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Fregati con le loro mani

Attraverso noiseFromAmeriKa apprendo che si starebbe per istituire una specie di diritto dei lavoratori a non essere stressati sul posto di lavoro, facendo in modo che il datore di lavoro sia attivamente coinvolto nella ricerca dei lavoratori stressati, in modo da evitare lo stress. Si può anche ricorrere a professionisti del settore.

No, ma benissimo. Perché per aiutare il lavoratore dipendente si sentiva il bisogno di screening psicologici, non c'è niente di meglio che mettere in mano al management, nero su bianco, la lista dei lavoratori che non ce la fanno a tenere il passo senza mantenere intatto l'amore incondizionato verso l'azienda. Non c'era niente di meglio che dare al datore di lavoro una scusa per mettere in un angolo quelli che non gli garbano. A norma di legge.

Mi immagino la scena: il lavoratore che lavora spesso è anche un rompiscatole, solo che non ci puoi fare niente. Ma con trucchetti del genere è tutto molto più facile: quando il lavoratore rompe e si agita e magari alza la voce, noi gli diciamo che è stressato e, per il suo bene, lo mettiamo a temperar matite e a fare coriandoli dei documenti riservati.

Che poi se uno è stressato perché i suoi superiori sono delle emerite testedi, ha due opzioni: o se lo tiene per sé e se lo mette in tasca (opzione che adotto di solito) oppure lo dice, così i suoi superiori sapranno che si ritieno stressato per colpa loro. Facendoli felici come non mai e assicurandosi un luminoso futuro in azienda.

Se qualcuno volesse fermare il legislatore in materia di lavoro mi farebbe un gran favore. Già hanno reso i contratti un delirio privo di senso, poi ci infilano queste perle di saggezza non richiesta e siamo a posto.



Le grasse risate proprio


Stavo perdendo tempo su Facebook, quando vengo attratto dal Fan Club di Gianna Michaels. Clicco subito e mi accorgo che invece trattasi di tale Michela Gianni. Non so chi sia, ma dato che son qua vediamo. Parte il filmatino di Iutiùb. Si tratta di una giovane donna che vuole diventare famosa partecipando a X-factor (pronunciando la ics all'italiana e factor all'inglese fino a fac- e all'italiana per -tor).

Questa giovane donna è evidentemente uno di quei personaggi un po' così, quelli che non riescono a comprendere appieno certe meccaniche sociali e come interagire al loro interno e si comportano a volte in maniera considerata buffa dagli altri. Infatti la signorina vuole sfondare come cantante, ma non sa cantare. Non che sia stonata. È che proprio non sa né modulare la voce, né produrre melodia alcuna, né esprimere il testo inglese della canzone.

Di fronte a lei ci sono tre persone: una è Morgan, le altre sono due anziane signore di cui non conosco l'identità. Visto il modo in cui erano vestiti e parlavano, inizialmente ho creduto fossero la famiglia dell'aspirante cantante, la cui presenza così in qualche modo si giustificava (la classica zia frustrata che sfoga sulla nipote i propri sogni d'adolescente).

Invece capisco che queste tre persone sono i conduttori del programma e, per tutto il tempo del video prendono in giro questa poveretta, che a sua volta non comprende che la stanno prendendo in giro. Non solo, ma poi appare in video il figlio di un cantante dei Pooh, anche lui presentatore del programma, che mette in scena la pantomima del difensore degli esclusi e fa finta di elogiare le persone come Michela (volendo intendere l'esatto contrario). E ancora Morgan e le due anziane signore che la prendono in giro.

Mi è venuto da pensare che bisogna avere tanta segatura nel cervello per prendersela con una persona che non sa difendersi. Ma mi è anche venuto in mente che se ci costruisci il successo di un programma meriti di essere sputato in faccia, per strada, da chiunque incroci. E anche quelli che lo guardano, insomma...

[i commenti che inneggino o condonino o accondiscendano tale programma e/o tali comportamenti verranno rimossi. Questo è l'unico preavviso]

Psicopatologia della trasferta di lavoro

Sono molto molto depresso.

La trasferta di lavoro mi ha messo di fronte ad una realtà sconcertante. Dato un campione numericamente consistente di esemplari di uomini e messo di fronte a situazioni simulate in cui si trova a dover scegliere tra l'opzione corretta e quella scorretta, immancabilmente il campione sceglierà quella scorretta.

Poiché le opzioni sono due e poiché l'opzione sbagliata si dimostra tale immediatamente (vista l'impossibilità di continuare la simulazione) verrebbe da pensare che il campione di uomini adotti quindi quella corretta. Invece no, il campione persiste nel scegliere l'opzione chiaramente scorretta.

Quel che è peggio, è che se al campione viene suggerita palesemente l'opzione corretta, non la seguirà e continuerà a sbagliare pur sapendo di sbagliare. Pur sapendo cosa deve fare, farà il contrario.

