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La cultura del mignolo alzato

Leggendo le pubblicazioni specializzate si percepisce che in questo periodo l'ossessione del mondo dei videogiochi è quella di apparire come un medium maturo che possa essere considerato alla pari con altri media, primo tra tutti il cinema. 

Il motivo di questa ossessione è chiaro: come io, nato e cresciuto in un ambiente relativamente lontano dalla cultura alta ho sentito il bisogno di colmare questa mia lacuna per non dovermi sentire un gradino più in basso degli altri, così il mondo dei videogiochi e la stampa di settore in particolare sono arrivati al punto in cui anelano al riconoscimento culturale da parte degli altri rami dell'intrattenimento. 

Ma come io, nel mio tentativo di colmare il presunto divario culturale, mi sono ritrovato a perseguire una formazione accademica che mi ha reso particolarmente difficile trovare un lavoro, così i videogiochi stanno imboccando una via che difficilmente giungerà a qualcosa di buono.

Allo scorso Electronic Entertainment Expo (per gli amici E3) è stato presentato un nuovo progetto che dovrebbe, negli intenti, portare il videogioco ad un livello di maturità superiore. Ecco la presentazione:


Da questo filmato si può capire cosa intendano gli sviluppatori e la stampa quando parlano di maturità del medium: palette di colori dominata dal nero, dialoghi à la detective Callahan, voci rauche à la Batman, combattimenti a mani nude tipo Matrix, girl power, superpoteri e temi come "la vita dopo la morte". Impressionante eh?

Se questo miscuglio di luoghi comuni della cultura pop è considerato il prossimo scalino verso la maturità dei videogiochi, l'asso nella manica da giocarsi per mettersi al pari col cinema e la letteratura, capite bene che la strada per un vero riconoscimento è ancora lunga e perigliosa. 

Tutti questi elementi sono, come detto, dei cliché, stereotipi che si possono incontrare in qualsiasi produzione precedente. Il ricorso ai luoghi comuni di per sé non è sbagliato, perché di fatto è impossibile non ricorrervi: una narrazione funziona per mezzo di determinati meccanismi e non usare quei meccanismi significa creare una narrazione orrenda. Il problema, e la vera forza di chi crea, è saper rimaneggiare i luoghi comuni per arrivare a qualcosa di mai visto prima. Riproporre per la milionesima volta scene di violenza, condite di dialoghi da superduri e con il personaggio femminile che dovrebbe ribaltare lo stereotipo della donzella in pericolo 15 anni dopo Buffy the Vampire Slayer non è nemmeno un esercizio di stile: è catena di montaggio, dove si assemblano pezzi e si produce su larga scala. Che va benissimo, ma non è il modo di creare un'opera culturalmente matura.

E quale potrebbe essere allora un videogioco che rappresenti il passaggio verso una produzione "matura"? Ce ne sono due che sono esemplari in questo senso, ma a cui nessuno mai penserebbe. Preparatevi... sedetevi... 

...

GTA: Vice City e GTA: San Andreas.

Per chi avesse vissuto su Marte negli ultimi 10 anni, questi giochi rappresentano due successi commerciali planetari. Il giocatore impersona un delinquente che si fa strada nel mondo del crimine per mezzo di una lunga fila di omicidi. Il gioco è ambientato in una città e i suoi dintorni, che possono essere liberamente esplorati, senza essere legati ad alcun vincolo predefinito. Il tratto fondamentale dei due titoli è il ricorso alla violenza, che viene così tanto caricata e espansa da superare il limite del grottesco e sfociare nel surreale.

Quello che però rende i due giochi interessanti è l'ambientazione. GTA: Vice City è ambientato nella Miami degli anni 80, mentre GTA: San Andreas nella California dei primi anni 90. Tuttavia la ricostruzione delle due città non è "filologica", per così dire, ma è la sintesi della cultura pop dei rispettivi anni. Quindi né Miami né la California sono ricostruzioni storiche dei loro equivalenti reali, ma una fusione degli elementi caratteristici della cultura pop di quegli anni: il risultato è un pastiche di riferimenti a film, telefilm, musica, programmi radio, automobili, abbigliamento dell'epoca, continuamente alternando tra parodia e omaggio a quegli anni.

Così in GTA: Vice City si trova tutto ciò che ha reso gli anni 80 quelli che ricordiamo: colori fluo, abiti pastello, musica elettronica, il pericolo sovietico... un concentrato di cultura pop in cui gli anni 80 sono più anni 80 degli anni 80. I tratti principali di quegli anni sono così tanto caricati da renderli iperreali e infine surreali. E lo stesso vale per GTA: San Andreas: le gang di neri e ispanici, i pestaggi della polizia, la Rivolta di Los Angeles, X-files, la musica rap...

Quello che rende i due giochi culturalmente interessanti (e ricordiamo che sono giochi vendutissimi, non roba di nicchia buona per i salotti bene) è che gli sviluppatori non hanno voluto rincorrere altri media sul loro piano. Coscienti di dover creare un gioco e non di scimmiottare il cinema, hanno deciso di inventare una formula propria, nella quale tutti i riferimenti culturali - tantissimi - vengono rimaneggiati per dar vita a qualcosa di nuovo. La prima cosa che si deve fare in GTA: Vice City è travestirsi da colletto blu, infiltrarsi in una manifestazione di operai e provocare disordini, in modo che lo sciopero fallisca. Nel gioco la situazione fa molto ridere, perché è un rovesciamento parodico dei valori comunemente accettati, ma il sottotesto è chiaramente radicato nella situazione - seria - del settore manifatturiero americano durante gli anni di Reagan.

