I giornali diverranno assolutamente inutili a questo scopo [trasmettere informazioni]. Anticipati ad ogni momento dalle ali, veloci come il lampo, del Telegrafo, possono occuparsi soltanto di questioni locali o di speculazioni astratte. Il potere che hanno di fare sensazione, persino in campagna elettorale, verrà enormemente diminuito, perché l'infallibile Telegrafo contraddirà le loro falsità nello momento stesso in cui le pubblicheranno.
Tutti contro i giornali
Morire di cesio in Germania
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Il tunnel
I primati della legge
Quarto superpotere
Nel suo blog, il sempre ottimo Falecius ha tenuto una piccola lezione riguardo all'islam dal punto di vista linguistico (Falecius è quel che sarei io, se una volta presa la laurea non avessi cominciato a correre come un dannato verso il punto sulla Terra più lontano da un professore).
La serie di post a riguardo è davvero interessante. Per esempio, ora sono conscio del fatto che qualunque modo io utilizzi per indicare la religione del Profeta Maometto e dei suoi seguaci, sarà sempre quello sbagliato. Molte grazie, Falecius.
Interessante è il taglio metodogico dato all'esposizione: siamo di fronte ad un raro caso di etimologia militante, nel quale la disciplina è usata a modo di clava per sferzare le teste del nemico, che in questo caso sono i giornalisti.
Il casus belli è un articolo riguardo ai musulmani del noto professor Sartori, infarcito di un numero tale di errori da dover essere stroncato con successo da chiunque passasse di lì anche per caso. La tesi di Falecius è la seguente: i giornalisti lavorano grazie ai soldi pubblici, quindi hanno il dovere di scrivere articoli che veicolino informazioni corrette e veritiere. In pratica, dice Falecius, vi paghiamo con i soldi nostri, fateci la cortesia di sapere l'ABC del tema che andate a trattare.
In questa posizione si incarna uno dei grandi miti del mondo moderno: quello del giornalismo come faro di cultura, conoscenza e informazione. Io non so chi abbia dato vita a questo mito – suppongo un giornalista – ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere.
Un giorno una persona, che aveva lavorato come giornalista per qualche tempo, mi disse una frase che non scorderò mai: il giornalista è l'unica professione di un certo livello e responsabilità che non richiede alcun titolo di studio per essere svolta. Non ci avevo pensato prima di allora, ma è proprio così. Il giornalista è colui che non sa di nulla, ma scrive di tutto. E potrebbe anche non essere un problema, se solo non ci fossero aspettative così elevate sul suo operato.
Pensiamo ai giornalisti che seguono un caso giudiziario: non hanno studiato diritto, non sono stati nella Polizia, non hanno alcuna esperienza processuale. Però devono scrivere di un processo in corso. Cosa fanno? Chiedono. A chi? Alla polizia, agli avvocati e al PM. Non potendo applicare nessun filtro critico a ciò che scrivono, si limiteranno a riportare quello che viene loro detto. E anche qui, niente di male. Putroppo il male sorge quando ci si aspetta che il giornalista veicoli conoscenza e si arrivi a credere che il giornalista sia depositario di una qualunque verità. Il problema è che egli, non potendo vagliare criticamente, riporta da fonti che hanno tutto l'interesse ad utilizzare il giornalista come strumento da piegare ai propri fini. Non intendo dire che ci sia un complotto, dico solo che essendo le fonti altamente inaffidabili, anche l'informazione che ne scaturisce è altrettando inaffidabile. Meno il giornalista è competente, più la fonte diventa inaffidabile.
I giornalisti che ho conosciuto io (giovani leve di testate locali) erano tutti, chi più chi meno, ragazzi con un mediocre profilo culturale (maturità presa per grazia del Signore) che hanno trovato nel giornalismo uno sbocco per le loro non-competenze. Tipicamente, il loro lavoro consisteva nell'andare a raccogliere la dichiarazione dal poliziotto o dal politico locale. Ora, capite che quando un giornalista in erba, un poliziotto e un politico si mettono a discutere, ne uscirà per forza qualcosa di molto lontano dalla verità.
