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Lunga e noiosa dissertazione sull'origine delle differenze tra Italia e Germania

Una costante del mio parlare della Germania agli italiani è cercare di spiegare perché io non ritenga che noi siamo un popolo di incivili, mentre contemporaneamente ammetta che in Germania le cose funzionano oggettivamente meglio (tanto che vivo qui per scelta e non per bieca necessità). Allora ho pensato di mettere giù due righe e spiegare questo fatto. 

Premessa importante: questo è un blog, quindi va preso per quello che è. Scrivo quando posso, di sera, nei ritagli di tempo se il lavoro per quel giorno non mi ha mandato in pappa il cervello. Quello che scrivo riflette i miei interessi, quindi le spiegazioni che mi do di solito si fondano su una selezione di tutti i dati disponibili. Ergo quello che si leggerà qui è parziale, monco, non può e non deve essere considerato una spiegazione esaustiva della materia che vado a trattare.

Bene, ciò detto, perché io vado in giro a ripetere che i tedeschi non sono più civili di noi mentre le cose in Tedeschia funzionano meglio? Ordunque la risposta che meglio mi aggrada è di ordine storico. 

Seconda premessa importante: ho scelto di fare un discorso ad ampio respiro che, in quanto tale, non tiene conto di tutti i particolari. Quello che qui sembrerà un movimento armonico e univoco, nella realtà fu un processo complesso e anche molto sofferto, incoerente e inorganico, pieno di spinte e controspinte, che vanno inevitabilmente a perdersi mano a mano che il punto di vista dell'osservatore si allontana da esse. 

* * *

La Germania unita è una nazione relativamente giovane, circa quanto l'Italia. Come l'Italia, è stata prima di tutto un'idea politica fondata sull'unità linguistica e culturale che ha preceduto la sua realizzazione pratica. Come l'Italia, è il frutto dell'espansione territoriale di uno dei tanti stati che componevano i territori germanofoni; in Italia è stato il Piemonte, in Germania la Prussia. Addirittura con l'Italia la Germania condivide una parte decisiva dei rispettivi processi di unificazione: il 1866, quando Regno d'Italia e Prussia sconfiggono l'Austria-Ungheria (cioè, l'Italia venne sconfitta a Custoza, ma la Prussia vinse a Sadowa, quindi noi abbiamo vinto per la proprietà transitiva delle battaglie. Passata alla storia come Terza Guerra d'Indipendenza).   

Io credo che le differenze tra Italia e Germania nascano a questo punto, a unità raggiunta. Terza premessa al mio discorso: sono convinto che in qualsiasi comunità/società/gruppo umano la direzione che il gruppo prende sia determinata dalle elite che governano quel gruppo: che sia un club di modellismo, un'azienda quotata in borsa, uno Stato, la minoranza che sta al potere determina gli esiti di quel gruppo, mentre la maggioranza vi si adegua. 

Quando la Germania nel 1871 compie il processo di unificazione e fonda l'Impero Tedesco (Deutsches Kaiserreich), le elite di governo hanno carta bianca, perché non esiste un manuale di management dell'unificazione che spieghi passo passo cosa fare quando si deve governare una nazione appena creata. La situazione allora era questa: uno Stato nuovo nato dalla fusione di differenti monarchie, ognuna con la propria organizzazione e burocrazia; abbondanza di risorse naturali (carbone, acciaio, eccetera); un sacco di nazioni intorno che non sono contentissime della nascita di questo impero. 

In questo contesto la Germania si muove in tre direzioni: creazione di un esercito efficiente sul modello prussiano; creazione di una burocrazia statale efficiente; creazione di scuole e università e promozione della cultura in tutti gli strati della popolazione. Ora, l'esercito in questa sede non interessa, perché l'attenzione sarà rivolta agli altri due aspetti.

Il Reich inizia subito ad investire massicciamente nella cultura. Il tasso di analfabetismo inizia a scendere costantemente, fino a raggiungere i livelli più bassi dell'Europa del tempo. Allo scoppio della Grande Guerra gli analfabeti tra i soldati tedeschi sono un numero drammaticamente inferiore rispetto a quello dei soldati italiani. Non solo, nella Germania postunitaria il numero di università che vengono fondate è incredibilmente alto. Il tradizionale concetto di università valido fino ad allora viene modificato e sorge l'università moderna così come noi la conosciamo e così come noi riteniamo debba essere.

Contemporaneamente il nuovo Stato unitario comprende la necessità di costruire un apparato burocratico che funzioni e si rende conto che la macchina statale non è fatta di regole, ma di persone e che è necessario che ogni singola persona che fa parte di quel meccanismo non lo intralci e non metta il proprio interesse o il proprio comodo di fronte al bene della burocrazia. È dunque necessario formare i membri dell'apparato statale in funzione del nuovo ruolo che andranno a ricoprire e per fare ciò è necessario creare una nuova fedeltà allo Stato che soppianti i legami di sangue o di relazioni preesistenti.

Questo duplice approccio - educare la popolazione e creare una classe di funzionari pubblici fedeli allo Stato - si rivela la scelta giusta e i frutti si vedono subito. È nell'impero tedesco che comincia la seconda rivoluzione industriale, è qui che si gettano le basi per la creazione del mondo contemporaneo, sia sotto il punto di vista culturale che sotto quello tecnologico. A partire da questo momento la Germania diventa un faro per la cultura occidentale. Per avere un quadro completo dello straordinario impulso tedesco alla scienza e alla tecnologia dal 1871 a oggi, troppo spesso ignorato o sottovalutato per colpa di quei maledetti 10 anni di dittatura, consiglio di leggere un libro uscito due anni fa: P. Watson, The German Genius: Europe's Third Renaissance, the Second Scientific Revolution, and the Twentieth Century, New York 2010.

Come si vede, le scelte della Germania o - per meglio dire - della sua classe dirigente, sono state opposte a quelle della classe dirigente italiana postunitaria. Lì si è percorsa la strada dell'alfabetizzazione di massa, qui si sono tenuti gli italiani a livelli di analfabetismo altissimi fino agli anni 60 del Novecento. Lì si sono formati e allevati funzionari pubblici fedeli allo Stato e alle sue leggi, qui si è lasciato che l'amministrazione pubblica rimanesse impigliata nella rete di relazioni e interessi privati che esistevano da prima. È una questione di mentalità. In Italia si pensa che la cultura sia strumento di emancipazione del singolo o della classe rispetto alla società e al potere costituito. Si è sempre ritenuto che educare la popolazione fosse la ricetta giusta per la rivoluzione (e quanti di noi non pensano che "loro" preferiscono avere una popolazione ignorante e malleabile e che non ci vogliano far studiare perché altrimenti saremmo una minaccia?) In Germania invece si è capito che l'istruzione è la strada maestra verso l'integrazione nella società e la fedeltà allo Stato, sia dei funzionari pubblici (soprattutto loro) sia della popolazione. E infatti - per fare alcuni esempi - il Regno d'Italia era una fucina di terroristi e anarchici, mentre nel Reich si sviluppò prestissimo la socialdemocrazia e le idee marxiste e rivoluzionarie vennero abbandonate relativamente in fretta. Quando il fascismo pretese dai professori universitari il giuramento di fedeltà, si rifiutarono nemmeno in venti. Quando il nazismo prese il potere, i professori tedeschi diedero una mano a portare in piazza i libri da bruciare.

A questo punto si potrebbe avere l'idea che la Germania fosse un Paese democratico o quanto meno aperto alle istanze popolari. Ebbene, fu l'esatto contrario! Mentre l'Italia cercò di mettersi nel solco della democrazia parlamentare inglese e francese, la Germania volutamente e coscientemente rifiutò quella tradizione e scelse per sé una strada tutta sua, un modo originale e diverso di organizzare la società e la politica, che venne da subito definito Sonderweg (strada/via speciale/diversa da quella delle potenze democratiche e dello zarismo russo).

Quando nel 1849 a Francoforte il primo parlamento tedesco offre al re Federico Guglielmo IV di Prussia la corona della Germania, egli la rifiuta: il trono dell'impero tedesco non deve essere legittimato dal popolo, poiché quello che il popolo dà, il popolo può togliere. Il senso di superiorità dell'aristocrazia rispetto al popolo e ai borghesi rimarrà costante per tutta la durata del Reich. Ad una nobiltà di sangue corrisponde una nobiltà di cultura e sapienza che è esclusiva delle elite di potere tedesche.

Esistono due parole per definire il termine 'cultura': Kultur e Zivilisation. La differenza tra le due è gerarchica: Kultur sta in alto, è il sapere intellettuale; è "nobile", per così dire. La Zivilisation sta un gradino più in basso e pertiene agli aspetti più pratici e "materiali" dell'esistenza. È utile, ma meno pregiata. Per l'elite tedesca dell'epoca, le altre nazioni non andavano oltre la Zivilisation, perché solo la Germania poteva esprimere Kultur.

Specularmente il sistema educativo tedesco teneva conto di questa gerarchia dei saperi. La divisione tra cultura alta e cultura bassa era netta. In alto stava la speculazione intellettuale che si fondava sulla tradizione dell'antichità greco-romana, in basso stavano le discipline tecnico-scientifiche. Ciò che rende affascinante l'esperienza tedesca è che questo bipolarismo, questa sfacciata gerarchia dei saperi (così contraria al sentire contemporaneo) ebbe come risultato che sia la cultura "alta" che la cultura "bassa" crebbero come in nessun altro luogo in quel periodo.

