Nel suo blog, il sempre ottimo Falecius ha tenuto una piccola lezione riguardo all'islam dal punto di vista linguistico (Falecius è quel che sarei io, se una volta presa la laurea non avessi cominciato a correre come un dannato verso il punto sulla Terra più lontano da un professore).
La serie di post a riguardo è davvero interessante. Per esempio, ora sono conscio del fatto che qualunque modo io utilizzi per indicare la religione del Profeta Maometto e dei suoi seguaci, sarà sempre quello sbagliato. Molte grazie, Falecius.
Interessante è il taglio metodogico dato all'esposizione: siamo di fronte ad un raro caso di etimologia militante, nel quale la disciplina è usata a modo di clava per sferzare le teste del nemico, che in questo caso sono i giornalisti.
Il casus belli è un articolo riguardo ai musulmani del noto professor Sartori, infarcito di un numero tale di errori da dover essere stroncato con successo da chiunque passasse di lì anche per caso. La tesi di Falecius è la seguente: i giornalisti lavorano grazie ai soldi pubblici, quindi hanno il dovere di scrivere articoli che veicolino informazioni corrette e veritiere. In pratica, dice Falecius, vi paghiamo con i soldi nostri, fateci la cortesia di sapere l'ABC del tema che andate a trattare.
In questa posizione si incarna uno dei grandi miti del mondo moderno: quello del giornalismo come faro di cultura, conoscenza e informazione. Io non so chi abbia dato vita a questo mito – suppongo un giornalista – ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere.
Un giorno una persona, che aveva lavorato come giornalista per qualche tempo, mi disse una frase che non scorderò mai: il giornalista è l'unica professione di un certo livello e responsabilità che non richiede alcun titolo di studio per essere svolta. Non ci avevo pensato prima di allora, ma è proprio così. Il giornalista è colui che non sa di nulla, ma scrive di tutto. E potrebbe anche non essere un problema, se solo non ci fossero aspettative così elevate sul suo operato.
Pensiamo ai giornalisti che seguono un caso giudiziario: non hanno studiato diritto, non sono stati nella Polizia, non hanno alcuna esperienza processuale. Però devono scrivere di un processo in corso. Cosa fanno? Chiedono. A chi? Alla polizia, agli avvocati e al PM. Non potendo applicare nessun filtro critico a ciò che scrivono, si limiteranno a riportare quello che viene loro detto. E anche qui, niente di male. Putroppo il male sorge quando ci si aspetta che il giornalista veicoli conoscenza e si arrivi a credere che il giornalista sia depositario di una qualunque verità. Il problema è che egli, non potendo vagliare criticamente, riporta da fonti che hanno tutto l'interesse ad utilizzare il giornalista come strumento da piegare ai propri fini. Non intendo dire che ci sia un complotto, dico solo che essendo le fonti altamente inaffidabili, anche l'informazione che ne scaturisce è altrettando inaffidabile. Meno il giornalista è competente, più la fonte diventa inaffidabile.
I giornalisti che ho conosciuto io (giovani leve di testate locali) erano tutti, chi più chi meno, ragazzi con un mediocre profilo culturale (maturità presa per grazia del Signore) che hanno trovato nel giornalismo uno sbocco per le loro non-competenze. Tipicamente, il loro lavoro consisteva nell'andare a raccogliere la dichiarazione dal poliziotto o dal politico locale. Ora, capite che quando un giornalista in erba, un poliziotto e un politico si mettono a discutere, ne uscirà per forza qualcosa di molto lontano dalla verità.
Ma ancora, fin qui tutto bene, se solo il giornalista dicesse “sono solo un povero giornalista, non so fare niente se non farmi dettare quello che devo scrivere, ma almeno metto insieme il pranzo con la cena”. Invece no. Per qualche inspiegabile motivo, nella nostra società il giornalismo viene considerato una professione di nobile profilo intellettuale, con un mandato morale altissimo, purissimo, levissimo. E così ce li ritroviamo a pontificare su tutto, senza sapere di niente. E non solo sui giornali: scrivono libri di “storia”, libri di “economia”, libri di “filosofia” senza essersi mai dedicati ad alcuno di questi studi. Per spiegare la differenza, considerate che una persona che sta per ottenere un dottorato (qualifica minima per poter pensare di pontificare urbi et orbi su un argomento), si è fatta 5 anni di liceo, 5 anni di università e ha passato l'esame per il dottorato, senza contare tutte le varie attività collaterali e lo studio personale. In termini accademici, vuol dire un fottio di tempo e fatica, 10 anni e più di sbattimenti quotidiani. Il giornalista no. Per i primi anni ha cazzeggiato, per gli altri si è fatto dettare da un poliziotto o da un politico cosa scrivere. Capite la differenza?
Falecius, che ha passato tutta questa trafila e molto di più, comprensibilmente si stupisce di come si possa leggere sui giornali gli orrori storiografici che ci vediamo scodellati con malandrina regolarità. Il problema è che altro non può uscire da persone pagate per scrivere di cose che non conoscono.
Ma la colpa non è del giornalista, che fa il suo lavoro. La colpa è nostra che continuiamo ad aspettarci dal giornalista quello che lui non potrà mai darci. Il giornalista non è il sostituto dello studio per gli illetterati, né il tramite che rende la cultura alta appetibile per il popolo. Affatto. Per niente. No.
Quindi, sarebbe il caso che la prossima volta che esce un film come Good Night, and Good Luck, ridessimo tutti fragorosamente, invece di tributargli immeritati onori. E siccome so che a qualcuno già fremono le dita per commentare che “non tutti i giornalisti sono uguali”, che “ ci sono i giornlisti d'inchiesta”, che “sono costretti dagli editori, che altrimenti loro” ecco, io premetto subito che nei Paesi socialisti non c'è mai stato il vero socialismo, che altrimenti... e che nei Paesi capitalisti il grande capitale non è assolutamente protetto dallo Stato con la forza... e che tutto il mondo sarebbe un luogo meraviglioso, se solo fosse quello che non è.