D'umanisti e di precari/2

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte seconda.

Nel volgere di qualche decennio la cultura umanistica è diventata – nell'immaginario collettivo – la sorella disgraziata nella famiglia degli studi. Probabilmente ciò è dovuto a due fattori incrociantisi: essa è stata tradizionalmente patrimonio delle classi sociali più elevate, che l'hanno sempre tenuta gelosamente al riparo da mani impure. Nel frattempo, le classi sociali un tempo inferiori sono uscite da tale condizione e sono arrivate alla “stanza dei bottoni”, nel senso che il mondo contemporaneo non è più retto da borghesi col cappello a cilindro che discutono del De bello gallico, mentre progettano la prossima ferrovia e finanziano la deportazione di qualche decina di migliaia di africani verso le Americhe. Oggidì il mondo è mandato avanti dagli scienziati e dai tecnici, da coloro che sanno creare e gestire le tecnologie moderne e che, per la maggior parte, non hanno avuto la formazione umanistica destinata alla vecchia classe dirigente.

Mi pare che in Italia il mondo accademico abbia compreso di aver perso l'avito prestigio e che stia cercando di riaggiustare il tiro per ridare dignità alle materie umanistiche. Tuttavia esiste una forte tendenza a raggiungere questo obiettivo attraverso mezzi illeciti, cercando di spacciare i corsi umanistici per quello che non sono, e cioè discipline scientifiche. Il modo più semplice è cambiare loro nome: una volta erano “Lettere classiche”, oggi sono “Scienze dell'Antichità”; una volta erano “Lettere Moderne”, ora sono “Scienze del testo letterario”.

Ma questo non è un male, in fondo un po' di belletto non può che render più gradevole il modo in cui si presentano. I dubbi sorgono quando il docente (che purtroppo è il giudice assoluto del proprio operato) cerca anche di portare il contenuto della propria disciplina più vicino a quello dei colleghi fisici e matematici. Tipicamente, ciò passa per il ricorso ai numeri. I numeri – si sa – sono oggettivi e scientifici, ed un foglio pieno di cifre è per forza scientifico. Inoltre, le discipline scientifiche sono anche difficili (perché hanno i numeri) quindi il numero è la strada obbligata per rendere le materie umanistiche scientifiche, oggettive e difficili.

Per esempio, se siete un docente di storia, i vostri esami consteranno di una sequela incredibile di cifre da snocciolare. Liste di eventi da datare, numero di membri del consiglio del principe di turno, numero di catalogo dei reperti degli scavi del sito paleoveneto di Cazzago (VE): c'è solo l'imbrazzo della scelta. La quantità di numeri che si può chiedere è strabiliante e non c'è nemmeno il rischio che ci siano due compiti uguali. Almeno l'esame è difficile? Certo che lo è. Immagazzinare una lunga serie di numeri slegati da qualsiasi significato è difficile, nel senso che ci vuole tempo e dedizione. In più, il docente obbliga a studiare un paio di libri che non si occupano di fornire liste di numeri, ma cercano di spiegare cosa sia successo nel dato periodo, quindi il giovane umanista studia quello che non gli verrà chiesto, mentre gli verrà chiesto quello che non gli è stato spiegato. Comunque, questo genere di difficoltà non favorisce lo studioso, ma lo sciocco. Ora, pensiamo di rimanere 12 ore in una stanza senza fare nulla. Nulla di nulla. Non si suda, non ci si stanca. È difficile passare 12 ore a non far niente? Molto. Ecco, per una mente normodotata imparare a memoria la catalogazione dei cocci di una chiatta vichinga equivale a non fare niente. In questo sistema lo sciocco è naturalmente avvantaggiato, perché è un esercizio che richiede di mettere a tacere il cervello. Ed infatti negli ultimi anni che ho passato io all'università era normale tenere i libri di storia chiusi e imparare a memoria la cronologia che di solito viene messa prima della quarta di copertina.