Tanto fiorirono gli studi classici (il secondo Rinascimento di cui scrive Watson si riferisce precisamente alla riscoperta dell'antichità, simile a ciò che era accaduto in Italia con il Rinascimento) quanto la scienza e la tecnica. Ma come è stato possibile?

In un certo senso, gli intellettuali tedeschi decisero di rinchiudersi nella torre d'avorio. Apposta. Per non mischiarsi con la volgarità mondana. Tuttavia vollero per loro la miglior torre d'avorio possibile e quindi vollero circondarsi dei migliori ingegneri, tecnici, muratori, idraulici. Gli intellettuali fornirono le scuole e le università, i tecnici conoscenza pratica. Gli intellettuali non intendevano fare proselitismo culturale e si disinteressarono alle questioni spirituali di chi stava fuori dalla torre e i tecnici accettarono di non intromettersi nelle decisioni prese dentro la torre (anche se gli intellettuali non potevano sapere che di lì a poco i tecnici, dopo aver costruito loro la torre d'avorio, li avrebbero chiusi dentro sbarrando la porta dall'esterno).

Perché oggi parliamo di quello che è successo in Germania non il secolo scorso, ma quello prima ancora? Perché oggi in Germania ancora si sentono gli effetti di quelle scelte così lontane nel tempo. L'apparato burocratico funziona, perché chi vi entra è stato istruito e selezionato con attenzione. Per fare un esempio, chi vuole fare l'insegnante deve - dopo la laurea specialistica - sottoporsi a due anni di tirocinio che, nelle parole di un mio amico, assomiglia all'addestramento dei soldati prussiani: prima ti smontano, ti depurano di tutto quello che credi di sapere, poi ti rimontano secondo gli standard richiesti. Alla fine dei due anni, il posto di lavoro non è assicurato, bisogna trovarse una scuola che ti accetti. E quando arriva il contratto, il futuro insegnante deve, tra le altre cose, sottoporsi a visita medica che accerti l'assenza di malattie invalidanti che mettano a rischio di pensionamento anticipato, che lo Stato tedesco non ha nessuna intenzione di darti lo stipendio per 10 anni e poi pagarti la pensione e i sussidi di malattia per i restanti 50.

Questo sistema non crea genii, crea "semplici" lavoratori preparati. Tiene lontani quelli che vorrebbero fare l'insegnante solo per avere un posto statale blindato a vita o che siederebbero in cattedra per mancanza di alternative o capacità in altri settori. Due anni di tirocinio non si fanno se non seriamente motivati, e già questo produce una scuola migliore rispetto a quella italiana.

Per entrare in polizia bisogna aver studiato. A scuola proprio. Bisogna essere preparati e seri. Non si va in polizia per scappare dalla disoccupazione, perché per questo ruolo lo Stato non vuole avere gente che non è riuscita a trovare nemmeno un lavoro come cassiere al McDonald's. Non è il mio pensiero, è il modo in cui ragiona la burocrazia tedesca. Lo stesso vale per tutti i dipendenti pubblici: l'impiego statale non è un ammortizzatore sociale.

Allo stesso modo per trovare lavoro nel settore privato è necessario aver studiato. Magari poco, ma bisogna aver studiato. Per andare a guidare il muletto in un magazzino servono mesi di tirocinio, così come per qualsiasi altro lavoro che noi considereremmo poco qualificato.

Il sistema educativo, invece, è estremamente diversificato. Mentre in Italia siamo ancora fermi alla polarizzazione liceo-università-laurea da una parte e istituto-tecnico-dove-sbattere-quelli-che-non-si-vogliono-laureare dall'altra, in Germania esistono molte più passaggi intermedi tra gli estremi di chi va a lavorare a 15 anni con il minimo di scolarizzazione e chi si dedica alla ricerca speculativa pura. Perché, visto che non siamo più nell'800, la maggior parte dei lavori richiedono conoscenze specifiche, pratiche ma intellettuali, che si devono insegnare dopo il liceo ma che non richiedono 5 o 6 anni di studi teorici.

Quando mi chiedono se in Italia non possiamo essere come in Germania, rispondo di no. Ma non perché i cittadini tedeschi siano antropologicamente diversi da noi, perché non è così. È che il sistema complessivo è radicalmente diverso. E se lo applicassimo da noi così come è succederebbe in finimondo, ma non per modo di dire.

La quasi totalità dei dipendenti pubblici italiani semplicemente non avrebbe le qualifiche per lavorare, ad esclusione di qualche categoria particolare come medici e infermieri. Se tra i lettori di questo blog ci sono dei dipendeni pubblici, sappiate che - con le qualifiche che avete - non potreste lavorare.

Potremmo cambiare col tempo? No, non credo. Perché. a differenza della Germania di Bismark, oggi l'azione politica e di governo ha bisogno del consenso popolare e il consenso popolare impedirebbe di cambiare la struttura portante del nostro Paese. Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale con la promessa di modificare il pubblico impiego in modo che l'accesso filtri ed elimini gli elementi peggiori? Vi immaginate un partito che fa campagna elettorale promettendo di rendere incredibilmente più difficile trovare un lavoro da statale? Io no.

Si poteva fare ad Italia appena unita, quando in ogni caso il governo non si faceva problemi a  cannoneggiare la folla, mandare l'esercito contro i briganti e deportare quelli a cui non stava bene il nuovo corso degli eventi. Purtroppo all'epoca non avevamo la classe dirigente della Prussia e l'occasione è andata persa. Oggi la classe dirigente viene selezionata in base alla capacità di raccogliere consenso e niente di quello che ha reso la Germania quello che è si può fare con il consenso, tutt'altro.

Mamma, Ciccio mi tocca

Avete presente tutti quei docenti, ricercatori universitari, professori di liceo che alimentano da sempre la litania della scuola e dell'università che non sono meritocratiche, dove va avanti solo chi si sottomette alle storture del sistema eccetera eccetera?

Non fanno quasi tenerezza? Fanno parte di quel sistema, sono stati accettati da quel sistema, quindi implicitamente ammettono che loro sono un bel gruppo di pappatori di tasse altrui (è semplice logica: tu dici che il sistema accetta solo gli amici degli amici, tu sei stato accettato dal sistema, vuol dire che anche tu sei amico di un amico), però poi vi spiegano con tono serioso e ditino alzato che il sistema brutto e cattivo va cambiato altrimenti perdiamo “competitività” (massì dai, “competitività” e “social web” ci stanno sempre bene).

Perché ricordate: in Italia vanno avanti solo i raccomandati e gli incapaci. Tranne loro. Loro sono lì per merito, chiaro. Riconosciuto da chi? Da quelli che mandano avanti raccomandati ed incapaci. Certo, perché chi manda avanti raccomandati ed incapaci ha fatto l'eccezione per loro, non lo avevate capito?

D'umanisti e di precari/3

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte terza ed ultima.

Il fatto che i tradizionali studi classico-umanistici non siano più l'educazione privilegiata dalla classe dirigente moderna, insieme al fatto che essi siano stati scelti per essere la zona morta in cui lasciare chiunque aspiri ad una laurea ma non ne abbia le capacità, ha reso la figura dell'umanista la caricatura di sé stessa.

Potendo chiedere ad un campione scelto a caso cosa intendano per “umanista”, ne risulterebbe la descrizione di qualcuno a cui piacciono “i libri”, che ha a che fare con la letteratura e l'arte (ma non un musicista né un pittore), un po' filosofo ma anche no. I contorni sarebbero cioè molto sfumati ed una definizione coerente non si troverebbere. E questa, fateci caso, è anche l'accusa che viene rivolta agli umanisti: di parlare senza conclusione, di dedicarsi ad argomenti fumosi, di non saper fare niente di preciso. Insomma, quasi sempre le accuse contro gli umanisti sono il riflesso della propria ignoranza riguardo all'umanesimo medesimo: io non so di preciso cosa fai, quindi tu non fai niente di preciso.

Dei problemi che affliggono gli studi umanistici abbiamo già ampiamente trattato. In questo contesto parlo di essi così come essi dovrebbero essere, portati avanti a modino e in via del tutto teorica.

Al contrario di quanto affermato dalla vulgata, gli studi umanistici sono tutt'altro che fumisterie a basso prezzo. Ogni disciplina ha un suo preciso campo d'azione, all'interno del quale agisce secondo metodologie razionali fondate su evidenze fattuali, in base alle quali formulare teorie che diano ragione di una determinata realtà. Che si stia parlando di storia, letteratura, filologia, studi linguistici o artistici, non ci si riferisce mai a studi basati su opinioni. Il problema, semmai, è che i fatti su cui si basano non sono di natura oggettiva, ma prodotti dall'uomo e quindi estremamente soggettivi ed incompleti. Ad esempio negli studi storici le fonti più “parlano” e più si rivelano soggettive. Mentre un ostrakon ateniese ci trasmette informazioni tutto sommato oggettive ed affidabili (datazione, nome dell'interessato al procedimento penale eccetera) ci dice poco o niente del processo; per contro, una fonte letteraria che ci spiega dettagliatamente il processo che ha condotto all'ostracismo di un cittadino ateniese, sarà estremamente soggettiva e inaffidabile e dovrà essere vagliata attentamente. E questo vale anche per le altre discipline, in modi diversi a seconda delle peculiarità di ognuna.

Quindi non è la natura degli studi umanistici ad essere soggettiva (come molti credono), ma la natura dell'oggetto degli studi umanistici. Di conseguenza non è vero che essi sono il terreno dell'opinione e della discussione fine a sé stessa.