Entrambi i giochi sono intessuti seguendo questa trama e ci riescono perché l'intento non è quello di creare un gioco "maturo", ma un gioco che sia divertente e che riesca ad esprimersi a diversi livelli di profondità. Infatti la serie di GTA è universalmente nota per essere caciarona, priva di senso, gratuitamente violenta, perché la maggior parte dei giocatori, quando vanno in mezzo a degli operai in sciopero con un martello in mano, non ha idea dei collegamenti con la situazione reale dei lavoratori americani di quell'epoca. Ma se si ha una conoscenza più approfondita, si può anche godere del gioco ad un ulteriore livello, senza intaccarne minimamente l'aspetto ludico e di intrattenimento.

Perché l'intrattenimento intelligente non è quello che tira gli spiegoni sul senso della vita e la direzione che sta prendendo il mondo, ma è quello che sa riconoscere i tratti salienti dell'immaginario collettivo e li mette a disposizione del fruitore nella consapevolezza dei propri limiti espressivi.

Ma ovviamente queste cose non le leggerete mai nella stampa di settore, perché chi scrive e parla di videogiochi si limita a vedere l'aspetto superficiale (OMG picchiamo gli operai LOL) in quanto carente dei riferimenti culturali generali che permettono un approccio diverso. Basta solo osservare con costernazione la sintassi delle recensioni dei videogiochi.

Conseguenza di questa incapacità di capire che il tono leggero e apparentemente sciocco è in realtà frutto di una complessa rielaborazione della cultura specifica del periodo è la richiesta di creare giochi maturi, intesi come prodotti seriosi in cui si tirano infiniti spiegoni su come la vita fa schifo e il mondo è una cloaca.

Così dopo GTA: San Andreas è uscito GTA IV, un pastone noiosissimo di cliché sulla vita degli immigrati dell'Europa orientale a New York, che non fa né ridere, né piangere, né pensare. Si tira fuori il luogo comune del sogno americano infranto e si continua con una lunga serie di eventi telefonati, visti e rivisti in tutte le salse. E non può che essere così: a meno che il gioco non venga prodotto da emigrati bosniaci con le pezze al culo, nessuno sa veramente mettersi nei panni di un povero cristo sbarcato clandestinamente a New York all'inizio degli anni 2000 e deve per forza di cose ricorrere a luoghi comuni presi in prestito qui e lì. Le poche parti degne di nota sono ad esempio una missione in cui si deve rapinare una banca: tutta la scena è in realtà un omaggio al film Heat di Michael Mann ed è un breve "ritorno alle origini" che purtroppo dura troppo poco.

Ma chiaramente questa svolta nella serie GTA è stata acclamata dalla stampa di settore, che ha applaudito al nuovo tono "maturo", perché per la stampa di settore la palette di colori scura e la storia-polpettone strappalacrime sono la forma che dovrebbe prendere la cultura "alta". Senza rendersi conto invece che è la forma che prendeva Anche i ricchi piangono.

Quando allora i giochi diventeranno culturalmente rilevanti, al pari del cinema e della letteratura? Quando saranno creati da e pensati per persone che sono già fruitori di cultura nel suo complesso, le quali non pensano che la cultura sia una cosa noiosa dove la gente è tutta seria e si parla solo di amore, morte e filosofia politica. Ricordiamoci che noi impariamo molto di più dalla commedia che non dalla tragedia riguardo alla vita nell'Atene classica, perché una società è fatta di sberleffi e scoregge più che di sovrani che si accecano e sorelle che raccolgono i corpi in putrefazione dei fratelli.

Tutti contro i giornali

I giornali diverranno assolutamente inutili a questo scopo [trasmettere informazioni]. Anticipati ad ogni momento dalle ali, veloci come il lampo, del Telegrafo, possono occuparsi soltanto di questioni locali o di speculazioni astratte. Il potere che hanno di fare sensazione, persino  in campagna elettorale, verrà enormemente diminuito, perché l'infallibile Telegrafo contraddirà le loro falsità nello momento stesso in cui le pubblicheranno. 
Anonimo giornalista citato in
J. Gleick, The Information. A History, a Theory, a Flood, London 2011, 145.

La citazione risale alla metà del secolo decimonono, vale a dire più di 160 anni fa, ed è uguale uguale a quello che in molti descrivono come la relazione tra internet e i giornali. Nulla ci dice che debba finire come con il telegrafo, però è curiosa questa secolare ricorsività delle speranze degli uomini nei confronti dei giornali. 

Morire di cesio in Germania

Per ragioni di tempo scrivo poco e leggo poco. Naturalmente non mi azzardo neanche a leggere cosa si dice in internet riguardo al Giappone (ma posso immaginare, posso immaginare. Hanno già nominato lo spostamento dell'asse terrestre?) Mi basta quello che sento on the road.

