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200 e cambio di rotta


Cari lettori,

sono mancato un po’ dal blog. Fatti miei, vita privata e in fondo niente di interessante di cui scrivere (non mi pare sia successo un gran che in questi ultimi mesi, no?) Penso di ricominciare a scrivere con regolarità, penso. Ma riguardando i vecchi post mi sono reso conto che questo blog non è stato abbastanza superficiale, almeno non quanto mi ero prefisso all’esordio. 

Quindi da ora in poi si cambia e, per quei pochi che ancora passano di qui, non c’è in serbo niente di intelligente. Il massimo cui si potrà aspirare è un’amara riflessione sul miserabile stato in cui versa l’ultima stagione di Glee

Ma i prossimi post, a tempo indeterminato, parleranno di bicicletta per uso urbano. Niente politica, cultura, libri o videogiochi. Siccome sarete in tre a provare una qualche forma di interesse per la materia, non vi serberò rancore se non mi leggerete più. 

Languore

Non riesco a tenere il blog aggiornato, ho un po' di problemi personali che mi tengono lontano dalla voglia di scrivere. Per farmi perdonare vi lascio due video, uno serio e uno meno, che spero vi possano allietare fino al prossimo post.

Il primo è tratto da TED Talks e vale davvero la pena di essere guardato. Il secondo è invece uno dei video musicali più belli che abbia visto negli ultimi anni.


 

Leggi che diventi grande/1

Questo è uno screenshot preso dalla pagina del mio Google reader.



Le cartelle contengono i feed ordinati per argomento. Ignorate i nomi: se mi sono messo a ordinare i miei feed in cartelle e per argomento significa che quel giorno ero molto molto annoiato. Di fianco ai nomi ci sono dei numeri in grassetto, che indicano quanti elementi non letti ci sono in ogni cartella.

Un semplice colpo d'occhio rivela quali siano le mie priorità di lettura. Leggo con costanza i blog personali; con costanza quasi pari leggo notizie sui videogiochi; poi a seguire perdo tempo con i siti che mi fanno ridere; seguono le notizie su Ubuntu; infine rimangono praticamente intatte le notizie vere e proprie, l'informazione così come la si intende generalmente.

Quel “1000+” – tendente all'infinito – ha lasciato stupito più me che voi. Essendo nato e cresciuto nell'epoca precendete all'internet di massa, sono stato educato a “leggere il giornale”. Leggere il giornale era considerato un atto dovuto per chi si considerasse una persona intellettualmente attiva. Leggere due o tre giornali era prerogativa degli intellettuali veri e propri. Leggere il giornale a scuola o all'università era simbolo esteriore di serietà ed intelligenza.
Sì.
Quando la stampa estera è diventata ampiamente accessibile grazie a internet, mi ci sono dedicato con intensità. In fondo i quotidiani mi avevano insegnato a considerare la stampa estera e specialmente anglosassone la forma sublime di giornalismo. Da un lato mi è stato possibile accedere e comparare un grande volume di notizie di stampa in un arco di tempo ridotto e a costi quasi nulli, dall'altro ho potuto vedere il tipo di lettori e capire in che modo si approcciano alla notizia (quando si legge un quotidiano non è possibile sapere cosa pensano gli altri lettori, grazie ad internet si ha subito un'idea sulle reazioni suscitate da un articolo).

Essendo possibile questa visione accelerata e onnicomprensiva del modo in cui i media funzionano, è anche molto più facile comprenderne le dinamiche che, nel mondo tradizionale, erano così lente e così grandi da rimanere al di fuori del campo visivo del lettore medio quale sono io. Questa triangolazione di prospettiva tra produttori di notizie, fruitori di notizie ed effetti prodotti dalle notizie mette in luce la natura dell'informazione.
Classica è una vignetta che non ha mai
finito di dire quello che ha da dire.

L'informazione è un bene che viene prodotto e viene offerto a chi lo vuole in cambio di un altro bene. È una forma di mercato, insomma. Ma prima che partano i commenti sbroccotronici, vediamo di fare chiarezza. Una considerazione del genere non ha valore positivo o negativo, ma di semplicemente di osservazione.

Ora, se considero la mia pagina di Google reader, non mi sorprende vedere che di fatto non leggo più quotidiani. Per quanti giornali leggessi, non sono mai riuscito a prevedere nulla di importante accaduto nel mondo. Mai. I giornali, pur offrendomi una mole enorme di informazioni, non mi hanno mai offerto notizie significative. Quello che mi vendevano era una visione del mondo: il lettore paga per vedere confermata la propria idea sulla realtà, e questo vale allo stesso modo per il lettore di Repubblica o del Times, per chi guarda Rai3 o FoxNews. Poiché a me non interessa vedere confermata la mia visione del mondo, ma avere informazioni abbastanza dettagliate per potermi muovere, ho smesso di leggere la stampa tradizionale. Ho smesso di girare con 15 quotidiani internazionali sotto il mouse e indovinate? Non è cambiato niente né della mia visione del mondo né della mia capacità di affrontarlo.
Quanti editoriali servono per cambiare
la tua visione dell'universo?

L'informazione è dunque tutta così? No, perché l'offerta è diversa a seconda della domanda. Prendiamo le altre voci dei miei feed. Per usare Ubuntu ho bisogno di consigli e informazioni su come farlo funzionare a dovere, le trovo in quei siti e posso vedere i risultati in pratica. Mi piacciono i videogiochi, che però costano: vado nei siti dove trovo le informazioni giuste per scegliere un videogioco e non buttare via i soldi.

E perché leggere i blog? Con blog intendo quelli personali, amatoriali, non siti commerciali che hanno la forma esteriore del blog. Li trovo altamente informativi perché si pongono all'opposto dei quotidiani, sono esplicitamente soggettivi e si interessano di realtà vicine a chi scrive. Offrono uno spaccato di una realtà così come viene vista dall'autore, mi fanno conoscere libri che val la pena di leggere e film da guardare la sera.

E dove sta lo scambio? Per i quotidiani è il denaro, ma per gli altri? Solitamente, i siti di videogiochi e passatempi mi offrono notizie in cambio di una mia visita, che si traduce poi nel valore degli spazi pubblicitari da vendere. Chi scrive riguardo ad Ubuntu lo fa perché vuole si diffonda l'uso di Ubuntu medesimo: loro mi aiutano ad usare Ubuntu, in cambio io partecipo alla diffusione del “loro” sistema operativo. I blog di solito vogliono in cambio di essere ascoltati e di ricevere dagli altri quello che loro offrono per primi.

Il sito su Ubuntu mi dice “leggimi e troverai consigli su come far funzionare la tua scheda video e su quale lettore multimediale installare”; ma non mi dice “leggimi e poi vai a discutere con Linus Torvalds su quali linee di codice cambiare”. Mentre il quotidiano mi dice “leggimi e saprai cosa sta succedendo nel mondo” quando con le informazioni che veicola non si è in grado di prevedere sconvolgimenti storici come quelli che stiamo vedendo questi giorni in Africa e Vicino Oriente.