Un'altra loro caratteristica è la necessità di una continua interazione tra discipline: un bravo umanista deve sapere maneggiare tutte le altre discipline oltre alla propria (pur con un minor grado di specializzazione): non è possibile studiare una disciplina senza metterla in relazione con tutte le altre: storia, letteratura, filosofia... sono strattamente legate e non si può credere di conoscere l'una se non si conoscono le altre. Questo è particolarmente evidente negli studi di antichistica, dove il confine tra le varie materie è talmente sfumato da essere poco più che formale. Un vero antichista passa senza problemi dalla filologia alla filosofia alla storia alla critica letteraria.

Purtroppo in Italia (o forse anche nel resto del mondo, non saprei) l'idea che ci si fa delle materie umanistiche è di stretta derivazione giornalistica. E quindi è chiaro che al lettore medio sembra ovvio pensare che gli studi umanistici siano il regno dell'opinione, perché il suo modello di umanista è un giornalista che scrive le sue opinioni. Una pseudocritica letteraria che recensisce i libri in base a criteri infantili, la storia riscritta in funzione politica e via dicendo sono tutte creazioni giornlistiche che danno l'idea di essere “umaniste”, ma che non hanno niente a che spartire con il vero studio.

È tuttavia chiaro che difficilmente il cittadino medio potrà mai entrare in un'aula universitaria e vedere in cosa consista un vero dibattito storico o letterario o filosofico e quindi, senza possibilità di confrontare, prenderà per buono quello che legge sui giornali.

Altrettanto chiaro è che gli studi umanistici sono riservati a pochi: non a pochi in senso elitario, ma a pochi in senso di “mercato del lavoro”. Poiché con essi è difficile trovare occupazione ci dovrebbe essere una naturale tendenza ad evitarli, al contrario di quello che accade oggi. Sarebbe necessario filtrare e cercare l'eccellenza, anziché distribuire titoli a piene mani. Ma sappiamo che avviene il contrario.

Infine, la domanda che tutti si pongono è “a cosa servono?”. Domanda cui ogni umanista non risponde nemmeno, e cui ogni non-umanista non trova risposta. Credo che siano tre i campi in cui essi sono utili (logicamente è una divisione di massima, anche perché bisognerebbe prima mettersi d'accordo su cosa sia umanistico e cosa no):

1. Lo studio accademico.

2. La formazione di chi vuole lavorare nel mondo dell'arte o dell'intrattenimento. Una solida conoscenza tecnica di quello che è venuto prima è l'unico modo per poter creare qualcosa di nuovo, sia esso un romanzo, un film o un quiz a premi. Perché i film americani fanno miliardi? Perché chi li fa ha studiato Aristotele e Propp.

3. La formazione dei giovani. Le discipline umanistiche sono come la preparazione atletica nello sport. Servono ad allenare il corpo e a prepararlo, per poi lasciare spazio alla specialità vera e propria. Per la loro specificità, esse preparano all'elasticità mentale, alla teorizzazione, all'astrazione, alla capacità di analizzare un dato da diversi punti di vista. È chiaro come sia necessario eliminare l'assurda contrapposizione con le materie “scientifiche” (contrapposizione tutta ideologica e non fattuale) ed anche ripensare il contenuto specifico di ciò che viene insegnato, perché magari sei mesi di Dolce Stil Novo sono troppi anche per lo studente più diligente.

Credo che in un'ottica di serena integrazione con il mondo contemporaneo, le discipline umanistiche abbiano un loro posto di tutto rispetto e abbiano ancora molto da offrire, soprattutto se gli umanisti cominceranno a capire che non siamo più alla corte dei Medici ma in una società che, pur non venerandoli, potrebbe aver ancora molto bisogno di loro.

(Fine)

D'umanisti e di precari/2

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte seconda.

Nel volgere di qualche decennio la cultura umanistica è diventata – nell'immaginario collettivo – la sorella disgraziata nella famiglia degli studi. Probabilmente ciò è dovuto a due fattori incrociantisi: essa è stata tradizionalmente patrimonio delle classi sociali più elevate, che l'hanno sempre tenuta gelosamente al riparo da mani impure. Nel frattempo, le classi sociali un tempo inferiori sono uscite da tale condizione e sono arrivate alla “stanza dei bottoni”, nel senso che il mondo contemporaneo non è più retto da borghesi col cappello a cilindro che discutono del De bello gallico, mentre progettano la prossima ferrovia e finanziano la deportazione di qualche decina di migliaia di africani verso le Americhe. Oggidì il mondo è mandato avanti dagli scienziati e dai tecnici, da coloro che sanno creare e gestire le tecnologie moderne e che, per la maggior parte, non hanno avuto la formazione umanistica destinata alla vecchia classe dirigente.

Mi pare che in Italia il mondo accademico abbia compreso di aver perso l'avito prestigio e che stia cercando di riaggiustare il tiro per ridare dignità alle materie umanistiche. Tuttavia esiste una forte tendenza a raggiungere questo obiettivo attraverso mezzi illeciti, cercando di spacciare i corsi umanistici per quello che non sono, e cioè discipline scientifiche. Il modo più semplice è cambiare loro nome: una volta erano “Lettere classiche”, oggi sono “Scienze dell'Antichità”; una volta erano “Lettere Moderne”, ora sono “Scienze del testo letterario”.

Ma questo non è un male, in fondo un po' di belletto non può che render più gradevole il modo in cui si presentano. I dubbi sorgono quando il docente (che purtroppo è il giudice assoluto del proprio operato) cerca anche di portare il contenuto della propria disciplina più vicino a quello dei colleghi fisici e matematici. Tipicamente, ciò passa per il ricorso ai numeri. I numeri – si sa – sono oggettivi e scientifici, ed un foglio pieno di cifre è per forza scientifico. Inoltre, le discipline scientifiche sono anche difficili (perché hanno i numeri) quindi il numero è la strada obbligata per rendere le materie umanistiche scientifiche, oggettive e difficili.

Per esempio, se siete un docente di storia, i vostri esami consteranno di una sequela incredibile di cifre da snocciolare. Liste di eventi da datare, numero di membri del consiglio del principe di turno, numero di catalogo dei reperti degli scavi del sito paleoveneto di Cazzago (VE): c'è solo l'imbrazzo della scelta. La quantità di numeri che si può chiedere è strabiliante e non c'è nemmeno il rischio che ci siano due compiti uguali. Almeno l'esame è difficile? Certo che lo è. Immagazzinare una lunga serie di numeri slegati da qualsiasi significato è difficile, nel senso che ci vuole tempo e dedizione. In più, il docente obbliga a studiare un paio di libri che non si occupano di fornire liste di numeri, ma cercano di spiegare cosa sia successo nel dato periodo, quindi il giovane umanista studia quello che non gli verrà chiesto, mentre gli verrà chiesto quello che non gli è stato spiegato. Comunque, questo genere di difficoltà non favorisce lo studioso, ma lo sciocco. Ora, pensiamo di rimanere 12 ore in una stanza senza fare nulla. Nulla di nulla. Non si suda, non ci si stanca. È difficile passare 12 ore a non far niente? Molto. Ecco, per una mente normodotata imparare a memoria la catalogazione dei cocci di una chiatta vichinga equivale a non fare niente. In questo sistema lo sciocco è naturalmente avvantaggiato, perché è un esercizio che richiede di mettere a tacere il cervello. Ed infatti negli ultimi anni che ho passato io all'università era normale tenere i libri di storia chiusi e imparare a memoria la cronologia che di solito viene messa prima della quarta di copertina.

In questo modo si opera una selezione al contrario che avvantaggia i mediocri ed espelle i migliori: nessuna mente brillante ha voglia di continuare gli studi dopo la laurea in queste condizioni. Mentre le menti ristrette, incapaci di creare connessioni fra eventi e non adatte a mettere in discussione i dati forniti trovano l'humus adatto a proliferare. La cosa si notava particolarmente quando qualche novello dottorando o dottore veniva a tenere seminari o lezioni: anziché portare aria fresca e fornire stimoli a guardare le cose sotto profili diversi, questi giovanotti erano più noiosi dei vecchi docenti, che almeno avevano il pregio non indifferente di essere persone colte e con qualcosa da dire.

Come se non bastasse, alla fine della lunga serie di esami passati imparando a memoria quattro paginette di numeri, bisogna anche scrivere la tesi. Normalmente per un umanista la tesi dovrebbe essere una passeggiata: in fondo ha passato gli ultimi anni della sua vita a leggere libri di storia o critica letteraria o quello che è, sarà in grado di fare lo stesso no? No, perché nessuno gli ha mai chiesto di comprendere quei libri, ma di imparare a memoria delle cifre. Quindi scatta il panico. E le possibilità sono due: il professore buono e il professore cattivo. Il primo è quello che raccoglie attorno a sé numerosi adepti e li usa per le proprie pubblicazioni: c'è bisogno di catalogare i rinvenimenti di un sito oppure di trascrivere un manoscritto medievale oppure digitalizzare la biblioteca del dipartimento? Non c'è problema, lo facciamo fare a chi si deve laureare, gli facciamo scrivere quello che serve, gli diciamo che è una tesi, gli diamo 110, raccogliamo il materiale, lo pubblichiamo a nome nostro ed oplà, ecco che abbiamo il nostro articolo per il prossimo seminario di studi antichi, o per il prossimo numero di “Filologia oggi”, o per la proposta di finanziamento dell'informatizzazione della biblioteca, con annessi fondi. Tanto ai ragazzi che gli frega, quelli finiscono al call centre comunque.