Oggi, per dire, una conoscente ceca ha cercato di erudirmi, in un tedesco peggiore del mio, su quello che è successo. Prima cosa, il terremoto è sparito. Fottesega proprio del terremoto. Lei, come praticamente tutti, stanno impazzendo per colpa della centrale nucleare. Il problema è che nessuno sa niente di energia atomica e, siccome il funzionamento delle centrali nucleari è per certi versi controintuitivo e comunque lontano dall'esperienza comune, il tedesco medio è convinto che lì a Fukuqualcosa ci sia stata un'esplosione termonucleare e che stiamo per morire tutti a causa del cesio (non so perché, ma sono entrati in fissa col cesio).

Ma perché pensano ciò? Perché i media sono partiti completamente. Continuano a parlare di esplosione e nucleare, nucleare ed esplosione, finché alla fine tutti si sono convinti che c'è stata un'esplosione nucleare. Inoltre, siccome in Germania ci sono delle centrali nucleari, tutto d'un tratto si sono svegliati e sono entrati in panico da centrale a fissione.

L'assurdità è evidente. Cioè, che il rischio incidente nucleare in Germania sia 1 o sia 100, è rimasto lo stesso della settimana scorsa. Non è che perché il raffreddamento di emergenza di una centrale in Giappone non ha funzionato, allora tutte le centrali nucleari tedesche esploderanno domani mattina. Se non gli n'è mai calato niente fino ad oggi, non si capisce perché dovrebbe calargliene oggi.

Si preoccupano di cose che non esistono e si dimenticano completamente che il problema del Giappone è un terremoto, uno tsunami, i morti, i danni e tutto quello che sappiamo. 

Leggi che diventi grande/2

Che quindi leggere il giornale sia un'azione fondamentale per lo sviluppo neuronale delle persone è assodato essere un costrutto sociale. E in quanto tale mutevole qual piuma al vento.

Tanto è vero che quando mi tenevo informato e molti anni fa nessuno si sognava di parlar male di Berluscone perché o si era berlusconiani o si era tra quelli che cercavano di mettersi d'accordo con lui e piagnucolavano perché Silvio col cavolo che divideva il bottino con loro ed io ero uno dei pochi che leggeva e parlava di certe cose, ero considerato un estremista politico, al limite dell'eversione.

Oggi, che ho smesso di informarmi e leggere certe cose (anche e soprattutto per noia), non passa giorno senza che qualcuno mi chieda "hai letto cosa ha fatto, hai letto cosa ha detto? Ma dove andremo a finire, ma non ne possiamo più. Bisogna fare come in Egitto! Revoluzzione!!!11"

A volte è dura vivere sempre in contrasto con lo spirito del tempo.

Leggi che diventi grande/1

Questo è uno screenshot preso dalla pagina del mio Google reader.



Le cartelle contengono i feed ordinati per argomento. Ignorate i nomi: se mi sono messo a ordinare i miei feed in cartelle e per argomento significa che quel giorno ero molto molto annoiato. Di fianco ai nomi ci sono dei numeri in grassetto, che indicano quanti elementi non letti ci sono in ogni cartella.

Un semplice colpo d'occhio rivela quali siano le mie priorità di lettura. Leggo con costanza i blog personali; con costanza quasi pari leggo notizie sui videogiochi; poi a seguire perdo tempo con i siti che mi fanno ridere; seguono le notizie su Ubuntu; infine rimangono praticamente intatte le notizie vere e proprie, l'informazione così come la si intende generalmente.

Quel “1000+” – tendente all'infinito – ha lasciato stupito più me che voi. Essendo nato e cresciuto nell'epoca precendete all'internet di massa, sono stato educato a “leggere il giornale”. Leggere il giornale era considerato un atto dovuto per chi si considerasse una persona intellettualmente attiva. Leggere due o tre giornali era prerogativa degli intellettuali veri e propri. Leggere il giornale a scuola o all'università era simbolo esteriore di serietà ed intelligenza.
Sì.
Quando la stampa estera è diventata ampiamente accessibile grazie a internet, mi ci sono dedicato con intensità. In fondo i quotidiani mi avevano insegnato a considerare la stampa estera e specialmente anglosassone la forma sublime di giornalismo. Da un lato mi è stato possibile accedere e comparare un grande volume di notizie di stampa in un arco di tempo ridotto e a costi quasi nulli, dall'altro ho potuto vedere il tipo di lettori e capire in che modo si approcciano alla notizia (quando si legge un quotidiano non è possibile sapere cosa pensano gli altri lettori, grazie ad internet si ha subito un'idea sulle reazioni suscitate da un articolo).

Essendo possibile questa visione accelerata e onnicomprensiva del modo in cui i media funzionano, è anche molto più facile comprenderne le dinamiche che, nel mondo tradizionale, erano così lente e così grandi da rimanere al di fuori del campo visivo del lettore medio quale sono io. Questa triangolazione di prospettiva tra produttori di notizie, fruitori di notizie ed effetti prodotti dalle notizie mette in luce la natura dell'informazione.
Classica è una vignetta che non ha mai
finito di dire quello che ha da dire.

L'informazione è un bene che viene prodotto e viene offerto a chi lo vuole in cambio di un altro bene. È una forma di mercato, insomma. Ma prima che partano i commenti sbroccotronici, vediamo di fare chiarezza. Una considerazione del genere non ha valore positivo o negativo, ma di semplicemente di osservazione.