Ma ancora, fin qui tutto bene, se solo il giornalista dicesse “sono solo un povero giornalista, non so fare niente se non farmi dettare quello che devo scrivere, ma almeno metto insieme il pranzo con la cena”. Invece no. Per qualche inspiegabile motivo, nella nostra società il giornalismo viene considerato una professione di nobile profilo intellettuale, con un mandato morale altissimo, purissimo, levissimo. E così ce li ritroviamo a pontificare su tutto, senza sapere di niente. E non solo sui giornali: scrivono libri di “storia”, libri di “economia”, libri di “filosofia” senza essersi mai dedicati ad alcuno di questi studi. Per spiegare la differenza, considerate che una persona che sta per ottenere un dottorato (qualifica minima per poter pensare di pontificare urbi et orbi su un argomento), si è fatta 5 anni di liceo, 5 anni di università e ha passato l'esame per il dottorato, senza contare tutte le varie attività collaterali e lo studio personale. In termini accademici, vuol dire un fottio di tempo e fatica, 10 anni e più di sbattimenti quotidiani. Il giornalista no. Per i primi anni ha cazzeggiato, per gli altri si è fatto dettare da un poliziotto o da un politico cosa scrivere. Capite la differenza?
Falecius, che ha passato tutta questa trafila e molto di più, comprensibilmente si stupisce di come si possa leggere sui giornali gli orrori storiografici che ci vediamo scodellati con malandrina regolarità. Il problema è che altro non può uscire da persone pagate per scrivere di cose che non conoscono.
Ma la colpa non è del giornalista, che fa il suo lavoro. La colpa è nostra che continuiamo ad aspettarci dal giornalista quello che lui non potrà mai darci. Il giornalista non è il sostituto dello studio per gli illetterati, né il tramite che rende la cultura alta appetibile per il popolo. Affatto. Per niente. No.
Quindi, sarebbe il caso che la prossima volta che esce un film come Good Night, and Good Luck, ridessimo tutti fragorosamente, invece di tributargli immeritati onori. E siccome so che a qualcuno già fremono le dita per commentare che “non tutti i giornalisti sono uguali”, che “ ci sono i giornlisti d'inchiesta”, che “sono costretti dagli editori, che altrimenti loro” ecco, io premetto subito che nei Paesi socialisti non c'è mai stato il vero socialismo, che altrimenti... e che nei Paesi capitalisti il grande capitale non è assolutamente protetto dallo Stato con la forza... e che tutto il mondo sarebbe un luogo meraviglioso, se solo fosse quello che non è.
Magre false
Leggo sul Corriere un articolo (un post dal blog di Alessandra Farkas) riguardo al servizio fotografico di cui ho parlato nel post precedente. Il titolo recita: "Grasso è bello. V-Magazine sfida il mondo della moda." Dopo un po' di bla bla e qualche immagine di prigioniere dei campi di concentramento nazisti, l'articolo – sottolineiamo: scritto da una donna - si conclude così: "Siamo quindi alla vigilia di una rivoluzione all'insegna del "Grasso è bello"? La speranza è che non si tratti di un fenomeno passeggero, ma di una svolta davvero epocale."
Ma io mi chiedo dal profondo del cuore: ma la vogliamo smettere di far tracimare i pensieri dalla scatola cranica solo perché si scrive per una testata nazionale? Quelle donne non sono grasse, sono normali. Nor-ma-li.
E quando dico normali, non intendo che tutte le donne devono essere così. Non sto stabilendo un nuovo canone di bellezza. Dico solo che è il mondo è pieno di donne dalle forme rotonde, come è pieno di donne alte e filiformi.
Oltre ad essere normali, sono anche considerevolmente attraenti. Fatti salvi i gusti personali di ciascuno, quelle donne sono infinitamente più belle delle intellettualine da salotto cultural-onanistico milanese, che leggono i giornali della gente perbene, che passano le serate a discettare di femminismo e a farsi di bamba in compagnia.
Francamente mi sono stancato. Sarebbe anche ora la facessero finita. Non capiscono che quello che scrivono viene letto da migliaia di donne, anche giovani, e che dire ad una ragazza “mi piaci come sei, anche grassa” è come dire ad un malato di sindrome di Down “ti voglio bene per come sei, mongoloide ritardato”? Non potete dire ad una donna che “grasso è bello”, perché le state dicendo che una cosa rivoltante è bella: si sentirà ancora più uno schifo! È come dire “cara, certo non sei bella come me, ma sono sicura che da qualche parte ci sarà un uomo abbastanza pervertito da sentirsi attratto da te”.
Cosa non è chiaro? E dire che a scrivere è una donna, queste cose dovrebbe spiegarla lei a me. Se poi ad alcune piace vivere mangiando insalate e facendo palestra, con il naturale risultato che a trentacinque anni sembrerà una vecchia incartapecorita, a me va bene; anzi, consiglio di raddoppiare il carico di lavoro e dimezzare l’apporto calorico per accorciare l'agonia. Ma per favore, per favore che eviti di rendere partecipi gli altri delle proprie fissazioni. I giornali nazionali non sono lo sfogatoio di pensieri da magroline inacidite, sono dei potenti mezzi di comunicazione che riescono ad influenzare la vita delle persone.
