Scene da un matrimonio
Drammatologia
Sarete anche di sinistra, ma siete pure un bel po' stronzi, lasciatevelo dire. Comprendo che abbiate Berlusconi e l'acqua privata cui pensare, però dai...
Col vostro permesso
A voi, signori, non ve n'è mai fregato niente dell'Egitto, né della Tunisia, né dell'Algeria. Nessuno, tra tutti quelli che oggi sostengono, esaltano, invidiano la rivolta d'Egitto (deheh, rivolta d'Egitto) ha mai nemmeno saputo che in Egitto ci fosse una dittatura. Non ho mai letto, prima di gennaio 2011, niente di niente in supporto del popolo egiziano. Se vi metto di fronte una cartina muta dell'Africa non trovereste l'Egitto nemmeno se ci fosse scritto "Egitto" sopra.
Tre cose sapete dell'Egitto: Sharm, Cleopatra e piramidi. E credete che le piramidi le abbia costruite Cleopatra nell'entroterra di Sharm. Per cui non venite a raccontarmi con le lacrime agli occhi della forza di questo meraviglioso popolo, perché se credevate che questo popolo fosse così meraviglioso ne avreste scritto anche ad aprile 2009.
Dice, eh ma la rivolta costruita dalla rete, la protesta che monta su internet e cambia il mondo. Internet? INTERNET?!?
Internet gliel'hanno chiuso subito e tanti saluti. Vi piace pensare che la rivolta sia nata e cresciuta in internet perché vi sentite di condividere qualcosa con gli egiziani. Invece indovinate un po'? Siete solo invidiosi. Siete invidiosi perché sapete benissimo che morirete inciccioniti di fronte allo schermo di un computer, senza un'emozione che sia una e che l'unico atto di rivolta delle vostre giornate è guardare Facebook di nascosto dal vostro capo. E sapete cosa? Per quanti sforzi faccia, non riesco a capire la vostra fregola per la rivolta di piazza. Credete che sia una allegro diversivo alle giornate noiose? Credete che sia un modo simpatico per occupare la domenica pomeriggio?
Anzi, guardate, visto che tutti ne parlano, vediamo cosa succede in Italia. Facciamo le manifestazioni contro Berlusconi, facciamo le manifestazioni contro il ducetto che deve andarsene, dai facciamole. E come finiscono queste manifestazioni?
Con le suore intervistate da Repubblica che fanno le prediche su come le donne di oggi stiano diventando tutte puttane! Le suore! La protesta delle suore! La protesta contro Berlusconi fatta dalla gente che vi vieta di usare il goldone, che se vi stuprano non vi lasciano abortire e che pensa che siate tutte troie! Le suore che non vogliono nemmeno che mi faccia una sega in santa pace? Che non mi lasciano prenderlo nel culo se mi piace prenderlo nel culo? Loro sono quelle protestano contro Berlusconi?!? Loro, che la loro Chiesa nasconde gli stupri sui bambini, che dà la comunione ai mafiosi e fa seppellire in chiesa gli assassini, a loro avanza tempo di protestare perché le donne sono diventate tutte troie? È con queste persone che manifestate?
Sapete che vi dico? Andatevene affanculo voi, le troie, Berlusconi, le suore, le manifestazioni, Facebook e anche il corpo delle donne, affanculo pure quello. Affanculo la dignità del Paese, affanculo cosa pensano i vicini tedeschi e francesi, affanculo le minorenni, affanculo gli indignati, affanculo gli ombrelli rossi, le piazze piene, affanculo i 300 manifestanti per la questura e i 3 milioni per gli organizzatori.
E forza Panino!
Nunc et in ore
Il mio principio è più lungo del tuo
E adesso godiamoci la serie di commenti pacati e senza astio che seguiranno.
Sinestesie
Uno dei fatti della vita che ho compreso solo in età adulta era la critica alle festività consumistiche e alla loro retorica dei buoni sentimenti. In passato non la capivo perché, essendo nato e cresciuto in terra cattolica, per me le festività erano principalmente un duro periodo dedicato all'obbligatorietà dell'azione religiosa. Ora, invece, che vivo in
Un bambino nordico cresce sapendo che un giorno all'anno, per qualche inspiegabile motivo, ci si fanno i regali e a lui spetta, senza motivo, quello più
La sera della vigilia, mentre i bambini nordici scartavano i pacchi, noi si doveva stare svegli per andare alla messa di mezzanotte, messa cantata e quindi ancor più insostenibile.