Ora, se considero la mia pagina di Google reader, non mi sorprende vedere che di fatto non leggo più quotidiani. Per quanti giornali leggessi, non sono mai riuscito a prevedere nulla di importante accaduto nel mondo. Mai. I giornali, pur offrendomi una mole enorme di informazioni, non mi hanno mai offerto notizie significative. Quello che mi vendevano era una visione del mondo: il lettore paga per vedere confermata la propria idea sulla realtà, e questo vale allo stesso modo per il lettore di Repubblica o del Times, per chi guarda Rai3 o FoxNews. Poiché a me non interessa vedere confermata la mia visione del mondo, ma avere informazioni abbastanza dettagliate per potermi muovere, ho smesso di leggere la stampa tradizionale. Ho smesso di girare con 15 quotidiani internazionali sotto il mouse e indovinate? Non è cambiato niente né della mia visione del mondo né della mia capacità di affrontarlo.
Quanti editoriali servono per cambiare
la tua visione dell'universo?

L'informazione è dunque tutta così? No, perché l'offerta è diversa a seconda della domanda. Prendiamo le altre voci dei miei feed. Per usare Ubuntu ho bisogno di consigli e informazioni su come farlo funzionare a dovere, le trovo in quei siti e posso vedere i risultati in pratica. Mi piacciono i videogiochi, che però costano: vado nei siti dove trovo le informazioni giuste per scegliere un videogioco e non buttare via i soldi.

E perché leggere i blog? Con blog intendo quelli personali, amatoriali, non siti commerciali che hanno la forma esteriore del blog. Li trovo altamente informativi perché si pongono all'opposto dei quotidiani, sono esplicitamente soggettivi e si interessano di realtà vicine a chi scrive. Offrono uno spaccato di una realtà così come viene vista dall'autore, mi fanno conoscere libri che val la pena di leggere e film da guardare la sera.

E dove sta lo scambio? Per i quotidiani è il denaro, ma per gli altri? Solitamente, i siti di videogiochi e passatempi mi offrono notizie in cambio di una mia visita, che si traduce poi nel valore degli spazi pubblicitari da vendere. Chi scrive riguardo ad Ubuntu lo fa perché vuole si diffonda l'uso di Ubuntu medesimo: loro mi aiutano ad usare Ubuntu, in cambio io partecipo alla diffusione del “loro” sistema operativo. I blog di solito vogliono in cambio di essere ascoltati e di ricevere dagli altri quello che loro offrono per primi.

Il sito su Ubuntu mi dice “leggimi e troverai consigli su come far funzionare la tua scheda video e su quale lettore multimediale installare”; ma non mi dice “leggimi e poi vai a discutere con Linus Torvalds su quali linee di codice cambiare”. Mentre il quotidiano mi dice “leggimi e saprai cosa sta succedendo nel mondo” quando con le informazioni che veicola non si è in grado di prevedere sconvolgimenti storici come quelli che stiamo vedendo questi giorni in Africa e Vicino Oriente.

Non c'è dolo da parte dei quotidiani. È la nostra società ad attribuire un valore esagerato all'informazione massmediatica; è la società nel suo complesso che insegna il dovere di “leggere il giornale”; è la società che stima chi gira per strada con “due quotidiani sotto il braccio”; è la società che ritiene giusto che la scuola dell'obbligo educhi a leggere i giornali come se da questo dipendesse la loro capacità di interagire con la realtà.

Se le informazioni fossero una mappa, i quotidiani sarebbero gli antichi planisferi: al centro c'era quello che si sapeva già (dove sono la Grecia, Roma, i Parti...) e tutt'intorno gli Iperborei, i leoni e l'oceano sconfinato tra Europa e Asia. Così un antico guardava il planisfero e credeva di sapere come era fatto il mondo, mentre quella roba lì non la usava per muoversi nei territori noti ed in più credeva di star piantando la bandiera dei re di Spagna sul suolo indiano quando invece aveva inzuccato un intero continente di cui non aveva nemmeno immaginato l'esistenza. Però cavolo, quanto si vantava di essere colto...
" 'zzo dici, vecchio?
Sapevano già tutto nel 3000 a.C."

Un buon sito di videogiochi o di trucchi per usare Ubuntu è come gli schemi della metropolitana: un po' di linee colorate che si intersecano. Tu lo sai che la città non ha quell'aspetto, però grazie a quelle linee arrivi sempre a destinazione. Ma soprattutto, non ti sentirai in grado di discutere con l'Amministratore Delegato della Metropolitana per il solo fatto di essere sceso alla stazione giusta.

Eroe del nostro tempo

Fermi tutti. Mi sono informato e scopro che Assange sta diventando un eroe moderno per i motivi sbagliati. Tutto questo ciarlare di libertà di informazione sta nascondendo la vera ragione della grandezza di Assange. Dobbiamo ristabilire la verità.

Premetto che non condivido necessariamente le azioni dell'uomo dal capello bianco, ma gli riconosco di avere cojones.
... e un gancio per le teste dei mostri

Tutto comincia quando il biancocrinito vola in Svezia. Va a un convegno dei socialdemocratici e conosce una signora appartenente a tale partito. Una nota femminista. Ora, fate bene attenzione, perché una socialdemocratica femminista svedese è una che non scherza per niente quando si tratta di maschi, è una seria veramente. In più questa particolare femminista svedese – se non ho capito male – ha scritto un libro in cui spiega che le donne devono vendicarsi degli uomini. Un peperino da antologia.

