quindi che al momento di trovare un lavoro, entrambe le categorie si trovino con esigue possibilità di successo e finiscano a fare lavori non qualificati.

Questo non si dice ai cortei contro il governo o alle messe in onore di San Precario, ma è una parte rilevante del problema ed è anche la parte più dolorosa del problema, perché non è bello scoprire a quasi trent'anni che nessuno li fuori ti vuole, se non per scopare marciapiedi e rispondere al telefono.

(continua)

Natale è alle porte, occupiamo

Leggo sui giornali che si è aperta la stagione delle occupazioni scolastiche. Vuol dire che siamo già verso dicembre... come vola il tempo. Comunque, pare che quest'anno alcuni studenti (no, gente dei centri sociali! Ah perché uno dei centri sociali non può essere uno studente?) le abbiano prese e siano finiti in ospedale.

Propongo quindi di aprire la rubrica “racconta la tua occupazione”, e non si tratta di fare live-blogging dalle scuole autogestite, ma di ricordare tutti insieme come abbiamo passato noi le nostre occupazioni. Perché io sono per il recupero e la salvaguardia delle tradizioni, che non vanno assolutamente perdute.

Ho partecipato alle ultime occupazioni/autogestioni quando chi è in quinta superiore adesso aveva da poco imparato le tabelline. Le mie prime risalgono a quando chi protesta ora era un frugoletto che la nonna si strapazzava tutto il tempo.

Personalmente ritenevo che di motivi per protestare ne avessimo a bizzeffe. Avevamo un docente che dormiva per buona parte della lezione. Un altro che spiegava per dieci minuti e il resto della lezione cazzeggiava. Uno lo abbiamo cambiato ogni anno e un anno ne abbiamo cambiati tre. Uno non aveva alcuna conoscenza della materia che spiegava. Uno ci faceva dare i voti alle ragazze della scuola. Uno diceva di seguire le nuove frontiere della pedagogia moderna (all'università mi hanno bocciato una sola volta: nella materia che insegnava costui, con un esame casualmente incentrato sulle uniche tre cose che costui ci aveva insegnato). A scuola si spacciava e si consumava droga in completa tranquillità. Fecero la differenza una giovane supplente, bellissima e di cui mi ero vagamente infatuato, e un'altra supplente che per quel poco che rimase ci obbligò a studiare sul serio (sostituiva quello delle nuove frontiere della pedagogia, infatti poi all'università non fui costretto a studiare da zero le parti di programma da lei tenute).

La cosa brutta è che questi insegnanti pretendevano pure che andassimo bene, impresa al limite dell'impossibile. Il fatto è che io a casa non avevo una schiera di parenti che mi potessero aiutare in tutte le materie, né provenivo dalla parte “buona” della società e non avevo il vantaggio di essere raccomandato come molti miei compagni. Insomma, avevo un bel po' di motivi per voler protestare.

Del tutto ignorati dal resto degli studenti.

I quali ritenevano degne solo le cause dal nome magniloquente e dalla retorica stantia, ma che non avevano mai nessuna ricaduta pratica sulla vita quotidiana. Se invece protestate perché il vostro docente ruba i soldi delle tasse snocciolando fesserie, quello il giorno dopo ve lo trovate in classe e vi fa pentire di essere venuti al mondo. E così mi ritrovavo sempre una scuola autogestita, in cui i professori non dovevano nemmeno più far presenza e in cui non c'era niente da fare.

Però ricordo che un anno partecipai ad un gruppo di lavoro. Credo fosse l'epoca della riforma Berlinguer, ma potrei sbagliarmi. Il gruppo di lavoro doveva studiare la parte della riforma che riguardava le scuole private. La retorica degli occupatori autogestori – come potete ben immaginare – era la stessa di oggi: vogliono distruggere la scuola pubblica, vogliono mettere tutto in mano a Confindustria e farci diventare tutti operai in fabbrica. Così il nostro gruppetto, il più piccolo e sfigatello, si è messo pazientemente a leggere gli articoli incriminati. Alla fine della lettura, convenimmo tutti sul fatto che, almeno per quell'ambito, la riforma era la solita cosa all'italiana, dove tutto cambia nella forma ma rimane identico nella sostanza. E così redigemmo il nostro documento in cui si affermava proprio questo. Ma poiché il documento non diceva che la riforma voleva privatizzare la scuola il lavoro venne cassato. La scena si volse sotto i miei occhi e sono testimone del capetto politico di turno che affermava chiaramente che lui non poteva accettare un documento che andava contro quello che lui diceva. Fine della discussione.