Il soggetto proseguirà ostinatamente nell'errore finché ad un certo punto qualcosa scatta nel suo cervello e cambia azione e passa a quella corretta.

Ho visto ripetersi questo schema così tante volte che mi sono convinto che siamo tutti così. Facciamo cazzate senza saperlo, pur sapendolo e nonostante ci venga detto che sono cazzate. Dopo un po', senza motivo, smettiamo.

Sono molto molto depresso.

Ignoranti

Ogni tanto mi faccio un giretto delle blogstar. Più che altro perché spesso sono linkate nei blog che leggo quotidianamente e perché ultimamente al lavoro è un po' fiacca. Così mi capita di leggere spesso e volentieri la tirata contro i veneti ignoranti. Un esempio recente è questo (consiglio di leggere i commenti, molto esplicativi) (un'alternativa è questa).

La maggior parte dei miei lettori, a occhio, non è veneta. Io lo sono. Chi è veneto come me, soprattutto se è nato in centri minori o proprio in campagna, è cresciuto nutrendosi di commenti come quelli del blog di cui sopra (non è che queste blogstar brillino per acume o originalità).

Sostanzialmente gli intellettuali che sentono il bisogno di commentare riguardo al Veneto vi sgranano sempre il medesimo rosario di castronerie.

  1. In Veneto sono tutti bifolchi ignoranti e odiano i negri
  2. In Veneto parlano tutti dialetto, a dimostrazione del punto 1
  3. In Veneto sono tutti ricchi e hanno tutti la fabbrica
  4. In Veneto sono tutti finti cattolici baciapile
  5. In Veneto si lavora e basta

Scrivere e leggere su un blog cose del genere è normale, soprattutto se il vostro blog si dichiara progressista e di sinistra. Ma, come ho scritto, non sono stati certo i blogger a scoprire queste ostinate verità sociologiche: se siete veneti, le avete sentite per una vita.

Di fronte a tali giudizi, potete reagire in molti modi. Uno, molto comune, è quello di cercare di dimostrare che voi siete dei fini intellettuali, che non parlate dialetto, che non avete la fabbrica, che siete atei e che non lavorate. Sarete una delle figure che, ottant'anni fa, potevano vantare una qualche forma di prestigio sociale, perché capaci di leggere e scrivere in un mondo di analfabeti o perché in fortuito contatto con le classi sociali superiori.

Eppure la maggior parte delle persone non sceglie questa via. Se penso alle persone che frequento io, nessuno ha avuto voglia di fare l'intellettuale: qualcuno è operaio, qualcuno è magazziniere, altre sono infermiere o impiegate; c'è anche qualcuno che lavora in proprio, una fabbrichetta, qualche dipendente. Molti vanno a messa la domenica. Si parla dialetto tra di noi. I nostri nonni parlavano dialetto, i nostri genitori parlavano dialetto, noi parliamo dialetto. Non è una scelta o una rivendicazione d'orgoglio, è semplice quotidianità.

Ecco, tutte queste persone, che non sono ricche, che non vanno in giro col SUV, sono coloro i quali i nostri intellettuali progressisti si divertono a trattare come minus habentes. Ma provate a pensare: vi alzate tutte le mattine alle cinque per andare in fabbrica; fate il turno di notte in un centro di assistenza per disabili; vi siete fatti 10 ore sotto il sole a tirar su muri; avete il mutuo da pagare, le bollette, la dichiarazione dei redditi, la macchina che non va, il dentista che costa una fortuna. Voi ci andate anche a messa, ma le bestemmie ve le cavano di bocca. E poi arrivano questi, gente mai vista, gente studià, e vi dice che siete ignorante, che siete razzista, che siete materialista e che pensate solo alle vacanze al mare.

Vi accusano di lavorare, che pensate solo al lavoro. Perché tanto il mutuo si paga da solo, no? Le bollette basta metterle da parte, la visita medica a pagamento basta non pensarci, no?

Vi accusano di essere ricchi, perché non vivete in uno slum da terzo mondo.

Vi accusano di parlare dialetto, come se fosse un delitto, come se faceste del male a qualcuno.

Accusano i vostri nonni di essere stati poveri e non di esserlo più.

Accusano i vostri genitori di essere ricchi (ancora con questa storia? Sì, siete tutti ricchi in Veneto).

E allora cosa fate? Votate per chi dice che invece no, che il dialetto è meglio dell'italiano, che non siete dei bifolchi e che non accettate che qualcuno venga a giudicare il modo in cui siete usciti dalla miseria. E come darvi torto? La Lega non sarà il massimo, ma è anche l'unica opzione, perché la classe intellettuale ha aborrito le proprie origini e si è allontanata da quelli di cui avrebbe dovuto essere espressione, lasciando un vuoto che è stato colmato alla bell'e meglio dalla Liga Veneta e dalla Lega Nord. Così, mentre il Veneto ha prodotto il più celebrato poeta italiano vivente, ci si fa rappresentare da chi pensa che cultura voglia dire cartelli stradali monchi dell'ultima sillaba.