E soprattutto non trattate con condiscendenza quelli che non vivono come voi.
È già difficile convincere fidanzate, amiche, sorelle, madri, nonne, suocere e cognate che no, una 34 non è una taglia extra-large, se vi ci mettete pure voi non è più finita. Andate a fare le progressiste da qualche altra parte, create dei gruppi di autosbrodolamento per donne secche e alla moda, fate quello che volete, ma fatela finita col finto progressismo del “grasso è bello”.
NOTA: questo post è stato pubblicato secondo la versione incivilita. La prima versione conteneva un tale quantità di insulti e parolacce da essere decisamente illeggibile. Volevo condividere coi lettori il mio buon senso.
Eh, ma l'estero è tutta un'altra cosa
Sono nato in un paesino di campagna. Quando ero piccolo piccolo e uscivo dalla porta di casa, trovavo le galline della vicina a farmi festa. Il mio babbo lavorava i campi a tempo perso e io potevo sedere sul parafango del trattore (una volta si usava così, tenendosi con le mani al bordo della lamiera. E siamo ancora tutti vivi. I miracoli esistono). Quando si cominciava a crescere, iniziava la prima voglia d'evasione. Avevamo la televisione. Guardavamo Happy Days e pensavamo che l'America fosse quella degli anni 50 rappresentata da un telefilm degli anni 70, poi guardavamo i film e vedevamo l'America degli anni 80. A quell'età non si va molto per il sottile: era America, sia col ciuffo di Fonzie sia con i grattacieli di Manhattan, non si perdeva tempo a sindacare.
Cominciavo a sentire il paese stretto e volevo la città. Solo che a nove, dieci anni il concetto di città è dello stesso tipo di quello di America: basta che non sia qui e ci siano un po' di palazzi. E dopo poco fui accontentato. A scuola in città. Città chiamavo quella specie di paesone con le mura attorno. In effetti notavo delle differenze. La gente parlava italiano e non dialetto. I giovani spendevano soldi in motorini costosi, anziché comprare un Ciao e tamarrarlo pezzo per pezzo (generalmente per mezzo de il Polini, rigorosamente al maschile). L'interesse delle ragazze crolla a valori negativi (niente fetish del villico, purtroppo). Nessuno ascoltava musica da discoteca (che era l'unica riguardo alla quale potevo esprimere qualche genere di cultura, non nel senso che mi piaceva, ma nel senso che era quello che si ascoltava nella mia cultura).
Comunque, a parte un primo periodo di assestamento, dopo un po' capii che, miglioramenti estetici a parte, quel paesone con le mura non era esattamente la “città” come l'avevo immaginata. Certo, la gente si vestiva secondo la moda di due anni prima, anziché sette anni come al mio paese, ma sempre fuori moda era. E in fondo la differenza media di larghezza di vedute non era sensibile. Alla fine anche il paesone con le mura ha cominciato ad andarmi stretto.
Sono finito all'università, pensando che lì ci sarebbe stata almeno una scrematura degli elementi presenti. All'inizio poi pensavo proprio di essere l'ignorante capitato per caso, perché tutti parlavano di cose molto noiose con termini molto ricercati. Ma anche qui, è bastato acclimatarsi per vedere che la maggior parte dei colleghi non era certo molto più educata di me e in molti casi era... direi quasi meno educata di me. C'erano i fini intellettuali, ma credo che adesso stiano ancora in ginocchio sotto la scrivania di qualche docente nella speranza di ottenere un dottorato.
Non fraintendetemi: ho trovato carissimi amici all'università. Il problema erano le aspettative che facevano a pugni con la realtà.
E così, tra il lusco e il brusco e senza particolare stupore dei lettori, mi sono trovato all'estero. Mai da piccino avrei pensato di finire ad abitare nel paese da cui provenivano quegli strani personaggi che vedevo al mare indossare bislacche calzature e che assumevano strani colori di pelle dopo cinque minuti di esposizione solare. Men che meno avrei immaginato di condividere in peccato mortale il giaciglio con una dolce Fräulein, di andare al lavoro tra i grattacieli e di parlare con i colleghi in una lingua straniera.
Forse qualcuno potrebbe pensare che si scateni l'effetto “ragazzo di campagna”, arrivando . Invece no... perché lungo l'ascesa dal dalla campagna alla metropoli si impara a non aspettarsi niente e anche la città straniera alla fine così grande non è, così caotica insomma dai, non esageriamo.