Poi c'è il carnevale, che per i tedeschi esiste senza un perché e finisce un martedì
Poi c'è la Pasqua. Per i tedeschi, la Pasqua è una festa priva di motivo in cui la famiglia si scambia i regali. Per noi era la festa più importante della cristianità, ma non capivamo perché, visto che i regali si ricevevano a Natale. Quindi serviva una doppia razione di catechismo per insegnarci che il Natale non contava poi così tanto (avrei giurato che il dicembre precedente avessero detto altro, però) e che la Pasqua era la vera festa. E via di nuovo, Vangelo e confessioni, confessioni e peccati. Ma tutto amplificato, perché qui si parlava di Gesù ucciso dagli uomini e quegli uomini eravamo noi, noi bambini avevamo ucciso Gesù, dannati piccoli assassini. Ed infatti, mentre i bambini nordici ricevono doni, noi aspettavamo rassegnati la settimana intera di messe cantate. Giovedì, venerdì (due volte, alle 15, quando è morto e alla sera, ripercorrendo tutta la Passione), sabato la veglia e domenica mattina. Ci sarebbe stato anche il lunedì, ma non eravamo così tanto devoti.
Adesso che sono grande, invece di imporre ai miei figli questa trafila, ogni anno devo spiegare cosa sia la Pasqua, che Gesù è morto e risorto, che resurrezione vuol dire che il corpo intero si è rialzato, non solo l'anima, eccetera eccetera.
Nelle feste non doveva esserci nessun divertimento e nessun autocompiacimento. Per noi erano solo la tortura delle infinite messe cantate, dell'incenso che brucia le narici, delle catechiste che controllano come stai seduto e come stai in piedi. Era una dura disciplina che ci formava, anche se tutti inevitabilmente prima o poi lasciavamo perdere appena divenuti un po' più grandi: la vera educazione non è quella che si perpetua all'infinito ma quella che ti condiziona per sempre.
Immaginate dunque come possa sentirmi in mezzo a gente che ostenta buoni sentimenti, salamelecchi e smielosità varie. Per esempio, almeno nella zona da cui provine la mia Frau, la domenica di Pasqua fanno un gioco che non so neanche come descrivere. Ognuno prepara dei piccoli regali e dolcetti per gli altri e li nasconde (per modo di dire) in giardino e poi tutti devono trovare i loro. Esclusi i casi in cui siano presenti bambini, la scenetta è disgustosa: vedere persone adulte che fanno finta di stupirsi per aver trovato un sacchetto di cioccolatini è francamente impressionante. Capite che quando sento parlare di efficienza tedesca, di asprezza
E mi vien voglia di tornare a quand'ero bambino, quando la Pasqua era un Dio tumefatto e sanguinante, torturato fino allo sfinimento, tradito dagli amici, abbandonato da suo Padre che poi era Lui, quindi un Dio abbandonato da sé stesso; sua madre che vede il centurione infilzarlo con una lancia, le donne che prendono il cadavere e lo depongono in una tomba che non era nemmeno la sua; le infinite messe cantate, l'incenso che satura l'aria; rimpiango persino quel prete che una volta venne nella nostra parrocchia a celebrare la messa, che pareva un personaggio uscito dal Nome della Rosa e tuonava contro il diavolo e ci metteva in guardia dai piaceri del mondo terreno.
E niente, per me Pasqua è la Missa Brevis di Palestrina che profuma di incenso. E senza bisogno di LSD.
Il credo dell'ateo
Il mio post natalizio ha creato una tempesta in un bicchier d'acqua, provocando sdegno tra gli atei lettori e simpatia tra i credenti lettori. Credo sia un segno dei tempi e, se fossi religioso, penserei che il giorno della disvelazione è vicino, perché se un ateo fa successo tra i credenti, allora il prossimo passo saranno fuoco e zolfo che piovono dai cieli, fiumi e oceani che bollono, quarant'anni di tenebre, eruzioni, terremoti, morti che escono dalle fosse, sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme, masse isteriche! E io non sono pronto, francamente: urge quindi un post da far rizzare i capelli agli amici credenti.
Spazziamo via ogni dubbio. Io vivo in condizione di peccato mortale. Non è proprio una cosa da poco, perché mi aspetta l'inferno per l'eternità. Commetto peccato mortale in violazione dei seguenti Comandamenti:
Primo: ateismo
Secondo: nome di Dio invano
Terzo: mancata santificazione delle feste
Sesto: fornicazione, concubinato, contraccezione, masturbazione, pornografia
Nono: qui dipende. Se il mero desiderio è perseguibile, allora sì. Se invece è punibile solo il tentativo o la consumazione, allora no. Se una donna che vive in concubinato è considerata d'altri, allora sì, altrimenti no.
Considerato che io sono cattolico a tutti gli effetti, in quanto cresimato, credo di poter affermare di essere in a world of shit. Se ci fossi stato io sul crocifisso a fianco di Gesù, il Figlio dell'Uomo mi avrebbe guardato, avrebbe sospirato, scosso la testa e avrebbe esclamato “Eloi, Eloi, lema sabactàni?” Invece, siccome c'era un delinquente della peggior risma, gli ha promesso un posto in Paradiso e se l'è presa con Suo Padre perché gli stava dando soltanto l'onnipotenza e l'onniscenza. È proprio vero che i figli dei ricchi non si accontentano mai.