Davvero complimenti, per fortuna che sono intellettuali e progressisti... che poi insomma, almeno una volta c'erano i signori che schifavano i poveri e non era una bella cosa, ma era comprensibile: ricco, studiato, vestito bene, facevate un figurone di fronte ad un povero analfabeta con le mani grosse come un badile e gli zoccoli di legno ai piedi. Ma oggi? Tutta questa gente che non riesce più a trovare il prestigio sociale di una volta, prof, giornalisti, impiegati di basso rango, tutti che si atteggiano con aria di superiorità e additano il popolo ignorante e cafone, mentre il popolo non sa nemmeno della loro esistenza. E accusano il popolo di essere ricco e crapulone, solo perché loro non riescono a pagarsi i vestiti firmati.


Note a margine:

Mi pare che queste bloggostelle siano cresciute a pane e telefilm americani, da grandi abbiano letto i libri americani e, in breve, abbiano assimilato la giusta dose di politicamente corretto. È logico dunque che per loro qualsiasi conflitto tra etnie diventi la lotta tra wasp e afroamericani. Peccato che il mondo non sia l'Alabama, men che meno lo è il Veneto. Basta con questa storia che i veneti odiano i negri e che cercano la purezza del sangue ariano. Davvero, è patetica.

Altra cosa: il Veneto non è l'Inghilterra vittoriana e nemmeno gli Usa della Bible Belt, quindi non esiste nessuna morale sessuale come la si vede denunziata nei libri e nei film anglosassoni. Vi posso assicurare che siamo entrati anche noi, a pieno titolo, nel ventunesimo secolo.

Infine, comprendo che la commedia, con la sua struttura modulata secondo topoi vecchi di quasi 3000 anni e con le sue maschere caricaturali, possa risultare di più facile comprensione per le menti semplici. Ciononostante, Signore e signori rimane sempre una commedia, non un trattato sociologico o antropologico. E farà anche ridere ma non ha più attinenza alla realtà di Arlecchino e Pantalone.


Non c'è problema

Oggi vi narrerò una storia, che potrete raccontare ai vostri figli quando vi parleranno di quanto siano efficienti i tedeschi. Tutto comincia quando a casa Angelo si decide di traslocare. Il primo di aprile si abbandonano, per la prima volta da quando si è in Germania, i quartieri da poveracci e si nidifica tra i signori altolocati (sì, come no?).

Per una serie di motivi, decidiamo di disdire il nostro contratto telefono/internet con Alice e di passare a Unitymedia, che offre il pacchetto tv/telefono/internet. I primi giorni di marzo firmiamo il contratto e ci viene detto che ci arriverà a giorni la Bestätigung, la conferma del contratto, con tutte le indicazioni utili. Fissiamo l'appuntamento con il tecnico per il 29 marzo.

Il 29 il tecnico arriva, attacca il modem alla presa, smanetta un po' su un netbook e se ne va lasciandoci un router wirless, un ricevitore digitale per la tv e la promessa che in 20 minuti tutto sarebbe stato operativo, telefono, internet e tutto. Naturalmente niente funziona dopo mezz'ora, né dopo un'ora. Poco male: il contratto è per il 1 aprile, mancano ancora 3 giorni e comunque, avendo traslocato il giorno prima e avendo una cucina intera da montare, abbiamo altro a cui pensare.

Il primo di aprile siamo ancora senza telefono e internet, così proviamo a chiamare il servizio a clienti, un numero a pagamento al quale l'operatore prima non sa che pesci pigliare e poi ci promette di richiamare non appena risolto il problema. Stiamo ancora aspettando la chiamata. Il giorno dopo, il 2 aprile, è Venerdì Santo, che in Germania è un giorno festivo: alle 7:30 del mattino partiamo alla volta del natio borgo selvaggio della Frau per passare la Pasqua. Lunedì 5 verso sera rincasiamo e ancora niente internet e telefono. Decidiamo di andare in un negozio Unitymedia il giorno seguente.

Ivi ci accoglie un signore di cui non riferirò l'etnia per non passare da razzista. Dopo aver spiegato tre volte qual era il nostro problema, il tipo ci dice di non poter far niente perché il contratto lo abbiamo firmato da un'altra parte. Lo guardo senza espressione e lui – per farmi un piacere – digita il mio nome sulla tastiera di un laptop e mi dice che, come volevasi dimostrare, lui non ha niente a nostro riguardo lì (lascio al lettore il giudizio su un'azienda che mi vende internet ma che mi vuol far credere di non avere i propri computer in rete). Allora il tipo mi da il numero del servizio clienti raggiungibile esclusivamente dalla rete di Unitymedia. Gli chiedo come posso chiamare quel numero se il mio problema è che non ho il telefono. Non mi risponde; mi guarda, ma non mi risponde. E io esco dal negozio senza salutare. Purtroppo Frau Angelo non fa lo stesso, a causa della sua congenita educazione nei confronti del prossimo.