La cosa interessante è come cambia l'ottica con cui si guarda al proprio Paese, soprattutto in certi aspetti. Ad esempio l'esterofilia italiana. E' una cosa abbastanza tipica, di cui soffrono in molti (in qualche modo anche io ci sono passato).
Essa non è molto, anzi direi per niente, differente dal mio atteggiamento di bambino che voleva andare a vivere in città: enormi aspettative riguardo ad una realtà ignota ma idealizzata. L'esterofilia è il tratto tipico di chi l'estero lo ha visto in cartolina e pensa che la cartolina sia la verità. Ultimamente poi, a leggere giornali e blog, pare che l'Italia sia un paese di neandertaliani mentre gli altri sono delle Città del Sole; sembra che fra poco arriveranno degli esploratori dall'Europa a portare la ruota e il fuoco.
E' chiaro che in altri Paesi molte cose funzionano meglio. In generale non c'è una corruzione così pervasiva e questo conta molto. Se dovete prendere un treno avete la ragionevole certezza che parta e arrivi in orario. O che parta. O che arrivi. E via dicendo. Quello che però l'esterofilo non sa, perché non lo può vedere in una settimana di vacanza o leggendo un quotidiano italiano, sono gli aspetti più importanti e preponderanti della vita normale in un Paese straniero.
Sorrido sempre, ad esempio, quando sento parlare della tv straniera come esempio da imitare e di quanto sia migliore della pessima tv italiana. Che la tv italiana sia pessima è un dato di fatto; ma un altro dato di fatto è che l'80 per cento delle trasmissioni italiane sono format stranieri che si vedono in tutto il mondo. Ciò significa che Amici, il Grande Fratello, UnoMattina, Ballando sotto le stelle li potete vedere uguali in ogni Paese d'Europa. E a volte sono peggiori di quelli italiani: a confronto dei partecipanti tedeschi, i “ragazzi del Grande Fratello” sono un gruppo di dotti a convivio; i miei poveri occhi hanno assistito ad una puntata in cui una specie di truzzona bionda si faceva la doccia completamente nuda, esibendo due seni al silicone grandi come palloni da calcio, perfettamente sferici e ignari della gravità, a guardia del suo delicato fiore che ha avuto la cortesia di mostrare a tutta la Bundesrepublik. In giro per i vari YouPorn troverete numerose sessioni di sesso esplicito, ricco di particolari, provenienti dai vari Grandifratelli europei.
La mia esperienza con la tv tedesca è questa: 70 per cento di reality-show. Di tutti i tipi. C'è un reality per ogni cosa, persino per chi vuole diventare parrucchiera. 20 per cento di film e telefilm, la cui parte preponderante è americana ed una frazione è tedesca, ma cerca di scimmiottare quella americana (tipo Ris vs. Csi, per capirci). Il resto varie ed eventuali, telegiornali e programmi assortiti (molti di cucina).
In sostanza è come la tv italiana, solo che non esistono le veline. Quindi immaginate la tv italiana privata dell'unica cosa che la rende interessante e avrete la tv tedesca. Una noia senza limiti, per la quale pagate 17 euro al mese per apparecchio.
Sicuramente uno o due lettori se ne usciranno con la pensata che almeno qui in Germania non si fa strame della figura femminile. Dipende. Sicuramente non esistono quei personaggi tipo la Varone o Monica Setta o la Parietti, perché non esiste nella mentalità tedesca l'idea di donne del genere, ancor di più se di classe sociale elevata. D'altro canto, in tv non vedete mai donne vecchie, grasse e molto intelligenti. Le conduttrici e le giornaliste televisive sono tutte estremamente belle (più che in Italia – a dire il vero), quindi le cose sono due: o le brutte schifano la tv per principio, oppure ai provini le donne vengono giudicate a seconda del loro grado di avvenenza.
Oh, dimenticavo... ARTE. Credo sia memorizzata attorno al 17, ma la evito perché succedono cose strane: se per caso cammino di fronte alla tv sintonizzata su ARTE, mi addormento immediatamente, cadendo come corpo morto cade e rischiando l'osso del collo. Meglio evitare.
Altro luogo comune è che nel resto d'Europa tutti lavorino con contratti a tempo indeterminato, salvaguardati da un sistema pubblico di assistenza e previdenza che funziona alla perfezione, con una sanità che ti tratta da gran signori.
Non posso parlare per gli altri stati, anche se di recente ho sentito la storia di una ragazza tedesca che lavora in Svizzera, la quale – incinta – ha lavorato fino a 2 giorni prima del parto (venerdì al lavoro, domenica parto) e che presto dovrà tornare in ufficio, perché in Svizzera funziona così. Però vi posso dire quello che vedo qui in Germania.