Non c'è dolo da parte dei quotidiani. È la nostra società ad attribuire un valore esagerato all'informazione massmediatica; è la società nel suo complesso che insegna il dovere di “leggere il giornale”; è la società che stima chi gira per strada con “due quotidiani sotto il braccio”; è la società che ritiene giusto che la scuola dell'obbligo educhi a leggere i giornali come se da questo dipendesse la loro capacità di interagire con la realtà.

Se le informazioni fossero una mappa, i quotidiani sarebbero gli antichi planisferi: al centro c'era quello che si sapeva già (dove sono la Grecia, Roma, i Parti...) e tutt'intorno gli Iperborei, i leoni e l'oceano sconfinato tra Europa e Asia. Così un antico guardava il planisfero e credeva di sapere come era fatto il mondo, mentre quella roba lì non la usava per muoversi nei territori noti ed in più credeva di star piantando la bandiera dei re di Spagna sul suolo indiano quando invece aveva inzuccato un intero continente di cui non aveva nemmeno immaginato l'esistenza. Però cavolo, quanto si vantava di essere colto...
" 'zzo dici, vecchio?
Sapevano già tutto nel 3000 a.C."

Un buon sito di videogiochi o di trucchi per usare Ubuntu è come gli schemi della metropolitana: un po' di linee colorate che si intersecano. Tu lo sai che la città non ha quell'aspetto, però grazie a quelle linee arrivi sempre a destinazione. Ma soprattutto, non ti sentirai in grado di discutere con l'Amministratore Delegato della Metropolitana per il solo fatto di essere sceso alla stazione giusta.

Graditi ritorni

Ultimamente la cosa più emozionante che mi è capitata è stata una riunione con pranzo in compagnia di un potenziale cliente. A me è bastato fare presenza e lasciar parlare i grandi. Ma è stata una piacevole sorpresa conoscere questa manager polacca, tanto graziosa quanto professionale, parlare di cose serie e concrete. E non ci crederete, ma PowerPoint non lo ha nemmeno nominato.

Ho così tanta voglia di emozioni che sto giocando ad un videogame che di nome fa Favola, dove non si può morire mai e ci sono i boschi e le fate e i laghetti incantati e i mostri da uccidere per salvare i poveri villani per ottenere in cambio archibugi e pozioni magiche. Davvero maturo.

Sto leggendo Sorvegliare e punire, ma non faccio commenti per non spoilerare il finale a chi non l'ha letto.

Il dottore ha pronunciato le parole più dolci che la lingua tedesca possa offrire: kein Tumor. Non ero preoccupato di quello, ma lui mi ha rassicurato lo stesso, perché in fondo lo sapeva che il pensierino girava in background. Immagino di essere entrato nella routine del mondo moderno a tutti gli effetti.

Ho fatto l'apprendista stregone con le partizioni del disco fisso, quindi avete rischiato di perdere il vostro blogger per un lungo periodo. Ma lavorando di lima e martello sono riuscito a mettere tutto a posto.

Dai che si riparte.


Senza titolo

100 lire


In effetti non so quanto l'interuebz sia specchio o campione della popolazione, quindi evito sempre di formulare giudizi generali in base a quello che leggo in rete. Però mi pare di notare che qualsiasi argomento generi una polarizzazione che si tramuta in scontro e lo scontro si tramuta in zuffa e alla fine non si sa più di cosa si parla.

Prendete il fatto di andare all'estero. Da un parte ci sono quelli che bisogna lasciare l'Italia che è il posto più schifoso del mondo non come qualunque posto basta che non sia qui io vedo come va ma se non cambia io me ne vado.

Dall'altra ci sono quelli che ma manco per niente è tutta fuffa noi siamo migliori di tutti e quelli che se ne vanno ci fanno solo un favore che come l'Italia non ce n'è nessuna.

Ai miei tempi andare a studiare all'estero o andare a lavorare in giro per il mondo era considerato un privilegio e, soprattutto, una cosa bella. Ci si sentiva fortunati.

Io mi sento ancora così. Sono anni che lavoro o vivo con persone da tutto il mondo, dal Giappone facendo tutto il giro fino agli Stati Uniti. Mi sento un po' un privilegiato, perché so che tanti mi invidiano e vorrebbero essere al posto mio. Non mi sento un martire dell'oppressione italica, non mi sento un cervello in fuga, non mi sento in fuga.

È vero che andando in giro ho capito che l'Italia non è il peggior luogo del mondo. Bisogna essere onesti quando si formulano giudizi: ci sono posti dove si sta davvero peggio, dove si fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, cose che in Italia ci siamo dimenticati 60 anni fa. È un'offesa a chi sta male frignare su come si sta in Italia. E poi non è neanche vero che le nazioni dell'Europa ricca siano così migliori dell'Italia. Per molti aspetti lo sembrano, ma se si cambia la prospettiva la realtà si dimostra un po' diversa.

E mi dispiace che le discussioni spesso prendano delle pieghe incomprensibili, tra coloro che usano il loro status di “expat” come rivalsa sulle angherie subite alle superiori e coloro che gettano acido su tutto quello che sta loro intorno.

Qualche mese fa ho conosciuto un americano che lavorava per una ONG in Bielorussia. Quando il governo bielorusso ha espulso diplomatici e ONG americane, ha dovuto lasciare il Paese insieme alla moglie bielorussa. Si sono trasferiti in Lituania. Quando mi raccontava queste cose, si è forse lamentato? Ne avrebbe avuto motivo? Probabilmente sì, essere cacciati da un Paese non deve essere una bella cosa. Ma lui no, non si è lamentato. Semplicemente, mi ha detto che a lui piace vivere in Lituania perché, come ogni volta che si arriva in un Paese nuovo, anche i gesti quotidiani non sono più scontati: dove non si parla la lingua, persino fare la spesa diventa una piccola avventura.

Personalmente preferisco mantenere questo spirito, quello che avevo la prima volta che me ne sono andato a zonzo. Godermi la situazione così com'è e, quando non sarà più di mio gradimento, cambiare e cercare qualcosa di meglio. In Italia, in Germania, alle Galapagos o dove sarà.

Vi dico un segreto però: quando leggete dei geni finalmente compresi, non crediate che in realtà stiano facendo chissà che cosa. Nell'azienda dove lavoravo prima Logistics Manager era il ragazzo che si occupava del lavoro “pesante”, cioè di sedie, scrivanie, lampadine, cavi e monitor. Era finito lì dopo aver combianto qualche casino. Capitemi, il suo lavoro serviva a mandare avanti la baracca, però Logistics Manager suona di un bene che se lo sentite pensate ad uno yuppie con il megaufficio e le segretarie in bikini e invece era un tipo bassetto con i guanti da lavoro infilati nella tasca posteriore dei pantaloni.