Allora andiamo al Saturn dove abbiamo firmato il contratto. Naturalmente non ci troviamo lo stesso tipo (di cui non riferirò l'etnia nemmeno in questo caso) con cui abbiamo firmato il contratto, ma un altro. Un tedesco. Gli spieghiamo il problema, che non abbiamo ricevuto nessuna conferma del contratto e che non abbiamo internet e telefono. Lui chiama qualcuno. Dicendo che non ci è arrivata l'apparecchiatura. L'unica cosa che invece ci è arrivata. Parla e parla, mette giù. Ci dice che la conferma è unterwegs, che sta per arrivare. Sorride, come a dire “problema risolto”. Allora gli chiedo cosa è successo. Non mi risponde. Ripeto la domanda: cosa è successo? Non comprende, per lui non è successo niente. Parte lo spiegone: ho fatto un contratto per il 1 di aprile, è il 6 e ancora non ho internet. A questo punto il tedesco che è in lui non si trattiene più. Mi dice che non ho internet perché non è arrivata la conferma. Comincio a schiumare. Appunto! Perché non è arrivata la conferma? Ho firmato un contratto per il primo di aprile.

Messo alle strette, fa quello che tutti i tedeschi maschi sul lavoro fanno quando sono messi alle strette: racconta la prima balla che gli passa per la testa. Mi dice la data d'inizio del contratto è “indicativa”. Purtroppo non ho avuto la prontezza di spirito di farmi indicare col dito dove nel contratto che avevo con me ci sia scritta una cosa del genere (a casa ho controllato, c'è scritto che la data in cui il tecnico viene a casa è indicativa: vuol dire che al momento della firma chiedi quando preferisci che venga e poi ti metti d'accordo giorno più giorno meno col tecnico). Invece gli ho dato corda, dicendogli che va bene, la data è indicativa, ma allora dovete dirlo quando fate il contratto, così uno si regola.

A questo punto fa la seconda cosa che ogni tedesco sul lavoro fa: picchietta col dito sul contratto e mi dice “eh ma qui non c'è mica scritto il mio nome!” intendendo che non è stato lui a farmi il contratto e che quindi io non posso chiedergli alcunché. E sorride, convinto che questo mi dovrebbe mettere a tacere. Sfortunatamente per lui, se c'è una cosa che non sopporto sul lavoro è la gente che, di fronte ad un problema, dice “non c'è il mio nome, non sono stato io”. Io gli faccio notare l'inanità di tale argomentazione, ma lui insiste dicendo che “non è stato lui”. Qui commetto un errore, perché non mi appunto il nome del personaggio e me ne vado senza salutare.

Il giorno dopo ancora nessuna conferma; aspettiamo un giorno (giovedì 8 aprile) e la Frau chiama ancora il numero a pagamento, dove non sanno cavare un ragno dal buco e così le passano un superiore. Il quale per prima cosa le dice che tutto quello che il bellimbusto al Saturn ci ha detto erano sciocchezze (l'avevo sospettato) e che effettivamente c'è qualcosa che non va. Ci dice di controllare se almeno la tv va e di richiamare il giorno seguente. La tv va, anche perché a noi della tv non interessa né poco né punto, ci interessa avere il telefono e internet.

Venerdì 9 la Frau viene contattata da Unitymedia, la quale dice che probabilmente c'è un problema al modem e che manderanno il tecnico lunedì 12. Lo stesso giorno, ci arriva una lettera datata 2 aprile, con il timbro postale dell'8 aprile: è la conferma che contratto per la tv è partito il 7 aprile. A questo punto ancora non sappiamo quale sia il nostro numero di telefono, non abbiamo il telefono e non abbiamo internet. In compenso possiamo guardare la tv, cosa che abbiamo fatto insieme sì e no tre volte da quando ci conosciamo.