A lungo la Germania è stata un Paese tra i più vicini al concetto di “socialismo di Stato”. Le condizioni salariali erano ottime, vacanze come neanche a scuola, sanità gratuita e università eccellente. Un operaio della Opel lavorava 30 ore la settimana per uno stipendio più che ottimo; un quadro di una grossa industria automobilistica amico di Frau Angelo lavora(va?) 25 ore a settimana e spendeva grosse porzioni del suo anno in Austria a sciare. Ho conosciuto persone dell'ex DDR che campano col sussidio di disoccupazione da quando è caduto il muro, fanno vent'anni tondi, solo perché non hanno intenzione di trovare altro lavoro se non quello che facevano quando c'erano i soviet. Insomma, le portate del pranzo sono state ricche ed abbondanti, ma prima o poi qualcuno deve pagare il conto. Cioè chi lavora oggi.
Scordatevi il sistema sanitario nazionale. Ogni persona ha un'assicurazione sanitaria privata. Privata. Il che vuol dire che se non paghi, non hai l'assicurazione sanitaria (anche se non so nel concreto cosa accada a chi non ce la fa). In più il mio stipendio viene tassato ad oltre il 40% ma, siccome le vacche sono magre, dal netto che incasso devo far saltar fuori i soldi per una pensione integrativa privata (altrimenti quello che riceverò da vecchio servirà a malapena a pagarmi il pannolino) e per l'equivalente privato della previdenza sociale, nel caso in cui avessi un incidente e non potessi più lavorare. Una vita di contributi lasciata andare a violette.
Trovare un lavoro a tempo indeterminato è assai difficile, mentre abbondano i lavoratori dipendenti mascherati da autonomi: si chiamano Freiberufler e non Co.co.pro, ma la sostanza non cambia. Ci sono anche gli 1 Euro Job (pronunciato ain oiro giob), in cui vi lascio immaginare quale sia la paga oraria. Non vi suona tutto così familiare?
Avete presente quando l'Italia manda in guerra il proprio esercito andando contro la propria Costituzione? Ecco, anche la Germania voleva mandare il proprio esercito in guerra, ma non sarebbe mai andata contro la propria Costituzione, ci mancherebbe. La Germania infatti prima ha cambiato la Costituzione, poi ha mandato i soldati in guerra. Tutto un'altro stile, volete mettere?
Avete presente quando in Italia si è avuta la bella pensata di rendere l'università bipartita in triennio e biennio, in base al principio che 4 è maggiore di 3+2? Ecco, qui è successa la stessa cosa in contemporanea, con i medesimi, grotteschi, effetti.
Molti giornali cavalcano l'onda della “fuga dei cervelli”. Storie strappalacrime di giovani riceratori brillanti che trovano lavoro all'estero. La stampa, oltre alla captatio benevolentiae verso quella fascia di lettori, compie un'operazione davvero di bassa lega. Un ricercatore universitario che va all'estero è la normalità. Ho conosciuto parecchi ricercatori della locale università e se lo facessero anche i giornalisti italiani scoprirebbero che è scontato che nelle università ci siano team di ricercatori internazionali, perché è così che funziona. Non c'è niente di strano che un italiano vada a lavorare all'estero, soprattutto se è un lavoratore di alto livello. Lo fanno in tutti gli altri stati. E' la stampa italiana che vuole far passare queste persone come dei novelli emigranti con la valigia di cartone, che lasciano la propria famiglia e i propri amici per andare a coltivare banane nella giungla.
E poi i rapporti sociali... non sono ancora riuscito ad abituarmi al fatto che qualsiasi forma di rapporto interpersonale debba passare attraverso enormi quantità di alcol, soprattutto tra i maschietti. Qui non si parlano senza l'aiutino del bicchiere. Salite in metropolitana il sabato sera e vedrete ragazze da sole o a coppie che si finiscono una bottiglia di vino per scaldarsi prima della festa. Non credo onestamente che un ragazzo sobrio abbia il coraggio di parlare ad una ragazza ad un festa. Anzi, non credo proprio che la cosa venga contemplata tra i comprtamenti da tenere in società. Molte delle persone che ho conosciuto da noi sarebbero considerate al limite dell'alcolismo o comunque con problemi di natura psicologica. Qui invece sono normali.
Sorrido quando sento dire che gli altri Paesi sono “civili”: mi fa venire in mente la mia fanciullezza, quando guardavo la tv commerciale e pensavo che la vita di città fosse quella, e parlavo male del mio paesino e pensavo di saperla lunga su come vive la gente di città. E chiamavo città quel paesotto con le mura intorno, dove la gente spendeva i propri soldi nell'inutile tentativo di nascondere le proprie radici.