E un'altra cosa: più o meno dappertutto la gente si assomiglia. Non ci sono più imbecilli qui o lì, la maggior parte delle persone è impegnata a tirare a campare senza rogne, come voi e me, e alla fine ognuno è diverso dall'altro e non c'è modo di sapere come, finché non lo si è conosciuto.

Tranne i tedeschi che portano le birchenstoc coi calzini.  

Concorso di bellezza

Per colpa di qualcuno, non si fa credito a nessuno

Escluso il Ventennio, fanno 120 in 126 anni e ancora la caduta di un governo fa notizia e la gente ne discute. Mah... contenti voi.

Comunque, per parlare di cose serie: avrete notato che sono passato a Disqus per meglio gestire i commenti. Siccome il sistema di commenti nativo di Blogger è troppo rudimentale, e siccome non voglio dover colpire nel mucchio, ho deciso di fare l'upgrade. Sto imparando ad usarlo, se qualcosa non funziona a dovere, portate pazienza.

E visto il post di servizio, ne approfitto per dire la mia su Chrome, il browser di Google, che non c'entra niente ma piace molto ai gio-va-ni. Sto usando da qualche settimana Chromium, la versione open. Come sempre, ci sono pro e contro.

Pro: velocissimo (sia ad aprirsi che a caricare) e i servizi di Google funzionano meglio.
Contro: vedo tutta la pubblicità e gli script dell'intero internèt, cosa cui non ero più abituato (non è che Google si tira la zappa sui piedi, nevvero).

Ho adottato la via di mezzo: per Blogger, YouTube, Analytics e Google Maps uso Chromium, per tutto il resto c'é Firefox. Che però mi sembra la cosa più lenta di sempre.

Tanto vi dovevo.

Copiare, diffondere e piratare

Vorrei spiegare di preciso i termini sotto i quali questo blog è pubblicato. Come si può vedere a fondo pagina, il contenuto di Ottagono Irregolare è pubblicato sotto licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate.

Cosa vuol dire in pratica? Vuol dire che innanzitutto è poco più che un accordo tra gentiluomini, perché io non avrei né i soldi, né il tempo, né la voglia di portare in tribunale qualcuno se ruba il mio giocattolo preferito. Ma entriamo nello specifico.

Tutto il contenuto di questo blog può essere copiato, condiviso e trasmesso, a patto che:

  1. la fonte originale venga sempre indicata per mezzo del link, ma senza far credere che vi sia una qualche approvazione da parte mia di chi copia o del suo lavoro.
  2. non ci sia scopo di lucro. Potete stampare anche tutto il blog, ma non potete farlo per guadagnarci. Potete organizzare delle pubbliche letture dei post più interessanti, ma non potete far pagare la gente per ascoltare. E via dicendo.
  3. non creiate opere derivate da esso. Significa che non potete dirigere un film basato sul contenuto del blog, o un fumetto; significa anche che non potete tradurlo in un'altra lingua.

Finché volete copiare e condividere il contenuto di questo blog rispettando questi punti, non avete bisogno di chiedere il permesso, perché è implicito nella licenza. Se volete chiedere il permesso, non fatelo nello spazio dei commenti: è già capitato che una lettrice sia rimasta in attesa di una risposta per mesi, perché quel particolare commento mi è sfuggito; mandate una mail.

Tutti gli utilizzi al di fuori di questa licenza non sono vietati in assoluto, ma possono essere adottati solo previa autorizzazione da parte mia. Al solito, scrivete una mail. Questo vale soprattutto per il punto 3: dubito che qualcuno voglia fare un video a partire dal contenuto di un post, ma altri potrebbero volerlo tradurre, per esempio, o farne altre cose strane. Ovviamente non sono contrario, ma preferisco esserne a conoscenza ed assicurarmi che l'opera derivata rispetti lo spirito dell'originale.


Domande Poste di Frequente

Perché questa licenza? Ritieni che la cultura sia un diritto dei cittadini della rete e che debba poter essere trasmessa senza limiti?

No.

Pensi che l'informazione debba essere gratuita e che non si debba in alcun modo fermare?

No.

Pensi che la cultura sia un patrimonio di tutti e che debba essere slegata dalle logiche del profitto capitalista?

No.

Pensi che il copyright sia il simbolo di un modo vecchio, egoista e avido di concepire l'arte?

No. Penso che il copyright sia l'espressione di uno stadio tecnologico sorpassato. Ha funzionato finché esisteva un mercato delle copie. Ed il mercato delle copie è esistito finché fare delle copie costava molti soldi ed era più conveniente comprare una copia che farsela da sé. Oggi fare copie non costa quasi nulla e cercare di mantenere un mercato del genere non ha senso, è il proverbiale frigo venduto agli eschimesi. Infatti l'unico modo in cui ci si riesce è attraverso l'uso della forza; senza la coercizione dello Stato, il mercato delle copie non esisterebbe e nessun imprenditore si metterebbe in testa di far soldi vendendo copie.

Ma non pensi che senza il copyright gli artisti non potrebbero vivere del loro lavoro?

No, perché il loro lavoro non consiste nel vendere copie del lavoro altrui, ma nel creare contenuti originali. Infatti gli autori vendono alle società produttrici di copie il diritto di copiare il proprio lavoro, ed il loro guadagno deriva principalmente da questa vendita. In teoria gli autori, una volta venduto il diritto di copiare la propria opera, non potrebbero copiarla a loro volta.

Caso diverso invece per chi produce software, perché il loro lavoro non è venderne delle copie, ma purtroppo la tecnologia che permette la diffusione del software è la stessa che permette la copia a costo quasi nullo, quindi si trovano ad avere gli svantaggi dell'industria tradizionale (costi di produzione alti) ed insieme gli svantaggi dell'industria digitale (facilità di copiare il loro lavoro).

Come pensi che musicisti/scrittori/artisti possano guadagnare abbastanza da potersi dedicare esclusivamente alla produzione di opere originali?

Non lo so. Se qualcuno decide di vendere un romanzo, è sua responsabilità trovare un modo di farlo pagare al lettore. Ma se il produttore di contenuti vuole affidarsi a chi per lavoro vende copie, deve rendersi conto che il mercato delle copie sta morendo a causa della tecnologia e che non c'è modo di vivere dedicandosi ad un mercato morto.

Cosa pensi dei DRM e di tutti i metodi trovati fino ad ora per impedire la copia di opere soggete a copyright?

Ogni azienda ha il diritto di cercare di impedire la copia di ciò che vende, attraverso i mezzi tecnologici che ritiene più opportuni (senza che questi danneggino il software o l'hardware dell'utente). Trovo inaccettabile che tali aziende possano usufruire, e gratuitamente, della forza coercitiva dello Stato per mantenere in vita un mercato che altrimenti – per loro stessa ammissione – non esisterebbe nemmeno.

Quindi tu non faresti mai pagare per leggere il tuo blog?