Il professore cattivo invece è quello vecchio stampo. Fa 6 ore di lezione in un semestre, non ha idea di cosa sia successo nell'università italiana negli ultimi 30 anni e come tesi laurea pretende un lavoro in due tomi da 300 pagine che sia la base necessaria a sviluppare il dottorato di ricerca. Che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che la borsa di studio per quel dottorato si sa già a chi andrà a finire. E non siete voi.

Oltre a questo, va ricordato che il lavoro è un corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”. Quindi il docente vi chiederà sempre quanto ci avete messo a preparare un esame. Prima regola, mentire. Allargare. Dilatare. Tre quattro cinque mesi! Quando il mio correlatore mi chiese quanti mesi avessi impiegato a scrivere la mia tesi ed io potei esibire soltanto un misero “9”, mi guardò con compassione e, affranto dal dolore, non disse niente (salvo indicare quali articoli da lui scritti andassero messi in bibliografia). È chiaro che questo discorso andava bene fino a qualche anno fa, quando il vecchio ordinamento era ancora un macigno che pesava sull'università. Magari adesso è diverso.

La conseguenza è che i giovani studiosi assimilano questa mentalità e allora intenzionalmente dilatano il loro periodo di studio per “imparare meglio”. C'è questa idea tra gli umanisti che per sapere di più bisogna metterci tanto tempo. Più tempo, più sapere. Se ci mettete 10 anni a laurearvi, vuol dire che amavate davvero lo studio e conoscete alla perfezione la vostra materia.

Il quadretto non è idilliaco. E nemmeno bucolico, per dirla tutta. Una formazione di questo tipo non può che generare mostri. Mostri tagliati fuori dalla società, giocoforza destinati al precariato perenne, anche se studiavano molto e avevano tutti 30 e lode. Ed è significativo, ma non rassicurante, il fatto che molte persone che hanno successo nella vita, siano sempre state ai margini della vita di studi. Significa che il percorso formativo intralcia i più dotati, blocca i “normali”, manda avanti i mediocri; non stupisce che i furbi si facciano strada e i normali emigrino all'estero.

(continua)

(prima parte)

D'umanisti e di precari/1

Carrellata semiseria di ricordi di poco conto sui giovani precari, scritta da un giovane quasi precario. Parte prima.

Preludio. In Italia il lavoro – latu sensu – non è l'attività attraverso cui l'uomo ottiene dei beni di vario genere, ma una corollario della legge morale che serve a definire socialmente il valore di un individuo, secondo il principio “più si lavora, più ci si eleva moralmente”.

Ciò detto, ospitando l'Italia una società complessa, per ottenere il pane quotidiano l'individuo non si limita a cacciare e piantare il grano a primavera, ma svolge un'attività altamente specifica, in cambio della quale riceve del denaro, in cambio del quale riceve beni.

Orbene, sappiamo tutti che da poco meno di 20 anni esiste il fenomeno del precariato, che colpisce in particolare le fasce più giovani della popolazione lavorativa, e molto spesso le fasce acculturate della medesima. A leggere la stampa informata, l'unica reazione che si sente è il solito piagnisteo di qualche gruppuscolo intento a chiedere al governo di fare qualcosa. Qualcosa che puntualmente il governo non fa, perché i governi più che tassare e fare guerra non possono. E allora si passa al pianto: “sono senza lavoro perché il governo, gli imprenditori, i comunisti, il turbocapitalismo, la massoneria, la Chiesa, la Cina, gli alieni...” che, tradotto, diventa “sono senza lavoro, ma non per causa mia, perché è sempre colpa degli altri.”

Se è vero che il mondo lì fuori non è il massimo, è altrettanto vero che il mondo lì fuori non è mai stato il massimo. Quindi proviamo per una volta a parlarci tra di noi seriamente. Tanto qui non ci legge nessuno e possiamo permetterci di dire quello che vogliamo. Aggiungo solamente che da tutto quello che dico io non mi tiro fuori: il curatore di questo blog è uno come tanti, con una vita come tanti e senza particolari motivi per cui debba ritenersi al di sopra o al di fuori del gruppo sociale cui appartiente. Io vi dico la mia, vedete voi cosa farne.

Come ho già avuto modo di scrivere, nel nostro Paese si è deciso che l'istruzione doveva diventare di massa, cioè non doveva essere accessibile a tutti, ma tutti dovevano accedervi. Per qualche strano motivo, si è deciso che più gente doveva avere la laurea (in nome dell'onnipresente e insulso paragone con l'estero magico e meraviglioso) ed allo scopo si sono scelte le facoltà umanistiche. Quando dico scelte, intendo proprio una volontà attiva: nel corso degli anni si sono rimossi tutti i filtri che impedissero ad una persona qualunque di ottenere una laurea umanistica, a prescindere e dalle sue conoscenze pregresse e dalle conoscenze acquisite. Chiunque può iscriversi ad una facoltà umanistica senza sapere nulla ed uscirne dopo un tempo x senza sapere nulla. Non è un iperbole. È la realtà dei fatti. Ed è il motivo per cui il sentire comune percepisce le facoltà umanistiche come “facili”, luoghi dove si parla tanto e non si conclude nulla, dove si fa “filosofia”, cioè “ci si parla addosso” e via dicendo.

Il fatto è che le discipline umanistiche, di per sé, non sono facili né alla portata di tutti. Non siamo più nel 1869, quando un giovanotto un po' tocco poteva ricevere la cattedra di letteratura greca prima della laurea per aver scritto degli sgangherati pensierini sull'antichità. Sebbene non appartengano alle scienze esatte, hanno fatto propri i criteri di ricerca e studio tipici di quelle materie, grazie ai quali hanno raggiunto dei gradi di serietà e specializzazione sconosciuti fino a 50 anni fa. Quindi, prese per quelle che sono, le facoltà umanistiche hanno una loro dignità e un posto di rispetto tra gli studi accademici. Per loro stessa natura, però, non sono appetibili che ad una ristretta fascia di popolazione. Di gente che vuole studiare davvero filosofia in maniera seria non ne trovate molta in giro, ed è normale che sia così. Come pure certe facoltà, come Scienze della Comunicazione, avrebbero tutto il senso di esistere in un mondo in cui la comunicazione è una parte consistente dell'economia.

Il problema è che si è deciso che in queste facoltà dovevano entrarci tutti e quindi corsi che sarebbero destinati a pochi ma buoni si sono trasformati in una corte dei miracoli dove potete trovare di tutto. Ad esempio la facoltà di Lettere e Filosofia era destinata a chi ha fatto il liceo, possibilmente classico, perché era strutturata in modo da non dover fornire le conoscenze di base per dedicarsi soltanto all'approfondimento. Studiare filologia dantesca o ermeneutica non è un diritto sancito dalla Costituzione, quindi si procedeva a bloccare in partenza quelli senza le conoscenze pregresse adatte. Quando si sono aperte le iscrizioni a tutti, un fiume di persone che non aveva alcuna idea del proprio destino ha varcato la soglia di Lettere e si è trasformato in carne da cannone. Nei corsi più frequentati (quelli obbligatori) i pochi con una formazione classica come me assistevano quotidianamente al massacro di questi poveri giovani mandati contro un nemico più forte, motivato ed armato: la cultura. Per lo più questi disgraziati non capivano l'argomento della lezione – nel senso: non capivano quale fosse l'argomento della lezione; altri non capivano la terminologia usata; altri non capivano i libri da leggere. Ricordo ancora il mio primo semestre, corso di linguistica generale: tradizionalmente destinato ai pochissimi studenti di antichistica, divenne obbligatorio per tutti i partecipanti al concorso di Lettere e Conservazione dei Beni Culturali. Mi sentivo come un soldato a Verdun nel 1916: gente che non studiava italiano dai tempi delle medie costretta a prendere appunti sull'etrusco! Potevo leggere la disperazione nei loro occhi, ma non potevo far nulla per aiutarli. Li vedevo cadere ad uno ad uno sotto i colpi dell'apofonia e della tripartizione della società indoeuropea. Forse qualcuno ha ancora gli incubi pensando al wanaka.

Non tema comunque il lettore. La disperazione di costoro non li ha fatti certo desistere e si è trasformata in rivendicazione di diritti. Esame di latino, obbligatorio per tutti. Il latino a Lettere è come il numero di Avogadro in chimica: è la base minima per poter comprendere tutto il resto. A livello accademico, italiano e latino sono legati così strettametne da diventare inseparabili; non si può parlare di italiano senza sapere latino. Il 99 percento di coloro che tentavano di passare il turno non aveva mai fatto latino in vita sua. Ma ciò non costituiva un problema, perché pretendevano di passare l'esame di latino: siccome loro non lo sapevano, era ingiusto che si chiedesse loro di saperlo e rivendicavano il diritto alla promozione. Il principio era che lo studente passa un esame per il fatto stesso di essere inadatto a passare l'esame. Guardate che non mi invento niente.

Considerando però che l'ordine supremo è quello di promuovere, si sarebbe di fronte ad un bel dilemma. Come può un professore promuovere uno studente che non sa nulla? Difficile, a meno che...

non applichiamo il concetto di lavoro che abbiamo premesso all'inizio al mondo delle facoltà umanistiche. In base alla concezione moralistica di lavoro, lo studente viene giudicato per la quantità di fatica patita sui libri e non per il risultato prodotto. È il sempreverde “com'è bravo, studia 12 ore al giorno, si merita 30 e lode”. In un sistema di valutazione razionale, si considera il risultato, cioè quanto lo studente ha imparato, e ci si disinteressa di quanto ci ha messo per impararlo. Eventualmente, a parità di risultato si ammira chi necessita di un carico di lavoro minore, perché più intelligente o più motivato. Non da noi. Da noi più fatica fai più bravo sei, a prescindere da quanto hai imparato. Si premia l'inefficienza.