Quando lo viene a sapere, il biancocrinito proclama “sfida accettata!” e lo stesso giorno se la porta a letto, sussurandole “chi è che si vendica eh? Chi è che si vendica?” Non contento, al medesimo convegno, conosce un'altra donna, e il medesimo giorno si porta a letto anche lei!

Solo che l'avevano avvertito, guarda che in Svezia c'è una legge per cui se hai rapporti sessuali e non indossi il preservativo contro il volere o all'oscuro della compagna commetti un reato penale. E senza indugio, il nostro ha proclamato “sfida accettata!” e con entrambe le signore si è prodigato in una illecita cavalcata a pelo, in ispregio della legge e delle femminste svedesi.

Poi c'è la questione dei messaggi segreti delle ambasciate americane. La perdita dei documenti era un fatto noto alle autorità, di cui si sa anche il responsabile, un soldato che è stato chiuso in un cella la cui unica chiave è stata inserita nel prossimo programma spaziale per la conquista di Marte. Questo disgraziato non se lo è filato mai nessuno, nemmeno so come si chiami, ed è destinato a marcire in gattabuia ignorato anche da sua madre.

Assange si è trovato in mano questi documenti, in cui si dice che in Iraq c'è la sabbia, in Russia bevono la vodka e dai quali si evince che gli americani non hanno ancora capito che quando in Italia uno ti confida che il capo è stanco per colpa dell'attività sessuale è un complimento e una fanfaronata, non un dispaccio segreto. Monta un hype a riguardo che nemmeno ai tempi del Segway, pubblica sta roba inutile e basta, diventa l'immagine della libertà del giornalismo e adesso si trova con le polizie di tutto il mondo che lo cercano. Ma non per i documenti segreti: per aver trombato senza preservativo!

È chiaro dunque che quest'uomo è un genio, è un troll talmente perfetto da scavalcare gli argini della trollitudine e ascendere all'empireo dei grandi di questa Terra. Purtroppo verrà ricordato come un difensore della libertà o come il nemico pubblico numero uno, ma probabilmente anche questo era il suo piano da troll.

Ci si può depilare con un post-it?

In quanto giovani adulti degli anni '70, i genitori degli anni '80 erano terrorizzati dalla droga (eroina assunta per via endovenosa soprattutto) e tutti noi bambini di allora abbiamo ricevuto una fortissima educazione alla prevenzione, allo stare lontani dagli spacciatori e dagli sconosciuti che distribuivano droga gratis.

Inevitabilmente, quand'è venuto il momento di affrontare da soli il mondo, non avremmo saputo riconoscere uno spacciatore nemmeno se ci avessimo sbattuto contro. Inevitabilmente, eravano del tutto impreparati ad affrontare la questione droga, uso, abuso, dipendenza eccetera. Credo sia per questo che al giorno d'oggi c'è gente fulminata nel cervello che non si considera tossicodipendente perché non si infila un ago in mezzo alle dita dei piedi nei bagni della stazione.

Lo stesso sta succedendo con quelli che hanno orchestrato la campagna dei post-it sulla bocca. Stanno facendo un quarantotto per una legge che verrà, mentre è ormai da anni in Italia la magistratura e la polizia possono chiudere un sito praticamente per sempre a totale discrezione loro, senza processo e senza difesa.

Della cosa se ne sono sempre fregati tutti, perché all'inizio erano misure contro i terroristi islamici i pedofili: tradotto, riguardavano qualche immigrato con le pezze al culo e qualcuno che era considerato talmente rivoltante da non meritare alcuna protezione, nemmeno quelle richieste dalla Costituzione.

È bastato lasciare tempo al tempo e si è arrivati al punto che se uno sciroccato qualsiasi con qualche contatto “importante” vi querela, il magistrato che si occupa della questione decide che il vostro blog, tutto e per intero, deve essere chiuso e fa in modo che il vostro servizio di hosting stacchi la spina.

Mentre quelli che si lamentano del fatto che una legge voglia rendere obbligatoria la rettifica dei contenuti bla bla bla, contemporaneamente è pratica abituale che i blog vengano fatti chiudere senza processo e senza condanna. Nel silenzio generale. Senza post-it.

Ora, nelle questioni giuridiche non metto parola, non mi compete. Però due cose mi paiono chiare. La prima, come ho già avuto modo di scrivere, è che in Italia manca completamente una mentalità dei diritti personali inviolabili, che sono sempre stati considerati sacrificabili in favore del partito, della corporazione e dello Stato. Anche perché pensate che in Italia quelli che si definiscono liberali e liberisti sostengono Berlusconi. No, per dire a che livello siamo.

La seconda è che una situazione del genere (che un blog venga fatto chiudere a tempo indefinito senza una condanna e che nessuno se ne lamenti) è il frutto maturo delle politiche di chi per anni ha chiesto allo Stato tutto. Abbiamo chiesto allo Stato di darci la sanità, la scuola, l'università, le pensioni, la casa, il lavoro, pensando di non dover dare niente in cambio. Non ci siamo resi conto che c'era un prezzo da pagare per tutte queste cose: la libertà. Così oggi, quello Stato a cui ci siamo rivolti mostrandoci deboli ed indifesi, ci tratta come tali: se siamo deboli ed indifesi, è giusto che sia lo Stato a decidere quali blog dobbiamo leggere e quali no. La censura è sempre fatta per il nostro bene, no?