Nei commenti al post, mi è stato chiesto cosa possa significare per me un augurio di buon Natale. Che poi la domanda in pratica si può riaggiustare e diviene: come fa un ateo, un agnostico, un non credente a vivere in un mondo di credenti? Io parlo per me e quello che dico non ha valore universale, prendetelo per come viene.
Io non ho nessun problema a convivere con la religione. Principalmente perché so sempre come comportarmi. Se vado a Messa (matrimoni e funerali) so cosa fare in ogni momento. Non devo aspettare che tutti siano in piedi per alzarmi anch'io e non vengo colto di sorpresa quando un forestiero mi porge la mano. Potrei anche partecipare attivamente a tutta la cerimonia (che so a memoria), ma non lo faccio per rispetto, visto che non credo. Invece tutti i non credenti che ho conosciuto sono tali perché i loro genitori non lo erano, a differenza mia che non lo sono per scelta. Non conoscono né la religione, né i suoi riti, né i suoi precetti, ma si trovano a vivere in un mondo che è profondamente segnato dalla religione. Col tempo ho imparato ad accettare il fatto di vivere in un mondo che non è fatto a mia immagine e somiglianza. Se quasi tutti intorno a me sono religiosi ma io no, ho due scelte: considero tutti un branco di idioti ritardati ignoranti creduloni, oppure accetto il fatto di appartenere ad una minoranza e santa pazienza.
Negli anni ho aggiunto il rispetto. C'è chi la pensa in maniera diversa dalla mia e, anche se non sono d'accordo e sono fermissimamente convinto di aver ragione, comprendo che potrei anche sbag... sbagli... sb... sba... glia... sbagliare.
Ho fatto le medie dai preti e ricordo che una volta il professore di religione ci chiese se la dimensione autentica della religione fosse quella intima o quella pubblica (non usò queste parole, riporto solo il senso). Noi belammo all'unisono che la religione era un fatto intimo di rapporto diretto con Dio. Povero professore, una classe di protestanti che non sapevano nemmeno di esserlo. Comunque, ci disse che sbagliavamo, perché la dimensione della religione (cattolica, ovvio) era parimenti intima e pubblica, perché l'aspetto più importante per il cattolico è la Messa, che è appunto il momento comunitario per eccellenza. Allora ero troppo giovane per capire davvero cosa intendesse, ma col tempo ci sono arrivato.
Come tutte le espressioni dello spirito umano, anche la religione è divisa in due gruppi: il gruppo minoritario che ha un approccio problematico, ed il gruppo maggioritario non-problematico. I primi sono coloro che hanno la vera fede, che studiano i testi, la storia, la filologia, la filosofia e che vivono l'esperienza religiosa in maniera piena. Gli altri sono i religiosi senza coscienza che vivono la fede come fattore sociale, come garante del sistema morale vigente e come serie di riti pubblici che scandiscono la vita del proprio gruppo. Questa bipartizione è comune a tutti i gruppi umani. Anche tra i comunisti c'erano i pochi che studiavano gli autori, l'economia e la storia, e i molti che gridavano in piazza e pensavano che Marx avesse in mente lo Stato sociale.
C'è insomma nella maggioranza delle persone la necessità di ordinare la propria vita sociale attraverso l'instaurazione di riti a carattere ciclico comunitario. La messa, la processione, le feste comandate. Ma anche i comizi con il capo partito che predica, le manifestazioni che altro non sono che processioni con un simbolo diverso alla testa, le celebrazioni come il primo maggio, il 25 aprile, il 4 novembre. I canti, siano essi Symbolum 77, l'Internazionale o l'inno di Mameli.
Non c'è alcuna differenza tra il 25 dicembre e il 25 aprile, perché sono riti annuali che assolvono alla medesima funzione, cioè rinforzare i rapporti tra membri dello stesso gruppo. Il teologo cattolico non partecipa alle processioni e non costruisce il presepe come mezzo per avvicinarsi a comprendere Dio, così come lo storico non partecipa alle celebrazioni del 25 aprile per studiare meglio la seconda guerra mondiale.
Per tornare a me: 25 dicembre, 25 aprile, 4 novembre, 2 giugno, 20 settembre, I maggio, Pasqua compleanno, anniversario sono ricorrenze sostanzialmente vuote, perché non esiste nessuna realtà al di là di esse. Per chi crede ai sistemi dottrinali cui appartengono, significano qualcosa; per me sono semplicemente l'espressione di un'esigenza umana insopprimibile, che però non è mia.
