Il credo dell'ateo

Il mio post natalizio ha creato una tempesta in un bicchier d'acqua, provocando sdegno tra gli atei lettori e simpatia tra i credenti lettori. Credo sia un segno dei tempi e, se fossi religioso, penserei che il giorno della disvelazione è vicino, perché se un ateo fa successo tra i credenti, allora il prossimo passo saranno fuoco e zolfo che piovono dai cieli, fiumi e oceani che bollono, quarant'anni di tenebre, eruzioni, terremoti, morti che escono dalle fosse, sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme, masse isteriche! E io non sono pronto, francamente: urge quindi un post da far rizzare i capelli agli amici credenti.

Spazziamo via ogni dubbio. Io vivo in condizione di peccato mortale. Non è proprio una cosa da poco, perché mi aspetta l'inferno per l'eternità. Commetto peccato mortale in violazione dei seguenti Comandamenti:

Primo: ateismo

Secondo: nome di Dio invano

Terzo: mancata santificazione delle feste

Sesto: fornicazione, concubinato, contraccezione, masturbazione, pornografia

Nono: qui dipende. Se il mero desiderio è perseguibile, allora sì. Se invece è punibile solo il tentativo o la consumazione, allora no. Se una donna che vive in concubinato è considerata d'altri, allora sì, altrimenti no.

Considerato che io sono cattolico a tutti gli effetti, in quanto cresimato, credo di poter affermare di essere in a world of shit. Se ci fossi stato io sul crocifisso a fianco di Gesù, il Figlio dell'Uomo mi avrebbe guardato, avrebbe sospirato, scosso la testa e avrebbe esclamato “Eloi, Eloi, lema sabactàni?” Invece, siccome c'era un delinquente della peggior risma, gli ha promesso un posto in Paradiso e se l'è presa con Suo Padre perché gli stava dando soltanto l'onnipotenza e l'onniscenza. È proprio vero che i figli dei ricchi non si accontentano mai.

Nei commenti al post, mi è stato chiesto cosa possa significare per me un augurio di buon Natale. Che poi la domanda in pratica si può riaggiustare e diviene: come fa un ateo, un agnostico, un non credente a vivere in un mondo di credenti? Io parlo per me e quello che dico non ha valore universale, prendetelo per come viene.

Io non ho nessun problema a convivere con la religione. Principalmente perché so sempre come comportarmi. Se vado a Messa (matrimoni e funerali) so cosa fare in ogni momento. Non devo aspettare che tutti siano in piedi per alzarmi anch'io e non vengo colto di sorpresa quando un forestiero mi porge la mano. Potrei anche partecipare attivamente a tutta la cerimonia (che so a memoria), ma non lo faccio per rispetto, visto che non credo. Invece tutti i non credenti che ho conosciuto sono tali perché i loro genitori non lo erano, a differenza mia che non lo sono per scelta. Non conoscono né la religione, né i suoi riti, né i suoi precetti, ma si trovano a vivere in un mondo che è profondamente segnato dalla religione. Col tempo ho imparato ad accettare il fatto di vivere in un mondo che non è fatto a mia immagine e somiglianza. Se quasi tutti intorno a me sono religiosi ma io no, ho due scelte: considero tutti un branco di idioti ritardati ignoranti creduloni, oppure accetto il fatto di appartenere ad una minoranza e santa pazienza.

Negli anni ho aggiunto il rispetto. C'è chi la pensa in maniera diversa dalla mia e, anche se non sono d'accordo e sono fermissimamente convinto di aver ragione, comprendo che potrei anche sbag... sbagli... sb... sba... glia... sbagliare.

Ho fatto le medie dai preti e ricordo che una volta il professore di religione ci chiese se la dimensione autentica della religione fosse quella intima o quella pubblica (non usò queste parole, riporto solo il senso). Noi belammo all'unisono che la religione era un fatto intimo di rapporto diretto con Dio. Povero professore, una classe di protestanti che non sapevano nemmeno di esserlo. Comunque, ci disse che sbagliavamo, perché la dimensione della religione (cattolica, ovvio) era parimenti intima e pubblica, perché l'aspetto più importante per il cattolico è la Messa, che è appunto il momento comunitario per eccellenza. Allora ero troppo giovane per capire davvero cosa intendesse, ma col tempo ci sono arrivato.

Come tutte le espressioni dello spirito umano, anche la religione è divisa in due gruppi: il gruppo minoritario che ha un approccio problematico, ed il gruppo maggioritario non-problematico. I primi sono coloro che hanno la vera fede, che studiano i testi, la storia, la filologia, la filosofia e che vivono l'esperienza religiosa in maniera piena. Gli altri sono i religiosi senza coscienza che vivono la fede come fattore sociale, come garante del sistema morale vigente e come serie di riti pubblici che scandiscono la vita del proprio gruppo. Questa bipartizione è comune a tutti i gruppi umani. Anche tra i comunisti c'erano i pochi che studiavano gli autori, l'economia e la storia, e i molti che gridavano in piazza e pensavano che Marx avesse in mente lo Stato sociale.