Evitare l'uso criminoso
Ogni volta che si parla di libertà di stampa in Italia, dopo poco si arriva all'evidente conclusione che tale libertà esiste di fatto: il numero di giornali disponibili in edicola è talmente elevato che molti non vengono nemmeno comprati. Le idee di tutti sono espresse in maniera più o meno variegata e nessun giornale viene chiuso per volontà del governo. Senza poi contare che da qualche anno esiste anche internet, dove ognuno a costi relativamente esigui può fare informazione libera. Di fronte a questa situazione si è soliti dire che il problema dell'informazione italiana stia nel fatto che la maggioranza della popolazione si informa tramite la televisione, che è tutta o in parte in mano a Berlusconi. A questo punto ci si potrebbe anche fermare: se chi si informa ha possibilità di scegliere e, scegliendo, si informa dalla tv e non dai giornali, più di tanto non si può fare, a parte obbligarlo a leggere giornali.
Per il piacere della discussione, tuttavia, continueremo il discorso.
La televisione, come molti strumenti tecnologici moderni, è nata senza rispondere ad un'esigenza precisa. L'aereo serve per volare, l'auto per muoversi in maniera indipendente; la tv serve solo a veicolare immagini e suoni. E' perciò un medium privo di contenuti e finalità proprie.
Per quanto polivalente, come tutti gli strumenti si adatta meglio a trasportare alcuni contenuti a scapito di altri. La televisione è un ottimo strumento di intrattenimento: essa non permette di veicolare profondità di pensiero e complessità di vedute. E' uno strumento che si basa sull'immagine, che è bidimensionale e piatta. Per questo la televisione è un pessimo strumento se si vuole veicolare informazione e conoscenza, perché queste si compongono di complessità e profondità.
Si potrebbe obiettare che la tv ha insegnato l'italiano agli italiani. Questo è vero: ma quello che veniva insegnato era il corrispondente di un livello base di scolarizzazione, che di solito viene impartito ai bambini tra i 6 e i 9 anni. Aver trasmesso a degli adulti delle informazioni normalmente destinate ai bambini conferma, anziché smentire, il carattere limitato del messaggio televisivo. Ogni volta che un programma televisivo tenta di spiegare argomenti complessi, normalmente dedicati allo studio superiore o universitario, inevitabilmente fallisce, come può dimostrare chiunque assista ad un programma di “divulgazione” di un tema che conosce in maniera professionale. Non è colpa degli autori, né ignoranza: è il mezzo che non permette di veicolare quel tipo di conoscenza, così come non può trasmettere gli odori e i sapori.
La televisione, insomma, è ottima quando si presenta per quel che è, uno strumento d'evasione. E' pessima quando tenta di essere pedagogica o informativa.
Il problema nasce quando si sono capite alcune potenzialità del mezzo. Precisamente, la sua estrema efficacia nell'imprimere un messaggio in chi guarda. Non richiedendo alcuna conoscenza per essere fruito (nemmeno saper leggere) e affidandosi alle immagini per diffondersi, il messaggio televisivo è più forte e dirompente di qualsiasi altro. Non è un caso che in Italia la tv sia stata creata sotto il controllo statale. Uno strumento così potente non poteva essere lasciato in mano al primo che passava e così, oltre alla sua intrinseca superiorità, ha assunto anche il sigillo dell'autorità, abbattendo l'ultimo potenziale filtro alla sua fruizione.
Nel momento in cui il potere politico decise di rendere la tv strumento di educazione e informazione della popolazione, è riuscito a creare un Leviatano che ancor oggi tiranneggia le vite di molti: veicolare informazioni e conoscenza attraverso messaggi semplici e superficiali per mezzo di uno strumento che li renderà quasi indelebili nelle menti dei milioni di fruitori ha creato il più efficace strumento di propaganda che uomo abbia conosciuto.
Poiché l'Italia repubblicana non era quella di Mussolini, l'uso che ne è stato fatto non è stato terribile come quello dei regimi totalitari, ma – in un'ottica di libertà – è riuscita per anni a dettare minuziosamente il dibattito pubblico, gli argomenti da trattare e il modo in cui trattarli.