È chiaro che in questo sistema la carne da cannone di cui sopra è avvantaggiata al momento della valutazione, perché farà una fatica enorme per passare un esame, rispetto a chi invece ha già delle basi e quindi deve solo approfondire alcuni aspetti. Alla fine chi produce un risultato migliore a costi inferiori viene valutato peggio di chi produce un risultato scarso o nullo a costi elevatissimi. E ancora, guardate che non mi invento niente. Tornando all'esempio dell'esame di latino, si è creato ufficialmente il doppio metro di valutazione: uno per chi non lo sa e uno per chi lo sa. In cosa consiste? Semplicemente, chi non ha mai fatto latino porta metà del programma, gli viene richiesta una conoscenza grammaticale da IV ginnasio e una conoscenza letteraria da I liceo. Chi invece conosce il latino e magari studia antichistica, fa lo stesso esame con lo stesso professore, però viene torchiato a dovere. Va da sé che chi viene da un istituto tecnico farà una fatica immane e non saprà niente, mentre chi viene dal classico farà meno fatica e saprà di più. Ma sul libretto, alla voce “Letteratura Latina”, lo studente che sa meno ha un voto uguale o superiore a quello che sa di più.

In aggiunta a tutto questo, alcune facoltà sono diventate il ricettacolo di chi non vuol far fatica. L'esempio abusato è quello di Scienze della Comunicazione. In ulteriore aggiunta, si sono inventati corsi di laurea apposta per laureare quante più persone possibile.

A questo punto, mentre di certo non si può negare che il mondo è cattivo, gli imprenditori sono cattivi, le leggi sul lavoro sono cattive, è anche vero che un numero enorme di persone sono state spinte a laurearsi a qualsiasi costo andando ad inflazionare una nicchia formativa naturalmente destinata a poche persone. Di conseguenza, chi ha studiato sul serio si è trovato un pezzo di carta in mano, reso inutilizzabile dal numero esorbitante di colleghi non preparati; mentre alla maggioranza degli studenti sono state instillate nella mente aspettative lavorative che non hanno riscontro nella realtà. È inevitabile quindi che al momento di trovare un lavoro, entrambe le categorie si trovino con esigue possibilità di successo e finiscano a fare lavori non qualificati.

Questo non si dice ai cortei contro il governo o alle messe in onore di San Precario, ma è una parte rilevante del problema ed è anche la parte più dolorosa del problema, perché non è bello scoprire a quasi trent'anni che nessuno li fuori ti vuole, se non per scopare marciapiedi e rispondere al telefono.

(continua)

Natale è alle porte, occupiamo

Leggo sui giornali che si è aperta la stagione delle occupazioni scolastiche. Vuol dire che siamo già verso dicembre... come vola il tempo. Comunque, pare che quest'anno alcuni studenti (no, gente dei centri sociali! Ah perché uno dei centri sociali non può essere uno studente?) le abbiano prese e siano finiti in ospedale.

Propongo quindi di aprire la rubrica “racconta la tua occupazione”, e non si tratta di fare live-blogging dalle scuole autogestite, ma di ricordare tutti insieme come abbiamo passato noi le nostre occupazioni. Perché io sono per il recupero e la salvaguardia delle tradizioni, che non vanno assolutamente perdute.

Ho partecipato alle ultime occupazioni/autogestioni quando chi è in quinta superiore adesso aveva da poco imparato le tabelline. Le mie prime risalgono a quando chi protesta ora era un frugoletto che la nonna si strapazzava tutto il tempo.

Personalmente ritenevo che di motivi per protestare ne avessimo a bizzeffe. Avevamo un docente che dormiva per buona parte della lezione. Un altro che spiegava per dieci minuti e il resto della lezione cazzeggiava. Uno lo abbiamo cambiato ogni anno e un anno ne abbiamo cambiati tre. Uno non aveva alcuna conoscenza della materia che spiegava. Uno ci faceva dare i voti alle ragazze della scuola. Uno diceva di seguire le nuove frontiere della pedagogia moderna (all'università mi hanno bocciato una sola volta: nella materia che insegnava costui, con un esame casualmente incentrato sulle uniche tre cose che costui ci aveva insegnato). A scuola si spacciava e si consumava droga in completa tranquillità. Fecero la differenza una giovane supplente, bellissima e di cui mi ero vagamente infatuato, e un'altra supplente che per quel poco che rimase ci obbligò a studiare sul serio (sostituiva quello delle nuove frontiere della pedagogia, infatti poi all'università non fui costretto a studiare da zero le parti di programma da lei tenute).

La cosa brutta è che questi insegnanti pretendevano pure che andassimo bene, impresa al limite dell'impossibile. Il fatto è che io a casa non avevo una schiera di parenti che mi potessero aiutare in tutte le materie, né provenivo dalla parte “buona” della società e non avevo il vantaggio di essere raccomandato come molti miei compagni. Insomma, avevo un bel po' di motivi per voler protestare.

Del tutto ignorati dal resto degli studenti.

I quali ritenevano degne solo le cause dal nome magniloquente e dalla retorica stantia, ma che non avevano mai nessuna ricaduta pratica sulla vita quotidiana. Se invece protestate perché il vostro docente ruba i soldi delle tasse snocciolando fesserie, quello il giorno dopo ve lo trovate in classe e vi fa pentire di essere venuti al mondo. E così mi ritrovavo sempre una scuola autogestita, in cui i professori non dovevano nemmeno più far presenza e in cui non c'era niente da fare.

Però ricordo che un anno partecipai ad un gruppo di lavoro. Credo fosse l'epoca della riforma Berlinguer, ma potrei sbagliarmi. Il gruppo di lavoro doveva studiare la parte della riforma che riguardava le scuole private. La retorica degli occupatori autogestori – come potete ben immaginare – era la stessa di oggi: vogliono distruggere la scuola pubblica, vogliono mettere tutto in mano a Confindustria e farci diventare tutti operai in fabbrica. Così il nostro gruppetto, il più piccolo e sfigatello, si è messo pazientemente a leggere gli articoli incriminati. Alla fine della lettura, convenimmo tutti sul fatto che, almeno per quell'ambito, la riforma era la solita cosa all'italiana, dove tutto cambia nella forma ma rimane identico nella sostanza. E così redigemmo il nostro documento in cui si affermava proprio questo. Ma poiché il documento non diceva che la riforma voleva privatizzare la scuola il lavoro venne cassato. La scena si volse sotto i miei occhi e sono testimone del capetto politico di turno che affermava chiaramente che lui non poteva accettare un documento che andava contro quello che lui diceva. Fine della discussione.

Per il resto l'autogestione era anche divertente: concerti, birra, ragazze (gli altri, io su quel versante ero fortunato tanto quanto in politica).

All'università trovai altrettanti argomenti di protesta. Un corpo docente a dir poco imbarazzante, che a tratti si trasformava in clan e dal quale penso siano stati partoriti figli deformi a causa della mancanza di varietà genetica. Senza contare che la casta professorale se ne fotteva allegramente di... oh be', di tutto. Docenti che non pubblicano mezza pagina da anni, che non si presentano a lezione, che spostano le date degli esami a piacere. Ragazzi che si facevano chilometri in treno per niente. Biblioteche quasi inesistenti. Agibilità dei locali dipendente dalle condizioni metereologiche. Insomma, la vostra buona dose di bile quotidiana, se pensate che quella che non state ricevendo è tutta l'istruzione che avete a disposizione nella vita. Io mi sono tenuto lontano da tutte le conventicole politiche, all'università volevo studiare e basta. Però succedevano cose strane.

Ogni tanto la facoltà veniva circondata da tizi mai visti che iniziavano a parlare della “nostra” università, del “nostro” futuro e dei “nostri” diritti vari e assortiti. Non posso certo provare che costoro non fossero iscritti all'università, questo no, anche perché formalmente iscritte sono schiere di persone, che magari hanno finito da anni e gli manca la tesi oppure da gente cui interessa la scusa per stare fuori casa. Tutte cose che sapete anche voi. E questi arrivavano e cercavano di impedire le lezioni. Perché se gli Usa invadono l'Iraq e tu occupi la facoltà, certamente Bush ritirerà le truppe, è chiaro. Erano comunque tentativi destinati al fallimento: intere schiere di pendolari, reduci da un viaggio con Trenitalia, non si sarebbero certo fatte fermare da quattro pischelli con la fregola dell'occupazione (erano coetanei, ma viaggiare con Trenitalia ti fa invecchiare dentro e ti sembrano tutti pischelli, anche le signore di 80 anni). Allora questi ripiegavano su argomenti più seri, come il diritto ad avere le fotocopie gratis e la connessione ad internet gratuita ed illimitata. Immaginate l'effetto di queste proposte a gente come noi che a volte doveva andare in un'altra università di un'altra città per avere un libro assolutamente introvabile nella nostra biblioteca.

Ecco, questi sono i ricordi che ho io delle mie occupazioni e autogestioni.

Piccolo manuale pratico per lo studente protestante

Immagino ci sia un ristretto numero di studenti che genuinamente credono nelle proteste che portano avanti. Mi rivolgo a loro.