Comprendo tuttavia che scambiarsi gli auguri a Natale e a Pasqua serva alla mia relazione con gli altri e quindi lo faccio, perché nel sistema sociale in cui viviamo le cose funzionano così. Perché quando faccio gli auguri a mia zia che va a messa ogni domenica e lei li fa a me, non stiamo discutendo una posizione teologica, né stiamo affermando degli articoli di fede. Lei non mi sta dicendo “sono cattolica e te lo dimostro” e io non le sto nascondendo il fatto di essere ateo. Stiamo semplicemente rinforzando il nostro legame nel modo codificato dalla nostra cultura. Se io non le facessi gli auguri, la sua percezione non sarebbe “ah, quindi sei ateo”, ma sarebbe “ah, ma che bel maleducato”.
Farei lo stesso in casa di musulmani, cioè adotterei le forme codificate di rispetto che vigono in quel gruppo, qualora dovessi esserne all'interno. Così come se entro in una sinagoga indosso la kippah non perché voglia far finta di essere ebreo, ma perché mi adatto al gruppo sociale in cui mi trovo e ne adotto le forme rituali.
L'idea che partecipare a questi riti sia un'imposizione della società cattiva che riduce le libertà del singolo è una sciocchezza sesquipedale. La nostra vita è intrecciata a quella degli altri e ci sono delle modalità attraverso cui organizziamo la socialità. Non sputiamo a terra, diamo del lei a chi non conosciamo, cediamo il passo alle signore, non gridiamo al cinema, facciamo gli auguri di compleanno ad amici e colleghi. Sono tutti comportamenti privi di significato oggettivo e sono un'imposizione della società sul singolo, al pari degli auguri Natale. Immagino che anche il più incarognito dei mangiapreti andrebbe al funerale religioso di una persona cara, come forma di rispetto e ultimo atto di vicinanza. Non occorre essere credenti per andare al funerale. E nessuno obbliga a partecipare. Ma se non si partecipa, si capisce cosa si sta infrangendo. Io applico questo concetto a tutte le feste comandate. Potrei starmene in Germania ed evitare il casino delle feste e scendere invece quando mi fa più comodo, tanto cosa cambia, io nemmeno sono credente... Invece scendo, sto con la mia famiglia e faccio gli auguri a zie, cugini, vicini di casa e a tutti quelli che mi capitano a tiro. Perché so che sono felici se lo faccio e mi sembra così disumano privarli di un po' di affetto solo perché ho deciso di essere diverso dagli altri.
Se invece qualcuno crede di essere più sveglio degli altri perché non va a Messa, se crede di essere più intelligente perché non fa gli auguri di Natale, probabilmente l'unico risultato sarà di vivere una vita con la gastrite e di non accorgersi di fare le stesse cose di un cattolico medio: partecipare alla liturgia settimanale, andare alla processioni vestito di viola, citare a vanvera la Bibbia civile, inventarsi forme diverse di moralismo d'accatto. Credo che prima di affibbiare i gagliardetti di stupidità ai credenti, bisogna essere sicuri di non averne una medaglia appuntata al bavero. Ma siccome si nota di più la pagliuzza nell'occhio altrui che la trave nel proprio, consiglierei di lasciare a terra la pietra, perché di solito l'adultera non ha commesso più peccati di noi.
Senza crocifisso, senza Berlusconi e poi?
Un giorno stavo parlando con un mio amico francese e, siccome io sono italiano, si è arrivati a parlare di Berluscone. Il mio amico è un ingegnere delle telecomunicazioni, ha insegnato all'università per qualche tempo, prima di lavorare in Germania ha vissuto a lungo in Inghilterra. Tanto per sottolineare che non è il primo babbalone di passaggio, ma una persona dotata di sicura intelligenza. Dicevo, tocchiamo l'argomento Berluscone. Il francese, che si informa e studia, comincia ad enumerarmi tutto quello che B. ha fatto e non ha fatto... il ragazzo è certamente informato. Parla che ti parla, capisco che l'idea di Italia che si è fatto è di un posto come la Francia, solo che c'è Berluscone a rovinare tutto. Se non ci fosse lui, in Italia si starebbe bene. Cerco di fargli capire che è vero che Berluscone è un problema, ma che appunto è un, non il problema. Ma non c'è niente da fare, lui è convinto e cerca di spiegare a me come funzionano le cose nel mio Paese. Dopo un po' lascio perdere, perché capisco che in effetti, a meno di non leggere la stampa filoberlusconiana, tutti gli altri dipingono il Berluscone esattamente a questo modo: come un tumore nato in un corpo altrimenti sano. Berluscone, per il mio amico e per le fonti da cui prende le notizie, è la causa di un male, estirpata la quale il corpo tornerà ad essere sano.