Personalmente vorrei che ogni lettore pagasse 5000 euro al mese per leggere il mio blog, ma i lettori no. Se fossi una grossa casa editrice, farei in modo che il Parlamento emani una legge che obblighi tutti i miei lettori a versarmi 5000 euro al mese e avrei a disposizione l'intera Polizia Postale per sgamare chi sgarra. Ma sono solo un blogger sconosciuto e non ho altra scelta che mantenere il blog gratuito.

Che cosa pensi di chi fa pagare per accedere al proprio sito?

Fa bene.

Cosa pensi della pubblicità nei blog?

Crea l'effetto Formula 1: di fronte ad una serie di pubblicità che si muovono veloci sullo schermo, o ti addormenti o cambi canale. Era una battuta. In realtà non ho idea di cosa sia la pubblicità sui blog: io utilizzo come browser Firefox, cui ho aggiunto due estensioni (NoScript e Adblock Plus) che bloccano in automatico ogni pubblicità ed ogni forma di script della pagina. È la ragione per cui non metto pubblicità nel mio blog: nessuno la vedrebbe.

Ti sei scelto come nickname un nome protetto da copyright. Come lo giustifichi?

Ammesso che il nome sia veramente soggetto a copyright (la foto che uso nel profilo sicuramente lo è), è una forma di omaggio: non utilizzo quel nome per fare soldi, né per avere accessi al blog. È come chiamarsi “Madame Bovary” o “Otello”. I proprietari dei diritti possono comunque contattarmi, nel caso in cui vogliano avere spiegazioni.

Centesimo post

100 post in 10 mesi. Effetto cifra tonda, proprio. Fanno quasi 7000 visitatori unici assoluti. Di cui la maggior parte è arrivata cercando il modo di costruire un ottagono irregolare (che non deve essere difficile, se sai contare fino a 8). Altri sono arrivati cercando materiale per le interrogazioni di storia tardo ellenistica e poi la percentuale fisiologica di chi cerca del porno. Ma le chiavi di ricerca che tengo nel cuore sono due: 


La cosa che mi fa più piacere:

Pochi accessi al mio blog, ma praticamente da ovunque. Cioè, fa impressione sapere che è così facile comunicare con tutto il mondo a costi irrisori.
Un ringraziamento particolare ai siti che mi hanno portato più accessi: London Alcatraz, Tra Cielo e Terra e In Minoranza. Senza di voi, non sarei mai arrivato ad avere una media di 37 visitatori unici al giorno negli ultimi tre mesi. Grazie.
Poi, vorrei invitare tutti i lettori che di solito non commentano a lasciare un saluto, così... tanto per contarsi. E magari c'è qualcuno a cui sto particolarmente sullo stomaco: non siate timidi e fate sentire la vostra voce!
Se c'è qualcosa che non va nel blog, fatemelo sapere. Per esempio, ho notato che in Blogger alcuni “gadget”, quelle cose stilosissime sparse per la pagina tipo “Lettori fissi” o “Ultimi commenti”, mi fanno impennare il consumo di CPU, la ventola parte che sembra una turbina e sono costretto a bloccarli con NoScript. A occhio e croce qui da me non ci dovrebbero essere particolari problemi, però nel caso lasciate un messaggio.
(a proposito, credo di avere qualche problemino con la temperatura della scheda grafica, o della motherboard, o che so io, perché soffro di freeze che mi sembrano di chiara origine febbrile. C'è qualcuno che ha una dritta a riguardo?)
Così insomma. Grazie a chi mi legge, grazie a chi si ricorda di sbloccare Analytics (AdBlock lasciatelo pure, qui non c'è pubblicità) e buon proseguimento di lettura. E ricordo a tutte le mie fans che potete scrivermi in qualunque momento del giorno e della notte.

E ci lamentavamo di "cmq" e "xké"

Noto da qualche tempo a questa parte (nel senso che ho cominciato a notarlo da poco, non che sia cominciato da poco) che tra i blogger e i commentatori dell'internet si sta radicando un uso curioso di un'abbreviazione solitamente destinata a testi più seriosi. Mi riferisco all'uso di “cit.
Come dicevo, quest'abbreviazione è sempre stata confinata alle note a pie' di pagina di saggi e scritti accademici. Si usa in un caso in cui non si deve usare op. cit. Op. cit. è l'abbreviazione del latino opus citatum e si utilizza per indicare un'opera citata – appunto – nella nota precedente, senza dover riscrivere tutta la tiritera. Cit. si adotta al medesimo scopo, ma quando si fa riferimento ad una nota precedente non contigua. Credo. L'importante è che entrambe significano “opera citata”.
Nel rutilante mondo della blogopalla, qualcuno ha scoperto l'abbreviazione cit. Solo che, non conoscendone il significato, le ha attribuito quello più intuitivo di “citazione”. E fin qui la cosa mi lascerebbe indifferente, abbiamo tutti cose migliori da fare che non badare a queste sciocchezze. Quello che mi fa rizzare i peli degli stinchi è l'uso che si fa di cit.
Che è il seguente: qualcuno scrive un testo qualunque e tra le righe ci infila una citazione. Poi, dopo la citazione, tra parentesi ci sbatte cit. Che è un po' come raccontare una barzelletta e spiegarla ancora prima che la gente rida. Cioè, mettere delle citazioni nei testi si è sempre fatto. Nei testi poetici e letterari, come anche nei dialoghi tra persone in carne ed ossa, la citazione non è mai sottolineata, non è mai indicata, perché è un gioco che si instaura tra l'autore ed il fruitore, è l'occhiolino strizzato al lettore colto e serve a condividere un qualcosa in più con un cerchia ristretta di persone. Lo scopo di fare una citazione, quindi, è proprio quello di rivolgersi ad un numero inferiore di lettori. Certo, una cosa del genere potrebbe essere considerata preambolo allo start sucking each other's dicks, ma in questa sede non interessa.
Se il nostro cittadino della rete decide di fare una citazione, non deve indicarla in alcun modo, altrimenti viene meno il senso di fare la citazione. Se Foscolo avesse scritto su Facebook, ne sarebbe uscito qualcosa del tipo:

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente
(cit.), me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

E se Catullo fosse vissuto ai giorni nostri, dovremmo leggere poesie del genere:

Quello mi sembra simile a un dio, (cit.)
quello mi sembra superiore agli dei - se non suona bestemmia -, (cit.)
perché, seduto innanzi a tè, senza scomporsi,(cit.)
ti vede e ti ascolta,(cit.)
mentre dolcemente sorridi; a un tuo sorriso invece io miseramente(cit.)
mi sento tutto svenire, perché non appena
ti scorgo, o Lesbia, non mi rimane neppure
un filo di voce.
Si paralizza la lingua, una sottile folgore(cit.)
per le membra mi scorre, mi ronzano le orecchie(cit.)
di un interno suono, mi cala sugli occhi(cit.)
duplicata la notte.(cit.)