Ricordatevi che quello che ora difendete, noi lo avevamo combattuto; quello che voi ritenete un diritto, per noi era un sopruso. Pensateci.

A meno che non abbiate serie intenzioni di fare politica attiva da grandi, state perdendo il vostro tempo. Le vostre proteste non servono a niente. Credete davvero che un gruppo di minorenni che gridano per strada possa avere la minima influenza sulla politca di una nazione? No. Sul serio, non è una provocazione. No. Usate il vostro tempo in maniera più utile. Studiate, anche quello che non vi insegnano. Coltivate degli interessi, leggete, anche cose scientifiche, non ci sono solo romanzi. Viaggiate. Visitate un museo della vostra città. Lavatevi, radetevi i baffetti e chiedete alla ragazza che vi piace di uscire con voi (ma radetevi i baffetti, mi raccomando). Questo era per i ragazzi, lo so. Ragazze, rilassatevi. State con le vostre amiche, uscite con i ragazzi. Siete tutte bellissime, ognuna per quello che è. Non andate a rovinarvi con i dreadlock in testa o mischiandovi a teppaglia parafascista. Giocate coi videogame. Se siete maggiorenni, organizzatevi un bel viaggio con Ryan Air, venite qui in Germania e scoprite le meraviglie della prostituzione legalizzata. L'importante è che stiate lontani dalla massa protestante. Lo ripeto, quello va bene solo se volete fare politica di mestiere. Per tutti gli altri, è solo tempo sprecato. Di vita ne avete una sola, non buttatela via con la politica.

Non partecipate a nessuna manifestazione. E' una cosa stupida. A chi pensate di gridare, camminando per le strade svuotate? E chi pensate stia ascoltando, a parte i vostri amici e i poliziotti in testa al corteo? Manifestare non è niente di diverso dall'andare allo stadio la domenica, una massa di ragazzi in piena scarica ormonale che si lasciano andare. Siete meglio di così, dico davvero.

Senza considerare che ultimamente le manifestazioni tendono a finire male, ci sono sempre più botte da orbi, sia da parte di altri manifestanti che della polizia. Il manganello fa male. Chi ve lo fa fare? Se non vi piace fare a botte (è una iniezione di adrenalina non da poco, devo ammetterlo) state lontani e usate il vostro tempo in maniera migliore.

Fate l'amore, non fate politica.

Eh, ma l'estero è tutta un'altra cosa

Sono nato in un paesino di campagna. Quando ero piccolo piccolo e uscivo dalla porta di casa, trovavo le galline della vicina a farmi festa. Il mio babbo lavorava i campi a tempo perso e io potevo sedere sul parafango del trattore (una volta si usava così, tenendosi con le mani al bordo della lamiera. E siamo ancora tutti vivi. I miracoli esistono). Quando si cominciava a crescere, iniziava la prima voglia d'evasione. Avevamo la televisione. Guardavamo Happy Days e pensavamo che l'America fosse quella degli anni 50 rappresentata da un telefilm degli anni 70, poi guardavamo i film e vedevamo l'America degli anni 80. A quell'età non si va molto per il sottile: era America, sia col ciuffo di Fonzie sia con i grattacieli di Manhattan, non si perdeva tempo a sindacare.

Cominciavo a sentire il paese stretto e volevo la città. Solo che a nove, dieci anni il concetto di città è dello stesso tipo di quello di America: basta che non sia qui e ci siano un po' di palazzi. E dopo poco fui accontentato. A scuola in città. Città chiamavo quella specie di paesone con le mura attorno. In effetti notavo delle differenze. La gente parlava italiano e non dialetto. I giovani spendevano soldi in motorini costosi, anziché comprare un Ciao e tamarrarlo pezzo per pezzo (generalmente per mezzo de il Polini, rigorosamente al maschile). L'interesse delle ragazze crolla a valori negativi (niente fetish del villico, purtroppo). Nessuno ascoltava musica da discoteca (che era l'unica riguardo alla quale potevo esprimere qualche genere di cultura, non nel senso che mi piaceva, ma nel senso che era quello che si ascoltava nella mia cultura).

Comunque, a parte un primo periodo di assestamento, dopo un po' capii che, miglioramenti estetici a parte, quel paesone con le mura non era esattamente la “città” come l'avevo immaginata. Certo, la gente si vestiva secondo la moda di due anni prima, anziché sette anni come al mio paese, ma sempre fuori moda era. E in fondo la differenza media di larghezza di vedute non era sensibile. Alla fine anche il paesone con le mura ha cominciato ad andarmi stretto.

Sono finito all'università, pensando che lì ci sarebbe stata almeno una scrematura degli elementi presenti. All'inizio poi pensavo proprio di essere l'ignorante capitato per caso, perché tutti parlavano di cose molto noiose con termini molto ricercati. Ma anche qui, è bastato acclimatarsi per vedere che la maggior parte dei colleghi non era certo molto più educata di me e in molti casi era... direi quasi meno educata di me. C'erano i fini intellettuali, ma credo che adesso stiano ancora in ginocchio sotto la scrivania di qualche docente nella speranza di ottenere un dottorato.

Non fraintendetemi: ho trovato carissimi amici all'università. Il problema erano le aspettative che facevano a pugni con la realtà.

E così, tra il lusco e il brusco e senza particolare stupore dei lettori, mi sono trovato all'estero. Mai da piccino avrei pensato di finire ad abitare nel paese da cui provenivano quegli strani personaggi che vedevo al mare indossare bislacche calzature e che assumevano strani colori di pelle dopo cinque minuti di esposizione solare. Men che meno avrei immaginato di condividere in peccato mortale il giaciglio con una dolce Fräulein, di andare al lavoro tra i grattacieli e di parlare con i colleghi in una lingua straniera.

Forse qualcuno potrebbe pensare che si scateni l'effetto “ragazzo di campagna”, arrivando . Invece no... perché lungo l'ascesa dal dalla campagna alla metropoli si impara a non aspettarsi niente e anche la città straniera alla fine così grande non è, così caotica insomma dai, non esageriamo.

La cosa interessante è come cambia l'ottica con cui si guarda al proprio Paese, soprattutto in certi aspetti. Ad esempio l'esterofilia italiana. E' una cosa abbastanza tipica, di cui soffrono in molti (in qualche modo anche io ci sono passato).

Essa non è molto, anzi direi per niente, differente dal mio atteggiamento di bambino che voleva andare a vivere in città: enormi aspettative riguardo ad una realtà ignota ma idealizzata. L'esterofilia è il tratto tipico di chi l'estero lo ha visto in cartolina e pensa che la cartolina sia la verità. Ultimamente poi, a leggere giornali e blog, pare che l'Italia sia un paese di neandertaliani mentre gli altri sono delle Città del Sole; sembra che fra poco arriveranno degli esploratori dall'Europa a portare la ruota e il fuoco.

E' chiaro che in altri Paesi molte cose funzionano meglio. In generale non c'è una corruzione così pervasiva e questo conta molto. Se dovete prendere un treno avete la ragionevole certezza che parta e arrivi in orario. O che parta. O che arrivi. E via dicendo. Quello che però l'esterofilo non sa, perché non lo può vedere in una settimana di vacanza o leggendo un quotidiano italiano, sono gli aspetti più importanti e preponderanti della vita normale in un Paese straniero.

Sorrido sempre, ad esempio, quando sento parlare della tv straniera come esempio da imitare e di quanto sia migliore della pessima tv italiana. Che la tv italiana sia pessima è un dato di fatto; ma un altro dato di fatto è che l'80 per cento delle trasmissioni italiane sono format stranieri che si vedono in tutto il mondo. Ciò significa che Amici, il Grande Fratello, UnoMattina, Ballando sotto le stelle li potete vedere uguali in ogni Paese d'Europa. E a volte sono peggiori di quelli italiani: a confronto dei partecipanti tedeschi, i “ragazzi del Grande Fratello” sono un gruppo di dotti a convivio; i miei poveri occhi hanno assistito ad una puntata in cui una specie di truzzona bionda si faceva la doccia completamente nuda, esibendo due seni al silicone grandi come palloni da calcio, perfettamente sferici e ignari della gravità, a guardia del suo delicato fiore che ha avuto la cortesia di mostrare a tutta la Bundesrepublik. In giro per i vari YouPorn troverete numerose sessioni di sesso esplicito, ricco di particolari, provenienti dai vari Grandifratelli europei.

La mia esperienza con la tv tedesca è questa: 70 per cento di reality-show. Di tutti i tipi. C'è un reality per ogni cosa, persino per chi vuole diventare parrucchiera. 20 per cento di film e telefilm, la cui parte preponderante è americana ed una frazione è tedesca, ma cerca di scimmiottare quella americana (tipo Ris vs. Csi, per capirci). Il resto varie ed eventuali, telegiornali e programmi assortiti (molti di cucina).

In sostanza è come la tv italiana, solo che non esistono le veline. Quindi immaginate la tv italiana privata dell'unica cosa che la rende interessante e avrete la tv tedesca. Una noia senza limiti, per la quale pagate 17 euro al mese per apparecchio.

Sicuramente uno o due lettori se ne usciranno con la pensata che almeno qui in Germania non si fa strame della figura femminile. Dipende. Sicuramente non esistono quei personaggi tipo la Varone o Monica Setta o la Parietti, perché non esiste nella mentalità tedesca l'idea di donne del genere, ancor di più se di classe sociale elevata. D'altro canto, in tv non vedete mai donne vecchie, grasse e molto intelligenti. Le conduttrici e le giornaliste televisive sono tutte estremamente belle (più che in Italia – a dire il vero), quindi le cose sono due: o le brutte schifano la tv per principio, oppure ai provini le donne vengono giudicate a seconda del loro grado di avvenenza.