Lunedì 12 non vado al lavoro, perché alle nove arriva il tecnico. Nove e un quarto, nove e mezza, nove e 45, dieci, dieci e un quarto... il telefono fisso suona. Miracolo! San Gennaro! E chi sarà? E' il tecnico. Che dice qualcosa. Ora, dovete sapere che in questo Paese ad alto tasso di immigrazione, gli è riuscito tutto bene, tranne di insegnare agli immigrati di ottava generazione a parlare tedesco vero e proprio. Inoltre, non conoscono la differenza tra tedesco standard e dialetto come in Italia, ma la applicano costantemente. Sono convinti di parlare tedesco ed invece parlano la variante locale. Quindi l'immigrato di ottava generazione parla una lingua a metà tra la sua di origine e la variante locale del tedesco di dove vive. Per un tedesco questo non è un problema, per lui è come sentire parlare tedesco con accento straniero, per me invece è una tragedia perché non capisco mai quello che vogliono. Lo so che è colpa mia eh, e lo so di parlare tedesco peggio di loro, ma almeno io mi sforzo di pronunciare le parole dall'inizio alla fine. Insomma, il tecnico che doveva essere a casa mia un'ora e quarto prima mi dice è tutto a posto, bastava che quelli di Unitymedia premessero il bottone dell'energia solare che è invicibile e tutto è sistemato.

La pressione sanguigna mi sale così tanto che inizio a piangere sangue, la mente mi si obnubila, dimentico tutto il tedesco che ho imparato e comprendo che in questa lingua non esiste la parola “vaffanculo”. Attacco e corro al lavoro, dove arrivo con soltanto due ore e mezza di ritardo.

Aggiungeteci che naturalmente il mio Ubuntu 9.04, oltre a non leggere la scheda wireless, non si connette automaticamente via cavo al router – come fa di solito con qualunque altra rete – e che ho cercato i forum di mezza Germania per capire come fare e che invece la soluzione era banalissima ed eccomi qua, al 14 di aprile, a riprendere il postaggio.

Ah, ma non fraintendetemi, non è che in Germania le cose non funzionino mai. Il problema è quando succede qualcosa: cioè, io posso capire che qualcosa vada storto, succede; quello che non accetto è che quando ti chiedo di risolvere il problema prima mi dici che non c'è nessun problema, poi che non è tua responsabilità e alla fine insinui che io non so attaccare un router ad un modem ed un modem alla presa; soprattutto quando è evidente che bastava che qualcuno, invece di lustrare la spocchia, premesse tre bottoni in croce.

Tra l'altro, ad oggi non si sono degnati di mandarci un pezzo di carta per dirci qual è il nostro numero di telefono e tre dati in croce sulla connessione internet, tanto che per impostare il router sono andato a caso.

Magre false

Leggo sul Corriere un articolo (un post dal blog di Alessandra Farkas) riguardo al servizio fotografico di cui ho parlato nel post precedente. Il titolo recita: "Grasso è bello. V-Magazine sfida il mondo della moda." Dopo un po' di bla bla e qualche immagine di prigioniere dei campi di concentramento nazisti, l'articolo – sottolineiamo: scritto da una donna - si conclude così: "Siamo quindi alla vigilia di una rivoluzione all'insegna del "Grasso è bello"? La speranza è che non si tratti di un fenomeno passeggero, ma di una svolta davvero epocale."

Ma io mi chiedo dal profondo del cuore: ma la vogliamo smettere di far tracimare i pensieri dalla scatola cranica solo perché si scrive per una testata nazionale? Quelle donne non sono grasse, sono normali. Nor-ma-li.

E quando dico normali, non intendo che tutte le donne devono essere così. Non sto stabilendo un nuovo canone di bellezza. Dico solo che è il mondo è pieno di donne dalle forme rotonde, come è pieno di donne alte e filiformi.

Oltre ad essere normali, sono anche considerevolmente attraenti. Fatti salvi i gusti personali di ciascuno, quelle donne sono infinitamente più belle delle intellettualine da salotto cultural-onanistico milanese, che leggono i giornali della gente perbene, che passano le serate a discettare di femminismo e a farsi di bamba in compagnia.

Francamente mi sono stancato. Sarebbe anche ora la facessero finita. Non capiscono che quello che scrivono viene letto da migliaia di donne, anche giovani, e che dire ad una ragazza “mi piaci come sei, anche grassa” è come dire ad un malato di sindrome di Down “ti voglio bene per come sei, mongoloide ritardato”? Non potete dire ad una donna che “grasso è bello”, perché le state dicendo che una cosa rivoltante è bella: si sentirà ancora più uno schifo! È come dire “cara, certo non sei bella come me, ma sono sicura che da qualche parte ci sarà un uomo abbastanza pervertito da sentirsi attratto da te”.

Cosa non è chiaro? E dire che a scrivere è una donna, queste cose dovrebbe spiegarla lei a me. Se poi ad alcune piace vivere mangiando insalate e facendo palestra, con il naturale risultato che a trentacinque anni sembrerà una vecchia incartapecorita, a me va bene; anzi, consiglio di raddoppiare il carico di lavoro e dimezzare l’apporto calorico per accorciare l'agonia. Ma per favore, per favore che eviti di rendere partecipi gli altri delle proprie fissazioni. I giornali nazionali non sono lo sfogatoio di pensieri da magroline inacidite, sono dei potenti mezzi di comunicazione che riescono ad influenzare la vita delle persone.