In questo modo si opera una selezione al contrario che avvantaggia i mediocri ed espelle i migliori: nessuna mente brillante ha voglia di continuare gli studi dopo la laurea in queste condizioni. Mentre le menti ristrette, incapaci di creare connessioni fra eventi e non adatte a mettere in discussione i dati forniti trovano l'humus adatto a proliferare. La cosa si notava particolarmente quando qualche novello dottorando o dottore veniva a tenere seminari o lezioni: anziché portare aria fresca e fornire stimoli a guardare le cose sotto profili diversi, questi giovanotti erano più noiosi dei vecchi docenti, che almeno avevano il pregio non indifferente di essere persone colte e con qualcosa da dire.

Come se non bastasse, alla fine della lunga serie di esami passati imparando a memoria quattro paginette di numeri, bisogna anche scrivere la tesi. Normalmente per un umanista la tesi dovrebbe essere una passeggiata: in fondo ha passato gli ultimi anni della sua vita a leggere libri di storia o critica letteraria o quello che è, sarà in grado di fare lo stesso no? No, perché nessuno gli ha mai chiesto di comprendere quei libri, ma di imparare a memoria delle cifre. Quindi scatta il panico. E le possibilità sono due: il professore buono e il professore cattivo. Il primo è quello che raccoglie attorno a sé numerosi adepti e li usa per le proprie pubblicazioni: c'è bisogno di catalogare i rinvenimenti di un sito oppure di trascrivere un manoscritto medievale oppure digitalizzare la biblioteca del dipartimento? Non c'è problema, lo facciamo fare a chi si deve laureare, gli facciamo scrivere quello che serve, gli diciamo che è una tesi, gli diamo 110, raccogliamo il materiale, lo pubblichiamo a nome nostro ed oplà, ecco che abbiamo il nostro articolo per il prossimo seminario di studi antichi, o per il prossimo numero di “Filologia oggi”, o per la proposta di finanziamento dell'informatizzazione della biblioteca, con annessi fondi. Tanto ai ragazzi che gli frega, quelli finiscono al call centre comunque.

Il professore cattivo invece è quello vecchio stampo. Fa 6 ore di lezione in un semestre, non ha idea di cosa sia successo nell'università italiana negli ultimi 30 anni e come tesi laurea pretende un lavoro in due tomi da 300 pagine che sia la base necessaria a sviluppare il dottorato di ricerca. Che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che la borsa di studio per quel dottorato si sa già a chi andrà a finire. E non siete voi.

Oltre a questo, va ricordato che il lavoro è un corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”. Quindi il docente vi chiederà sempre quanto ci avete messo a preparare un esame. Prima regola, mentire. Allargare. Dilatare. Tre quattro cinque mesi! Quando il mio correlatore mi chiese quanti mesi avessi impiegato a scrivere la mia tesi ed io potei esibire soltanto un misero “9”, mi guardò con compassione e, affranto dal dolore, non disse niente (salvo indicare quali articoli da lui scritti andassero messi in bibliografia). È chiaro che questo discorso andava bene fino a qualche anno fa, quando il vecchio ordinamento era ancora un macigno che pesava sull'università. Magari adesso è diverso.

La conseguenza è che i giovani studiosi assimilano questa mentalità e allora intenzionalmente dilatano il loro periodo di studio per “imparare meglio”. C'è questa idea tra gli umanisti che per sapere di più bisogna metterci tanto tempo. Più tempo, più sapere. Se ci mettete 10 anni a laurearvi, vuol dire che amavate davvero lo studio e conoscete alla perfezione la vostra materia.

Il quadretto non è idilliaco. E nemmeno bucolico, per dirla tutta. Una formazione di questo tipo non può che generare mostri. Mostri tagliati fuori dalla società, giocoforza destinati al precariato perenne, anche se studiavano molto e avevano tutti 30 e lode. Ed è significativo, ma non rassicurante, il fatto che molte persone che hanno successo nella vita, siano sempre state ai margini della vita di studi. Significa che il percorso formativo intralcia i più dotati, blocca i “normali”, manda avanti i mediocri; non stupisce che i furbi si facciano strada e i normali emigrino all'estero.

(continua)

(prima parte)