Per il resto l'autogestione era anche divertente: concerti, birra, ragazze (gli altri, io su quel versante ero fortunato tanto quanto in politica).

All'università trovai altrettanti argomenti di protesta. Un corpo docente a dir poco imbarazzante, che a tratti si trasformava in clan e dal quale penso siano stati partoriti figli deformi a causa della mancanza di varietà genetica. Senza contare che la casta professorale se ne fotteva allegramente di... oh be', di tutto. Docenti che non pubblicano mezza pagina da anni, che non si presentano a lezione, che spostano le date degli esami a piacere. Ragazzi che si facevano chilometri in treno per niente. Biblioteche quasi inesistenti. Agibilità dei locali dipendente dalle condizioni metereologiche. Insomma, la vostra buona dose di bile quotidiana, se pensate che quella che non state ricevendo è tutta l'istruzione che avete a disposizione nella vita. Io mi sono tenuto lontano da tutte le conventicole politiche, all'università volevo studiare e basta. Però succedevano cose strane.

Ogni tanto la facoltà veniva circondata da tizi mai visti che iniziavano a parlare della “nostra” università, del “nostro” futuro e dei “nostri” diritti vari e assortiti. Non posso certo provare che costoro non fossero iscritti all'università, questo no, anche perché formalmente iscritte sono schiere di persone, che magari hanno finito da anni e gli manca la tesi oppure da gente cui interessa la scusa per stare fuori casa. Tutte cose che sapete anche voi. E questi arrivavano e cercavano di impedire le lezioni. Perché se gli Usa invadono l'Iraq e tu occupi la facoltà, certamente Bush ritirerà le truppe, è chiaro. Erano comunque tentativi destinati al fallimento: intere schiere di pendolari, reduci da un viaggio con Trenitalia, non si sarebbero certo fatte fermare da quattro pischelli con la fregola dell'occupazione (erano coetanei, ma viaggiare con Trenitalia ti fa invecchiare dentro e ti sembrano tutti pischelli, anche le signore di 80 anni). Allora questi ripiegavano su argomenti più seri, come il diritto ad avere le fotocopie gratis e la connessione ad internet gratuita ed illimitata. Immaginate l'effetto di queste proposte a gente come noi che a volte doveva andare in un'altra università di un'altra città per avere un libro assolutamente introvabile nella nostra biblioteca.

Ecco, questi sono i ricordi che ho io delle mie occupazioni e autogestioni.

Piccolo manuale pratico per lo studente protestante

Immagino ci sia un ristretto numero di studenti che genuinamente credono nelle proteste che portano avanti. Mi rivolgo a loro.

Ricordatevi che quello che ora difendete, noi lo avevamo combattuto; quello che voi ritenete un diritto, per noi era un sopruso. Pensateci.

A meno che non abbiate serie intenzioni di fare politica attiva da grandi, state perdendo il vostro tempo. Le vostre proteste non servono a niente. Credete davvero che un gruppo di minorenni che gridano per strada possa avere la minima influenza sulla politca di una nazione? No. Sul serio, non è una provocazione. No. Usate il vostro tempo in maniera più utile. Studiate, anche quello che non vi insegnano. Coltivate degli interessi, leggete, anche cose scientifiche, non ci sono solo romanzi. Viaggiate. Visitate un museo della vostra città. Lavatevi, radetevi i baffetti e chiedete alla ragazza che vi piace di uscire con voi (ma radetevi i baffetti, mi raccomando). Questo era per i ragazzi, lo so. Ragazze, rilassatevi. State con le vostre amiche, uscite con i ragazzi. Siete tutte bellissime, ognuna per quello che è. Non andate a rovinarvi con i dreadlock in testa o mischiandovi a teppaglia parafascista. Giocate coi videogame. Se siete maggiorenni, organizzatevi un bel viaggio con Ryan Air, venite qui in Germania e scoprite le meraviglie della prostituzione legalizzata. L'importante è che stiate lontani dalla massa protestante. Lo ripeto, quello va bene solo se volete fare politica di mestiere. Per tutti gli altri, è solo tempo sprecato. Di vita ne avete una sola, non buttatela via con la politica.

Non partecipate a nessuna manifestazione. E' una cosa stupida. A chi pensate di gridare, camminando per le strade svuotate? E chi pensate stia ascoltando, a parte i vostri amici e i poliziotti in testa al corteo? Manifestare non è niente di diverso dall'andare allo stadio la domenica, una massa di ragazzi in piena scarica ormonale che si lasciano andare. Siete meglio di così, dico davvero.