E soprattutto non trattate con condiscendenza quelli che non vivono come voi.

È già difficile convincere fidanzate, amiche, sorelle, madri, nonne, suocere e cognate che no, una 34 non è una taglia extra-large, se vi ci mettete pure voi non è più finita. Andate a fare le progressiste da qualche altra parte, create dei gruppi di autosbrodolamento per donne secche e alla moda, fate quello che volete, ma fatela finita col finto progressismo del “grasso è bello”.

NOTA: questo post è stato pubblicato secondo la versione incivilita. La prima versione conteneva un tale quantità di insulti e parolacce da essere decisamente illeggibile. Volevo condividere coi lettori il mio buon senso.

Quelli che vengono come lupi tra gli agnelli

Sapete, usando internet per informarsi, si vengono a sapere molte cose. In senso letterale: molte “cose”, cioè un numero elevato di pezzi di informazione. A me questo piace proprio, devo dire. Cioè, ci sono un sacco di “cose” a disposizione e sta a me decidere cosa va bene e cosa no, cosa è degno di attenzione e cosa no. La chiamavano libertà. Grazie alla libertà, succedono un sacco di altre “cose”, conseguenza delle prime “cose”. Per esempio si sbaglia. Oppure si formulano giudizi imprecisi. Si prendono delle cantonate colossali. Perché, come ogni dittatore vi dirà, la libertà è brutta. Ed è vero, finché qualcuno pensa che noi non si sia in grado di maneggiarla. In realtà è molto bella, ma non come farsi sferzare le piante dei piedi con una verga. E' bella perché ti rende libero, di fare e pensare un sacco di stupidaggini. Perché la libertà è il diritto di essere stupidi.

Si sa che internet, finché non la faranno diventare una gigantesca Italia1 dove si potrà guardare solo quello che la gente che lavora a Italia1 ha deciso che sia bello – comprese splendidi telefilm e sit-com insozzati con traduzioni e doppiaggi da brivido – Internet, si diceva, pullula di informazioni che sono in contrasto totale con altre informazioni. Essendo però le informazioni virtualmente infinite, avremo che in internet ad un numero infinito di informazioni corrisponda un numero infinito di informazioni opposte. Quindi internet è l'unica cosa ad aver moltiplicato per due l'infinito, dopo Chuck Norris. E' normale che ci si possa sentire frastornati all'inizio. Troppo di tutto non è facile da mandare giù.

E' vero che la maggior parte delle persone usa internet per scaricare porno gratis, guardare porno in streaming e pagare per guardare siti porno (non sto dicendo che sbaglino, in fondo the internet is for porn, giusto?) però esistono anche delle pecorelle smarrite che scoprono l'uso perverso di internet per cercare informazioni. Questi poveretti, abituati ad anni di Corrierone, Repubblica, TG1, giornaletti di partito, Santoro, Feltri, Ballarò e tutta quella roba lì, appena entrano in contatto con notizie non allineate, vanno letteralmente fuori di testa. Non che scappino. No no, è che entrano proprio in orgasmo da conoscenza: iniziano a leggere tutte le pagine web disponibili e scoprono in una settimana tutto quello che c'è da sapere su tutto. A questo punto, si sentono pronti. E si decidono per il grande passo: il proselitismo. E se siete nel raggio d'azione di costoro, che il buon Gesù vi protegga, perché non c'è modo di sfuggir loro. Utilizzeranno ogni secondo del loro tempo per spiegarvi tutto quello che non sapete, tutte le cose che ci tengono nascoste, tutte le notizie che i giornali non danno. Alla fine ne esce un blob informe in cui viene infilato di tutto, rettiliani, ebrei, nazisti, banchieri, riscaldamento globale, signoraggio, terrorismo, islam, cristianesimo, massoneria, socialismo, la bomba atomica, i computer, la II guerra mondiale, ogni cospirazione nota ed ogni cospirazione nota che contraddice un'altra cospirazione nota, la crisi economica, i vaccini, l'AIDS...

Se non avete mai sentito parlare di queste cose, rimarrete per lo più indifferenti, tranne per il fatto che un vostro amico inizia a parlare a velocità tripla. Se invece, come me, queste cose le avete lette da tempo, magari anche 5 anni fa, avere una persona che vi riversa addosso tutto l'entusiasmo delle sue scoperte senza fermarsi mai diventa di un noioso, ma di un noioso che non avete idea.

Sì lo so, la Regina è un rettile.

Sì lo so, il mondo finisce fra due anni.

Sì lo so, i rabbini ebrei insegnano a truffare i gentili.

Sì lo so, la crisi economica l'hanno organizzata ad arte.

Sì lo so, loro hanno la tecnologia da anni ma ce la danno un poco alla volta per farcela pagare di più, è per questo che da bambino avevo un Commodore 64 anziché un quad-core: non è che allora non avessero i quad-core, è che li tenevano nascosti aspettando il momento buono.