Capite che la cosa non ha senso? O si fa la citazione e la si affida alla sensibilità del lettore, oppure si mette la citazione tra virgolette e si dice chiaramente chi si cita. Non questo continuo “guarda, ho fatto una citazione, te la mostro col dito. Ma non ti dico di chi è. Ah-ah!”
Poi ci sono quelli più evoluti, che hanno scoperto l'esistenza di [N.d.A.]. È un'abbreviazione che si trova, mi sembra, assai di rado, perché difficilmente un autore mette una nota al testo che sta scrivendo, ed in effetti di solito viene utilizzata all'interno della citazione di un testo altrui, oppure, in opere di letteratura in prosa, per indicare uno spiegone messo in mezzo senza particolare motivo, giusto per. Invece l'internauta moderno ne ha del tutto travisato la funzione e la usa in sostituzione delle care, vecchie parentesi o di una incidentale. Per esempio:

Allora, ieri avevo voglia di smanettare con il PC e allora ho pensato che potevo installare questo software che promette di boostare le prestazioni della CPU e di sfruttare al 100% la mia SV nVidia [cosa che avevo già fatto il mese scorso NdA] e allora ho cercato dappertutto ma non riesco a trovarlo.

Che Anubi mi assista, cosa c'entra NdA? Sei tu l'autore del testo, cosa ti metti, le note al tuo testo? Qual è il prossimo passo, togliersi una costola? Se davvero NdA si usasse in questo modo, avremmo versi del genere:

S’i’ fosse Cecco, [com’i’ sono e fui NdA],
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Invece no, non li abbiamo. E ci sarà un perché... Comunque, come sempre esiste una soluzione: se tu, giovane o vecchio internauta, ti sei per ventura trovato tra le mani un qualche saggio o paper o articolo accademico, e trovi tutte quelle abbreviazioni così carine, fa' una cosa: dimenticale. Non usarle. In nessun caso. Mai.

Jukebox

Di tanto in tanto alcuni dei miei lettori si dilettano nei loro blog a discutere di musica, solitamente dedicandosi a generi non più praticati da decenni oppure alle vite degli interpreti, persone gravemente afflitte da disturbi del comportamento ma anche così gentili da averci privato della loro presenza in vari modi, mai banali, in giovane età. La discussione è più una forma di combattimento rituale, in cui si mostrano le gengive e si lanciano ossa animali raccolte da terra. Niente di pericoloso.

Tra gli altri blogger, invece (soprattutto quelli più in vista e i loro epigoni) vige la pratica di guardare tutte le puntate del festival di San Remo, per poi debitamente stroncarle sul proprio blog. Sarebbe del tutto pleonastico far notare che costoro ricordano i vecchi giudici d'un tempo, canzonati dal popolino perché – colla scusa di far rispettare la legge – andavano a guardare i film sconci. Orsù, se volete guardare il festival di San Remo, ebbene fatelo, ma non cercate di lavarvi la coscienza parlandone male: non funziona.

Tutto questo per dire che, in attesa del prossimo post, potete ascoltare un po' di buona musica.

Automessaggio autopromozionale

Poiché sto cercando di migliorare la mia faccia di tolla, che di solito non viene molto bene, ho pensato di usare un post per promuovere me stesso. Vi invito quindi tutti a leggere l'ultima parte del progetto che sto tenendo in piedi insieme a questo bloggheto.

Se fate un salto e seguite il link, ci troverete un racconto. Non sono racconti brevi slegati, ma una storia che si dipana (fico, erano anni che volevo usare il verbo “dipanare”) a puntate, ad un ritmo che varia a seconda di come vanno le cose nella mia vita reale. E daiquanta voglia ho di scrivere. Quindi se capitate lì per la prima volta, consiglio di partire dal primo post a salire, in ordine cronologico.

Il principio che sta alla base di quel progetto è lo stesso che sta alla base di questo blog: fare qualcosa che mi piacerebbe trovare in internet ma che non trovo; dato che non la trovo, la faccio io e poi me la vado a leggere e mi dico “ma quanto è bello l'internèt che ci trovi queste cose interessanti.”

Non ci guadagno niente, sia chiaro. Ma chiaramente la speranza è che un giorno sciami di groupie si accalchino alla porta del mio hotel. O anche di casa mia, va bene lo stesso. E poi io con le groupie non me la tirerei per niente e le farei entrare tutte.

Lo so, lo so che le groupie seguono i musicisti, ma io non so suonare e comunque mi piacciono le groupie con gli occhiali.

Non mi resta altro che augurarvi buona lettura. Per proseguire seguite il link sottostante:

Declassati Sottomessi Disgregati

Intervention

Sebbene il titolo possa far pensare ad una puntata di How I Met Your Mother, la questione è un'altra. Vorrei chiedere ai miei esperti lettori se conoscono un modo per impedirmi di accedere ad internet oltre una soglia di tempo determinata. In pratica vorrei sapere se sia possibile impedire la navigazione se non per una soglia di tempo predeterminata, oltre la quale scatta il blocco automatico.

Poiché è evidente che la mia forza di volontà non è sufficiente, devo trovare un modo per impedirmi di stare attaccato alla rete tutto il tempo, ma le mie conoscenze tecniche sono indaguate allo scopo. La condizione sta scivolando nel patologico: ormai non gioco più ai videogiochi pur di navigare. Probabilmente metà delle cose che conosco di Ubuntu le so perché navigare nel forum è una buona scusa per stare in internet (Linux è così difficile che devo passare giorni e giorni sul forum per capire come funzionano le cose; non è mica colpa mia).

Vanno bene anche consigli su come eventualmente siete usciti dal tunnel voi, ma tanto so già che non funzioneranno, ahimé.

Il guretto è coprolalico

Senza voler iniziare la fiera delle banalità, ma un aspetto peculiare del webduepuntozero è che permette la riproduzione su scala minore ma estremamente capillare di certe dinamiche già presenti nella società che finora erano limitate per ragioni economiche e tecniche. Una di esse è la proliferazione di guru in miniatura, di guretti potremmo dire, cioè di personalità o di autori che radunano attorno a sé folte schiere di lettori che li considerano dei veri maestri del pensiero. Per un po' mi sono interessato a queste personalità, praticamente dei blogger, per capire come mai riscuotano così tanto successo. Voglio sottolineare che non ho un blog particolare in mente, l'analisi potrebbe essere la stessa per blog con un milione di visitatori unici al giorno, come per il blog da 500 accessi al giorno. È solo il meccanismo che mi interessa.

Un giorno mi sono messo a leggere tutti i blog “famosi” di cui ero a conoscenza o di cui si sentiva parlare in rete. Famoso è in senso lato: diciamo quelli che bene o male un po' tutti conoscono in rete, non solo il blog di Grillo. Per ognuno di essi sono passato grossomodo attraverso le medesime fasi di approccio: ad una iniziale fascinazione seguivano una parziale affezione ed una relativa assiduità delle visite al blog. Dopo qualche tempo, iniziano a affiorare i primi sentimenti di critica verso i contenuti. Poi subentra un malcelato senso di avversione finché non arriva il desiderio di rompere con il blog in questione.