Al pari dei bambini degli anni '80, i difensori della libertà a mezzo post-it non riescono a distinguere la censura e la limitazione dell'espressione del pensiero nemmeno quando ci sbattono contro, perché sono stati abituati a pensare che la censura sia una legge scritta da un Presidente del Consiglio molto cattivo nella quale esplicitamente si ordina la censura. E finché quella legge non c'è, la vostra libertà di espressione può essere calpestata a piacere senza che se ne accorgano.

Il tunnel

Un lettore ci ha mandato la sua testimonianza sulla sua brutta dipendenza. Pubblichiamo solo alcuni brani significativi, ma questo spaccato di sofferenza e dolore di vivere, ma anche si speranza e redenzione, merita di essere condiviso, anche e soprattutto per tutti quelli che stanno soffrendo lo stesso. Per gli ovvi motivi non riveleremo l'identità del lettore.


Giorno 1
Sono partito con grande entusiasmo. So che ce la posso fare. Ho deciso di tenere un diario per aiutarmi a superare la possibile crisi d'astinenza. I miei amici non sanno niente. La mia ragazza nemmeno. Voglio fare una sorpresa al mondo intero.

Giorno 2
Ieri è stata meno dura di quanto pensassi. Credevo che arrivare a sera fosse una pena, come quando si smette di fumare. Invece sono andato via liscio. Dai, che se continuo così sarà un passeggiata di salute.

Giorno 3
Immagino che l'entusiasmo iniziale stia svanendo, perché adesso non mi sembra così facile. Ci penso ogni momento della giornata. La gente mi parla, io non li ascolto, li sento solo in sottofondo mentre la mia mente è sempre lì, sempre lì, sempre lì.

[…]

Giorno 10
Non è facile, non è facile per niente. Il primo giorno è stato l'unico davvero facile. Spero che la sera arrivi presto, così posso dormire e non pensare più a niente. È come se avessero tolto il puntello alle mie giornate, è come aver perso il collante che teneva insieme la mia quotidianità. Adesso ogni giorno è solo una sequenza di fatti slegati senza senso.

[...]

Giorno 30
Il primo mese da quando ho smesso. Molto lentamente comincio a non pensarci più, ma è quasi impossibile farne a meno. Soprattutto con gli amici, ma anche in ufficio, è una presenza costante, tutto e tutti mi ricordano cosa voglia dire farne a meno. Sono consapevole di avere un problema, e ancor di più da quando vedo gli altri. Io ero come loro fino a quattro settimane fa e non voglio più.

Giorno 31
Che coincidenza: ieri sera prima di dormire Alessandra mi ha detto che le sembravo cambiato e che le ultime due settimane sono state deliziose. Le ho chiesto perché. Mi ha risposto che mi vede più sereno e disponibile, molto più presente e attento. Ha voluto sapere che cosa fosse successo, ho detto “non lo so, niente”. Dentro di me ero felicissimo, è stato uno stimolo fortissimo a continuare e a non mollare.

[…]

Giorno 78
Oggi stavo quasi per cedere. In ufficio tutti parlavano della nuova proposta di legge del governo e io non sapevo cosa fare. Più di due mesi senza leggere il giornale e mi sentivo ad anni luce di distanza da loro. Erano arrabbiati, infuriati, alzavano la voce e mi chiedevano di partecipare alla discussione, di prendere una posizione, di spiegare a chi non era d'accordo con loro per quale motivo stesse sbagliando. Non potevo dir nulla, non sapevo di cosa stessero parlando. Al loro confronto parevo un'ameba.

Giorno 79
Non la smettono di discutere di questa proposta di legge. Mi faccio violenza e non uso internet per leggere i giornali. Eppure sono lì, facilissimi da raggiungere, tutta quell'informazione a mia disposizione. Ma devo resistere, ce la posso fare. Devo inventarmi qualcosa. Non devo leggere i giornali.

Giorno 80
Ho adottato una nuova strategia. Quando iniziano a discutere della legge, faccio finta di avere qualcosa da fare e me ne vado. Per distrarmi, vado a parlare con la segretaria e con la receptionist. Del tempo, dei loro telefilm preferiti. La segretaria ha anche una bambina: le ho promesso che io e Alessandra possiamo farle da baby-sitter, se qualche sera ha voglia di uscire. La ragazza alla reception invece studia e lavora per pagarsi le tasse universitarie.

[…]

Giorno 234
Non vorrei esagerare con l'ottimismo, ma le cose stanno andando proprio bene. Per esempio, nell'ultima settimana non c'è stato un solo momento in cui abbia pensato alle notizie, a tenermi informato o a leggere un giornale. Soltanto qualche mese non facevo altro. Alla fine ho dovuto dire ad Alessandra che mi stavo disintossicando dai giornali ed era per questo che mi vedeva molto più sereno e presente. All'inizio non sapeva come reagire, ma visto l'effetto mi ha supportato in tutto e per tutto.