Vorrei essere chiaro su questo punto: le so già tutte. Tutte. Navigavo quei siti anni fa, leggevo quei blog mesi prima che loro avessero la banda larga. Non discuto il merito di tutte quelle cose. Ad alcune potrei anche credere, ad altre sicuramente non credo. Alcune certamente hanno un fondo di verità, altre sono così palesemente fuori di melona che non so come ci credano. Ma tutto questo è irrilevante. Quello che conta è solo una cosa: vi prego, non venite a dirmi queste cose. Non vogliate rendermi partecipe del vostro nuovo sapere. Non evangelizzatemi. Non spiegatemi le cose. Non parlatemi!

Ma soprattutto: credete davvero che sia necessario un altro blog sul Nuovo Ordine Mondiale? Pensateci: se in una settimana avete letto almeno venti blog diversi che parlano di nuovo ordine mondiale, a cosa pensate serva aprire un altro blog in cui riprendete le stesse notizie che avete letto in quei blog? No sul serio, perché io proprio non ne vedo il motivo, ma magari in qualche anfratto nascosto ed inesplorato della logica troveremo insieme la risposta.

Le streghe sono andate via

C'è una cosa che apprezzo molto nelle donne: non amano parlare di politica. Una conversazione con una donna parte sempre col piede giusto, perché so che non arriveremo a parlarne, a meno che non sia io a farlo (e non lo faccio). Dev'essere la mancanza di quella componente tipicamente maschile che rende necessario appartenere ad un gruppo e inscenare una guerra ritualizzata contro un altro gruppo. E' lo stesso motivo per cui le donne non seguono il calcio. Ora che ci penso, nel mio ufficio i maschi parlano sempre di politica e di calcio, alternando i due argomenti in maniera assolutamente semplice ed automatica, senza cambiare tono di voce né modo d'argomentare.

Se avete la licenza elementare, saprete che se c'è una caratteristica intrinsecamente buona nell'essere donna, puntualmente si presenterà una femminista a volerla distruggere. Io, che ho anche la terza media, ho da poco scoperto che, per sapere quale sia il perbenismo degli anni duemila, bisogna leggere il sito di Micromega. E' davvero meraviglioso. Hanno tutte queste ricettine semplici semplici per salvare il mondo, solo che si vede benissimo che chi scrive viene da un mondo altro, leggermente meno schifoso di quello in cui viviamo noi. Immaginate di essere stuprati da Lexington Steele e mentre siete in ospedale che ancora cercate di capire come abbiate potuto non vedere quel dannato treno, arriva uno di Micromega on-line e cerca di spiegarvi perché nella nostra società il massaggio prostatico non è sufficientemente valorizzato. Rende l'idea?

Poiché tutto ciò che era rivoluzionario diventa col tempo perbenismo della peggior risma, era inevitabile che anche il femminismo divenisse una nuova forma di perbenismo. E siccome Micromega sta diventando il campione del perbenismo, non poteva dedicarci il suo bravo articoletto femminista.

Che inizia subito bene: “L’ 82% dei senatori, il 79% dei deputati e il 77% dei ministri sono uomini”. Bene, che c'è di male? Se fossi una donna sventolerei con orgoglio questi dati. Andrei da mio marito e con aria beffarda gli farei vedere chi sono quelli come lui. Girerei per strada a testa alta sapendo che così poche appartenenti al mio genere sono dei politici. Invece per le articoliste questa sarebbe una forma di discriminazione. Non riesco a capire il perché: è risaputo che le donne non amano il tifo e l'imbrancamento tipicamente maschili e quindi evitano le assemblee e gli stadi. Ottimo, no? Cioè, le donne avranno altri difetti, ma questo è indiscutibilmente un punto a loro favore. Invece no. La tesi proposta è che bisognerebbe arrivare ad un Parlamento col 50% di donne.

Leggendo l'articolo, capisco che le autrici hanno un po' di confusione in testa. Secondo loro, se metà della popolazione è composta da donne, allora metà dei parlamentari dovrebbe essere donna; se così non è, vuol dire che gli uomini imbrogliano. Qualcuno dovrebbe spiegare loro che il Parlamento non rappresenta la composizione statistica della popolazione, altrimenti la politica dovrebbe essere gestita come un sondaggio. Cioè, dovrebbe fare quello di cui viene sempre accusato il Berluscone. Il Parlamento invece rappresenta la volontà degli elettori che, per quel che ne sappiamo, potrebbero un giorno voler mandare a Montecitorio i più noti dj della Romagna, e non gli si potrebbe dire niente.