Ho trascorso molte pause pranzo e caffè rimugiando la cosa, perché trovavo davvero interessante che i vari guretti della blogosfera, pur tutti diversi tra loro, riuscissero a farmi passare attraverso gli stessi stati d'animo senza che io quasi me ne accorgessi. Finché ho udito il plick delle dita che schioccano e ho capito di aver capito.

Primo: il guretto non ha successo per quello che dice. Dei guretti che ho letto, mi sono reso conto che nessuno proponeva niente di particolarmente intelligente o eterodosso o trasgressivo. Il mero contenuto si limitava a esporre pensieri già noti e ampiamente dibattutti. Credo che la fascinazione derivasse proprio dal fatto di leggere un pensiero che di fatto condividevo anche io. Come quando si incontra qualcuno e si scopre di avere gli stessi gusti musicali, questo crea una connessione ed un interesse che riescono a rompere l'iniziale differenza.

Se il blogger in questione scrivere per più di qualche volta un post che piace, si attiva un meccanismo di autosoddisfazione. È in parte lo stesso meccanismo grazie al quale le serie poliziesche o mediche hanno successo: che senso ha guardare i vari episodi di un telefilm in cui si sa già che il poliziotto stanerà l'assassino e il medico guarirà il paziente affetto dal più raro morbo conosciuto? Perché rassicura e conferma, e questo dà piacere. Periodicamente si va a leggere dei pensieri che già si condividono e questo provoca soddisfazione perché conferma i nostri pregiudizi, cioè l'idea che noi ci siamo fatti della realtà e che portiamo con noi come strumento per codificare il mondo.

Sul lungo termine però questa è una strategia pericolosa. Mentre con le storie alla tv ho fatto il tacito accordo di ricevere del piacere in cambio della non critica, perché ambo le parti convengono che si tratta di mero entertainment, quando si leggono i blog dei guretti questo non può avvenire, visto che il guretto non vuole intrattenere, ma spiegare ed educare ed informare. E se il guretto ti spinge a pensare, spingi che ti spingi arrivi a pensare anche riguardo al guretto medesimo. E quando la prima crepa è in vista, la diga è pronta a crollare. Principalmente il problema è che, leggendo assiduamente, col tempo si cominciano a vedere incongruenze con quanto scritto in precedenza, il persistere su certi temi con eccessiva acribia, una certa intransigenza di posizioni...

Alla fine, quando si prova a smontare razionalmente una sola idea del guretto con la quale non si è d'accordo, a causa della mole di inesattezze e contraddizioni ci si trova a dover lasciar perdere la discussione e a dedicarsi al debunking a tempo pieno. Io, siccome penso che il debunking sia un pessimo modo di occupare il proprio tempo, di solito mi fermo qui. Anche se poi scopro che ho voglia comunque di leggere quello che il guretto dice.

Partendo da questi presupposti, credo di poter dire che per avere un blog di successo non serve molto. Bastano uno o due contenuti, massimo tre a voler esagerare. Quei contenuti vanno riproposti con costanza e vanno gradatamente trasformati da opinione personale a strumento gnoseologico universale. Non è davvero importante cosa pensate, l'importante è che sia condivisibile dagli altri. Non ci sarà mai un blog di successo che parli di come molestare i ragazzini prepuberi, ma partendo da argomenti di per sé “giusti” si può arrivare ovunque. Esempi a caso: meno tasse, meno inquinamento, più salute sono tutti temi che non trovano una avversione di base. Conoscete qualcuno che sia favorevole all'inquinamento o alle tasse elevate? No, spero.

Quando si scrive un post, articolare il ragionamento in maniera complessa non paga. Una volta trovata un'idea di base che si accordi ad uno dei contenuti che veicolate, ripetetela in continuazione per tutta la lunghezza del post. Il rapporto di causa ed effetto non serve a niente. Limitarsi a giustapporre delle frasi che rimandano costantemente all'idea di base è la strategia migliore.

Ultimo ma non per importanza, la forma. Per quanto il contenuto sia indispensabile, il modo in cui lo esponete lo è altrettanto. La cosa migliore è avere un atteggiamento aggressivo, meglio se rivolto ad un gruppo particolare. Quale gruppo scegliete è meno importante di sceglierne uno. Chiaramente è meglio evitare di attaccare certi gruppi già vittime di persecuzioni in passato: non significa che la strategia non funzionerebbe, ma vi creereste da subito molti nemici. E sareste degli stronzi. E poi di gruppi ce ne sono tantissimi: comunisti, fascisti, capitalisti, massoni, donne, uomini, giovani, non ci facciamo mancare niente.

Anche il linguaggio deve essere aggressivo: l'uso del turpiloquio è fondamentale. Noi italiani – che facciamo un uso smodato di parolacce e bestemmie – quando le leggiamo nei blog vediamo confermate le nostre abitudini e questo piace. Anche se si dice che si usano le parolacce per andare contro al conformismo del politicamente corretto (palle).

Ricapitolando: poche idee, non argomentate, ripetute con regolarità; atteggiamento aggressivo e uso del turpiloquio. Ora siete pronti per essere dei guretti perfetti.

Per testare la vostra popolarità, assolutamente non perdete tempo a valutare i consensi che ricevete. La popolarità si misura in base all'odio e agli insulti ricevuti. Avendo scelto di essere guretti, avete anche scelto di parlare alla pancia del lettore e quindi alle sue emozioni. Se siete dei veri guretti, riuscirete a smuovere le emozioni di chi non la pensa come voi, scatenando reazioni anche violente. Si è veramente famosi quando si forza qualcuno a sprecare il proprio tempo e le proprie energie a leggervi per insultarvi e scrivervi mail piene d'odio. Nessuno che la pensa come voi perderebbe 20 minuti di tempo per scrivervi quanto è d'accordo con quello che dite, ma se una persona che non condivide niente di quello che pensate, anziché ignorarvi, si incazza, vuol dire che siete così tanto presenti nella sua vita da essere un fastidio. Siete cioè famosi.

Questa è l'opinione che mi sono fatto. Magari mi sbaglio, ma vorrei fare una prova: sono disponibile a scrivere uno o più post su un argomento scelto da voi, uno qualunque magari non troppo scontato, seguendo queste guidelines, per vedere le reazioni di chi mi legge. Ma secondo me ho ragione io, e i fatti mi cosano.

La chiave della ricerca

No, niente, volevo solo condividere con voi una notiziona: un visitatore del sito è arrivato qui attraverso la chiave di ricerca “spargiletame usati”. Intanto ho imparato una cosa nuova: esiste un mercato di spargiletame usati. Ma soprattutto, mi piace immaginare come è andata. Un vecchio contadino ha bisogno di uno spargiletame, ma non sa dove trovarlo. E allora il figlio va su Google e cerca “spargiletame usati”. E si ritrova in un blog dal titolo non-sense che parla di cose strane.