C'è insomma nella maggioranza delle persone la necessità di ordinare la propria vita sociale attraverso l'instaurazione di riti a carattere ciclico comunitario. La messa, la processione, le feste comandate. Ma anche i comizi con il capo partito che predica, le manifestazioni che altro non sono che processioni con un simbolo diverso alla testa, le celebrazioni come il primo maggio, il 25 aprile, il 4 novembre. I canti, siano essi Symbolum 77, l'Internazionale o l'inno di Mameli.

Non c'è alcuna differenza tra il 25 dicembre e il 25 aprile, perché sono riti annuali che assolvono alla medesima funzione, cioè rinforzare i rapporti tra membri dello stesso gruppo. Il teologo cattolico non partecipa alle processioni e non costruisce il presepe come mezzo per avvicinarsi a comprendere Dio, così come lo storico non partecipa alle celebrazioni del 25 aprile per studiare meglio la seconda guerra mondiale.

Per tornare a me: 25 dicembre, 25 aprile, 4 novembre, 2 giugno, 20 settembre, I maggio, Pasqua compleanno, anniversario sono ricorrenze sostanzialmente vuote, perché non esiste nessuna realtà al di là di esse. Per chi crede ai sistemi dottrinali cui appartengono, significano qualcosa; per me sono semplicemente l'espressione di un'esigenza umana insopprimibile, che però non è mia.

Comprendo tuttavia che scambiarsi gli auguri a Natale e a Pasqua serva alla mia relazione con gli altri e quindi lo faccio, perché nel sistema sociale in cui viviamo le cose funzionano così. Perché quando faccio gli auguri a mia zia che va a messa ogni domenica e lei li fa a me, non stiamo discutendo una posizione teologica, né stiamo affermando degli articoli di fede. Lei non mi sta dicendo “sono cattolica e te lo dimostro” e io non le sto nascondendo il fatto di essere ateo. Stiamo semplicemente rinforzando il nostro legame nel modo codificato dalla nostra cultura. Se io non le facessi gli auguri, la sua percezione non sarebbe “ah, quindi sei ateo”, ma sarebbe “ah, ma che bel maleducato”.

Farei lo stesso in casa di musulmani, cioè adotterei le forme codificate di rispetto che vigono in quel gruppo, qualora dovessi esserne all'interno. Così come se entro in una sinagoga indosso la kippah non perché voglia far finta di essere ebreo, ma perché mi adatto al gruppo sociale in cui mi trovo e ne adotto le forme rituali.

L'idea che partecipare a questi riti sia un'imposizione della società cattiva che riduce le libertà del singolo è una sciocchezza sesquipedale. La nostra vita è intrecciata a quella degli altri e ci sono delle modalità attraverso cui organizziamo la socialità. Non sputiamo a terra, diamo del lei a chi non conosciamo, cediamo il passo alle signore, non gridiamo al cinema, facciamo gli auguri di compleanno ad amici e colleghi. Sono tutti comportamenti privi di significato oggettivo e sono un'imposizione della società sul singolo, al pari degli auguri Natale. Immagino che anche il più incarognito dei mangiapreti andrebbe al funerale religioso di una persona cara, come forma di rispetto e ultimo atto di vicinanza. Non occorre essere credenti per andare al funerale. E nessuno obbliga a partecipare. Ma se non si partecipa, si capisce cosa si sta infrangendo. Io applico questo concetto a tutte le feste comandate. Potrei starmene in Germania ed evitare il casino delle feste e scendere invece quando mi fa più comodo, tanto cosa cambia, io nemmeno sono credente... Invece scendo, sto con la mia famiglia e faccio gli auguri a zie, cugini, vicini di casa e a tutti quelli che mi capitano a tiro. Perché so che sono felici se lo faccio e mi sembra così disumano privarli di un po' di affetto solo perché ho deciso di essere diverso dagli altri.

Se invece qualcuno crede di essere più sveglio degli altri perché non va a Messa, se crede di essere più intelligente perché non fa gli auguri di Natale, probabilmente l'unico risultato sarà di vivere una vita con la gastrite e di non accorgersi di fare le stesse cose di un cattolico medio: partecipare alla liturgia settimanale, andare alla processioni vestito di viola, citare a vanvera la Bibbia civile, inventarsi forme diverse di moralismo d'accatto. Credo che prima di affibbiare i gagliardetti di stupidità ai credenti, bisogna essere sicuri di non averne una medaglia appuntata al bavero. Ma siccome si nota di più la pagliuzza nell'occhio altrui che la trave nel proprio, consiglierei di lasciare a terra la pietra, perché di solito l'adultera non ha commesso più peccati di noi.