E' lo stesso discorso che si fa per il crocifisso. Eliminiamo il crocifisso dalle scuole, così avremo una scuola migliore e più rispettosa di tutti. Eliminiamo i privilegi fiscali alle curie, così diventeremo un Paese migliore e meno bigotto.
E' questa forma mentis ad essere sbagliata, ed è questo che contestavo nel post precedente. E' il credere che l'Italia faccia schifo per colpa di una causa o due e che sia sufficiente asportarla per farla ritornare com'era (per inciso, è il modo di pensare speculare a quello di leghisti e berlusconiani: in Italia ci sono i comunisti che controllano tutto ma, eliminati loro e messi i nostri, tutto andrà meglio).
Credere questo significa postulare l'esistenza di uno stato primigeneo di naturale bontà, dal quale l'Italia è stata strappata da Berlusconi, dal Vaticano, da Andreotti o da altro a scelta. Il problema è che questo stato di bontà non esiste e non è mai esistito. Il problema è che sembra impossibile parlare di queste cose senza che l'interlocutore si tappi gli orecchi e chiuda gli occhi. E un motivo c'è.
A parte le ovvie e dovute eccezioni, oggi i pubblici sostenitori dello Stato laico tendono a sinistra. Essi cercano in qualche modo di far passare l'idea che l'Italia sia uno Stato di stampo anglosassone, con un codice penale di stampo anglosassone, un sistema elettorale e politico di stampo anglosassone. Questo perché cercano di far proprie tutte le idee dello stato liberale di stampo anglosassone, ma non ne sono capaci, poiché fino all'altro ieri loro o i loro “padri politici” letteralmente sputavano addosso alle idee liberali. Forse in molti lo hanno già dimenticato, forse alcuni lettori più giovani non possono ricordarlo, ma la politica italiana era sostanzialmente divisa tra Democrazia Cristiana da una parte, Socialisti e Comunisti dall'altra. Il tutto innestato su una struttura sociale, politica ed economica fascista. I liberali veri erano pochi, inascoltati e sostanzialmente ininfluenti.
Ciò significa che le due principali e più potenti forze sociali in Italia erano entrambe fortemente avverse ai principi di uno Stato laico e liberale. Lo Stato laico, liberale di matrice anglosassone si fonda sul principio che l'individuo è detentore di diritti inalienabili, tra cui vi è la proprietà, e che lo Stato debba ridurre la propria azione al minimo indispensabile nel regolare i rapporti tra individui, con tutte le conseguenze sul piano economico, giuridico, sociale. Ora, tutto ciò era profondamente inviso ai socialisti (in senso lato) perché contrario alla loro ideologia. Ma ciò era inviso anche ai democristiani, perché la dottrina sociale della Chiesa condanna(va) sì il socialismo, ma altrettanto condannava le idee liberali e capitaliste. Entrambi gli schieramenti, poi, si trovavano a proprio agio perché la struttura portante dello Stato (codice penale, esercito, polizia, scuola...) era fascista, cioè nasceva in un contesto in cui l'individuo era considerato subordinato alla collettività, andando volutamente contro i principi di uno stato liberale anglosassone.
In altre parole: la classe dirigente italiana sopra i 35 anni per tutta la vita ha seguito queste ideologie e non è attrezzata culturalmente per parlare di stato laico o liberale. Non lo è perché dal 1924 in poi essa è stata educata a ritenerlo un male contrario all'interesse generale e in questi 80 anni ha modellato il Paese secondo questa impostazione culturale. Quindi, quando Bersani vi parla di liberalizzare le licenze dei taxi, ricordate che per tutto il resto della sua vita ha predicato l'abolizione delle proprietà privata. Non aggiungiamo altro.
Ciò detto, esiste in Italia un buon numero di persone istruite, con lavori intellettualmente stimolanti, che vorrebbe vivere in un Paese di stampo anglosassone. Questo desiderio è talmente radicato nel loro animo, da impedir loro di vedere quello che altrimenti è sotto gli occhi di tutti: che l'Italia non è uno Stato anglosassone. Poiché l'esperienza fa cortocircuito con la loro idea, cercano di trovare una causa a questo cortocircuito, individuandola in alcuni oggetti specifici, siano essi Berluscone, il crocifisso o altro.