Senza considerare che ultimamente le manifestazioni tendono a finire male, ci sono sempre più botte da orbi, sia da parte di altri manifestanti che della polizia. Il manganello fa male. Chi ve lo fa fare? Se non vi piace fare a botte (è una iniezione di adrenalina non da poco, devo ammetterlo) state lontani e usate il vostro tempo in maniera migliore.

Fate l'amore, non fate politica.

Senza crocifisso, senza Berlusconi e poi?

Un giorno stavo parlando con un mio amico francese e, siccome io sono italiano, si è arrivati a parlare di Berluscone. Il mio amico è un ingegnere delle telecomunicazioni, ha insegnato all'università per qualche tempo, prima di lavorare in Germania ha vissuto a lungo in Inghilterra. Tanto per sottolineare che non è il primo babbalone di passaggio, ma una persona dotata di sicura intelligenza. Dicevo, tocchiamo l'argomento Berluscone. Il francese, che si informa e studia, comincia ad enumerarmi tutto quello che B. ha fatto e non ha fatto... il ragazzo è certamente informato. Parla che ti parla, capisco che l'idea di Italia che si è fatto è di un posto come la Francia, solo che c'è Berluscone a rovinare tutto. Se non ci fosse lui, in Italia si starebbe bene. Cerco di fargli capire che è vero che Berluscone è un problema, ma che appunto è un, non il problema. Ma non c'è niente da fare, lui è convinto e cerca di spiegare a me come funzionano le cose nel mio Paese. Dopo un po' lascio perdere, perché capisco che in effetti, a meno di non leggere la stampa filoberlusconiana, tutti gli altri dipingono il Berluscone esattamente a questo modo: come un tumore nato in un corpo altrimenti sano. Berluscone, per il mio amico e per le fonti da cui prende le notizie, è la causa di un male, estirpata la quale il corpo tornerà ad essere sano.

E' lo stesso discorso che si fa per il crocifisso. Eliminiamo il crocifisso dalle scuole, così avremo una scuola migliore e più rispettosa di tutti. Eliminiamo i privilegi fiscali alle curie, così diventeremo un Paese migliore e meno bigotto.

E' questa forma mentis ad essere sbagliata, ed è questo che contestavo nel post precedente. E' il credere che l'Italia faccia schifo per colpa di una causa o due e che sia sufficiente asportarla per farla ritornare com'era (per inciso, è il modo di pensare speculare a quello di leghisti e berlusconiani: in Italia ci sono i comunisti che controllano tutto ma, eliminati loro e messi i nostri, tutto andrà meglio).

Credere questo significa postulare l'esistenza di uno stato primigeneo di naturale bontà, dal quale l'Italia è stata strappata da Berlusconi, dal Vaticano, da Andreotti o da altro a scelta. Il problema è che questo stato di bontà non esiste e non è mai esistito. Il problema è che sembra impossibile parlare di queste cose senza che l'interlocutore si tappi gli orecchi e chiuda gli occhi. E un motivo c'è.

A parte le ovvie e dovute eccezioni, oggi i pubblici sostenitori dello Stato laico tendono a sinistra. Essi cercano in qualche modo di far passare l'idea che l'Italia sia uno Stato di stampo anglosassone, con un codice penale di stampo anglosassone, un sistema elettorale e politico di stampo anglosassone. Questo perché cercano di far proprie tutte le idee dello stato liberale di stampo anglosassone, ma non ne sono capaci, poiché fino all'altro ieri loro o i loro “padri politici” letteralmente sputavano addosso alle idee liberali. Forse in molti lo hanno già dimenticato, forse alcuni lettori più giovani non possono ricordarlo, ma la politica italiana era sostanzialmente divisa tra Democrazia Cristiana da una parte, Socialisti e Comunisti dall'altra. Il tutto innestato su una struttura sociale, politica ed economica fascista. I liberali veri erano pochi, inascoltati e sostanzialmente ininfluenti.

Ciò significa che le due principali e più potenti forze sociali in Italia erano entrambe fortemente avverse ai principi di uno Stato laico e liberale. Lo Stato laico, liberale di matrice anglosassone si fonda sul principio che l'individuo è detentore di diritti inalienabili, tra cui vi è la proprietà, e che lo Stato debba ridurre la propria azione al minimo indispensabile nel regolare i rapporti tra individui, con tutte le conseguenze sul piano economico, giuridico, sociale. Ora, tutto ciò era profondamente inviso ai socialisti (in senso lato) perché contrario alla loro ideologia. Ma ciò era inviso anche ai democristiani, perché la dottrina sociale della Chiesa condanna(va) sì il socialismo, ma altrettanto condannava le idee liberali e capitaliste. Entrambi gli schieramenti, poi, si trovavano a proprio agio perché la struttura portante dello Stato (codice penale, esercito, polizia, scuola...) era fascista, cioè nasceva in un contesto in cui l'individuo era considerato subordinato alla collettività, andando volutamente contro i principi di uno stato liberale anglosassone.