Non sentivo questa parola da anni, che purtroppo mi sono imborghesito assai. Però vorrei che la apprezzaste nella sua profondità. Provate a dire "spargiletame", sentite come vi riempie la bocca, come instilla la felicità nel vostro cuore. C'è tutto un mondo dietro quella parola...

Ecco, nella remotissima eventualità che tu, lettore che cercavi uno spargiletame, legga ancora questo blog, scrivimi o lascia un messaggio e fammi sapere com'è andata veramente. Intanto ti dedico una canzone:

Quelli che vengono come lupi tra gli agnelli

Sapete, usando internet per informarsi, si vengono a sapere molte cose. In senso letterale: molte “cose”, cioè un numero elevato di pezzi di informazione. A me questo piace proprio, devo dire. Cioè, ci sono un sacco di “cose” a disposizione e sta a me decidere cosa va bene e cosa no, cosa è degno di attenzione e cosa no. La chiamavano libertà. Grazie alla libertà, succedono un sacco di altre “cose”, conseguenza delle prime “cose”. Per esempio si sbaglia. Oppure si formulano giudizi imprecisi. Si prendono delle cantonate colossali. Perché, come ogni dittatore vi dirà, la libertà è brutta. Ed è vero, finché qualcuno pensa che noi non si sia in grado di maneggiarla. In realtà è molto bella, ma non come farsi sferzare le piante dei piedi con una verga. E' bella perché ti rende libero, di fare e pensare un sacco di stupidaggini. Perché la libertà è il diritto di essere stupidi.

Si sa che internet, finché non la faranno diventare una gigantesca Italia1 dove si potrà guardare solo quello che la gente che lavora a Italia1 ha deciso che sia bello – comprese splendidi telefilm e sit-com insozzati con traduzioni e doppiaggi da brivido – Internet, si diceva, pullula di informazioni che sono in contrasto totale con altre informazioni. Essendo però le informazioni virtualmente infinite, avremo che in internet ad un numero infinito di informazioni corrisponda un numero infinito di informazioni opposte. Quindi internet è l'unica cosa ad aver moltiplicato per due l'infinito, dopo Chuck Norris. E' normale che ci si possa sentire frastornati all'inizio. Troppo di tutto non è facile da mandare giù.

E' vero che la maggior parte delle persone usa internet per scaricare porno gratis, guardare porno in streaming e pagare per guardare siti porno (non sto dicendo che sbaglino, in fondo the internet is for porn, giusto?) però esistono anche delle pecorelle smarrite che scoprono l'uso perverso di internet per cercare informazioni. Questi poveretti, abituati ad anni di Corrierone, Repubblica, TG1, giornaletti di partito, Santoro, Feltri, Ballarò e tutta quella roba lì, appena entrano in contatto con notizie non allineate, vanno letteralmente fuori di testa. Non che scappino. No no, è che entrano proprio in orgasmo da conoscenza: iniziano a leggere tutte le pagine web disponibili e scoprono in una settimana tutto quello che c'è da sapere su tutto. A questo punto, si sentono pronti. E si decidono per il grande passo: il proselitismo. E se siete nel raggio d'azione di costoro, che il buon Gesù vi protegga, perché non c'è modo di sfuggir loro. Utilizzeranno ogni secondo del loro tempo per spiegarvi tutto quello che non sapete, tutte le cose che ci tengono nascoste, tutte le notizie che i giornali non danno. Alla fine ne esce un blob informe in cui viene infilato di tutto, rettiliani, ebrei, nazisti, banchieri, riscaldamento globale, signoraggio, terrorismo, islam, cristianesimo, massoneria, socialismo, la bomba atomica, i computer, la II guerra mondiale, ogni cospirazione nota ed ogni cospirazione nota che contraddice un'altra cospirazione nota, la crisi economica, i vaccini, l'AIDS...

Se non avete mai sentito parlare di queste cose, rimarrete per lo più indifferenti, tranne per il fatto che un vostro amico inizia a parlare a velocità tripla. Se invece, come me, queste cose le avete lette da tempo, magari anche 5 anni fa, avere una persona che vi riversa addosso tutto l'entusiasmo delle sue scoperte senza fermarsi mai diventa di un noioso, ma di un noioso che non avete idea.

Sì lo so, la Regina è un rettile.

Sì lo so, il mondo finisce fra due anni.

Sì lo so, i rabbini ebrei insegnano a truffare i gentili.

Sì lo so, la crisi economica l'hanno organizzata ad arte.

Sì lo so, loro hanno la tecnologia da anni ma ce la danno un poco alla volta per farcela pagare di più, è per questo che da bambino avevo un Commodore 64 anziché un quad-core: non è che allora non avessero i quad-core, è che li tenevano nascosti aspettando il momento buono.

Vorrei essere chiaro su questo punto: le so già tutte. Tutte. Navigavo quei siti anni fa, leggevo quei blog mesi prima che loro avessero la banda larga. Non discuto il merito di tutte quelle cose. Ad alcune potrei anche credere, ad altre sicuramente non credo. Alcune certamente hanno un fondo di verità, altre sono così palesemente fuori di melona che non so come ci credano. Ma tutto questo è irrilevante. Quello che conta è solo una cosa: vi prego, non venite a dirmi queste cose. Non vogliate rendermi partecipe del vostro nuovo sapere. Non evangelizzatemi. Non spiegatemi le cose. Non parlatemi!

Ma soprattutto: credete davvero che sia necessario un altro blog sul Nuovo Ordine Mondiale? Pensateci: se in una settimana avete letto almeno venti blog diversi che parlano di nuovo ordine mondiale, a cosa pensate serva aprire un altro blog in cui riprendete le stesse notizie che avete letto in quei blog? No sul serio, perché io proprio non ne vedo il motivo, ma magari in qualche anfratto nascosto ed inesplorato della logica troveremo insieme la risposta.

I puntini sulle iii

Il buon blogger deve sempre ricordare ai propri lettori di essere un tipo molto particolare, facendo risaltare la propria incapacità di gestire i rapporti sociali. Il genere letterario del blog richiede di proclamare la propria misantropia prima del quarto post e di ricordarla almeno una volta al mese: ostentare disprezzo per il genere umano fa aumentare il pagerank in maniera sensibile. Non c'è niente di meglio per una persona che odia il genere umano di condividere i propri pensieri con centinaia di migliaia di individui che odia e disprezza dal profondo dello stomaco.

Poiché il bravo blogger deve comunque rassicurare il lettore, in rapida successione è necessario assicurare che non tutto è perduto: gli uomini sono male, ma i cani sono molto migliori. Novanta commenti di applausi da parte di coloro che il blogger ha testé dichiarato di disprezzare.

Spiacente ma, come avrete già capito, temo che non sarò un bravo blogger. In generale non odio gli uomini, né li disprezzo, quindi non scriverò mai di quanto sia misantropo o eventualmente autistico (nella versione particolarmente cool del misantropo si raggiungono eccessi letterari che nel mondo reale richiederebbero cure apposite).