Ma le nostre intrepide redattrici non sono così sprovvedute. Loro sanno benissimo che la composizione del Parlamento non dipende dalla volontà degli elettori, visto che viene stabilita a tavolino da associazioni private non elette, i partiti. Ma siccome scrivono per il sito del nuovo perbenismo, si guardano bene dal dire una cosa del genere. Però devono anche trovare un modo per cambiare le cose. Quindi le suffragette cosa fanno? Scrivono un cento righe per arrivare a proporre che i partiti siano obbligati a candidare delle donne per una cifra che arrivi al 50% del totale dei candidati.

Capito le furbacchione? Sanno benissimo che i giochi politici sono fatti dalle segreterie di partito e che le elezioni sono solo un rito privo di significato, solo che a loro non interessa questo. A loro interessa arrivare alla cadrega e per ottenere la cadrega bisogna che il partito decida che loro arriveranno alla cadrega. Soluzione: facciamo una legge che obblighi i partiti a decidere che loro arriveranno alla cadrega. Mefistofelico.

Per educazione non farò notare che non gli è nemmeno passata per la testa l'idea che, se fosse vero che metà dell'elettorato vuole delle donne parlamentari e Presidenti del Consiglio, basterebbe candidare un po' di donne in una lista indipendente e vincerebbero a mani basse tutto il vincibile, totalizzando più voti di tutto il vecchio Pentapartito messo insieme. Meglio pretendere che gli altri ti assicurino il posto in prima fila, naturalmente.

Comunque basta avere pazienza, con il tempo ascolteremo sempre più personaggi di tal fatta, che propongono le idee più strampalate pur di ottenere un scranno del valore di 20000 euro al mese più pensione e viaggi gratis. Aspettate solo che il Berluscone si tolga di torno e finalmente potremo goderci degli spettacoli come si deve. Prepariamo il popocorn.

(E questi sono i progressisti che operano per un mondo migliore. Non immagino neanche che proposte possano fare gli altri).

Learning on the job

Oggi leggo un articolo del Corrierone riguardo ai problemi che hanno i genitori per andare a colloquio con gli insegnanti durante le ore di lavoro. Si spiega un po’ la situazione, si dice cosa si sta cercando di fare e alla fine si riportano un paio di dichiarazioni di qualcuno. Sentite la citazione di tale Rosario Salamone, preside del liceo Visconti di Roma, riguardo alla possibilità di dedicare un pomeriggio al ricevimento:

«Un’esperienza terribile: sembrava un suk mediorientale, file lunghissime e l’incontro che si esauriva nella lettura dei voti» […] «Chi mette i figli al mondo deve dimostrare una maggiore responsabilità. E saper rinunciare anche a una mattinata di lavoro». […] «Non sono un supermercato aperto 24 ore al giorno»

Non so voi, ma io con certa gente farei così. Licenziamento in tronco e divieto per due anni di lavorare a qualsiasi titolo per qualsivoglia ufficio pubblico. All’inizio questo signor preside passerebbe le sue giornate a cercare un lavoro, ma senza barare: niente amici e conoscenti, solo offerte di lavoro e invio di curriculum. Viste le grandissime abilità acquisite a fare il preside, siamo sicuri riuscirà a trovare un lavoro che gli consentirà di avere il medesimo trattamento salariale. Il che significa quasi certamente un posto da quadro/dirigente. Il che significa 9, 10, a volte 11 ore di lavoro al giorno. Durante questo periodo, proveremo a vedere quante volte riuscirà a prendersi una mattina libera per andare a parlare 10 minuti con un insegnante. Con uno, perché gli altri ricevono in altri giorni. Diciamo 5 mattinate libere in un mese per quel motivo.

Più realisticamente, il preside in questione non troverà alcun posto da quadro. Dovrà fare una lunga trafila per un lavoro che potrebbe fare chiunque, malpagato e soprattutto non assunto. Diciamo che se va bene, se va di lusso, verrà assunto da un’agenzia con contratto di un mese, rinnovato di volta in volta. Prendendo in considerazione un mese a caso, diciamo dicembre o gennaio, avrà già perso due giornate di lavoro per vari motivi (influenza, pratiche da sbrigare eccetera). Ora, sempre in questo mese, chiede anche 5 mattine per andare a parlare con i professori. Perché lui è un genitore responsabile. Fanno quasi cinque giornate di lavoro in un mese. Quanti soldi ha perso non andando a lavorare per quasi un quarto del tempo? Ma soprattutto, dopo questo mese di allegre scampagnate al liceo Visconti, quante possibilità ci sono che a fine il mese il contratto gli venga prolungato? Poche, poche.

E così il nostro ha perso il lavoro, deve pagare l’affitto, le bollette, mantenere un figlio e possibilmente nutrirsi tre volte al giorno. E tutto per andare a parlare 10 minuti con un genio della pedagogia par suo.

Dimenticavo: allo scadere dei due anni il nostro verrebbe reintegrato al suo posto. Non vogliamo avere un preside sulla coscienza...