Oggi i difensori della libertà di informazione si battono perché la Rai torni ad essere stumento di informazione libera e plurale. Questa battaglia è così tanto sgangherata che si potrebbe considerare involontariamente comica, per tre motivi:
a) La televisione non è uno strumento di informazione. Non può esserlo perché non è in grado di veicolare nozioni complesse. Per chi si informa tramite la tv, il problema non sta nei contenuti che assorbe, ma nel fatto stesso di credere che la tv lo informi.
b) La televisione di Stato è uno strumento di propaganda, a prescindere dai contenuti espressi. In mano al potere politico è il più potente mezzo di diffusione attraverso cui arringare le folle. E' inutile lamentarsi di Berlusconi che “occupa” la Rai. Berlusconi usa la Rai per lo scopo cui è destinata, cioè diffondere la voce di chi ha il potere politico. Lo facevano la DC, il Pentapartito ed il PCI. Lamentarsi non serve a niente.
c) Per questi motivi, la Rai non è mai stata, non è e non sarà mai libera, pluralista e super partes (e no, non funziona che quando fa parlare me è libera e quando non mi fa parlare è censura, troppo facile).
Mi permetto quindi di suggerire due semplici mosse a difesa della libertà di informazione. E' un programma riassumibile in tre parole, uno slogan semplice ed efficace e di sicura presa sull'opinione pubblica:
1. Abolizione della Rai.
2. Abolizione delle concessioni statali per le tv private, sostituite da una regolamentazione che affronti gli aspetti meramente tecnici dell'attività.
Tutto il resto, tutti i pianti in difesa del pluralismo della tv pubblica, sono e resteranno il modo per cercare di ottenere un angolino di televisione di Stato dove poter erigere il proprio pulpitello da predicatore.
Stampa, libera di tacere
Molti anni fa seguivo con preoccupazione le vicende politiche italiane, soprattutto quelle legate all'attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Quando arrivò a formare il suo primo governo stabile, ero sinceramente convinto che fosse pericoloso. Non in senso metaforico: temevo che la sua ascesa al governo potesse risolversi in una svolta pericolosa anche per l'incolumità fisica mia e degli altri. Non aiutò il fatto che il G8 di Genova accadde proprio in concomitanza con l'inizio di quella legislatura. Poiché sapevo che le persone che andarono a Genova a manifestare erano pacifiche, anche se non la pensavo come loro, mi diede da riflettere vederle battute agli angoli di strada sotto l'occhio delle telecamere, mentre i pochi che commettevano reati organizzavano piccole parate musicali per la tv, per poi girare indisturbati e spaccare qui e lì senza che nemmeno un vigile urbano osasse disturbarli.
Quando Berlusconi iniziò la sua opera legislativa senza ritegno, pensai davvero che un giorno si sarebbe presentato il Parlamento e avrebbe dichiarato che l'Aula era sorda e grigia e che da allora in poi sarebbe stata semplicemente un bivacco di manipoli. Credo ancora oggi che avrebbe avuto la capacità, le risorse ed il sostegno per farlo.
Quando vedevo l'opposizione parlamentare non fare nulla, smozzicare frasi sconnesse e lasciar correre tutto quello che di sostanziale Berlusconi faceva, temevo che si ripetesse la storia degli anni '20. Non capivo come fosse possibile che non si rendessero conto del pericolo imminente.
I giornali poi discettavano amabilmente di molte cose, ma mai di quello che stava accadendo.
Gli anni sono passati e posso dire con certezza che i miei timori si sono rivelati infondati. Berlusconi non ha fatto tutto quello che avrebbe potuto fare; si è limitato a risolvere i problemi suoi e dei suoi amici, mentre le componenti “libro e moschetto” della sua maggioranza sono state messe a tacere.
Nel frattempo però ho visto quello che la sinistra ha fatto in questi anni di berlusconismo. E cioè le stesse identiche cose che ha fatto Berlusconi. Sui temi più sostanziali della politica, non v'è stata un virgola di differenza. Lavoro, sanità, pensioni, immigrazione, politica estera sono semplicemente la fotocopia di quelle di Berlusconi. Quando sono stati coinvolti esponenti della sinistra in guai giudiziari, la reazione è stata la stessa che Berlusconi ha sempre adottato. Anzi, forse anche peggiore, perché almeno Berlusconi sotto processo, qualche volta, c'è andato, mentre gli altri hanno cacciato il giudice e soffocato l'inchiesta.
Ora comprendo il perché di tanti anni di silenzio. Non era stupidità, non era miopia politica. Era semplice connivenza. A differenza del sottoscritto, a sinistra sapevano bene cosa stava succedendo, sapevano che Berlusconi non avrebbe mai instaurato un regimetto parafascista, sapevano che non sarebbe andato a stanare gli oppositori casa per casa. Soprattutto, sapevano che quello che Berlusconi faceva, lo faceva anche per loro, proteggendoli dalle future grane giudiziarie e da ogni problema accessorio. Come ad esempio la legge elettorale, che nessun partito – ovviamente – si sogna di cambiare.