Oh, dimenticavo... ARTE. Credo sia memorizzata attorno al 17, ma la evito perché succedono cose strane: se per caso cammino di fronte alla tv sintonizzata su ARTE, mi addormento immediatamente, cadendo come corpo morto cade e rischiando l'osso del collo. Meglio evitare.

Altro luogo comune è che nel resto d'Europa tutti lavorino con contratti a tempo indeterminato, salvaguardati da un sistema pubblico di assistenza e previdenza che funziona alla perfezione, con una sanità che ti tratta da gran signori.

Non posso parlare per gli altri stati, anche se di recente ho sentito la storia di una ragazza tedesca che lavora in Svizzera, la quale – incinta – ha lavorato fino a 2 giorni prima del parto (venerdì al lavoro, domenica parto) e che presto dovrà tornare in ufficio, perché in Svizzera funziona così. Però vi posso dire quello che vedo qui in Germania.

A lungo la Germania è stata un Paese tra i più vicini al concetto di “socialismo di Stato”. Le condizioni salariali erano ottime, vacanze come neanche a scuola, sanità gratuita e università eccellente. Un operaio della Opel lavorava 30 ore la settimana per uno stipendio più che ottimo; un quadro di una grossa industria automobilistica amico di Frau Angelo lavora(va?) 25 ore a settimana e spendeva grosse porzioni del suo anno in Austria a sciare. Ho conosciuto persone dell'ex DDR che campano col sussidio di disoccupazione da quando è caduto il muro, fanno vent'anni tondi, solo perché non hanno intenzione di trovare altro lavoro se non quello che facevano quando c'erano i soviet. Insomma, le portate del pranzo sono state ricche ed abbondanti, ma prima o poi qualcuno deve pagare il conto. Cioè chi lavora oggi.

Scordatevi il sistema sanitario nazionale. Ogni persona ha un'assicurazione sanitaria privata. Privata. Il che vuol dire che se non paghi, non hai l'assicurazione sanitaria (anche se non so nel concreto cosa accada a chi non ce la fa). In più il mio stipendio viene tassato ad oltre il 40% ma, siccome le vacche sono magre, dal netto che incasso devo far saltar fuori i soldi per una pensione integrativa privata (altrimenti quello che riceverò da vecchio servirà a malapena a pagarmi il pannolino) e per l'equivalente privato della previdenza sociale, nel caso in cui avessi un incidente e non potessi più lavorare. Una vita di contributi lasciata andare a violette.

Trovare un lavoro a tempo indeterminato è assai difficile, mentre abbondano i lavoratori dipendenti mascherati da autonomi: si chiamano Freiberufler e non Co.co.pro, ma la sostanza non cambia. Ci sono anche gli 1 Euro Job (pronunciato ain oiro giob), in cui vi lascio immaginare quale sia la paga oraria. Non vi suona tutto così familiare?

Avete presente quando l'Italia manda in guerra il proprio esercito andando contro la propria Costituzione? Ecco, anche la Germania voleva mandare il proprio esercito in guerra, ma non sarebbe mai andata contro la propria Costituzione, ci mancherebbe. La Germania infatti prima ha cambiato la Costituzione, poi ha mandato i soldati in guerra. Tutto un'altro stile, volete mettere?

Avete presente quando in Italia si è avuta la bella pensata di rendere l'università bipartita in triennio e biennio, in base al principio che 4 è maggiore di 3+2? Ecco, qui è successa la stessa cosa in contemporanea, con i medesimi, grotteschi, effetti.

Molti giornali cavalcano l'onda della “fuga dei cervelli”. Storie strappalacrime di giovani riceratori brillanti che trovano lavoro all'estero. La stampa, oltre alla captatio benevolentiae verso quella fascia di lettori, compie un'operazione davvero di bassa lega. Un ricercatore universitario che va all'estero è la normalità. Ho conosciuto parecchi ricercatori della locale università e se lo facessero anche i giornalisti italiani scoprirebbero che è scontato che nelle università ci siano team di ricercatori internazionali, perché è così che funziona. Non c'è niente di strano che un italiano vada a lavorare all'estero, soprattutto se è un lavoratore di alto livello. Lo fanno in tutti gli altri stati. E' la stampa italiana che vuole far passare queste persone come dei novelli emigranti con la valigia di cartone, che lasciano la propria famiglia e i propri amici per andare a coltivare banane nella giungla.

E poi i rapporti sociali... non sono ancora riuscito ad abituarmi al fatto che qualsiasi forma di rapporto interpersonale debba passare attraverso enormi quantità di alcol, soprattutto tra i maschietti. Qui non si parlano senza l'aiutino del bicchiere. Salite in metropolitana il sabato sera e vedrete ragazze da sole o a coppie che si finiscono una bottiglia di vino per scaldarsi prima della festa. Non credo onestamente che un ragazzo sobrio abbia il coraggio di parlare ad una ragazza ad un festa. Anzi, non credo proprio che la cosa venga contemplata tra i comprtamenti da tenere in società. Molte delle persone che ho conosciuto da noi sarebbero considerate al limite dell'alcolismo o comunque con problemi di natura psicologica. Qui invece sono normali.

Sorrido quando sento dire che gli altri Paesi sono “civili”: mi fa venire in mente la mia fanciullezza, quando guardavo la tv commerciale e pensavo che la vita di città fosse quella, e parlavo male del mio paesino e pensavo di saperla lunga su come vive la gente di città. E chiamavo città quel paesotto con le mura intorno, dove la gente spendeva i propri soldi nell'inutile tentativo di nascondere le proprie radici.

Escuela de desempleo

Mi par di capire che in Italia (vivo all'estero), come ad ogni settembre, si stia litigando per colpa del Ministro dell'Istruzione. Per un emigrante come me, è bello sapere che a casa certe cose non cambiano mai. La scuola è come la nazionale, tutti si sentono in diritto di dire la loro, e chi sono io? Il figlio della serva? E allora ecco la parola di un docente mancato.

Cos'è la scuola? E' il metodo istituzionalizzato attraverso cui si insegna ai giovani quello che non possono imparare con l'esperienza, sia esso un epinicio o il diritto civile, passando per l'alfabeto e le tabelline.

La scuola come la intendiamo noi nasce con gli Stati nazionali moderni, quando le classi dirigenti capiscono di aver bisogno di una popolazione in grado di saper leggere e scrivere, perché il medioevo era passato da un pezzo e intanto in Inghilterra si erano incaponiti a fare la rivoluzione industriale.

In Italia la scuola rifletteva le condizioni sociali dell'epoca: c'era la scuola per i signori, cioè la classe dirigente, e la scuola per i popolani, che doveva fornire il minimo indispensabile. Poi è venuto il fascismo, che ha fatto la riforma Gentile, ed ha segnato la scuola italiana fino ai giorni nostri. Qui non affronteremo il merito della riforma, ma solo alcune riflessioni di contorno. Quella riforma ha dato vita ad un sistema scolastico profondamente classista. C'erano i licei per i figli dei ricchi, gli istituti tecnici per quelli che potevano permetterselo e il resto si accontentava della terza elementare. In questo periodo in Italia la classe dirigente è anche la classe che ha in mano l'economia. C'è una sostanziale identità tra chi ha il potere economico e chi ha il potere politico. Questa classe dirigente è quindi colei che ha creato la scuola per i propri figli. La scuola italiana nasce quindi intrinsecamente elitaria. Sopra tutti stava il liceo (classico e in seconda istanza scientifico), destinato alla classe dirigente. La sua funzione è abbastanza evidente: concentrarsi sulla formazione ideologica di chi sarà destinato a comandare. I figli dei signori non avevano bisogno di una scuola che insegnasse loro un lavoro, perché tanto sarebbero andati all'università e dopo di essa avrebbero comunque trovato un'occupazione all'altezza della propria provenienza sociale. Quei cinque anni dunque venivano usati per formare ideologicamente i virgulti e conformarli al vivere cui erano destinati. La formazione vera e propria sarebbe avvenuta in seguito.

Gli istituti tecnici erano anch'essi destinati ad un'esigua frazione della popolazione, ed erano – per quel tempo – una ottima forma di educazione, alla fine della quale si poteva aspirare a lavori di un certo prestigio (ricordiamoci che nel 1923 la quasi totalità dei cittadini erano contadini analfabeti che aravano il campo con i buoi).

Il liceo classico era un'ottima scuola perché era per pochi, quei pochi erano ricchi e venivano da famiglie con un alto livello di istruzione, ed era stato creato dalla classe dirigente per soddisfare le proprie esigenze interne. Non c'era l'idea che il figlio di un contadino facesse il classico, s'iscrivesse all'università e magari diventasse podestà. Il liceo classico non era concepito come un mezzo di promozione sociale, bensì come mezzo di distinzione sociale.

Poi il fascismo è caduto, ma la scuola è rimasta la stessa per un bel po'. Solo che l'Italia tutto intorno stava cambiando e un poco alla volta, passo passo, i figli dei contadini hanno cominciato a bussare alle porte degli istituti tecnici e magari dell'università. A questo punto c'è stata la svolta irrazionale della scuola italiana. Invece di rimodulare il sistema formativo nel suo complesso e permettere a tutti di avere accesso all'istruzione, si è pensato semplicemente di aprire le porte e far entrare quelli che gradivano. Ovviamente la cosa non si è notata subito. Nel dopoguerra i figli dei contadini non andavano tutti a scuola, perché molti cercavano ancora di mettere insieme il pranzo con la cena. Ma anno dopo anno la popolazione nel suo complesso ha migliorato le proprie condizioni economiche. E ha cominciato a mandare i figli a scuola.