Attenzione, non sto dicendo che queste persone abbiano torto nei principi, sto dicendo che credono talmente tanto in quei principi da confonderli con la realtà, impendendo loro di analizzarla per quello che è. E' una situazione che è sempre esistita in Italia. Una parte della classe dirigente è genuinamente mossa da ottimi intenti, è colta, studia, parla le lingue, si sente cosmopolita e sa prendere quello che di buono arriva dall'estero. Ma soffre di un difetto ancestrale: stare lontana dalla realtà, dalla gente comune e, in ultima istanza, essere incapace di modificare quella realtà. E così non comprende alcuni fatti di per sé molto semplici. Un ottimo esempio di tutto questo è, per limitarci alla cultura pop, Marco Travaglio. Travaglio è un ottimo giornalista, fa benissimo il suo mestiere, ma evidentemente non si rende conto di come sia la realtà italiana. Leggendolo, si capisce che per lui i giudici farebbero bene il loro lavoro, se solo non esistesse qualche politico corrotto; la polizia pure, le leggi e la Costituzione anche. Per Travaglio, almeno da quello che si può capire leggendolo, tolto di mezzo Berluscone e qualche amico suo, l'Italia tornerà ad essere quello che non è mai stata, cioè uno stato in cui il diritto regna sovrano, i torti vengono raddrizzati, i poveri hanno le stesse opportunità dei ricchi e la legge è più forte del più forte. Secondo Travaglio, senza Berluscone l'Italia ridiventerà l'ipotetico stato di diritto anglosassone teorizzato a cavallo tra sette e ottocento da una manciata di filosofi liberali che secondo lui dovrebbe essere, e che quindi è. Ma se anche voi vivete nello stesso Paese di Travaglio, sapete benissimo che non è così. Perchè?
Perché in Italia hanno proliferato fascismo, DC, PCI, CL e le Coop rosse? Perché in Italia la corruzione è il motore che regola i rapporti tra politica ed economia? Perché esiste la mafia? Perché esistono i nepotismi? Perché si trova lavoro solo grazie alla rete di conoscenze e parentele? Perché l'apparato giudiziario e poliziesco è ancora quello già condannato da Manzoni? Perché si insegna la religione cattolica a scuola?
La risposta piacerà a pochi, ma il fatto è che in Italia, nella concezione dei rapporti sociali ed economici, siamo ancora legati al feudalismo. Tutti i perché delle righe precedenti si originano in questo tratto costituente della mentalità italiana. Tutti quelli che sembrano mali, in realtà sono solo il proseguire di una mentalità che in altri Paesi è tramontata da tre secoli.
E non parlo tanto della popolazione in generale. Mi riferisco proprio alla classe dirigente, ai professionisti, agli intellettuali. Sono costoro che giocoforza segnano la direzione che il Paese prenderà. In altri Paesi il modello socio-economico feudale è stato sostituito da quello dello Stato moderno. In Italia no. In Italia si è cercato di sovraimprimere la forma-Stato su un territorio che non voleva né poteva assumerla.
Non è un caso che l'Italia sia stata una grande nazione finché è arrivata la modernità. Finché l'antico regime ha funzionato, ne siamo stati straordinari interpreti. Non gli unici, non direi mai una cosa del genere, ma a lungo l'Italia è stata faro di cultura e civiltà. Quando l'antico regime è crollato ed è stato sconfitto dal nuovo Stato moderno, da una nuova concezione di uomo, di economia, di cultura, l'Italia non ha saputo tenere il passo, ed è rimasta quella di prima in un mondo stravolto.
Mafia, nepotismo, corruzione, superstizione religiosa sono quel che resta dei rapporti socio-economici pre-moderni nel mondo post-industriale (prego notare l'abbondante uso di trattini, che fanno tanto articolo accademico). Dei fossili culturali che non possono interagire attivamente con l'ambiente in cui si trovano. E non è che eliminando il crocifisso dalle scuole o Berluscone dal governo cambierà qualcosa, perché quelli sono solo gli effetti e non la causa dei problemi.
Il problema è avere una classe dirigente profondamente ignorante e tagliata fuori dal mondo. In Italia sforniamo laureati che a malapena sanno leggere e scrivere. Abbiamo medici convinti che la pillola del giorno dopo sia aborto. La maggioranza degli insegnanti italiani non sa usare un computer e si rifiuta di imparare, così come moltissime persone colte si rifiutano di utilizzare dei banali strumenti informatici perché si rifiutano di accettare la modernità. Ci sono schiere e schiere di studenti che vengono allevati secondo i principi educativi gentiliani, secondo cui l'unica cultura buona è la cultura morta. Ecco che abbiamo pochi ingegneri e fisici, ma schiere di umanisti. Almeno, produciamo cultura? No, perché abbiamo una schiera di intellettuali che non vive in questo mondo perché gli fa schifo e quindi non è in grado di produrre cultura, ma solo ripetizione onanistica di poesie scritte 1000 anni fa.
In altri paesi la gente studia perché vuole lavorare da Google o Microsoft, da noi studia per vincere il concorso. In altri paesi la gente studia letteratura e finisce a scrivere sceneggiature per i Soprano, da noi per diventare supplente a vita. E non per sfiga, ma perché da noi chi studia schifa tutto, schifa il moderno, schifa la televisione, schifa la letteratura commerciale, schifa i videogiochi, schifa Facebook, schifa internet, schifa l'economia. E tutto questo principalmente perché è quello che viene loro insegnato. Le conseguenze sono catastrofiche: mentre in altri Paesi le teste migliori vengono cercate e incentivate e vengono utilizzate per creare il mondo circostante, da noi no, è il contrario.