In altre parole: la classe dirigente italiana sopra i 35 anni per tutta la vita ha seguito queste ideologie e non è attrezzata culturalmente per parlare di stato laico o liberale. Non lo è perché dal 1924 in poi essa è stata educata a ritenerlo un male contrario all'interesse generale e in questi 80 anni ha modellato il Paese secondo questa impostazione culturale. Quindi, quando Bersani vi parla di liberalizzare le licenze dei taxi, ricordate che per tutto il resto della sua vita ha predicato l'abolizione delle proprietà privata. Non aggiungiamo altro.

Ciò detto, esiste in Italia un buon numero di persone istruite, con lavori intellettualmente stimolanti, che vorrebbe vivere in un Paese di stampo anglosassone. Questo desiderio è talmente radicato nel loro animo, da impedir loro di vedere quello che altrimenti è sotto gli occhi di tutti: che l'Italia non è uno Stato anglosassone. Poiché l'esperienza fa cortocircuito con la loro idea, cercano di trovare una causa a questo cortocircuito, individuandola in alcuni oggetti specifici, siano essi Berluscone, il crocifisso o altro.

Attenzione, non sto dicendo che queste persone abbiano torto nei principi, sto dicendo che credono talmente tanto in quei principi da confonderli con la realtà, impendendo loro di analizzarla per quello che è. E' una situazione che è sempre esistita in Italia. Una parte della classe dirigente è genuinamente mossa da ottimi intenti, è colta, studia, parla le lingue, si sente cosmopolita e sa prendere quello che di buono arriva dall'estero. Ma soffre di un difetto ancestrale: stare lontana dalla realtà, dalla gente comune e, in ultima istanza, essere incapace di modificare quella realtà. E così non comprende alcuni fatti di per sé molto semplici. Un ottimo esempio di tutto questo è, per limitarci alla cultura pop, Marco Travaglio. Travaglio è un ottimo giornalista, fa benissimo il suo mestiere, ma evidentemente non si rende conto di come sia la realtà italiana. Leggendolo, si capisce che per lui i giudici farebbero bene il loro lavoro, se solo non esistesse qualche politico corrotto; la polizia pure, le leggi e la Costituzione anche. Per Travaglio, almeno da quello che si può capire leggendolo, tolto di mezzo Berluscone e qualche amico suo, l'Italia tornerà ad essere quello che non è mai stata, cioè uno stato in cui il diritto regna sovrano, i torti vengono raddrizzati, i poveri hanno le stesse opportunità dei ricchi e la legge è più forte del più forte. Secondo Travaglio, senza Berluscone l'Italia ridiventerà l'ipotetico stato di diritto anglosassone teorizzato a cavallo tra sette e ottocento da una manciata di filosofi liberali che secondo lui dovrebbe essere, e che quindi è. Ma se anche voi vivete nello stesso Paese di Travaglio, sapete benissimo che non è così. Perchè?

Perché in Italia hanno proliferato fascismo, DC, PCI, CL e le Coop rosse? Perché in Italia la corruzione è il motore che regola i rapporti tra politica ed economia? Perché esiste la mafia? Perché esistono i nepotismi? Perché si trova lavoro solo grazie alla rete di conoscenze e parentele? Perché l'apparato giudiziario e poliziesco è ancora quello già condannato da Manzoni? Perché si insegna la religione cattolica a scuola?

La risposta piacerà a pochi, ma il fatto è che in Italia, nella concezione dei rapporti sociali ed economici, siamo ancora legati al feudalismo. Tutti i perché delle righe precedenti si originano in questo tratto costituente della mentalità italiana. Tutti quelli che sembrano mali, in realtà sono solo il proseguire di una mentalità che in altri Paesi è tramontata da tre secoli.

E non parlo tanto della popolazione in generale. Mi riferisco proprio alla classe dirigente, ai professionisti, agli intellettuali. Sono costoro che giocoforza segnano la direzione che il Paese prenderà. In altri Paesi il modello socio-economico feudale è stato sostituito da quello dello Stato moderno. In Italia no. In Italia si è cercato di sovraimprimere la forma-Stato su un territorio che non voleva né poteva assumerla.