Oggi si manifesta per la libertà di stampa. Ah sì, dimenticavo, Berlusconi è quello che avrebbe dovuto uccidere la libertà di stampa. Lo sento dire da 15 anni (ed era un timore che avevo anche io) eppure non un solo giornale ha chiuso per volontà di Berlusconi. Anzi, l'Unità ha conosciuto nuova vita grazie all'anitberlusconismo militante.
In realtà non c'è nessuna minaccia del genere. I giornali escono regolarmente, internet è pieno di gente che non fa altro che parlare male di tutti i politici dell'arco parlamentare e nessuno è andato in galera per aver scritto che il governo fa schifo.
La realtà è che “libertà di stampa” in Italia significa “spartizione della Rai”. Non sono molto addentro alle vicende della televisione di stato, ma da fuori l'idea che mi sono fatto è questa: non riescono a mettersi d'accordo. Mentre durante la Prima Repubblica si era trovato un equilibrio nella spartizione delle poltrone, a me pare che oggi non ci si riesca più. E ogni volta che non si riesce a piazzare il proprio uomo dove si voleva, scatta la litania della censura (se di sinistra) o di egemonia culturale (se di destra). Non si spiega in altro modo tutta questa mobilitazione per la libertà di stampa.
Libertà di cosa?
Per 15 anni non si è sentito niente. I giornali non hanno mai parlato di niente. Se volete informarvi, dovete andare in rete e leggere i giornali stranieri. I giornali italiani non fanno informazione, producono soltanto pagine di dichiarazioni. Adesso, per esempio, c'è questa cosa delle escort di Berlusconi. Nessuno, nella stampa mainstream, ha mai fatto notare a Berlusconi quello che stava facendo in politica. Nessuno. L'unica cosa che in 15 anni sono riusciti a contestargli con una certa veemenza è questa storia delle prostitute. Evvai, grande stampa libera, facci sognare! Guardali quanto sono belli i tuoi lettori che sghignazzano e si danno di gomito, mentre cercano di fare la faccia seria fingendosi indignati per l'orrore che Berlusconi ha commesso. In una copia venuta male del giornalismo americano, cerchi, tu libera stampa italiana, di far crollare un politico a causa delle sue presunte ore di sesso a pagamento. Siamo tutti sconcertati, davvero. Un uomo che va con una prostituta.
E dov'eri quando quell'uomo passava leggi ignobili, rendeva il mercato del lavoro un inferno per i deboli, mandava in carcere senza processo della gente solo perché non ha in regola i documenti? Se non lo ricordi, te lo dico io, libera stampa italiana: tacevi, perché erano le stesse cose che i tuoi referenti politici hanno fatto quando ne hanno avuto occasione.
Quando si ingaggiano alte battaglie morali, bisogna premurarsi di avere credibilità. E a te, libera stampa italiana, manca anche solo l'apparenza di credibilità. Hai taciuto sul mondo del lavoro, sulle guerre illegali che l'Italia sta portando avanti nel mondo e su mille altre questioni, però vorresti mobilitarmi perché un uomo avrebbe (mica ne siamo sicuri) giaciuto con una prostituta.
No grazie, la mia indignazione la lascio per il milione e più di morti che le guerre in Iraq e Afghanistan hanno provocato anche con il sostegno dell'Italia e per espressa volontà dei tuoi referenti politici. La lascio per come è stata ridotta l'economia italiana anche grazie alla fattiva opera dei tuoi referenti politici, cara libertà di stampa italiana. La lascio per tutte quelle cose per cui è serio indignarsi.
Un po' di tempo fa ho visto una conferenza stampa di Zapatero insieme a Berlusconi e col siparietto di un giornalista spagnolo che si fa prendere in giro da Berlusconi. Grande, grande, grandissima indignazione di tutti i sostenitori della libera stampa. Grande, enorme tristezza da parte mia. Questo giornalista aveva a destra un uomo che ne ha combinate di tutti i colori, che viene accusato di essere amico della mafia, che controlla tutte le televisioni italiane e chi più ne ha più ne metta; a sinistra ha un uomo che è responsabile della più grossa crisi economica della Spagna, con una bolla immobiliare che fatto blup e un tasso di disoccupazione che sfiora il 20%; e lui cosa fa? Chiede se Berlusconi è andato a prostitute.
“Presidente, lei va a prostitute?”
“Certo, signor giornalista, ogni giovedì alle 21. Vuole che le mostri la fattura?”
“Non serve. Grazie per la risposta, Presidente.”
“Prego. Il prossimo?”
Evviva la libera stampa, orsù andiamo tutti a manifestare.



