E così, la scuola d'elite, anziché diventare scuola per tutti, è diventata scuola di massa. Qualcuno ha pensato che se il liceo classico poteva accogliere pochi figli di ricchi istruiti, poteva tranquillamente accogliere anche molti nipoti di contadini analfabeti.

Nel frattempo il potere politico è passato di mano ai nuovi governi democratici, che non erano necessariamente espressione del potere economico. Cioè, chi ha iniziato a mettere le mani sulla scuola nel dopoguerra non aveva più le stesse motivazioni che avevano spinto alla riforma Gentile. Mancava l'interesse a creare una buona scuola, perché si credeva che sarebbe bastato mandare il nipote di un contadino alla scuola che era stata dei ricchi per farlo diventare come i ricchi. Se il liceo classico era un'ottima scuola, chiunque ci fosse andato avrebbe avuto un'ottima istruzione. Invece non è così: una scuola intrinsecamente elitaria non è fatta per accogliere tutti, ma siccome si è deciso che tutti dovevano andarci e non rimanere esclusi, si è stati costretti ad abbassare il livello generale di istruzione impartita, illudendo i figli degli operai e i nipoti dei contadini di avere l'educazione dei ricchi, mentre gli si rifilava una versione scadente.

Col tempo questa idea non poteva che rivelarsi disastrosa. Alle elite economiche la scuola di massa, cioè di bassa qualità, non dà preoccupazioni: loro possono mandare i loro figli ad altre scuole e comunque il loro scopo non è trovare un lavoro a 20 anni.

Il problema sorge per i figli dei non-ricchi, quello sterminato strato sociale medio e medio-basso abbastanza benestante da poter offrire un'istruzione ai propri figli ma non abbastanza ricco da evitare loro di affrontare il mercato del lavoro. Il vero problema è che la stragrande maggioranza degli studenti, pur avendo un'istruzione, non ha un posto di lavoro garantito (come i figli dei ricchi) perché per ogni studente ce ne sono altri dieci come lui. Il ragionamento che è stato fatto è il seguente: per anni la classe dirigente del Paese è uscita dal liceo classico, di conseguenze se io faccio il liceo classico diventerò classe dirigente. In pratica si è confuso l'ordine causale degli eventi. Non è vero che si diventava classe dirigente perché si faceva il classico (come si continua a credere) ma si faceva il classico perché si era classe dirigente.

E così, mentre l'Italia cambiava, si rivoluzionava e entrava nel nuovo millennio, la scuola è rimasta uguale a sé stessa, uno strumento obsoleto costruito a misura di una società che non esiste più. Oltre a questo, non è più nell'interesse di chi ha il potere economico ed è lasciata in mano a chi a il potere politico, che l'ha usata a scopi elettorali. In pratica è stata semplicemente lasciata andare e smossa ogni tanto in modo da recuperar voti alla bisogna: finché la forza d'inerzia le ha permesso di andare avanti ha continuato ed ora che l'inerzia è finita si sta fermando.

Quindi trovo un po' limitate le critiche alla Gelmini, quando il problema è di portata ben maggiore, direi storica, e prescinde le responsabilità del singolo politico al governo. Resta il problema di chi a scuola c'è già e ha bisogno di un'istruzione adeguata. Come ho detto, se siete figli di ricchi, potete fare niente, tanto una sistemazione la troverete. Se invece non provenite da famiglie particolarmente ricche o con una rete di conoscenze particolarmente ampia e utile, mi permetto di dare alcuni consigli a chi è alle superiori e sta decidendo cosa fare dopo il diploma. Magari qualche giovane sta cercando aiuto per scegliere l'università, magari vostro figlio o vostro nipote.

Se state facendo il liceo sapevate fin dal principio che avreste dovuto proseguire negli studi ma se siete in un istituto tecnico e avete deciso per l'università, il discorso vale anche per voi.

Per prima cosa sappiate che finita l'università non vi aspetta un lavoro, vi aspetta la lotta per trovarne uno. Siete in concorrenza con centinaia di migliaia di persone che avranno esattamente il vostro stesso grado di preparazione e la competizione sul mercato sarà estrema. Certo, ci saranno alcuni corsi di studio particolari richiesti dal mercato, ma quasi sicuramente non li frequenterete.

La cosa importante da tener presente è che in Italia il lavoro si trova tramite la vostra rete di relazioni. Scordatevi di mandare ottimi curriculum alle aziende, di fare colloqui iperdifficili e superare test attitudinali. Il posto di lavoro si trova grazie alle relazioni che vi siete costruiti negli anni. Cominciate presto: tutte le persone che ho conosciuto e che hanno un lavoro minimamente all'altezza del loro grado di istruzione lo hanno trovato in questo modo. Gli altri o stanno cercando di fare gli statali (e ve lo sconsiglio, meglio il superenalotto) oppure fanno un lavoro che potevano cominciare a 19 anni con un semplice diploma, cominciando a mettere via soldi e contributi 10 anni prima.

Se però volete evitarvi tutto questo, prendete in considerazione l'opzione più seria: fare l'università all'estero. So che, per un italiano, la parola “estero” fa ricordare le colonne di emigranti con la valigia di cartone, ma i tempi sono cambiati. Studiare per esempio in nord Europa significa avere università di qualità aperte a tutti ed a costi ragionevoli. Non so come funzioni in Spagna o in Francia, ma per esempio conosco la situazione della Germania (ci vivo). Studiare qui ha innanzitutto dei vantaggi sul piano economico. Gli affitti costano poco, il cibo costa poco e l'università costa poco o comunque meno che in Italia. Se in Italia non volete fare i pendolari, vale la pena di venire qui fosse solo per la questione economica. Quando sono arrivato vivevo a Berlino e con i 400 euro al mese che prendevo per lo stage mi pagavo vitto e alloggio (in un appartamento a cinque minuti da Alexanderplatz). Da studenti avete diritto ai mezzi di trasporto gratuiti (o meglio, pagate un abbonamento semestrale che è compreso nelle tasse universitarie) e avete diritto a sconti su moltissime cose, dal cinema ai treni. Se scegliete la Germania dell'ovest, aspettatevi un costo della vita leggermente più elevato, ma comunque non paragonabile a quello italiano. Le infrastruttre sono ottime, la pianificazione del vostro lavoro sarà eccellente e avrete a disposizione biblioteche di alto livello. Inoltre avrete modo di venire a contatto con studenti da tutto il mondo e avrete la possibilità di fare un Erasmus in un altro Paese, allargando ancora di più le vostre conoscenze. Di questo io ho avuto esperienza diretta e mi ha fatto un'ottima impressione.

So che in Inghilterra studiare è molto più costoso, ma in questo caso è possibile ricorrere a borse di studio di vario genere. I Paesi scandinavi sono un'altra meta che ho sentito essere ottima per studiare, come pure Belgio e Olanda. Almeno, questo è quello che mi è stato riferito.

Non abbiate paura della lingua. Potete prendervi un semestre o due per impararla nella città dove volete vivere, non casca il mondo se vi laureate un anno più tardi. Se avete dubbi per la questione economica, non sarà molto peggiore di quella di uno studente fuori sede che dalla Sicilia o dal Friuli si muove a Roma o Milano, anzi, a conti fatti è probabile anche un risparmio, ma dipende molto da dove andate, naturalmente. Considerate poi che in ogni caso laurearsi in Italia significa essere disoccupati e farvi mantenere dalla vostra famiglia a lungo.

Senza contare che vi divertirete come dei matti

Non ascoltate più di tanto quello che i professori delle superiori vi dicono. Vivono nel loro mondo e non hanno idea di quello che aspetta gli studenti italiani, vi dicono quello che gli piace sentir uscire dalla loro bocca, niente più. Non fidatevi troppo nemmeno di quello che le università vi propongono: siccome il loro finanziamento dipende dal numero di iscritti, si venderebbero le madri pur di accaparrarsi uno studente. Qualsiasi facoltà scegliate, vi diranno che il livello occupazionale a meno di un anno dal conseguimento della laurea è altissimo. Palle. Dopo la laurea sarete buttati nella jungla, i posti migliori saranno presi dai figli dei ricchi, poi dai figli di politici/sindacalisti vari, poi da chi è riuscito a costruirsi la propria rete di conoscenze (ho visto gente ottenere posti di alto livello solo perché invece di prepare esami ha fatto il cameriere nei locali giusti e ha conosciuto la gente giusta). Se non siete in una di queste categorie, finirete in un call centre oppure a fare la segretaria. Non pensate che a voi non toccherà, se non farete niente per evitarlo.

Evitate facoltà ridicole dove regalano voti senza far niente. Fate quello che vi piace, ma non lasciatevi andare. Studiare è difficile e se non volete fare alcuna fatica, il posto da centralinista è lì che vi aspetta.

Rendetevi conto che l'Italia non è più quella del boom degli anni '60: siamo un Paese in declino, con un livello culturale infimo, senza grandi prospettive per il futuro e per voi (noi) non c'è posto. La gente se ne va già e se ne va per un motivo. Poiché è meglio agire per scelta che per necessità, pensate bene a quello che volete fare.