Giorno 235
Incredibile! La ragazza della reception, che ha tipo 10 anni meno di me, che potrebbe avere tutti gli uomini che vuole, quella che tutti pensano che se la tiri perché si crede tanto bella, ci sta provando praticamente senza sosta. All'inizio pensavo che certe battuttine fossero così, senza senso, ma ormai è chiaro che ci sta. Non che voglia fare niente, io ho Alessandra, ma cavolo se mi fa piacere. E solo perché in pausa caffè mi fermo da lei a fare due chiacchere invece che litigare con i colleghi sulla finanziaria.

[…]

Giorno 311
Ah, se penso a com'ero dieci mesi fa... 311 giorni senza toccare un giornale o guardare un TG. Ormai non aggiorno quasi più questo diario, tanto non ho più niente da scrivere. Non sento più la mancanza delle notizie, non ho più paura di andare online e cedere al desiderio di informarmi. Con Alessandra va come meglio non potrebbe andare.

[…]

Giorno 365
Un anno! Un anno senza leggere i giornali. Ne sono fuori, mi sento un uomo nuovo, l'aria che mi entra nei polmoni è fresca come non lo è stata mai, il cibo ha un sapore come nessun altro prima.

Prima di smettere, le mie giornate iniziavano con un'arrabbiatura di quelle da manuale. Già alla prima pagina iniziavo a inveire dentro di me; poi mi arrabbiavo con i colleghi, che non capivano niente, che leggevano il giornale “sbagliato”, che si facevano abbindolare da notizie “preconfezionate”. Poi la sera su Facebook, o al pub con gli amici, ancora incazzature perché e la legge, e il governo, e la guerra e tutto quanto. E hai letto l'articolo questo, e l'hai letto l'editoriale quest'altro.

Oggi invece basta. Mi sveglio, faccio colazione e non sono arrabbiato. Vado al lavoro e non sono arrabbiato. Non litigo con i colleghi. Non vado avanti per delle ore a discutere con i miei amici. Non inoltro e condivido come un forsennato articolo dopo articolo tutto quello che trovo in rete.

Pensavo che sarei diventato ignorante e stupido. Temevo di tramutarmi in un pessimo cittadino. Invece ho scoperto che non leggere i giornali non crea nessun disturbo alla propria intelligenza e cultura. Mi sono reso conto che per anni ho creduto di ricevere sapere e conoscenza, ed invece erano solo paccottiglia venduta un euro a copia, buona per avere un motivo per insultarsi al bar, ma niente di più. Ero come un cagnolino addestrato ad abbaiare a comando, bastava suonare la camapanella della notizia del secolo che mi mettevo in piedi sulle zampine posteriori e mostravo i dentini affilati.

Del mondo non ne so meno oggi di quanto ne sapessi un anno fa, solo che sono più sereno, mi dedico alla mia donna, sono più gentile con i colleghi e non litigo più con gli amici. Sono rinato e non sono mai stato così soddisfatto in vita mia.

I primati della legge

Infuria la polemica sulla legge sulle intercettazioni. Non ne so niente, non ho seguito il dibattito, non conosco il testo, né gli effetti che avrà sui processi in corso o su quelli futuri. Ma so già cosa pensare a riguardo, senza perdere tempo leggendo il Corriere e Micromega.
Ora. Dato che.
Nessuna legge in Italia è fatta per fare quello che si dice dovrebbe fare. Nessun provvedimento legislativo ha altro scopo che accomodare la posizione personale dei promotori e dei loro oppositori. Ogni legge serve a dare lavoro a qualche amico di amico. Il sistema giudiziario è tale che l'ultima volta che ha arrestato con convizione qualcuno era Pinelli, aveva torto e comunque non ha mai risolto nessun delitto di una qualche importanza.
Nella realtà la legge sulle intercettazioni provocherà degli effetti collocabili in una gamma che spazia dall'impatto minimo (non cambia nulla per il cittadino, tranne nel caso in cui appartenga a minoranze contro cui sfogarsi a fini di propaganda; non cambia nulla per gli uomini di potere, che continueranno ad essere intoccabili) all'impatto massimo (non cambia nulla per il cittadino, tranne nel caso in cui appartenga a minoranze contro cui sfogarsi a fini di propaganda; non cambia nulla per gli uomini di potere, che continueranno ad essere intoccabili).
A sostegno della mia tesi vi è l'atteggiamento dei giornalisti, che si sono riuniti tutti insieme per protestare contro la natura illiberale, liberticida e antilibertaria della legge: evidente dimostrazione che questa legge, come tutte le altre leggi partorite dal Parlamento, è inutile fuffa senza senso e senza utilità. Come tutte le polemiche a corredo. Come tutte le petizioni. Come tutti gli appelli.

Quarto superpotere

Nel suo blog, il sempre ottimo Falecius ha tenuto una piccola lezione riguardo all'islam dal punto di vista linguistico (Falecius è quel che sarei io, se una volta presa la laurea non avessi cominciato a correre come un dannato verso il punto sulla Terra più lontano da un professore).

La serie di post a riguardo è davvero interessante. Per esempio, ora sono conscio del fatto che qualunque modo io utilizzi per indicare la religione del Profeta Maometto e dei suoi seguaci, sarà sempre quello sbagliato. Molte grazie, Falecius.

Interessante è il taglio metodogico dato all'esposizione: siamo di fronte ad un raro caso di etimologia militante, nel quale la disciplina è usata a modo di clava per sferzare le teste del nemico, che in questo caso sono i giornalisti.