Non credete a quello che scrivo? Massimo Fini ha pubblicato un articolo sul Fatto in cui elogia il feudalesimo, le caste, le gilde, la servitù della gleba e tutti quello che ci va di contorno. Capite? Il feudalesimo, il medioevo vengono proposti come modelli economici di riferimento. Non si tratta di stabilire fanciullescamente se un periodo storico sia stato buono o no, ma di essere convinti che un modello socio-economico superato da 300 anni sia una valida alternativa al presente. Per me è rasentare la follia, a dir poco. E' come cercare di risolvere il problema del traffico cittadino proponendo il ritorno del cavallo.
E' facile capire che in questo contesto Berluscone è solo l'effetto e non la causa; che togliere il crocifisso dalle classi più che far contento qualche mangiapreti non può. C'è un'intera classe dirigente da cambiare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno. Come ho già scritto, lavoro in una azienda internazionale leader del settore, insieme a gente di molte e molte nazioni e dove il turn-over dei lavoratori è relativamente alto. Gli italiani che arrivano fanno impressione anche a me che sono italiano. Non fraintendetemi, sono tutti antiberlusconiani, ci mancherebbe. Salvo poi iniziare a costruire la propria rete di amicizie sul lavoro, quella ragnatela mafiosetta e paracula nella quale entra solo chi dicono loro e dalla quale sono esclusi tutti quelli che potrebbero emergere. Immancabilmente, quelli bravi rimangono poco e sono osteggiati, mentre le capre ammanicate prosperano e si moltiplicano. Nel mio dipartimento, il girone degli infimi, la cosa si fa sentire in maniera leggera, ma già vedo i gironi più alti e la situazione è drammatica. Laureati in lingue che non sanno parlare inglese. Manager che scrivono mail in cui non si capisce cosa vogliano dire. Però per carità, tutti a parlare male di Berluscone in pausa caffè, tutti a prendere in giro i provini del grande fratello, poco importa che loro siano uguali a quelli che prendono in giro.
Perché è facile dare la colpa al Berluscone o al crocefisso; meno facile è fare autocritica e chiedersi se non si sia parte del problema, anziché vittime del sistema.
Sul crocifisso mi sento io
E' strano, torno in Italia per qualche giorno e mi pare un altro pianeta. Non si può leggere un giornale o accendere la tv che si parla di due soli argomenti: transessuali e crocifisso.
Il primo argomento proprio non lo capisco. Si scopre che un importantissimo uomo politico passava il suo tempo libero spendendo migliaia di euro in cocaina e prostituzione... no, riformulo: un importante uomo politico passava il suo tempo commettendo reati per i quali io e voi andremmo in galera per sempre, però siccome pagava delle transessuali, pare che il quesito dell'anno sia “perché gli uomini vanno con le trans?” Di tutti i reati, di tutti i peccati, di tutte le schifezze che quest'uomo ha commesso, la cosa che fa discutere è l'unica legale e moralmente insindacabile, andare con una transessuale. Il problema dovrebbero essere i reati commessi, ma di quelli non si fa voce. Però ormai l'abbiamo capita, lorsignori possono agire a piacere e delle leggi si possono non curare. Che altro aggiungere?
Ma il discorso del crocifisso per me è di gran lunga più interessante. Non ho seguito tutta la vicenda – correggetemi ove sbagli – ma da quello che ho capito una famiglia ha portato avanti un lungo iter processuale, giunto fino al Parnaso della Corte di Giustizia europea, per veder tolto il crocifisso dalle aule delle scuole italiane (non ho capito se da tutte le aule o dall'aula che la figlioletta non frequenta più da anni).
Già qui io ho cominciato ad agitarmi. Siamo il Paese della mafia, della 'ndragheta e della camorra, della corruzione, di Uomini e Donne, eppure questi sono i problemi che smuovono la Corte di Giustizia europea.
Ma poi è il dibattito che offre la misura della materia trattata. I filoclericali ci dicono che il crocifisso è sempre stato lì e guai a toglierlo. Gli anticlericali che lo Stato è laico e non deve avere simboli religiosi. Il tono è sempre il solito, quello delle vittime.
Ah, noi poveri cattolici verremo spazzati via dalla faccia della Terra, lo Stato deve obbligare tutti a salvaguardarci!
Oh, noi poveri atei, siamo in mano alla Santa Inquisizione che ci vuole bruciare tutti come ha fatto con il padre dell'ateismo moderno, Giordano Bruno! Lo Stato deve obbligare tutti a salvaguardarci!