Ma soprattutto, i cani non sono superiori all'uomo. Se non ci credete, andate al parco e osservate attentamente chi porta al guinzaglio chi. Quello che tiene il guinzaglio appartiene alla specie superiore.

Diecimila anni di addomesticamento sono una prova sicura di chi sia superiore. Tuttavia, se qualcuno si crede inferiore al proprio cane, non è che necessariamente abbia torto.

I puntini sulle ii

… ovvero di come inimicarsi da subito tutti i lettori. Non saprei, non so come dirlo senza mancare di rispetto a nessuno, quindi andrò subito al punto, ma non prendetela sul personale.

Io credo nel diritto delle persone di detenere armi. Ecco, l'ho detto.

Comprendo che oggi è quasi una bestemmia affermare una cosa del genere, però se abbiamo deciso di parlarci in maniera franca ed onesta (perché l'abbiamo deciso, vero?) bisogna farlo fino in fondo. Comprendo anche di non aver alcuna possibilità di piacere dopo aver detto questo, ma cercherò almeno di spiegarmi.

Ci sono alcune cose al mondo che sono sgradevoli, ma esistono. Una di queste è la violenza. C'è, è li fuori ed è dentro di noi. La violenza è il primo grande ostacolo alla libertà e c'è un solo modo per opporsi ad essa: la violenza. E' un dato di fatto, purtroppo. Questo lo sapevano bene i nostri antenati: nelle società arcaiche potevano fare guerra solo gli uomini liberi; il possedere armi era un privilegio dei ricchi e i ricchi erano i liberi. Per usare termini moderni, diritti politici e guerra andavano di pari passo e la libertà non era concepibile senza la possibilità di difenderla con le armi. I liberi avevano le armi, gli schiavi no. Era così ad esempio nella Grecia arcaica. E quando, col tempo, fu necessario aumentare il numero di uomini da impiegare al fronte, si dovettero concedere i diritti politici a strati sempre più larghi (e meno ricchi) della società.

Ironicamente, i più fieri oppositori del diritto di avere armi indossano magliette con il volto di Che Guevara e dicono di predicare i valori della Resistenza. Del primo non c'è molto da dire: di mestiere organizzava guerre in nome della libertà.

Sulla seconda invece sarebbe anche ora di parlarci chiaro. I valori della Resistenza sono riassumibili in poche parole: “in nome della libertà, prendo in mano il fucile e mi sollevo contro chi mi governa”.

Forse qualcuno si aspettava che parlassi del diritto di sparare al primo che mette piede nella mia proprietà. Illusi. Quand'ero in prima o seconda media ci fecero vedere un film, “L'amico ritrovato” se non mi sbaglio. Ricordo la scena di un ebreo reduce della prima guerra mondiale che attende, indossando fieramente la divisa, sull'uscio di casa il nazista che lo sta per portar via. All'epoca mi parve una scelta di incredibile coraggio e dignità. Oggi mi pare una scelta da mona. L'equipaggiamento militare sarebbe stato anche appropriato, ma mancava l'elemento base: il Gewehr 98. Grazie a questo eccellente fucile in dotazione all'esercito tedesco, sapendo che i nazisti stavano per arrivare, avrebbe potuto mettere al sicuro la propria famiglia, appostarsi in un luogo riparato ed iniziare a far saltare le cervella di tutti i nazisti che si presentavano. Obiezione: tanto dopo cosa sarebbe successo? Probabilmente esattamente quello che è successo a tutti quelli a cui i nazisti hanno bussato alla porta e che non hanno fatto niente: ucciso in qualche campo di concentramento. Ma se tutti gli ebrei avessero avuto la possibilità e la mentalità di sparare a vista alle SA che tentavano di entrare in casa loro per rapirli ed ucciderli, probabilmente la storia sarebbe andata in maniera diversa.

L'altra obiezione in sequenza sarà: “ma se tutti avranno le armi, si ammazzeranno per strada come cani senza motivo”. Avete mai visto due karateka fare a botte? No. Forse perché apprendono una filosofia segreta che impedisce loro di usare violenza per non generare controriflussi negativi alla propria coscienza? Neanche per idea. Semplicemente perché sanno fin troppo bene che se fanno a botte con un loro pari, si faranno male. Avete mai visto ragazzi che sparano sulla folla da uno scooter? Sì, certo, l'ultima vota hanno anche ucciso un ragazzino. Sapete perché lo fanno? Perché sanno che nessuno ha una pistola. Se sapessero che statisticamente in quella folla una o due persone hanno la pistola e sono pronti ad usarla (ma non sanno chi sono, perché non sono in divisa) ci penserebbero due volte prima di fare una cosa del genere.

E' chiaro che “diritto ad avere armi” non significa “distribuiamo armi in piazza dal rimorchio di un camion”. Significa avere detentori di armi che sono stati preparati ed istruiti ad usarle.

Non c'erano ebrei armati sui treni per la Polonia.

I puntini sulle i

Forse è il caso di iniziare a mettere alcune cose al proprio posto, così io le dico e poi non ne parliamo più. Di solito quando discuto con qualcuno, mi trovo sempre in contrasto per una ragione di fondo che il mio interlocutore non comprende. Per me la prima cosa da salvaguardare è la libertà dell'individuo. Dell'individuo singolo, concreto ed in carne ed ossa. Ogni azione, ogni scelta, ogni politica, ogni legge deve avere la libertà individuale come fondamento. Il problema è che, mediamente, i miei interlocutori provengono da una cultura o cattolica o sinistrorsa o parafascista. Questo significa che non sono in grado di concepire la libertà del singolo se non come il primo passo verso l'apocalisse. Per le tre grandi religioni monoteiste d'Italia, l'individuo è male e la collettività che gli sta attorno è bene in quanto limita, riduce o annulla la libertà del singolo. Qui scatta l'incomunicabilità tra me e l'interlocutore, perché per me la libertà del singolo è la base su cui costruire tutto il resto. Senza di essa nulla ha valore. La società esiste sì, ma non è un essere senziente dotato di volontà propria. E' un insieme di individui che con le loro scelte ne determinano gli esiti. Sacrificare il bene individuale per il bene comune è una follia, perché significa sacrificare il bene individuale in cambio di un nulla, perché il bene collettivo non esiste. Io su questo non transigo, ma ovviamente ne discuto. Ora sapete perché ogni volta che qualcuno arriva a proporre strane idee che parlano di bene comune, collettività e società, prima mi deve spiegare perché ed in che modo vuole restringere le libertà individuali. Poi passiamo al resto. Tanto poi arriva quello che dice “sì, ma se tutti fanno quello che gli pare, dove andremo a finire?” Rispondo io: se non sai gestire la tua libertà e hai bisogno che ti spieghi come farlo, in realtà sei in cerca di un padrone, quindi dovresti rivolgerti ad un sito di annunci BDSM.