Il casus belli è un articolo riguardo ai musulmani del noto professor Sartori, infarcito di un numero tale di errori da dover essere stroncato con successo da chiunque passasse di lì anche per caso. La tesi di Falecius è la seguente: i giornalisti lavorano grazie ai soldi pubblici, quindi hanno il dovere di scrivere articoli che veicolino informazioni corrette e veritiere. In pratica, dice Falecius, vi paghiamo con i soldi nostri, fateci la cortesia di sapere l'ABC del tema che andate a trattare.

In questa posizione si incarna uno dei grandi miti del mondo moderno: quello del giornalismo come faro di cultura, conoscenza e informazione. Io non so chi abbia dato vita a questo mito – suppongo un giornalista – ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere.

Un giorno una persona, che aveva lavorato come giornalista per qualche tempo, mi disse una frase che non scorderò mai: il giornalista è l'unica professione di un certo livello e responsabilità che non richiede alcun titolo di studio per essere svolta. Non ci avevo pensato prima di allora, ma è proprio così. Il giornalista è colui che non sa di nulla, ma scrive di tutto. E potrebbe anche non essere un problema, se solo non ci fossero aspettative così elevate sul suo operato.

Pensiamo ai giornalisti che seguono un caso giudiziario: non hanno studiato diritto, non sono stati nella Polizia, non hanno alcuna esperienza processuale. Però devono scrivere di un processo in corso. Cosa fanno? Chiedono. A chi? Alla polizia, agli avvocati e al PM. Non potendo applicare nessun filtro critico a ciò che scrivono, si limiteranno a riportare quello che viene loro detto. E anche qui, niente di male. Putroppo il male sorge quando ci si aspetta che il giornalista veicoli conoscenza e si arrivi a credere che il giornalista sia depositario di una qualunque verità. Il problema è che egli, non potendo vagliare criticamente, riporta da fonti che hanno tutto l'interesse ad utilizzare il giornalista come strumento da piegare ai propri fini. Non intendo dire che ci sia un complotto, dico solo che essendo le fonti altamente inaffidabili, anche l'informazione che ne scaturisce è altrettando inaffidabile. Meno il giornalista è competente, più la fonte diventa inaffidabile.

I giornalisti che ho conosciuto io (giovani leve di testate locali) erano tutti, chi più chi meno, ragazzi con un mediocre profilo culturale (maturità presa per grazia del Signore) che hanno trovato nel giornalismo uno sbocco per le loro non-competenze. Tipicamente, il loro lavoro consisteva nell'andare a raccogliere la dichiarazione dal poliziotto o dal politico locale. Ora, capite che quando un giornalista in erba, un poliziotto e un politico si mettono a discutere, ne uscirà per forza qualcosa di molto lontano dalla verità.

Ma ancora, fin qui tutto bene, se solo il giornalista dicesse “sono solo un povero giornalista, non so fare niente se non farmi dettare quello che devo scrivere, ma almeno metto insieme il pranzo con la cena”. Invece no. Per qualche inspiegabile motivo, nella nostra società il giornalismo viene considerato una professione di nobile profilo intellettuale, con un mandato morale altissimo, purissimo, levissimo. E così ce li ritroviamo a pontificare su tutto, senza sapere di niente. E non solo sui giornali: scrivono libri di “storia”, libri di “economia”, libri di “filosofia” senza essersi mai dedicati ad alcuno di questi studi. Per spiegare la differenza, considerate che una persona che sta per ottenere un dottorato (qualifica minima per poter pensare di pontificare urbi et orbi su un argomento), si è fatta 5 anni di liceo, 5 anni di università e ha passato l'esame per il dottorato, senza contare tutte le varie attività collaterali e lo studio personale. In termini accademici, vuol dire un fottio di tempo e fatica, 10 anni e più di sbattimenti quotidiani. Il giornalista no. Per i primi anni ha cazzeggiato, per gli altri si è fatto dettare da un poliziotto o da un politico cosa scrivere. Capite la differenza?

Falecius, che ha passato tutta questa trafila e molto di più, comprensibilmente si stupisce di come si possa leggere sui giornali gli orrori storiografici che ci vediamo scodellati con malandrina regolarità. Il problema è che altro non può uscire da persone pagate per scrivere di cose che non conoscono.

Ma la colpa non è del giornalista, che fa il suo lavoro. La colpa è nostra che continuiamo ad aspettarci dal giornalista quello che lui non potrà mai darci. Il giornalista non è il sostituto dello studio per gli illetterati, né il tramite che rende la cultura alta appetibile per il popolo. Affatto. Per niente. No.

Quindi, sarebbe il caso che la prossima volta che esce un film come Good Night, and Good Luck, ridessimo tutti fragorosamente, invece di tributargli immeritati onori. E siccome so che a qualcuno già fremono le dita per commentare che “non tutti i giornalisti sono uguali”, che “ ci sono i giornlisti d'inchiesta”, che “sono costretti dagli editori, che altrimenti loro” ecco, io premetto subito che nei Paesi socialisti non c'è mai stato il vero socialismo, che altrimenti... e che nei Paesi capitalisti il grande capitale non è assolutamente protetto dallo Stato con la forza... e che tutto il mondo sarebbe un luogo meraviglioso, se solo fosse quello che non è.