Piccolo riassunto del perché abbiamo il crocifisso in classe.
Lo stato italiano nasce anticlericale, nel senso che vuole incamerare le ricchezze della Chiesa e lasciarle solo la predica della domenica e la vita degli italiani dopo la morte. Alla Chiesa questo non va giù e per lungo tempo preti e politici non si parlano (in Cuore non c'è la storiella del piccolo seminarista patriota, per dire). La scuola serve anche a cercare di impossessarsi della mente dei contadini e insegnar loro che il nuovo Regno d'Italia è una cosa buona e bella, contrariamente a quello che dice il parroco. Ma tutti sapevano che in Italia non si governa senza i preti. Tanto che ad un certo punto arriva Mussolini che dice alla Chiesa “facciamo così: io vi concedo un tot di cose, però voi andate a dire alla gente che io Mussolini, cioè il Fascismo, cioè lo Stato, siamo quello che Dio voleva. Siccome a voi vi ascoltano, adottiamo questa strategia vinci-vinci” (come sapete, allora si traduceva tutto, anche win-win strategy).
E fu così che il crocifisso entrò a scuola. Insieme alle preghiere prima di cominciare, immagino. Non ci fu nessun prete cattivo a imporre niente, fu lo Stato a volerlo, nel tentativo di addomesticare la religione ed il Vaticano e di piegarli ai propri interessi. Com'era prevedibile, Mussolini finì appeso per i piedi e il Vaticano è ancora lì che se la ride.
Adesso che il potere del Vaticano sulle coscienze delle persone è ridotto ai minimi termini, saltano fuori dai buchi i paladini dello Stato laico. Sono quelli che scelgono le cause vinte 200 anni prima, in modo da essere sicuri di stare dalla parte del giusto. E c'è questa cosa dello Stato laico assediato dalle truppe della Santa Inquisizione, che tengono i politici reclusi e li minacciano in punta di lancia. Putrtoppo non siamo ancora ai livelli di quello che denunziò il proprio parrocco per truffa e abuso della credulità popolare (certi geni vengono sempre ignorati dai media main-stream), ma il tono serio ed impegnato di questi personaggi dona loro quell'aura di involontaria comicità che in questo blog viene sempre premiata.
Così oggi lo Stato urla “contrordine” e via il crocifisso dalle aule. Insomma, prima no, poi sì, dopo no. Cosa dovremmo capire? Non saprei. Senza dubbio che in giro c'è un buon numero di ribelli senza causa perché le cause decenti sono finite, e allora si accontentano di quelle andate a male. Metti il crocifisso, togli il crocifisso, metti il crocifisso, togli il crocifisso.
Poi si capisce che lo Stato si riconferma come il miglior modo attraverso cui una minoranza di rompiscatole riesce a imporre le proprie strampalate idee e che se avete la fortuna di vivere abbastanza a lungo e la sfortuna di interessarvi a certe cose potete vedere ogni sciocchezza diventare legge, per poi essere soppiantata dal suo contrario, che poi viene risoppiantato dal suo contrario che è poi la sciocchezza originale.
Ultimo ma non ultimo, il dilagare inarrestabile del vittimismo massmediatico e della filosofia prêt-à-porter. E così abbiamo le associazioni di atei che vengono a suonarvi il campanello la domenica mattina per convincervi che Dio non esiste. I cattolici che urlano al complotto ordito per far sparire dalla faccia della Terra la vera religione (la loro, guardacaso). Gente che non sa neanche l'ordine corretto del segno della croce che vi spiega che le tradizioni non vanno perdute. E tutti che si lamentano, si lamentano, si lamentano. E vogliono che lo Stato obblighi a questo e a quello, e difenda questo e quest'altro. Basta, vi prego. Se andiamo avanti così mi toglierete il Natale, Ferragosto e tutte le cose interessanti e farete come quello che vuole abolire il calendario gregoriano perché boh, dev'essere un altro che ce l'ha con la religione-
Io, se avessi il potere, farei così: scaverei una grandissima buca e ci butterei dentro tutti quelli che hanno lasciato alla stampa un commento in cui si lamentano a qualsiasi titolo della vicenda. E quando dico tutti, dico tutti: UAAR, preti, politici... tutti. Quando la buca è piena, ci verserei dei buoni ettolitri di benzina e lascerei cadere il cerino accesso. Poi mi girerei verso gli astanti e chiederei “allora, qualcuno ha qualcosa di cui lamentarsi?”
Clash of civilizations
Un prete in un orfanotrofio per sole bambine, con a disposizione manodopera minorile gratuita, il quale, pagato dallo Stato per celebrare una guerra vittoriosa contro un Paese islamico, rielabora una delle storie più importanti della tradizione ebraica. Cosa pensate possa uscirne?
Qualcosa del genere?