Non è un caso che l'Italia sia stata una grande nazione finché è arrivata la modernità. Finché l'antico regime ha funzionato, ne siamo stati straordinari interpreti. Non gli unici, non direi mai una cosa del genere, ma a lungo l'Italia è stata faro di cultura e civiltà. Quando l'antico regime è crollato ed è stato sconfitto dal nuovo Stato moderno, da una nuova concezione di uomo, di economia, di cultura, l'Italia non ha saputo tenere il passo, ed è rimasta quella di prima in un mondo stravolto.

Mafia, nepotismo, corruzione, superstizione religiosa sono quel che resta dei rapporti socio-economici pre-moderni nel mondo post-industriale (prego notare l'abbondante uso di trattini, che fanno tanto articolo accademico). Dei fossili culturali che non possono interagire attivamente con l'ambiente in cui si trovano. E non è che eliminando il crocifisso dalle scuole o Berluscone dal governo cambierà qualcosa, perché quelli sono solo gli effetti e non la causa dei problemi.

Il problema è avere una classe dirigente profondamente ignorante e tagliata fuori dal mondo. In Italia sforniamo laureati che a malapena sanno leggere e scrivere. Abbiamo medici convinti che la pillola del giorno dopo sia aborto. La maggioranza degli insegnanti italiani non sa usare un computer e si rifiuta di imparare, così come moltissime persone colte si rifiutano di utilizzare dei banali strumenti informatici perché si rifiutano di accettare la modernità. Ci sono schiere e schiere di studenti che vengono allevati secondo i principi educativi gentiliani, secondo cui l'unica cultura buona è la cultura morta. Ecco che abbiamo pochi ingegneri e fisici, ma schiere di umanisti. Almeno, produciamo cultura? No, perché abbiamo una schiera di intellettuali che non vive in questo mondo perché gli fa schifo e quindi non è in grado di produrre cultura, ma solo ripetizione onanistica di poesie scritte 1000 anni fa.

In altri paesi la gente studia perché vuole lavorare da Google o Microsoft, da noi studia per vincere il concorso. In altri paesi la gente studia letteratura e finisce a scrivere sceneggiature per i Soprano, da noi per diventare supplente a vita. E non per sfiga, ma perché da noi chi studia schifa tutto, schifa il moderno, schifa la televisione, schifa la letteratura commerciale, schifa i videogiochi, schifa Facebook, schifa internet, schifa l'economia. E tutto questo principalmente perché è quello che viene loro insegnato. Le conseguenze sono catastrofiche: mentre in altri Paesi le teste migliori vengono cercate e incentivate e vengono utilizzate per creare il mondo circostante, da noi no, è il contrario.

Non credete a quello che scrivo? Massimo Fini ha pubblicato un articolo sul Fatto in cui elogia il feudalesimo, le caste, le gilde, la servitù della gleba e tutti quello che ci va di contorno. Capite? Il feudalesimo, il medioevo vengono proposti come modelli economici di riferimento. Non si tratta di stabilire fanciullescamente se un periodo storico sia stato buono o no, ma di essere convinti che un modello socio-economico superato da 300 anni sia una valida alternativa al presente. Per me è rasentare la follia, a dir poco. E' come cercare di risolvere il problema del traffico cittadino proponendo il ritorno del cavallo.

E' facile capire che in questo contesto Berluscone è solo l'effetto e non la causa; che togliere il crocifisso dalle classi più che far contento qualche mangiapreti non può. C'è un'intera classe dirigente da cambiare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno. Come ho già scritto, lavoro in una azienda internazionale leader del settore, insieme a gente di molte e molte nazioni e dove il turn-over dei lavoratori è relativamente alto. Gli italiani che arrivano fanno impressione anche a me che sono italiano. Non fraintendetemi, sono tutti antiberlusconiani, ci mancherebbe. Salvo poi iniziare a costruire la propria rete di amicizie sul lavoro, quella ragnatela mafiosetta e paracula nella quale entra solo chi dicono loro e dalla quale sono esclusi tutti quelli che potrebbero emergere. Immancabilmente, quelli bravi rimangono poco e sono osteggiati, mentre le capre ammanicate prosperano e si moltiplicano. Nel mio dipartimento, il girone degli infimi, la cosa si fa sentire in maniera leggera, ma già vedo i gironi più alti e la situazione è drammatica. Laureati in lingue che non sanno parlare inglese. Manager che scrivono mail in cui non si capisce cosa vogliano dire. Però per carità, tutti a parlare male di Berluscone in pausa caffè, tutti a prendere in giro i provini del grande fratello, poco importa che loro siano uguali a quelli che prendono in giro.

Perché è facile dare la colpa al Berluscone o al crocefisso; meno facile è fare autocritica e chiedersi se non si sia parte del problema, anziché vittime del sistema.